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La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

Franca Leosini e l’eleganza dell’orrore

in televisione by

‘La mia esperienza,’ così si rivolgeva Sherlock Holmes al fidato dottor Watson, ‘mi dice che il più miserabile cortile di Londra non può fornire una più spaventosa cronaca di peccati di questa ridente e gaia campagna’. Al volgere del XIX secolo, lo scrittore scozzese Arthur Conan Doyle riassumeva in poche righe il grande fenomeno letterario, giornalistico e giudiziario della contemporaneità: il “provincialismo dell’omicidio”, ovvero l’idea diffusa che i crimini più orrendi abbiano luogo in piccoli centri abitati, nel giardino dietro casa, per mano di insospettabili vicini. E per raccontare al meglio questa provincia sanguinaria serviva un donna, anzi due, ovvero Agatha Christie e Miss Marple, scrittrice e personaggio di fantasia che ben incarnano lo spirito salottiero dell’investigatore moderno: per risolvere l’omicidio del quartiere, niente di meglio che una bella tazza di the fra amiche e una battuta pungente sul nuovo giardiniere.

Franca Leosini, giornalista dal passato fatto di grandi scoop e attualmente autrice del programma di inchiesta Storie maledette, appartiene senza dubbio a questa tradizione: per intervistare assassini senza scrupoli, serial killers impenitenti e criminali indifendibili quel che serve è una messa in piega perfetta, un abito impeccabile confezionato su misura e tutta l’affabilità di un’elegante signora over 60. La drammatica realtà del crimine, così come la psiche di chi lo commette, può esser svelata solo con l’apparente bonarietà di una Miss Marple nostrana, piacevole e innocua nell’aspetto e nei modi, ma intelligente e implacabile nel cogliere le sfumature, o meglio le crepe, nascoste tra le parole dell’interlocutore-imputato.

La professionalità della Leosini non è in questione. Anzi, è proprio un surplus di competenza l’arma principale della giornalista, che si diverte a disorientare lo spettatore – e, molto spesso, pure l’ospite – con l’educato distacco e l’affabilità sorniona del gatto pronto a balzare sul topolino ignaro. È un gioco di aspettative: siamo perfettamente consapevoli del percorso che seguirà l’intervista, così come che sappiamo lo spazio di manovra dell’intervistato è in realtà piuttosto limitato. Ma è esattamente lo scarto, l’intervento sagace o il calembour linguistico della Leosini quel che stiamo aspettando.

Le storie risultano così quasi secondarie, o perlomeno di contorno: i fatti accaduti o i punti di vista dei vari protagonisti delle vicende giudiziarie contano poco, quel che interessa è invece è l’approccio a un certo tipo di umanità – l’approccio leosiniano. Come una vecchia parente zitella ma dal passato turbolento, la Leosini castiga e consola, ammicca e finge di indignarsi. È un confessionale della pasta sfoglia, in cui l’atmosfera casalinga ha comunque la meglio sui traumi raccontati. Paradossalmente, vorremmo trovarci noi stessi a quel tavolo a dialogare amabilmente dei nostri più efferati omicidi.

La Leosini ha successo perché racconta l’orrore decorandolo con dei centrini. Come per le tenere ziette omicide di Arsenico e vecchi merletti, il sorriso prende il posto a una smorfia di disgusto di fronte a situazioni che, diciamolo chiaramente, in altri contesti ci avrebbero trasmesso un certo disagio. Arriviamo persino a simpatizzare con l’intervistato, quasi fosse una comparsa di una simpatica black comedy in cui ciò che veramente conta, alla fin fine, è esorcizzare con una risata a denti stretti una realtà troppo spaventosa per essere pensata altrimenti. Certo, la Leosini non risparmia nulla allo spettatore, però lo fa con la grazia e l’impeccabile savoir-faire del chirurgo che vi annuncia la necessità di un’operazione urgente a cuore aperto.

Insomma, si può fare giornalismo sporcandosi le mani al contempo apparendo candidi come gigli. L’osceno lascia spazio all’armonioso, al delicato, pur mantenendo sotto la superficie un’inquietudine non del tutto repressa, un fastidio di fondo stemperato giusto da quel tocco di mondano che traspare dai modi educati della simpatica intervistatrice. Franca Leosini, incantatrice della porta accanto, riesce a mettere il pubblico a suo agio di fronte al peggio della natura umana.

E, proprio per questo, non riusciamo a staccarci dal televisore.

La lupara espressa: come muore ammazzata una carriera politica

in giornalismo/politica by

Premessa: Attendiamo con ansia ulteriori chiarimenti su come un giornalista dell’Espresso possa avere avuto accesso ad un’intercettazione la cui esistenza è stata già smentita dalla procura di Catania. Ma assumiamo pure che la telefonata sia vera, e che i solerti amici dell’Espresso abbiano agito in specchiata buonafede. La vicenda di Crocetta offre altri due spunti su cui restare sgomenti.

Il primo è la ridicola, pietosa, plateale, mancanza di polso del Presidente della Regione. Funziona così: un tuo amico potente (adesso in carcere) ti telefona e si fa scappare nello sproloquio un commento davvero pesante, ben oltre lo sconveniente, su una tua collaboratrice. Eviti di affrontarlo, di addentrarti nella questione di quella battuta infelice, non giri intorno alla frase e alla sua immondizia. Poi, i solerti amici dell’Espresso fanno scoppiare la notizia. Che fare? Prendi il Manuale, e lo applichi: butti le mani avanti, non hai mai sentito nulla del genere, poi ti autosospendi borbottando qualcosa di patetico sulla dignità del popolo eccetera eccetera. Specchiato, pulito, rapido. C’è una nota formula in voga tra quegli editoriliasti di destra che resistono ancora fieri alla mostrificazione della loro area politica, e finisce di solito con “alla fine trovi sempre uno più puro che ti epura”. Raro è stato un esempio tanto didattico quanto il caso Crocetta. Sorprende tuttavia l’impietosa realizzazione delle gufate di cui sopra: credevamo che di circo si sarebbe sempre trattato, e invece no, ecco immediata l’autosospensione. Ah, il manuale.

Il famigerato Senso Delle Isitutuzioni ha accolto l’eresia populista, che per anni non si era capito se fosse o meno utile strumento di controllo dell’elettore sul comportamento dell’eletto, se in qualche modo aiutasse a rodare il ricambio della classe dirigente. Ogni partito demanda alla sua (bassa) manovalanza giornalistica il compito di controllo; e quando questa colpisce, ecco il ritorno in pompa magna del meccanismo ben oliato dell’Autodafé, dove il politico accusato provvede da sé alla sua rottamazione, che è tanto più dignitosa quanto più è pulita, netta e lascia da parte la certezza del diritto. Si usa il Manuale, insomma.

Però ci sorge una domanda, allora: se è così facile mettere in ginocchio il Governatore, basta l’accusa di una frase ascoltata, roba spicciola, che si costruisce in un attimo, che affidabilità ha la tenuta dell’uomo e della sua (complicatissima) istituzione? C’è da fidarsi di un polso così debole, possiamo star tranquilli con una guida tanto fragile?

Ma forse di teatro si tratta, per cui procediamo verso il secondo atto. Al secondo punto, cioè.

Evitiamo considerazioni generali, difficili da gestire, e facciamo subito due nomi: Falcone e Borsellino. E siccome ovvio e banale sono due idee ben distinte, mettiamo in chiaro il nostro assoluto, imprescindibile rispetto per chi ha saputo di correre il rischio di finire ammazzato con coraggio per svolgere il proprio mestiere, e ammazzato ci è finito davvero assieme a moglie e collaboratori.

Concedeteci però una nota storica dolente. La Sicilia è un pezzo d’Italia tremendamente arretrato sul piano economico e culturale, e tra chi scrive c’è un siciliano. Nonostante tutto, decenni di politiche assistenzialiste hanno generato una simil-borghesia che si preoccupa della propria posizione nel contesto italiano. A costoro non si possono vendere solo granite alla mandorla e Tomasi di Lampedusa; bisogna trovare una ragione squisitamente contemporanea di orgoglio e sciovinismo che giustifichi la pretesa di ulteriori risorse. A partire dagli anni novanta l’antimafia è stata una ghiotta occasione per vendere a un gruppo ristretto di siciliani un immagine migliore del loro essere realmente. Se capita in sorte di crescere in Sicilia, in una famiglia dove si legge e si scrive, non è possibile evitare le tappe obbligate di un orgoglio siciliano di cartapesta, una civiltà brillante di facciata in cui arriva inevitabile il bombardamento dell’immagine di questi due magistrati. Due magistrati che, simbolicamente, altro non sono che una via di fuga da una realtà psicologicamente inaccettabile per una borghesia che si dice europea, la cui fiamma serve a tenere lontano lo spettro di una diversità profonda, mentre i tasci, gli zalli, gli zaurdi, gli sventurati insomma che fanno i conti con un’estrazione sociale più bassa vivono la loro propria, distante realtà, e intanto gli altri mostri, che infestano i centri storici, giocano a fare i mafiosi mentre recitano a memoria scene de Il Capo Dei Capi o di Gomorra.

È così che Crocetta salta, con lo spauracchio purificatore di Falcone e Borsellino, depurati di ogni profondità e ridotti a redentori di una sicilianità che rimane torbida al di là della narrazione che ci si è costruita sopra. Non bastano il populismo, l’incapacità politica, la malafede della stampa manovrata dal PD a spiegare la complessità della vicenda. Perché è in quella chirurgica frase contro Borsellino, studiata nel dettaglio, con precisione millimetrica, che l’Espresso ha realizzato il suo capolavoro di esecuzione. Crocetta parla di rispetto verso la dignità del popolo siciliano e ha ragione tranne che in una cosa. Parla a quel popolo che della mafia prova ovvove dall’alto delle proprie posizioni di rendita, piccole o grandi che siano, ma comunque solide abbastanza da assicurare l’illusione di vivere in una fetta di paese civilizzato.

Generatore automatico di titoli di VICE

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VICE, si sa, è ormai la rivista più ingiovane d’Italia, tutta un pullulare di articoli interessantissimi quali “Ho vissuto per una settimana con 2 euro al giorno”Ho guardato Agon Channel per 15 ore consecutive”, o “La tua colazione a base di vagina” e anche “Abbiamo chiesto a 20 sconosciuti che non sono modelli di baciarsi”.

Sull’onda di tutto questo carico d’informazione di qualità, noi di Libernazione abbiamo pensato bene di dare una mano. Quindi fate refresh per scoprire nuovi titoli di articoli di VICE.

Abbiamo chiesto a Mina (ma poi anche a Celentano) cosa ci manchi per essere una rivista seria: non abbiamo capito un cazzo della risposta.

L’ombrello di Amazon

in giornalismo by

Martin Angioni è stato costretto a rassegnare le dimissioni dall’incarico di Country Manager di Amazon Italia. Ed è un peccato: sotto la sua direzione, la filiale italiana dell’azienda americana ha iniziato a vendere online elettronica di consumo e lanciato il Kindle nella nostra lingua. Dal 2010, Amazon ha rappresentato per migliaia di italiani un’esperienza di consumo inedita, dimostrando (con i fatti, non con slogan inconsapevolmente autoironici) di porre le esigenze del cliente al centro della sua pratica commerciale. Io, ad esempio, ho imbottito il mio dispositivo di lettura Kindle con una sessantina di libri, pagandoli di rado più di una somma compresa tra uno e tre euro. Nei casi in cui non sono rimasto soddisfatto del prodotto acquistato (il Kindle Fire), ho potuto restituirlo senza spese e né fastidi, facendolo prelevare direttamente dal mio ufficio e senza dover giustificare la mia scelta. Sfido chiunque a fare la stessa cosa in un qualsiasi centro commerciale “a terra” (dove comunque si paga un 20 – 30% in più).

Su Amazon Italia ho anche comprato decine di libri cartacei con riduzioni di prezzo significative (anche del 40%), almeno fino all’approvazione della legge Levi, che, tra le altre follie, ha stabilito il famigerato tetto agli sconti praticabili (15%). Qui vale la pena di aprire una piccola parentesi: al pari di simili iniziative in Europa, anche questo aspetto della legge Levi ha il chiaro obiettivo di contrastare Amazon e di (tentare di) tutelare un modello di business obsoleto. In un mondo normale, razionale, si attirano i potenziali clienti abbassando il prezzo delle merci offerte (anche gli spacciatori, all’inizio, fanno così): ma da noi ha prevalso la tesi opposta. Rileggiamo con quali (risibili) argomentazioni Romano Montroni, ex direttore della Feltrinelli divenuto pasdaran della piccola editoria indipendente, difende questa legge folle: “Entrata in vigore nel 2011, [essa] è stata pensata per cercare di arginare l’arroganza e la prepotenza innanzitutto di Amazon, poi della grande distribuzione e delle librerie di catena, che, usando come leva lo sconto, cercavano di accaparrarsi clienti: è ben noto che purtroppo in Italia si vendono pochi libri e si legge ancora meno, essenzialmente per la mancanza di un progetto politico-culturale per far nascere nuovi lettori.” Riassumiamo: tenendo (artificialmente) i prezzi alti, si guadagnano, anziché perdere, lettori. Ecco. E che dire dell’orrore di poter comprare libri nei centri commerciali, dove la gente comune deve andare solo per soddisfare volgari esigenze materiali? Vendere un romanzo in quella bottega infame dove ci si può approvigionare al più di pannolini e spaghetti? Giammai. La vera preoccupazione di Montroni e di quanti hanno sostenuto questa assurdità è ovviamente altra: “con lo sconto libero, le librerie indipendenti, che hanno un giro d’affari minore, sarebbero destinate a soccombere. Così come le case editrici medie e piccole, costrette a concedere ai distributori margini che finirebbero per strozzarle.” Insomma, bisogna mantenere in piedi un sistema inefficiente per far contenti i librai, anche se questo danneggia i lettori, che sono poi quelli di cui uno come Montroni dice di preoccuparsi tanto. Del resto, gli illiberali non si accontentano di menarti, ti prendono pure per il culo, sostenendo che lo fanno “per il tuo bene”.

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Per vendere più libri, facciamoli pagare più cari. Ipse Dixit.

Ma torniamo al siluramento di Angioni: a far arrabbiare i suoi capi è stato il modo (franco, sprezzante, sopra le righe) con cui ha risposto ai quesiti che gli ha posto Giuseppe Laganà, inviato di Presa Diretta, che ha tentato di metterlo in difficoltà (con modi ed argomentazioni discutibili) sul tema della presunta elusione fiscale di cui sarebbero responsabili le perfide multinazionali USA che operano in Italia. Prima di entrare nel merito, mi preme sottolineare la scarsa deontologia di Presa Diretta che, nella trasmissione andata in onda il 29 marzo, ha fatto un uso spregiudicato di quelli che avrebbero dovuto essere dei commenti fatti da Angioni “fuori onda”; una buona parte del minuto circa di girato che riguarda il manager è stata infatti da un’inquadratura troppo bassa: quindi, o l’operatore del programma di Rai Tre era ubriaco, oppure quel filmato è stato ripreso con la camera disposta in un modo da far ritenere all’intervistato che essa fosse spenta. Ovvero, per essere più chiari, è stato rubato.

Nel “servizio” (ma sarebbe più corretto parlare di imboscata), il manager viene “acchiappato” mentre esce dall’ufficio – sta infatti indossando il cappotto – ed apostrofato con quella che a Laganà deve essere sembrata una domanda molto furba: “Amazon ha una stabile organizzazione in Italia?”. Risponde Angioni: “Ma che significa?“, esplodendo in una risata sguaiata. Anche se articolata in modo discutibile, perfino irritante, la replica del dirigente fotografa un problema autentico. Sia chiaro, però, non un problema di Amazon Italia, ma della Guardia di Finanza. Il Corpo, infatti, a dispetto di anni di indagini, non è mai riuscito provare in modo inequivocabile che Amazon Italia abbia appunto una “stabile organizzazione” nel nostro paese, requisito che farebbe scattare l’obbligo di pagare le imposte in Italia. Angioni dunque può dunque legittimamente sostenere: “A me non risulta“. Laganà insiste: “C’è una tassazione molto più bassa in Lussemburgo…“. Qui Angioni non è troppo convincente, dal momento che si limita a trincerarsi dietro ad un “fanno tutti così”. Il che è certamente vero, ma non centra il punto, che secondo me è: un’azienda ha la piena libertà di organizzarsi in modo da ottimizzare i suoi costi, compresi quelli fiscali. Non è illegale stabilire una sede sociale in Lussemburgo. Se il Lussemburgo ha una tassazione agevolata, la questione riguarda non le aziende che hanno la massa critica per sfruttare questo arbitraggio, ma il legislatore europeo che ha generato o sta perpetuando questa discontinuità.

Come è facile constatare ogni volta che si acquista qualcosa su Amazon.it, la nostra controparte è Amazon EU Sàrl, una società a responsabilità limitata lussemburghese. Tale società si avvale dei servizi prestati dalle controllate italiane Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Services, che remunera con commissioni (è questa l’unica parte di ricavi che, una volta nettata dei costi, verrà tassata in Italia). Non solo: i ricavi della capogruppo lussemburghese vengono usati per pagare “royalty” per l’utilizzo dei diritti sulla proprietà intellettuale del gruppo, che da un lato “asciugano” l’utile sulla capogruppo, e dall’altro producono ricavi non imponibili, dal momento che la controllata che fattura le royalty non è soggetta a tassazione in Lussemburgo. Un vero “pranzo gratuito”, a cui si sono accomodati, oltre ad Amazon, anche Apple, Starbucks e FIAT. Strano che ai giornalisti di Presa Diretta questo dettaglio sia sfuggito. Amazon avrà anche sfruttato (rimanendo nell’ambito del rispetto della legge) le disarmonie fiscali europee, ma per lo meno non è stata sovvenzionata dalla nostre tasse per decenni, come invece è successo alla FIAT.

Dunque, non essendovi nulla di sostanziale da dire nel loro servizio contro Amazon, quelli presa Diretta decidono di buttarla in caciara, scippando un off-record nel quale Angioni, in modo pittoresco (e tuttavia comprensibile per chi con la Guardia di Finanza abbia avuto a che fare nel mondo reale) riassume la sua odissea: “tre anni”, sostiene, con la GdF appollaiata nei suoi uffici a setacciare la contabilità e a “fare le pulci” al suo personal computer, senza approdare a nulla. Comprensibilmente liberatorio, pertanto, il gesto del folle sconosciuto (meglio conosciuto come il gesto dell’ombrello) per il quale il “cattivo” Angioni perderà il posto e finirà negli annali.  Un super-villain, ricordiamolo, sotto la cui direzione Amazon ha gettato le basi per la creazione di oltre 1200 posti di lavoro in Italia, senza contare l’indotto. Benché sia tra quanti non apprezzino molto il suo stile da spaccone, infine, le circostanze e le modalità con cui si è svolta l'”intervista” (per metà rubata, non dimentichiamolo) me lo hanno reso immediatamente simpatico.

A ben vedere, il problema del giornalismo stile Presa Diretta non è solo quello di essere fazioso, quanto sciatto e confuso. Trovo abbastanza fastidioso il giornalismo schierato, ma almeno a Presa Diretta non si può rimproverare il fatto che tale orientamento sia nascosto dietro una patina di obiettività.  Tuttavia, continuo a pensare che, per portare validamente argomenti ad un’agenda politica, sia inevitabile capire di che cosa si parla, prima, evitando possibilmente di cercare la carezza di una certa parte di popolo, rapida a sobbollire di “giusta indignazione” non appena le si dia modo di saltare addosso ai “soliti noti”, tra i quali le multinazionali non possono mancare. E’ abbastanza evidente la debolezza intellettuale che fa capolino dietro la rabbia giacobina di certe domande: ad esempio quella, assai sobria, che Laganà pone a Fabio Vaccarono di Google: “Che cosa c’è di etico nella elusione fiscale?”. Domanda non solo ingiusta (si sta assumendo come presupposto che Google Italia stia eludendo le imposte in Italia, senza portare un-solo-argomento-valido a supporto di questa tesi), ma anche antropologicamente indicativa. Che cosa sarebbe “giusto”, “etico” secondo gli amici di Presa Diretta? Forse che pagare milioni di euro di imposte in Italia, potendo evitarlo, sarebbe più “morale”? Sarebbero contenti, in questo caso? Par di sentire l’eco di quella sirena (ubriaca) che faceva biascicare a qualcuno di sinistra il mantra delle “tasse che sono una cosa bellissima”. Basta l’intelligenza, non occorre – e neanche conviene, davvero – tirare in ballo la morale. Anche perché altrimenti dovremmo chiedere ai colleghi di Presa Diretta quanto è “etico” rubare un’intervista, mandandola in onda solo per sottoporre al ludibrio popolare il gesto inelegante di una persona di successo in modo da trasformarlo nell’emblema dell’arroganza capitalista. Senza contare, ovviamente, che Angioni ha pagato la sua bravata con la perdita del suo posto di lavoro, mentre i giornalisti di Presa Diretta continueranno per lunghi anni ad infliggerci tesi preconfezionate e conclusioni raffazzonate.

La retorica della fuga

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Il giornalismo di casa nostra ripropone in modo periodico analisi, testimonianze, interviste sulla vicenda dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’. L’argomento, si sa, è buono per tutte le stagioni ed è parte integrante di un più ampio discorso sul declino del nostro paese. I declinisti, che sono tanti, troppi, ci vanno a nozze. Si prova sempre un certo piacere giornalistico a rivangare il terreno della crisi; e l’esodo di meningi da spremere è roba che tira. Ma perché il tema della malinconia migratoria riscuote tanto successo? Cosa innesca il meccanismo emotivo per cui al lettore o allo spettatore debba inevitabilmente scendere una lacrimuccia nazionalistica?

La retorica della fuga funziona essenzialmente per due ragioni: da una parte, rassicura sul fatto che il nostro paese è in grado di produrre intelligenze e che queste intelligenze sono assolutamente capaci di competere sul mercato internazionale; dall’altra, sviluppa il senso di colpa, la tristezza nazional-popolare per una perdita dal valore inestimabile e dunque garantisce una buona dose di autocommiserazione. E’ questo un mix che placa le preoccupazioni per il futuro e imbocca la coscienza della miseria. In una parola: vendibile.

Tuttavia il problema vero non sono né le rassicurazioni né le autocommiserazioni, che fanno parte del gioco sociopolitico e in qualche caso sono pure divertenti. Il problema risiede nella tartuferia della narrazione, nel desiderio più o meno cosciente di volersela dare a bere, quando non nell’ignoranza del fenomeno. Perché sotto la campana cervellotica della fuga c’è una sineddoche pubblicistica: si considera cioè una parte per il tutto. O meglio: si confonde una parte con il tutto. Ma qual è la parte e qual è il tutto?

E’ innegabile che molti ricercatori vadano all’estero ad esercitare la loro professione; ed è innegabile che spesso lo facciano perché in Italia non ci sono le oggettive condizioni per fare serenamente ricerca (serenamente soprattutto dal punto di vista economico). Tutto questo è una realtà. Come è una realtà il successo di molti imprenditori che hanno scelto di investire all’estero o quello di tanti manager che fanno carriera e guadagnano stipendi da capogiro. Generalmente, sono queste le storie propinate dalla stampa e dalla televisione: storie di gente che ce l’ha fatta e che sul suolo patrio non avrebbe mai potuto farcela.

Ma c’è un’altra parte di realtà, quantitativamente più consistente, anche se molto molto meno intrigante dal punto di vista giornalistico. Si tratta dell’esercito di giovani e meno giovani che prendono la valigia, talvolta piena di speranze, talvolta piena di disperazione, e se ne vanno all’estero per fare lavori certamente dignitosissimi ma infinitamente meno specializzati. Un esercito di camerieri, lavapiatti, centralinisti, bigliettai che hanno scelto di lavorare fuori dai confini nazionali, ognuno con le proprie motivazioni. Sono delusi o curiosi che ad un certo punto della vita – solitamente tra i 24 e i 30 anni – hanno sentito il bisogno di andare. E sono andati.

Ebbene, la retorica della fuga racconta anche di loro? Sì e no. Nel calderone delle fughe ci finisce ogni tipo di esperienza. Del resto, si lasciano spesso parlare i numeri; ed i numeri autorizzano – almeno dal punto di vista dell’informazione – a parlare di ‘esodo’. E, cifre alla mano, ci si sente autorizzati pure ad utilizzare sostantivi al plurale come ‘cervelli’ o ‘talenti’. Senza badare al fatto che avere due lauree e fare il cameriere non è esattamente adoperare il proprio talento. Senza considerare l’entità e la varietà del fenomeno.

Dei fallimenti e delle frustrazioni di coloro che, forse senza la valigia di cartone compagna di altre epoche, hanno abbandonato la nave non se ne occupa quasi nessuno. Probabilmente perché è più difficile spiegarsi le ragioni di un abbandono che, a conti fatti, non porta alcun beneficio professionale. Probabilmente perché alla retorica della fuga – questo mix di rassicurazione e autocommiserazione – è sufficiente una parte del fenomeno per esistere, per vivificare le immaginazioni di coloro che leggono o guardano.

E chissenefrega se la dispersione di mani e gambe e orecchie ha un impatto economico e sociale non trascurabile. Chissenefrega se quelle stesse mani, gambe e orecchie sarebbero servite a fare le stesse cose a due passi da casa; chissenefrega se nell’esercito dei partenti molti sono riservisti. Quello che conta è il cervello in fuga. Di quelli che partono e di quelli che restano.

Il blocco del blogger ovvero la sindrome dell’Automasticazzi.

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Tutto nacque da una pagina facebook prodiga di puttanate. La mia. Da cui scaturì quel “Vuoi scrivere sul nostro blog?”

Ecco, metti il fascino del nuovo (tu: mò il blog sarebbe nuovo?mandòvivi – io: ahò, i blogghe non me li sono mai pisciati, mea culpa mea culpa mea maxima culpa, chettedevodì, damme na cortellata), metti gli amici di facebook, mettici pure quel soave tittillìo all’ego…e dissi sì. Contento. Sì. Scrivo sul blog. Con la faccia seria, eh. Scrivo. Sul blog. Tranquilli. Ci sto dentro.

Dopo poco però, molto poco, la pagina di wordpress iniziò a guardarmi con una strana espressione, qualcosa in mezzo tra “forse dovresti approfondire più attentamente l’argomento che stai affrontando per basare la tua tesi su elementi univoci, precisi e concordanti affinché la tua disamina possa arricchire l’ipotetico lettore dal punto di vista della conoscenza e della grazia espressiva” e “questo è tutto? Masticazzi?”. Ecco, forse la seconda impressione era più evidente e questa parola riecheggiava sempre più insistentemente. Masticazzi.
La domanda, profonda, implacabile, assordante di questa moderna sfinge chiamata wordpress: in base a quale principio ritieni che quello che pensi dovrebbe o potrebbe in qualche maniera interessare a qualcuno? Risposta: Silenzio tombale.

Diagnosi: sindrome dell’Automasticazzi. Conclamata.

Che fare? non è che uno ha una sindrome del genere e ci convive serenamente.

Dopo l’infausta diagnosi,  ho iniziato a leggere blog su blog perché, mi sono detto, non è che uno vuole fare il chitarrista e non sente gli altri chitarristi, non funziona così, vediamo quindi come si regolano gli altri blogger, vediamo come si relazionano loro, alla sindrome dell’automasticazzi.

Ho passato insomma notti su notti piantato sulle pagine dei blog più famosi. Quelli che poi i blogger vanno su LA7 con il sottopancia con la scritta “blogger”.  E ho avuto un’illuminazione: i blogger non soffrono della sindrome dell’automasticazzi. Ne sono immuni. Ritengono che quello che hanno da dire è fondamentale.  Proprio per la vita della gente. Tipo “I have a dream” di Martin Luther King. Così. Esticazzi se il più delle volte è qualcosa di una banalità allucinante o estremamente irritante. “Io la penso così. Se non ti frega il problema è tuo.”
Dopo qualche minuto di sconcerto ho capito allora che le prime cose che servono per affrontare la sindrome dell’automasticazzi è la faccia come il culo e un ego piuttosto sviluppato. Ottimo.

Superato il dilemma soggettivo interiore con una mossa che possiamo chiamare “Sovvertimento dell’introflessione del masticazzi – ovvero: Sai cosa c”è di nuovo, masticazzi lo dico io)  il problema si rivolge al pezzo da scrivere. Il “post”. Perché va bene tutto, ma le stronzate dio mio veramente no, meglio tacere. Non c’entra l’automasticazzi, è proprio un sentimento di umana decenza.

Quindi, dopo ore di lunghe ed approfondite analisi comparate, ho intuito che la cosa che si avvicina di più al concetto di blog è l’articolo di fondo di un quotidiano. L’ editoriale. Cioè quello che in redazione affidano alla penna più cazzuta, perché da una notizia, da una serie di avvenimenti etc., l’editorialista tira fuori una lettura che in qualche maniera aiuta chi legge a tirare le fila di un certo argomento. Il post non è uguale al fondo, certo. Ma si avvicina. Parecchio. Quindi per fare un post decente (almeno per il proprio giudizio) serve una certa competenza dell’argomento di cui si tratta più una spiccata capacità di astrazione.

Con quest’altra mossa, che possiamo definire “Esegesi delle fonti dell’automasticazzi-ovvero: Ma io sta cosa la so, la reputo importate e sticazzi se non ti frega”, dopo il problema soggettivo, abbiamo circoscritto anche il problema oggettivo, cioè la scelta dell’argomento e come affrontarlo.

Ora, la forma: il pensiero va espresso con un linguaggio sbarazzino e moderno,  con i “cioè”,  i “comunque”, insomma pensiero frammentato a go-go. Un po’ flusso di coscienza e un po’ parlato, che piace tanto ai giovani, con buona pace della grammatica italiana, che sennò mi diventa pesante e non è un articolo, è un post su un blog. Tutta un”altra cosa, capito.
E molto breve, perché la soglia d’attenzione media dedicata al post sul blog è stimabile intorno ai 15 secondi.
E almeno un battutone, o una articolata presa per il culo a qualcuno o qualcosa, perché i blog più fichi fanno ridere. Fact.

Quindi ricapitolando: faccia da culo, ego sviluppato, argomento che si padroneggia o quanto meno si conosce, capacità di astrazione, linguaggio sbarazzino, senso della sintesi e battutone.

Un sano Cocktail di questi elementi, e  la sindrome dell’automasticazzi può andare diretta affanculo.

A parte che se sei belloccio o hai le tettone, può essere che ci vai davvero su LA7 con la scritta “blogger” sotto, a prescindere dalle puttanate che scrivi e che conseguentemente dici o dalle profonde verità che riveli, succede che se hai un po’ di spirito critico, un po’ di auto-umorismo e una penna felice, finisce che scrivi davvero una cosa sincera e simpatica che ha l’unica pretesa di voler condividere un’esperienza, un pensiero o un’intuizione, profonda o banale che sia, senza l’arroganza di voler insegnare qualcosa a qualcuno. Che credo sia alla fine la cosa migliore.

E sticazzi del resto.

Abbiate un po’ di Bergoglio

in giornalismo by

Dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano, dacci oggi la nostra telefonata quotidiana, dacci oggi la nostra stretta di mano, il nostro bacio, la nostra parola di speranza, i nostri sorrisi umili e casti quotidiani. Il Papa, la carta stampata, il giornalismo laico “de sinistra”: una storia d’amore senza precedenti, un afflato terzomondeggiante, cattolicheggiante, giornalisticheggiante. Basta. Basta con le telefonate alle casalinghe di Voghera sbattute in prima pagina. Hanno da preparare il ragù, che è un patrimonio dell’umanità, specie con le pappardelle. Basta chiamate improvvise agli studenti veneti o sardi o piemontesi. Hanno da studiare la geografia, ché non sanno manco se Matera è in Basilicata oppure in Molise. Basta al grande miracolo del darsi telefonicamente e pauperisticamente del tu. Giornalisti, italiani, amici, parenti abbiate uno scatto d’orgoglio laico, laichino, laichetto (orgoglio, non ho detto Bergoglio, non vi eccitate). Basta papeggiarsi con la punta delle dita, basta genuflessioni atee, tastierizzazioni spirituali. Ah, gli atei, che belle creature: sempre a parlare di Dio e dei suoi portavoce. E Begoglio il povero e Bergoglio l’innovatore e Bergoglio facciasimpatica.  Basta, sul serio. Parliamo di calcio, piuttosto. Della difesa dell’Inter, del centrocampo del Milan, del nuovo grosso centravanti della Fiorentina, Mario Gomez. Che c’ha il cognome argentineggiante ma è tedesco, giuro. Cosa dite? Come l’altro Papa, quello che s’è dimesso per il bene della Chiesa? No, va be’, ci rinuncio. Amen.

 

Non ti ho mai amato così tanto: la tormentata love story tra Obama e i progressisti europei.

in mondo by
“Four more years” – 2012.

Ricordi.

Il 4 Maggio 2009, qualche mese prima che Obama ricevesse il suo Nobel per la Pace, un bombardiere supersonico di tipo B-1 sganciò un missile sul piccolo villaggio contadino di Granai, nell’Afghanistan meridionale. Circa 140 persone, in maggioranza donne e bambini, furono ridotti in poltiglia e i loro brandelli sparsi in un raggio di centinaia di metri, insieme a ciò che rimaneva di un grande banchetto nuziale.

Il Pentagono, ovviamente, tentò di nascondere ciò che era appena avvenuto. Mentre l’intero paese asiatico era in fiamme per l’indignazione, i militari  accusarono i Talebani di aver ammazzato loro i civili e di aver imbottito con i cadaveri gli edifici che sarebbero stati colpiti. Dopo qualche giorno il Pentagono ammise qualche decina di morti “collaterali”. Infine, puntò all’oblio indotto dai mass media. Per qualche tempo tutto sembrò funzionare.

In Dicembre, quando Obama ritirò l’ambito premio, l’opinione pubblica mondiale reagì con incredulità e scetticismo. Ma non mancarono molti leader progressisti che considerarono “positivo” il riconoscimento: i social-democratici europei, l’economista Mohammed Yunus; Hamid Karzai, il 14esimo Dalai Lama e persino Fidel Castro. Il presidente del comitato per il Nobel tenne a specificare: “Non abbiamo assegnato questo premio per ciò che potrebbe accadere in futuro, ma per quello che Obama ha fatto nell’ultimo anno.”

Evidentemente quasi nessuno considerò il massacro di Granai responsabilità morale della leadership più militarizzata del pianeta.

Una delle poche voci critiche fu quella del Wall Street Journal:

“Quello che questo premio ci suggerisce… è la fine di ciò che fu chiamato l’Eccezionalismo Americano. La visione secondo cui i valori americani hanno applicazione universale e vanno promossi senza scusarsi, e difesi con la forza militare quando necessario. Inserito in questo contesto, ci chiediamo se la maggior parte degli Americani considererà questo premio alla Pace del Futuro come un complimento”

Il giorno della cerimonia, mostrando forse più franchezza di tanti altri, Obama disse: “Non ritengo questo premio un riconoscimento dei miei successi, quando una conferma della leadership americana.” Più risultava impopolare l’occupazione americana in Iraq e in Afghanistan, più sembrava crescere la popolarità di Obama tra i suoi alleati europei e tra i principali giornali progressisti.

Ma non tutto funzionò. Un video del bombardamento di Granai, ripreso proprio dalla telecamera del B-1 da cui era partito il missile, improvvisamente riemerse dall’oblio. Le immagini, che furono decriptate da Wikileaks nel 2010 e pronte per essere rese pubbliche, mostravano senza alcun dubbio un vero e proprio crimine di guerra. Ma a quel punto la propaganda non aveva altro linguaggio se non quello dei muscoli. Obama e la Clinton fecero di tutto per ostacolare la messa in onda del filmato, che fu trafugato e distrutto da un pentito dell’organizzazione di Julian Assange. La principale “talpa”  dell’intera vicenda, il soldato Chelsea Manning, fu rinchiusa in isolamento durissimo per oltre tre anni e infine condannata – proprio nei giorni in cui un altro scandalo di orwelliana memoria turbava la presidenza, il Data-gate –  a trentacinque anni di prigione.

Il background culturale del consenso.

Nel suo libro L’audacia della speranza, Barack Obama si descriveva come un test di Rorschach – il famoso esperimento psicologico dove alle persone viene mostrata una serie di macchie d’inchiostro, e chiesto di identificare ciò che in esse si vede. Non c’è una risposta giusta. Ma ogni risposta, a suo modo, dovrebbe rivelare le ossessioni e le ansietà del paziente.

Uno degli aspetti più interessanti della storia d’amore tra Obama e la sinistra europea non sono le delusioni – che non potevano non arrivare, viste le premesse – quanto la perdurante devozione, culturale e comunicativa, per questa storia d’amore, nonostante le delusioni.

Secondo un sondaggio commissionato nel 2011, in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna oltre il 70% degli intervistati dichiarava di aver fiducia che Obama avrebbe “fatto la cosa giusta in politica estera”, a confronto del 19% riportato nel 2008 riguardo le politiche di Bush.

Nell’Obamafilia degli europei – come l’ha definita lo scrittore Gary Younge -, specialmente degli europei di centro-sinistra, c’è qualcosa di più profondo e se vogliamo più inquietante della semplice fiducia simbolica nel primo Presidente Africano-Americano, proveniente da una minoranza storicamente oppressa, che ha sostituito il più mostruoso fenomeno da baraccone mai generato dal Texas. Qualcosa che  sembra mostrarci più le debolezze della cultura politica continentale che i meriti di Obama stesso. Sembra che prevalga la voglia di fantasticare su di un leader carismatico, infinitamente più affascinante, abile nell’oratoria, e persuasivo di qualunque altro politico europeo, a dispetto della reale sostanza della sua politica – interna come internazionale. Non c’entra qui il discorso dell’alternativa – dall’altra parte ci sono gli orridi Repubblicani – quanto quello della suggestione culturale, e del mutamento antropologico avvenuto in questi ultimi venti e trent’anni nella medio borghesia di sinistra.

Obama conquista le prime pagine di tutti i giornali quando parla di controllo delle armi e di innalzamento del salario minimo da $7,25 a $9, e l’europeo applaude, senza sapere o voler capire che anche $9 dollari sarebbero una miseria, per gli standard americani, se non fosse che la maggior parte dei salariati più poveri non sanno nemmeno cosa voglia dire “salario minimo”, in un sistema che si basa interamente sulla barbarie delle mance e sull’economia in nero, e con un esercito di clandestini senza documenti ricattati da uno sfruttamento infame, con la minaccia della deportazione in qualunque momento, per una politica migratoria che in cinque anni Obama non è riuscito o non ha avuto interesse a modificare.

Durante la presidenza Obama i sindacati hanno toccato il loro minimo storico: appena l’11% di rappresentanza nelle imprese private; la spesa per i servizi segreti ha raggiunto l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari e per giustificare gli attacchi illegali con i droni in Africa  il Dipartimento di Stato è arrivato a citare nientemeno che una dichiarazione del 1970 usata per giustificare il bombardamento segreto della Cambogia – eppure niente riesce a scalfire il boato di entusiasmo alla notizia che, durante la presidenza Obama, la Corte Suprema ha sanzionato la definitiva legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ogni foto partorita dalla pagina Facebook della Casa Bianca – dopo un’accuratissimo lavoro di selezione, controllo, confezionamento – diventa immediatamente virale, come se non fosse un frutto dell’Establishment che decide il destino dei due milioni di immigrati espulsi ogni anno o degli incarcerati a Guantanamo, ma un segno di spontaneità. E’ cosi’ che il Soft Power si è reso più digeribile alla classe media: non ha bisogno di slogan per l’obbedienza: basta che appaia più familiare alla nostra quotidianità.

Nel Novembre 2012, all’indomani della rielezione di Obama, una foto raffigurante il Presidente americano nell’atto di abbracciare la moglie Michelle, con una didascalia molto semplice: “Four More Years”, demolì qualunque record di diffusione nei social media. Venne ri-postata due milioni di volte su Facebook, oltre un milione su Twitter. Qualche ora prima, al momento di annunciare la sua vittoria, Obama aveva detto, rivolto a Michelle: “Non ti ho mai amato così tanto”.

Il successo mediatico di Obama non si spiega soltanto con un’opposizione impresentabile e un passato recente terribile, ma è il frutto di anni in cui molte aree di conflitto sono state prosciugate da un benessere diffuso in modo iniquo; anni di smarrimento ideologico per i partiti di sinistra incapaci di trovare una piattaforma comune con i movimenti di protesta; anni in cui il radicalismo universitario è stato ridotto al silenzio dalla crisi che costringe tanti a lavori umilianti e deprimenti, mentre città come New York e Los Angeles venivano trasformate in costosissime vetrine militarizzate per il piacere di investitori e turisti – la polizia ha addirittura un ufficio alla New York University, a prevenire eventuali disturbi alla circolazione sulla Quinta Avenue.

E soprattutto, anni in cui la working class, seppur maggioritaria nei numeri, si è trasformata in spettro a livello politico e culturale e mediatico. Ha trionfato al suo posto l’ironia postmoderna, il sarcasmo hipster, il vacuo consumismo narcisista à la Sex & The City imitato da moltissime freelancer europee senza nemmeno la bozza di un contratto, mentre gli scioperi e la classe operaia venivano percepiti quasi come una presenza aliena, un disturbo estetico, un Altro da respingere con fastidio e quasi ribrezzo.

Mentre l’Europa in stallo economico si provincializza -e americanizza- sempre di più, sognando oratori plastificati, metropoli iper-controllate (vedi il percorso di Londra, Barcellona, Berlino, Milano…)  e ignorando ciò che avviene al di fuori dalla sua fortezza, l’America si europeizza sempre di più nella progressiva accettazione della propria decadenza: non più New York (o Roma) ma Costantinopoli: uno spettro dell’Impero che fu, ancora ansimante e con un forte potere decisionale, e che tuttavia continua a irrorare il suo fascino nei bifolchi che lo frequentano – quasi sempre per i motivi più sbagliati.

Le due sponde.

Secondo Zucconi e la maggior parte dei corrispondenti italiani de’ sinistra a New York, il mio è una tipo di anti-americanismo viscerale e cieco. Me ne farò una ragione: vivo a lavoro qui da due anni e non ho sentito un solo americano dirmi che ero troppi “anti”.

Ma perché devo considerare buono e giusto, tanto per dirne una, che la Clinton – icona femminista del XXI secolo – baci e abbracci un criminale di guerra come Kissinger – uno che pianificò scientificamente il golpe in Cile, appoggiò apertamente il regime di Videla in Argentina, mentì al pubblico sull’uso di armi chimiche in Vietnam e sul bombardamento segreto della Cambogia – senza che nessuno dei sopracitati fans obamiani protesti, o faccia una riflessione sui nostri tempi?

E perché quando Murdoch e Bloomberg fanno comparsa in un ristorante da tre stelle Michelen c’è la fila di ragazze che vogliono farsi una foto con loro, mentre quando Berlusconi strinse la mano a Gheddafi  – rifiuto ogni tipo di autoritarismo, ma come ignorare il passato coloniale e monarchico che ha preceduto il dittatore libico? – mi sono dovuto sorbire l’editoriale sarcastico dei Serra, dei Sofri, dei Merlo?

Non ci appartengono, nemmeno per sogno, i deliri dei nostalgici che si sono precipitati da Assad in segno di solidarietà contro l’Impero. Ma perché devo farmi fare la lezioncina sul “nazismo” di Putin – che tra i tanti orrori almeno ha contribuito a dimezzare il numero di poveri in Russia – dai cantori del “guerriero riluttante” Obama, mentre questo paese è alleato con vere e propri lager a cielo aperto come l’Arabia Saudita e il Qatar, dove uno dei giochi preferiti dei ricchi è scannare gli immigrati come polli?

La verità è che il moralismo di questi liberal si attiva solo quando glielo impone l’agenda dei loro padroni (invisibili, come tutti i veri padroni), e chi non ha una voce altrettanto forte non deve sentirsi intimorito né impaurito dall’essere ricacciato in un angolo.

Io non mi sento solo. Con me, anche solo virtualmente, ci sono tanti altri ragazzi, giovani e meno giovani, che protestando e lavorando in spazi minoritari non si sentono affatto turbati dall’accusa di essere troppo “anti” qualcosa. Meno che mai del loro paese: sono americani, lavorano in America e qui hanno vissuto quasi tutta la loro vita. Anche questa è l’America di Obama. Il dibattito mainstream, qui come in Italia, è totalmente tossico, ed è in mano a chi porta Saviano e Yoani Sanchez a tenere lezioni di felicità e giustizia negli atenei. La mediocrità impera tanto tra i benpensanti americani come tra quelli europei. Non illudiamoci di trovare a New York grandi dibattiti sull’Italia che prescindano dal parlare di burrata e mozzarella; proprio come in Italia raramente troveremo in tv qualcosa di meglio di un’analisi del taglio di capelli di Michelle.

La differenza, fondamentale, dolorosa, è che qui gli spazi minoritari possono sopravvivere con più aria, più fondi , più strumenti per agire e farsi sentire, senza elemosinare uno stage o una colonna gratuita in qualche blog da due soldi. Alla libreria Bluestockings di Brooklyn incontri sull’Autonomia degli anni Settanta sono frequenti e fanno il pieno anche in una uggiosa serata invernale. Professori universitari che non temono di parlare di “lotta di classe”, aggiornandola ai nostri tempi, come Joshua B. Freeman, sono letti e ascoltati senza subire minacce. I libri di storia di Howard Zinn sono ancora diffusissimi. Molte organizzazioni volontaristiche cristiane sono attive nelle metropoli e riescono a tenere lezioni sugli effetti dell’Agente Orange in Vietnam e il silenzio di Carter in piccoli centri culturali del Bronx, senza che (quasi) nessuno ne parli.

A questo punto mi piacerebbe concludere non con un’affermazione ma con delle domande: Come allearsi? Come trovare giustizia insieme, unendo i persuasi e i non-alienati tra le due sponde?  Per una nuova, più sana e feconda storia d’amore.

 

“Cielo, il mio coniuge!” (Su “genitore 1” e “genitore 2”)

in politica by

La polemica assurda della settimana riguarda il disegno di legge che mira a sostituire nel codice civile le parole “padre” e “madre” con la parola “genitore” (non con genitore 1” e “genitore 2: il legislatore, per quanto ultimamente sappia sempre meno scrivere le leggi in buon italiano, non arriverebbe a tanto disprezzo della lingua…).

Di tutte le critiche improbabili mosse al disegno di legge, la più improbabile è sicuramente quella per cui si mirerebbe a stravolgere la “famiglia tradizionale” (cioè una cosa che non esiste, ma questo è un’altro discorso) attraverso l’utilizzo del linguaggio giuridico, che dovrebbe poi magicamente passare al linguaggio comune: anche nella società non faremo più distinzione alla differenza tra padre e madre.

Ora, a questa raffinata critica possono muoversi due obiezioni:

1) E chi se ne frega se non faremo più distinzioni tra padre e madre (obiezione che preferisco);

2) Non succederà mai che il linguaggio giuridico cambi il linguaggio comune (obiezione che non preferisco, in quanto trattando, seppur latu sensu, di diritto è intrinsecamente noiosa).

Il lessico giuridico è un lessico specialistico che utilizzano, generalmente solo quando si occupano di diritto, solo i giuristi. È un lessico particolare sia perché utilizza termini tecnici (con i quali è bene essere precisi, se ti occupi di diritto) sia perché i giuristi sono dei burloni ed a volte godono a parlare in maniera stramba, per darsi un’aria da iniziati.

Nel linguaggio comune, “possesso” e “proprietà” sono termini che vengono generalmente utilizzati come sinonimi: nel lessico giuridico indicano due “cose” diversissime.

Se affidate ad un amico una somma di denaro e lui dopo un po’ scompare, sottraendovi questa cosa, i non giuristi direbbero che avete subito un “furto”: giuridicamente si tratta di una “appropriazione indebita“.

Conversando con un amico, direste mai “ho stipulato un contratto di locazione per la mia dimora“? No? Meno male! Eppure, dire “ho preso casa in affitto” nel linguaggio giuridico è un errore grossolano. A qualcuno frega qualcosa che sia sbagliato? Spero di no: credo continuerete a dire “sono in affitto”.

Se invece la casa la volete comprare, probabilmente “accenderete un mutuo”: ma nel linguaggio giuridico si dice “stipulerete un contratto di mutuo“.

Vi è mai stata “irrogata una sanzione amministrativa“? No? Invece è successo se  avete “preso una multa”, ad esempio per divieto di sosta.

Avete “prestato” una bici a vostro fratello? Non l’avete “prestata”: per i giuristi, l’avete “data in comodato“.

I termini giuridici specialistici a volte esistono da centinaia di anni e non per questo cambiano il nostro modo di parlare tra di noi. Nel linguaggio comune, dire “genitore” non prenderà mai il posto di “padre” e “madre”; così come nessuno dice “il mio coniuge“, per dire: “mio marito” o “mia moglie”, anche se il codice civile usa spessissimo quel termine.

Avete intenzione di iniziare a dire così, ora che vi ho fatto riflettere sul punto? Chiamate la neuro e fatevi ricoverare! Anzi, “interpellate la forza pubblica e chiedete un Trattamento Sanitario Obbligatorio“! Santè

Posseduta dal demonio

in società by

Verrebbe da chiedersi (e infatti uno se lo chiede) come sia possibile che nel 2013, in Italia, un quotidiano ritenga plausibile l’idea di uscirsene con un titolo come questo.
Verrebbe da chiedersi come sia possibile che l’articolo parli di possessione demoniaca senza neppure il minimo accenno dubitativo, come se si trattasse di una faccenda ufficialmente riconosciuta dalla comunità scientifica tipo il diabete o l’epilessia, e che riferisca senza fare una piega che la famiglia della ragazza ha deciso di rivolgersi a un esorcista.
Verrebbe da chiedersi se la ragazza in questione abbia già raggiunto la maggiore età, e comunque se sia in grado di comprendere chiaramente che nel suo caso sarebbe urgente rivolgersi a uno specialista, anziché attribuire lo strabuzzamento degli occhi e l’irrochimento della voce che l’hanno colta quando il suo ragazzo le ha detto di volerla lasciare all’ineffabile zampino di Satana, peraltro giudiziosamente raffigurato in una foto illustrativa, manco si trattasse del presidente della provincia.
Verrebbe da chiedersi se abbia senso, in un paese così, concepire aggravanti per femminicidio, mentre le giovani femmine vengono preparate ad affrontare le difficoltà dell’esistenza veleggiando allegramente tra i flutti spumeggianti della superstizione.
Ma soprattutto verrebbe da chiedersi se sia questa, la pancia vera del paese: quella che considera la possessione demoniaca la prima ipotesi plausibile in una circostanza del genere, che consulta esorcisti, che ne scrive sul giornale, che vende, che compra, che legge quel giornale senza battere ciglio, come se si trattasse dell’ipotesi più normale del mondo.
Perché se è così, e io temo che sia così, di strada dobbiamo farne ancora tanta.
Ma tanta, eh.

Generatore automatico di regole per disciplinare i giornalisti in Parlamento

in Generatori Automatici by

Se tanto mi dà tanto, fare refresh per ottenere nuove regole per disciplinare i giornalisti in Parlamento

I giornalisti non possono appestare Camera e Senato e scaccolarsi a loro piacimento. Vanno incappucciati in lazzaretti appositi, e per chiedere un'intervista si prostrino come si usa tra persone civili.

Le intercettazioni spiegate a mio figlio

in giornalismo by

Io non ce l’ho mica un figlio, ma se ce l’avessi e se un giorno lui, ancora piccolo, mi chiedesse papà mi spieghi che cosa sono le intercettazioni, io quel giorno gli spiegherei così.

Vedi Emiliano (io se avessi un figlio l’avrei sempre chiamato Emiliano) fino a pochi anni fa i giornali in Italia, diciamo alcuni giornali, pubblicavano i testi delle telefonate di alcune persone, e la gente comprava i giornali per leggerle. Pubblicavano, i giornali, i testi delle telefonate tra le persone che si mettevano d’accordo per fare delle cose sbagliate insieme, che la polizia però li stava ascoltando e loro non lo sapevano e poi li arrestavano. E il giornale pubblicava questo testo magari prima che poi li arrestavano e tu dicevi “Ecco, lo vedi? Han fatto bene ad arrestarlo (poi)!”.

E poi a un certo punto i giornali, alcuni giornali, pubblicavano anche le conversazioni di telefonate di persone che forse erano cattive o forse no e dicevano delle cose brutte, ma non si capiva mica tanto bene se si stavano mettendo d’accordo per fare qualcosa di sbagliato oppure eran li che dicevano solo delle sciocchezze. Per esempio pubblicavano le conversazioni di uno che diceva a un suo amico che gli piaceva un’altra donna, anche se era sposato con sua moglie. Cose così insomma. Cose private.

Vedi figliolo c’è stato un tempo in cui anche tuo padre leggeva le intercettazioni sui giornali. Tutti i giorni. A volte anche 2, 3 volte al giorno. Non guardarmi così Emiliano, era giovane il papà allora, cosa ci vuoi fare. Insomma a volte papà leggeva i giornali delle intercettazioni, quei giornali che la mamma si arrabbia se li leggi.

Comunque.

Comunque Emiliano un giorno il papà ha letto la storia del figlio di uno che stava passando dei guai per delle partite di calcio che pensavano che eran truccate, uno antipatico forte eh, e insomma un giornale ha pubblicato la storia del figlio di questo diceva che lui aveva speso tanti soldi per portare a cena in aereo a Parigi questa giornalista, che a lui gli piaceva, ma lei gli aveva detto no grazie.

Questo, figliolo, che una signora ti dica no grazie, questo prima o poi capita a tutti, ma se capita a te nessuno lo scrive in prima pagina, perché è una cosa tua personale. Perché vedi figliolo portare fuori a cena una signora, anche se sei sposato, non è un reato. È sbagliato forse, è poco elegante, ma non è un reato. E quindi secondo me il giornale non deve scriverlo, perché son cose sue private, e devono restare tra lui e lei (e la moglie,  forse).

E poi altre volte i giornali pubblicavano le intercettazioni diciamo dei reati, e vicino delle altre intercettazioni delle stesse persone che non parlavano di nessun reato, ma che facevano fare la figura dei cattivi a queste persone che alla fine la gente diceva “Ecco vedi, uno così deve essere colpevole per forza!”.

Perché vedi al mondo non ci sono mai solo i buoni buoni da una parte e i cattivi cattivi dall’altra. A volte lo so che è strano, ci sono i colpevoli che ti sembran tanto simpatici e quelli antipatici che invece non hanno fatto niente di male. E un giorno, quando sarai un po’ più grande, anche tu vorrai leggere una intercettazione, lo so. Non ti devi vergognare. È normale alla tua età.

Ma cerca di ricordarti quando sarà la prima volta, che non ti devi preoccupare se un calciatore al telefono insulta la memoria di un servitore dello Stato, perché saranno tutti molto pronti a puntargli  il dito contro e a dirgli “cattivo!”. Preoccupati invece quando un politico, senza bisogno di essere intercettato, dimostra di non capire bene chi sono i servitori dello Stato, e non tutti punteranno il dito.

Le pere con le mele

in internet by

Detto che non sono uno di quelli che non badano -o dicono di non badare- alle classifiche e che snobbano -o sostengono di snobbare- i premi e i riconoscimenti, mi corre l’obbligo di svolgere -pur con stima per Gianluca Neri che lo organizza- qualche considerazione sull’ultima edizione del Blogfest.
Anche quest’anno, come sempre, la manifestazione è stata piacevole, interessante, divertente, insomma bella: tant’è che il week end di fine settembre a Riva del Garda continuerà ad essere un appuntamento al quale parteciperò con piacere. Però, devo dirlo, il cambio di prospettiva che ha condotto gli organizzatori ad abbattere definitivamente la distinzione tra siti e blog mettendoli tutti nello stesso calderone -e quindi facendoli concorrere tra loro all’assegnazione degli stessi premi- non mi ha convinto per niente.
Prendete noi di Libernazione e la categoria in cui eravamo candidati, per esempio: non ci fossimo trovati di fronte il Fatto Quotidiano o Dagospia non avremmo vinto ugualmente -il che, a occhio e croce, dovrebbe dissipare il dubbio che stia scrivendo questo post perché, come si dice a Roma, sto rosicando-; però metterci in competizione -e mettere in competizione altri blogger come noi, da Gilioli a Tigella- con testate giornalistiche vere e proprie non mi pare abbia molto senso; così come mi pare abbia poco senso confrontare Giallo Zafferano con Leonardo, Focus con Andrea Beggi, MyMovies con Memorie di un giovane cinefilo, Vogue con The Blonde Salad, Rolling Stone con Inkiostro e via discorrendo.
Già viviamo -diciamocelo- in un’epoca in cui i blogger propriamente detti, che producono essenzialmente -e faticosamente- opinione strappando ogni giorno qualche minuto al lavoro e al tempo libero, rischiano di finire schiacciati tra i siti “mainstream” da una parte e i social network dall’altra: se poi quei blogger vengono buttati nello stesso mare delle grandi testate giornalistiche -a volte perfino multinazionali- l’esito finale mi pare quello di mortificare il lavoro che fanno; un lavoro, mi si consenta, non di caratura inferiore, ma sostanzialmente diverso rispetto a quello dei giornali online e dei portali delle grandi imprese.
Ho l’impressione, insomma, che procedere in questo modo equivalga a pesare le pere con le mele: e che avanti di questo passo i blog finiranno per essere del tutto fagocitati dai siti che non solo possono disporre di un budget, di una redazione e di un’organizzazione complessa, ma soprattutto svolgono un’attività concettualmente diversa dalla loro; e il Blogfest, di conseguenza, diventerà sempre più una kermesse per grandi marchi piuttosto che il luogo di ritrovo di una comunità di blogger.
Sia chiaro: Gianluca Neri è liberissimo di impostare come meglio crede i parametri della manifestazione che organizza -alla quale continuerò a partecipare volentieri anche così-: ciononostante, ritengo giusto dar conto a lui e agli altri -anche e soprattutto in chiave costruttiva- della sensazione dissonante che ho provato quest’anno a Riva del Garda.
Da blogger, quale sono e presumibilmente continuerò ad essere.

Pluralismo cartaceo

in giornalismo/politica/società by

Ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con gli integralisti della carta stampata, con quelli che leggono da anni sempre e solo lo stesso giornale, con quelli che aspettano con ansia amache o travagliate.

Ho sempre avuto difficoltà perché, molto spesso, gli integralisti della carta stampata sono anche giacobini di partito o, più generalmente, pretendono di essere sibille cumane della politica.

Nella mia vita ho letto almeno una volta i seguenti quotidiani: Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, L’Unità, L’Indipendente, Il Messaggero, Liberazione, Libero, Il Fatto Quotidiano, L’Altro, Avvenire, L’Osservatore Romano, Il Giornale, Il Secolo d’Italia, Il Secolo XIX, Il manifesto, La Padania, Il Foglio, Il Riformista, Il Sole 24 Ore, ItaliaOggi, Il Tempo.

Se ho letto tutta ‘sta roba non è certamente per masochismo giornalistico, benché meno per nomadismo politico. Piuttosto perché sono convinto che il pluralismo o si manifesta in un tentativo pratico di comprensione delle posizioni altrui oppure non è. Naturalmente, questo tentativo richiede un dispendio di energie non indifferente; ed è molto più comodo essere pluralisti e democratici a chiacchiere.

Perciò, non mi sorprendo quando mi capita di incontrare chi, dopo aver chiesto all’edicolante non so quale numero speciale su Marx, mi domanda, con aria tra lo sbalordito e lo sprezzante, come faccio a leggere un giornale come Il Foglio.

Il democratismo e il perbenismo chiacchierati  dai fedelissimi ed esclusivissimi lettori non mi sono mai piaciuti e col tempo ho imparato a diffidare. Questa fede e questo esclusivismo mi fanno pensare ogni volta che si abbia la necessità di nascondere una certa antipatia per le procedure e per la sostanza delle cose.          Che sono poi il sugo di ogni vero pluralismo e di ogni vera democrazia.

 

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