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Germano Nicolini

Nel nome del diavolo

in società/storia by

Mia nonna era stalinista.

Oddio, adesso non immaginatevi una compagna baffuta e autoritaria dedita a promuovere i gulag o ad affamare l’Ucraina. Pensate piuttosto a una ridanciana matrona emiliana con una fede profonda nel comunismo di stampo bolscevico.

Non so nemmeno fino a che punto fosse cosciente della situazione reale in Unione Sovietica, ma ricordo perfettamente la nostalgia con cui, nei tardi anni ’90, ad ogni apparizione televisiva di Berlusconi o D’Alema sospirava affranta “Ah, se ci fosse ancora Stalin”. D’altronde, con due cugini socialisti assassinati durante i terribile scontri del biennio rosso, un padre arrestato nel cuore della notte e fucilato alcuni giorni dopo dalle autorità fasciste, un fratello partigiano ucciso in un agguato a soli 19 anni e un altro fratello a marcire in un qualche campo di concentramento dell’est Europa, be’, converrete con me che il sol dell’avvenire nel suo caso fu quasi una scelta forzata.

Così, un comunismo tira l’altro, crebbi anch’io in seno a certe ideologie e, soprattutto, nel mito della guerra partigiana. Passata un’infanzia fatta di racconti sull’epica della Resistenza, attraversai un’adolescenza dedita alla lotta di classe (lotta che corrispondeva più o meno a scrivere sul giornalino scolastico articoli zeppi di parolacce) e, una volta all’università, decisi di iscrivermi all’ANPI del mio paese.

Poi, purtroppo o per fortuna, si cresce. Si impara che il mondo non è solo bianco e nero, si studia un po’ meglio la storia e si apprende qualcosa in più sulla natura ambigua dell’essere umano. Il grande mito della Resistenza che aveva nutrito la mia infanzia e la mia adolescenza acquistò così i tratti amarissimi del relativismo esistenziale, nella cui morsa, ahimè, non si capisce più una mazza di niente.

Penserete giustamente che fregacazzi della mia biografia, ma tutto questo pippone per dire che negli anni infelici della mia disillusione un punto è sempre rimasto fermo: quello del comandante partigiano Germano Nicolini, al Dievel. Curioso soprannome il suo, che i media malinformati hanno sempre tradotto con “diavolo”, mentre nel dialetto reggiano questo termine indica piuttosto uno scavezzacollo, un daredevil.

Voglio bene a Germano Nicolini non perché mi abbia insegnato i valori della Resistenza, ma perché mi ha insegnato il valore della storia e delle sue contraddizioni. Quel diavolaccio che così candidamente di fronte alle scolaresche inizia ogni suo discorso dichiarando che in gioventù era nel GUF, Gruppo Universitario Fascista. Quel demonio che è diventato partigiano perché non sopportava l’idea che i nazisti si fossero impossessati dell’Alto Adige. Quel satanasso che fermò con una camionetta americana la folla inferocita davanti alla prigione di Correggio che voleva scannare i gerarchi fascisti, poiché “ragazzi, la convenzione di Ginevra prima di tutto”. Quel belzebù che non ha mai smesso di interrogare gli amici che passarono al lato opposto, i Repubblichini, sui motivi della loro scelta.

Grazie mille Germano, per continuare a regalare a noi poveri stronzetti della Grande Pace il senso assurdo della storia. Grazie mille davvero per averci donato questa goccia di splendore.

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