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Gender

Piccoli omofobi crescono

in società by

Non so se l’episodio riportato nelle ultime ore dai giornali, in merito alla presunta discriminazione di un ragazzo omosessuale all’interno di un istituto cattolico di Monza, risponda o meno a verità. Saranno le autorità competenti (immagino che in questo caso si tratti del rettorato, perlomeno sul piano “disciplinare”) ad accertare la verità dei fatti, in un evento che rischia di essere un scusa come un’altra per fare un po’ di casino e giocare agli indignati.

Ma chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo, dall’elementari in su, sa perfettamente che la vita di bambini e adolescenti timidi, effemminati, o persino omosessuali in nuce è caratterizzata da una discriminazione costante  – non saprei come chiamarla altrimenti – da parte dei compagni di classe, sempre pronti a deridere il “diverso” di turno per il solo fatto di essere, appunto, diverso – un discorso che vale anche per le ragazzine “maschiaccio”, quelle che non vogliono vestirsi da fatina e preferiscono giocare a calcetto. L’odio dei bambini è purissimo proprio perché fondato su un’ignoranza assoluta, incontaminata: “frocio”, “finocchio”, “culattone” e varianti varie sono appellativi costanti in quella jungla istituzionalizzata chiamata ricreazione.

Senza voler scadere negli estremi (a volte pretestuosi) dell’ideologia gender, rimane comunque lecito domandarsi da dove provenga tale atteggiamento discriminatorio. Affermare che questo sia insito nel bambino è abbastanza assurdo, così come sarebbe insensato riportare tutto a un semplice discorso di propensione: i bambini sono malvagi, lo sappiamo, ma perché la loro cattiveria si indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra? Supporre che vi sia qualcos’altro dietro, che alla base vi sia un discorso più grande che coinvolge, guarda un po’, gli adulti, è tanto scontato quanto inevitabile. Il che ci dovrebbe spingere a considerare il presunto episodio del ragazzo di Monza come la manifestazione caciarona e un po’ grottesca di una situazione generalizzata che, purtroppo, non riguarda solamente le solite teste di cazzo cattoliche. L’ignoranza incontaminata di cui  sopra forse tanto incontaminata non è, soprattutto più in considerazione del fatto che bambini e ragazzi sono sottoposti a un processo di socializzazione costante che continua fino alla fine dell’adolescenza, al termine delle scuole superiori.

Bisognerebbe dunque rivedere il problema dell’omofobia come un discorso più ampio, una questione che coinvolge una fetta della popolazione di portata decisamente maggiore rispetto alla tanto criticata minoranza bigotta – le sentinelle in piedi o i pretucoli infervorati di campagna. Considerazioni che si dovrebbero fare a scanso di qualsiasi umanesimo di facciata: non si tratta di insegnare ai nostri figli ad amare i gay (come non dovremmo insegnare loro a piangere per i negretti che muoiono di fame, gli handicappati dal visino triste o la mamma di Bambi; queste puttanate dell’amore universale lasciamole a Gesù),  quando di educare alla rispetto della diversità, nell’ottica di un rispetto più generale nei confronti delle scelte altrui. Piccolo mio, se al tuo compagno di classe piace giocare alle Barbie e un giorno gli piacerà pure prenderlo in culo, lascialo fare che tanto a te non cambia nulla. E vedi di non scassargli la minchia.

Dietro ogni scemo c’è un villaggio, diceva il poeta. E dietro ogni piccolo omofobo c’è una comunità.

Il Sistema Fusaro

in cultura by

Ragionando di filosofia, uno che ne capiva abbastanza ha detto una volta che essa “è necessariamente sistema”. Ora, nell’Italia del 2015 pare che la filosofia sia tornata di moda: i festival a tema spuntano come funghi e non c’è talk televisivo che si faccia mancare la presenza fissa del filosofo in studio. Filosofi, insomma, come se piovesse. Di sistemi filosofici, tuttavia, neanche l’ombra.
Eppure, forse, non tutto è perduto! Fortuna vuole che, dallo schiamazzo del circo mediatico-filosofico, una voce si levi, forte e chiara, al di sopra delle altre. La voce di un giovane Filosofo (con la f maiuscola), un sistematico per vocazione, giacché – per sua stessa ammissione – ‘allievo indipendente’ di Hegel e di Marx. Il suo nome è Diego Fusaro.

È un Sistema, quello fusariano, che per rigore logico e ampiezza di Weltanschauung fa vacillare al confronto, come castelli di carte, le costruzioni dei suoi stessi maestri (indipendenti). Tutto si tiene, nella logica implacabile del Nostro. Di seguito, ecco un breve e inevitabilmente incompleto compendio del suo pensiero.

Il Sistema Fusaro muove da una transvalutazione di tutti i valori. In pratica, alcune cose sono buone e altre sono cattive, inerentemente. Tra le cose cattive figurano, in ordine sparso: i numeri, il calcolo, il metodo scientifico e la scienza e in particolare l’economia – ma ogni disciplina che faccia uso di strumenti matematici è guardata con sospetto, per ovvie ragioni (v. alla voce ‘numero’) – il capitalismo e il (neo-)liberismo, l’inglese, la teoria gender, due anni (ma solo questi due) del Novecento, vale a dire il 1968 e il 1989, e naturalmente l’Euro e l’Europa.

Tra le cose buone ci sono: la filosofia e la cultura umanistica, i selfie, l’abbronzatura, Giovanni Gentile e il liceo classico, il mare (“immagine mobile della libertà”), Marx, i festival filosofici, la Gabbia di Paragone, gli avverbi formati col nome di un filosofo tipo heideggerianamente.

A grandi linee, la logica del discorso fusariano procede come segue: si prende una cosa a caso (un fatto di cronaca, una persona, un’invenzione tecnologica, una teoria, una frase), meglio ancora se proveniente dal mondo della sinistra e del marxismo, e si mostra che – una volta squarciato il velo di Maya dell’illusione borghese – essa non è altro che l’ennesimo, maleodorante tentacolo della piovra capitalistica. La strategia si adatta, con lievi variazioni, ai casi più disparati, tipo Tsipras (qui), il gender (qui), o le proteste delle Femen (qui). Mirabolante, e meritevole di una citazione, è la sua applicazione al caso dell’iPhone:

L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.

Si noti qui come il tema del capitalismo cattivo si incroci al rifiuto della tecnica e soprattutto alla liberazione dall’oppressione del Dio-numero che tutti ci vuole asserviti alla ‘logica illogica’ neoliberista della sequenza per cui, ecco lo scandalo!, all’uno segue il due e al due il tre e così via, senza scampo. Un crescendo filosofico da capogiro.

Tornando alle cose cattive, particolarmente dannosi per Fusaro sono l’Euro e l’Inglese. Quanto al primo, il Nostro sostiene la tesi secondo la quale “[l]’euro non è una moneta: è un metodo di governo per rimuovere diritti sociali e del lavoro. E’ il trionfo del capitalismo assoluto”. A chi volesse alzare il proprio borghese ditino per sottolineare la contraddizione di una moneta che però non è una moneta, sfuggirebbe – suppongo – l’ovvietà per cui il principio di non contraddizione è esso stesso nient’altro che una delle maglie della camicia di forza neoliberista. E, si badi, Fusaro potrebbe tranquillamente darci una spiegazione tecnica del perché l’Euro è così letale per i popoli europei. Potrebbe, ma se ne astiene, poiché – rischiarato dal lume della filosofia – è cosciente che agitarsi nelle sabbie mobili del discorso economico non condurrebbe ad altro che a sprofondare ancora di più nei fanghi del capitalismo (qui il testo completo):

Cari amici e care amiche, prego tutti quanti di risparmiarmi le esortazioni allo studio dell’economia. … l’economia è il problema e non la soluzione: finché si permane nel “cretinismo economico” (Gramsci) non vi può essere salvezza, giacché si permane sul terreno della reificazione e della fascinazione per cifre, numeri e calcolo.… Lasciatemi proseguire nel cammino filosofico, re taumaturghi dell’economia! 

Quanto alla lingua inglese, quest’ultima – proprio come l’Euro – è pure essa uno strumento di dominio mondialista delle masse e di assuefazione all’ideologia consumistica. Fusaro è particolarmente intransigente contro l’uso dell’inglese nelle pubblicazioni scientifiche, paradigma della “adesione supina al nomos dell’economiada parte del “clero accademico”.
L’ignaro, lo stolto, il sempliciotto non filosoficamente avveduto, potrebbe obiettare che, tuttavia, a scrivere tutti nella stessa lingua forse ci si capisce meglio e si rende la propria ricerca accessibile a un numero molto più ampio di studiosi che potranno così avvalersene a vantaggio di quell’impresa intrinsecamente comunitaria che è la scienza. Di fronte a simili bestemmie, il Nostro non potrà che scuotere il capo in segno di rassegnazione al cospetto del cretinismo di chi, drogato di ideologia capitalistica, persegue “nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.”.
Pensateci: un mondo di fisici sperimentali che pubblicano articoli sui semiconduttori in terzine dantesche, di ingegneri aerospaziali che discettano di propulsione idraulica in perfetto inglese Shakespeariano. Davvero avete ancora dei dubbi sul mondo in cui preferireste vivere?

Diciamolo pure: il pensiero fusariano è una finestra verso l’abisso che è dentro e fuori di noi. Tale è la sua complessità, tante le sfaccettature, i temi, la profondità di vedute. Impossibile darne una visione comprensiva: non basta il post di un blog, non basterebbe un libro, persino un’enciclopedia. Speriamo almeno di aver reso al Nostro l’umile servigio di presentare le fondamenta del suo Sistema. D’altronde, scriveva Nietzsche: “Io non sono abbastanza ottuso per un sistema – e tanto meno per il mio sistema”. Fusaro, invece…

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