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Quello che gli economisti non dicono

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Recentemente il chief economist della banca d’Inghilterra Andrew Haldane ha dichiarato che gli economisti non sono stati in grado di prevedere i principali andamenti economici degli ultimi anni e che, nella maggior parte dei casi, i loro modelli previsionali hanno compiuto errori grossolani. Si pensi ai paventati effetti della Brexit o al fatto che le banche centrali dei paesi più avanzati non hanno avevano nemmeno avuto il sentore della grande crisi finanziaria del 2007. Queste frasi hanno creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica britannica ormai abituata a vedere nell’economista il portatore di un verbo esatto, più precisamente un “tecnico” che “sa come funzionano  le leggi che regolano la società”.

Al contrario, come tutte le scienze sociali, la teoria economica di certezze ne ha veramente poche. Le scuole di pensiero che si contendono l’egemonia culturale sono molteplici così come i metodi di analisi applicati dai loro adepti. Le prescrizioni di policy veramente le più varie. Ogni teoria si basa su assunti rispetto al comportamento degli individui e degli attori economici (imprese, stati, banche) a partire dai quali si costruiscono dei “modelli” che tentano di spiegare le variabili economiche osservabili e di prevedere il loro andamento futuro. La fortuna di una teoria e del metodo di analisi utilizzato dipende dalla capacità di dare conto degli accadimenti del momento.  Ecco perché, ogni qualvolta ci si trovi davanti a una crisi  o a considerevoli cambiamenti economici, si assiste a mutazioni all’interno del paradigma dominante. Nei casi di grossi sconvolgimenti economici si assiste a veri e propri avvicendamenti nella teoria di riferimento dei policy makers. E’ successo nel 1870, nel 29, negli anni 70 del secolo scorso e da dieci anni a questa parte ci troviamo in una transizione all’interno della quale, come ricordava Haldane, gli economisti sono costretti ad apportare grandi cambiamenti ai modelli e alle loro ipotesi sul funzionamento dell’economia. Non sembra chiaro il punto di approdo e probabilmente ci vorranno diversi anni prima di trovarlo, però se dall’onda della crisi del 29 si è affermata la vulgata keynesiana dell’intervento pubblico in economia, dalla crisi petrolifera e dagli shock di offerta degli anni 70 ha tratto giovamento la teoria monetarista  anche la crisi recente farà segnare il passo alle convinzioni radicate a inizio millennio.

Altra grande convinzione tra il pubblico  è che quando un economista parla di dati si stia riferendo a  qualcosa di profondamente oggettivo e incontrovertibile. Senza bisogno di addentrarci in considerazioni epistemologiche complesse basta ricordare che i dati sono sempre il risultato di un metodo di raccolta il quale ha, inevitabilmente, dei limiti. Non sempre chi divulga tali dati nel dibattito pubblico riesce a darne conto. Ci sono inoltre limiti rilevanti che derivano dal modo in cui i dati vengono analizzati. Tendenzialmente gli addetti ai lavori sono ben consci di tali limitazioni così come dei limiti previsionali dei modelli, quasi mai lo sono i politici o i lettori non specializzati.

Forse il modo con cui gli economisti si sono posti al grande pubblico ha rafforzato tali convinzioni? In parte mi sentirei di affermarlo. Mi si potrebbe obbiettare che l’economista non è meno “arrogante” del medico che in tv parla di cose di cui ha competenza specifica  a un pubblico che di competenze specifiche non ne ha. Quello che però l’economista non dice è che, nella gran parte dei casi, le ricette che lui propone e che spaccia come medicine di comprovata efficacia non sono che il frutto di un’interpretazione dell’ambiente sociale. Gli economisti tendono spesso ad evitare di presentare le loro prescrizioni come politiche, tendono piuttosto a divulgarle come il risultato ineffabile e noioso dell’applicazione dei modelli a loro volta prodotto di assunzione precise.

Con ciò non si vuole sostenere che non bisogna fidarsi degli economisti o che essi siano dei sostenitori, in buona o cattiva fede, di qualche ideologia, piuttosto, sarebbe importante riportare la disciplina all’altezza morale e politica che gli compete. Ridare all’economista lo status di interprete e non di contabile gioverebbe a lui e darebbe al pubblico qualche elemento in più.

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