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Gomorra

Gomorra – Filosofi Camorristi

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La morale della mafia spiegata alla gggente

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Affermando che la mafia un tempo aveva la sua morale, Grillo dice una delle solite sciocchezze? La risposta non è banale come sembrerebbe, anche se non c’è bisogno di scomodare complessi relativismi per spiegare che ogni morale è tale per sé stessa. La mafia di un tempo, quella cui allude Grillo, “ancora non corrotta dal denaro e dalla finanza”, era morale per chi e in cosa? Lo dovrà spiegare Grillo a chi avrà voglia di parlarci, ammesso che ci riesca.
Una cosa però è certa, le organizzazioni criminali di quello stampo sono molto cambiate. Nel senso in cui dice Grillo, per cui sono diventate delle multinazionali con straordinario potere economico, infestando le istituzioni degli stati nazionali a livelli sempre più alti, ma anche in altro. Ad esempio le mafie, per dire delle camorre, della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra organizzazione assimilabile, si sono molto involgarite, semplificate e abbrutite. Non perché mutando pelle abbiano cambiato anima, ma perché evolvendo – nei termini in cui suggerisce il leader del M5S – hanno anche completamente mutato costumi. E i costumi hanno sempre qualcosa a che vedere con la moralità percepita.

Le mafie hanno abbandonato i loro riti iniziatici e mistificato le loro gerarchie regredendo a dinamiche ancestrali. Anche la loro rappresentazione letteraria e cinematografica negli anni è mutata in modo radicale, tanto che fin dalla retorica più affettata sono scomparsi i termini della famiglia, della fede e dell’onore. Tutti feticci insulsi, adoperati per vestire di una qualche forma di “morale” la cupidigia e la sete di potere, sangue e denaro, certo. Ma oggi di quella veste non vi è più alcuna traccia. E se la mafia non si presenta in abito di sartoria, allora appare in un ghigno feroce che riconosce neanche la tribù come contesto naturale, ma soltanto il branco.

Oggi non sarebbe possibile rappresentare con effetto verosimile e credibile la storia di una ipotetica famiglia Corleone negli stessi tratti che adoperò Mario Puzo. Cerimonie, salamelecchi e penombre non disegnano più la scenografia di un padrino regnante. Oggi lo troviamo raffigurato – e lo troviamo credibile – tra i fusti di scorie radioattive e le discariche abusive. Non in un night sfavillante ma in una tetra sala da videopoker.
Ha forse qualcosa in comune Michael Corleone con l’erede Savastano di Gomorra? E Ciro Di Marzio, nonostante sia stato rappresentato con pure troppa compiacenza, ha qualcosa dell’abnegazione di quell’Alfredo Canale che riceve in carcere il bacio della morte dal Professore della Nuova Camorra Organizzata?

Si potrebbe dire che i toni pubblici della delinquenza “strutturata” si siano abbassati in ragione di un corposo arretramento inflittogli dalla lotta che con più determinazione gli muove lo Stato. E può essere anche vero, ma quel che più conta è che le mafie oggi non ostentano e non fanno mostra di alcuna ipotetica moralità, sia pur logicamente ipocrita e autoreferenziale. E da questo punto di vista – a proposito delle rappresentazioni artistiche – andrebbero rilevate pure le polemiche che speciosamente fioriscono sul rischio emulazione: perché non vi è dubbio che gli eroi della serie di Gomorra non possono competere con il Padrino o con il Camorrista neanche nell’immaginario del più abbrutito e suscettibile degli amorali.

Insomma, nonostante si tratti di fenomeni altrettanto spietati, ci vengono proposti modelli più semplici, destruttrati e mediaticamente più innocui. E che la mafia abbia disperso le sue liturgie, dimenticato la sua bibbia e trascurato la sua morale non è una cattiva notizia. Perché – nonostante ancora fortissima – così è più debole.
E’ chiaro però – tornando a Grillo – che con una chiave di lettura del genere non ci puoi imbastire un comizio.

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