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Fratelli d’Italia

La vecchia Fiamma: storia della destra dall’MSI alla Meloni

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Dato che di recente è apparso un articolo sul PD di cui condivido il contenuto, in questo contributo cercherò di analizzare ciò che succede in un’altra area che “viene da lontano”: la destra post fascista.

Forse a chi legge non pare possibile ma lo scontro che si sta svolgendo in casa ex An è forse più duro di quello che si sta svolgendo nel PD. Se per gli ex comunisti, specialmente tra gli iscritti, la lotta nel partito viene percepita come una lotta generazionale, per i neri lo scontro è per lo più politico.

Tutte le parti in campo amano riscaldarsi al tepore della Fiamma, ognuna ritiene però di sapere interpretarne l’essenza. Prima però una brevissima cronistoria.

Nel 93 in pochi nell’ MSI non lessero il l’articolo di Storace sul Secolo d’Italia con grande entusiasmo. L’articolo dell’allora portavoce di Fini rilanciava l’ipotesi di una unione dei missini con altri soggetti politici conservatori e comunque di diversa provenienza politica, e poco dopo cominciarono ad arrivare i primi successi. Il 35,5% di Fini a Roma e il 31% della Mussolini a Napoli aprirono la strada all’abbraccio con Berlusconi e i moderati. Da quel momento in avanti una classe politica formata ai margini del potere entrò nel palazzo dalla porta principale e, sopratutto, ci entrò compatta.

I corridoi dei ministeri si dimostrarono però insidiosi e quel gruppo prima si logorò, poi si divise tra le braccia di Berlusconi. Il loro leader, Gianfranco Fini, pensando che il Cavaliere fosse prossimo a dipartita, iniziò un processo volto a rendere lui e i suoi fedelissimi presentabili internamente e internazionalmente. Operazione delicata che tra viaggi in Israele, denunce del fascismo e aperture alla borghesia liberale stava dando i suoi frutti. La formazione del partito il Popolo delle Libertà sembrava pertanto essere il compimento di un lavoro politico minuzioso durato quasi vent’anni. In molti rimasero delusi quando il Cavaliere decise di non lasciare. A quel punto ricordiamo lo strappo di Fini, l’autunno in cui sembrava che quel colpo potesse uccidere Berlusconi oltre che il tentativo di saldarsi a Monti. Dallo strappo con Silvio in avanti la figura di Fini ha però conosciuto un rapido declino culminato con l’esclusione dal parlamento alle politiche del 2013 (sedeva a Montecitorio dall’83).

A questo punto tre domande sorgono spontanee: Cos’è rimasto di quel gruppo dopo la morte politica del loro leader? Il processo politico cominciato da Fini può essere rilevato da qualcun altro? Esiste uno spazio politico per la Destra in Italia?

Alcuni seguirono Fini (Ronchi, Menia, Urso e Buonfiglio o come il fedelissimo Bocchino). Altri ne criticarono aspramente la scelta e si aggrapparono a Berlusconi (Gasparri, La Russa e la Meloni). Ci fu poi chi, come Gianni Alemanno, per la posizione che ricopriva, restò ambiguo. Altri ancora avevano già abbandonato Fini quando venne fondato il PDL (vedi Storace). Insomma, quel blocco granitico che aveva resistito alle molotov e alle chiavi inglesi non riuscì a resistere alle ambizioni dei suoi colonnelli.

Data la scarsa popolarità di Monti e del suo governo, oltre che dalla paura di un’epurazione preventiva dalle liste del PDL, una parte consistente degli ex AN fondarono Fratelli d’Italia e cominciarono ad opporsi al governo tecnico e alle sue politiche.

Ricapitolando: da un lato Fini, che aveva passato una vita a guardare al centro, dall’altro La Russa e Meloni che intravedevano nella crisi europea ed italiana la fine di una possibile saldatura tra la borghesia filoeuropeista e la destra popolare. Fini andò contro il muro, Fratelli d’Italia non sfondò ma prese l’egemonia di quel mondo pur senza potere accedere ai fondi della Fondazione AN. Alla fine del 2013 venne presentata da Meloni-La Russa-Alemanno la richiesta di concedere a Fratelli D’Italia il logo di Alleanza Nazionale per un anno e l’assemblea della Fondazione si espresse favorevolmente.

Nel 2014 la Meloni venne elette presidente del Partito e cominciò un’operazione di avvicinamento alla Lega di Salvini, condividendo con i lumbard molte battaglie all’opposizione dei governi Letta e Renzi oltre che contro le politiche europee.

Nel 2015 è andato in scena il penultimo atto della saga all’assemblea della Fondazione AN. Da un lato i “quarantenni” (Bonelli, Facci, Orsomarso, Santoro, Vignale e Urzì più Fini e Alemanno) che auspicavano la nascita di una associazione che racchiudesse tutte le anime della destra . E dall’altro gli esponenti di Forza Italia (Gasparri e Matteoli) e Fratelli-d’Italia-An (Meloni e La Russa) per i quali sia la destra che i moderati avevano già i loro partiti di riferimento in parlamento. I secondi l’hanno spuntata, per il momento però i 180 milioni di euro della Fondazione non si toccano.

Atto ultimo. Elezioni di Roma. Meloni rompe con Berlusconi. Rinforza l’asse con Salvini con il quale spera di costruire l’unico polo di opposizione a Renzi a destra. Cip e Ciop sono convinti che i becchini abbiano già l’indirizzo di Arcore. Fini , Alemanno e i quarantenni stanno con Storace( della serie a volte si ritorna amici). Certo è che tra flussi di migranti, la disoccupazione elevata e l’Europa in cortocircuito la fiamma potrebbe tornare ad ardere. In Francia la destra avanza, in Grecia e nella penisola iberica no. In Italia? Vedremo.

La serietà del pisello e della patata

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Facciamo una cosa, vi va? Lasciamo da parte per un attimo la questione del plagio a Toscani (che pure non è roba da poco), mettiamoci un attimo nell’ottica dei nostri amici Fratelli d’Italia, immaginando che la supposta esigenza di indagare sull’eventualità che un bambino sia un “capriccio” abbia qualche fondatezza, e vediamo un po’ che succede.

Domanda: cos’è che qualifica il desiderio di un figlio come “capriccio” o come aspirazione “seria”? Io direi, a occhio e croce, l’intenzione e la motivazione con le quali quel figlio viene concepito (naturalmente o mediante fecondazione assistita) ovvero adottato.
Voglio dire: se due omosessuali si trovassero a prendere un aperitivo, uno dicesse all’altro “ehi, ciccio, che facciamo ci compriamo la tv a 80 pollici o ci prendiamo un marmocchio?” e quell’altro rispondesse “guarda cippalippa, se me lo avessi chiesto ieri avrei optato per la tv, ma siccome oggi mi gira strano dai, che ce frega, andiamo a adottare un bambino, poi al limite lo diamo indietro”, allora in effetti sì, una scelta simile potrebbe essere definita ragionevolmente come “capriccio”.
D’altro canto, anche se due eterosessuali fertili fossero sdraiati sul lettino al mare, lui dicesse a lei “aho, te va un mojito?”, lei rispondesse “nun lo so amo’, er mojito m’ha rotto, cheddici se annamo a casa e me vieni dentro?” e lui chiudesse la conversazione con un bel “massì, checcefrega, almeno famo ‘na cosa diversa, poi al limite er regazzino lo damo a tu’ madre”, ci troveremmo di fronte a un “capriccio” del tutto analogo al precedente.

L’esempio, me ne rendo conto, è didascalico (del resto che volete, con gente in grado di concepire simili manifesti l’atteggiamento didascalico è indispensabile se si vuole nutrire la pur flebile speranza di cavare un ragno dal buco), ma aiuta a chiarire in modo puntuale la nostra premessa: è l’intenzione con cui si concepisce o si adotta un figlio a configurare o a non configurare l’eventuale “capriccio”, mica il sesso di chi lo fa.

Invece mi pare che i nostri amici Fratelli d’Italia la pensino diversamente.

Secondo loro, a giudicare dalle campagne che promuovono, il “capriccio” c’è solo quando ci sono di mezzo due gay: e non negli altri casi, si deve presumere, giacché altrimenti, ansiosi come sono di affermare la propria esistenza sputando sentenze a destra e a manca, si sarebbero premurati di preparare delle belle affissioni pure per stigmatizzare quelli.

Se ne deduce, dunque, che a parere della Meloni & Co. per qualificare le intenzioni degli aspiranti genitori come “serie” e non come “capricci” siano necessari e sufficienti i seguenti requisiti:

1. il pisello;
2. la patata;
3. l’atto materiale di infilare il primo nella seconda;
4. qualche vigoroso movimento ondulatorio-sussultorio avanti e indietro;
5. l’accortezza di non adoperare il preservativo, né la pillola, né la spirale, né il diaframma, né il coito interrotto.

Quelli che fanno così, a quanto pare, sono automaticamente “seri”. Cioè per loro i figli non sono “capricci”, ma scelte consapevoli: e a garantire quella consapevolezza non è mica il loro atteggiamento verso la paternità e la maternità, né la cura e l’attenzione con cui intendono interpretare il ruolo genitoriale, ma il mero possesso di un ammennicolo di carne che diventa duro quando lo si agita e di un anfratto, altresì carnoso, che al momento opportuno si lubrifica un po’.

E così siamo a posto, no?

La matematica non è un’opinione; l’inferenza, a volte, sì

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Me ne tornavo bel bello da 800 grammi di pizza di Roscioli, quando ho letto questo tweet che diffondeva i risultati delle Primarie Delle Idee organizzate lo scorso weekend da Fratelli d’Italia – Centrodestra Nazionale.

"Ritwittato da Fabrizio Bracconeri" è una voluttà da fine gourmet
“Ritwittato da Fabrizio Bracconeri” è una voluttà da fine gourmet che spero possiate cogliere

L’analisi fatta dall’utente sembra fornire un dato molto interessante, e cioè che più dei tre quarti degli elettori di Fratelli d’Italia vogliono che sia inserita la storica fiamma di missina memoria nel simbolo del loro partito.

Perché dico “sembra”? In effetti è vero che, se si sommano i voti ottenuti dai simboli che contengono la succitata fiamma, si giunge alla percentuale del 77.9%. Ma non notate nulla di strano? No che non lo notate, anzi, probabilmente state pensando “ecco, vedi, sono sempre i soliti fascisti demmerda!”.

E allora ci penso io a voi. Quelli qui sopra erano gli otto simboli tra i quali si poteva scegliere. Gli unici otto simboli tra cui si poteva scegliere. E, tra questi otto, sei contengono la fiamma. Sei diviso otto fa 0,75, cioè… il 75%. A questo punto, miei giovani amici, penso vi sia chiaro che l’analisi “il 77.9% dei votanti vuole la fiamma nel simbolo” ha la stessa profondità della battuta che mi faceva mio zio, unico fratello di mia madre, quando io, unico figlio di sua sorella, ero bambino: “sei il miglior nipote che ho!”.

Tutto questo mi fa venire in mente due riflessioni. La prima riguarda un’analisi che ebbe a fare Daniele Luttazzi (o chi per lui) in un suo monologo di qualche lustro fa su Berlusconi, soffermandosi su alcuni degli stilemi comunicativi del Cav. In particolare, Luttazzi (o chi per lui) si soffermava sul fatto che, quando Berlusconi parla di cifre, utilizza sempre numeri decimali: “il PIL è cresciuto del 2,7%”, “abbiamo abbassato la disoccupazione del 3.4%”, “i comunisti hanno alzato la pressione fiscale del 5,8%”. Fateci caso la prossima volta che ascoltate lui (o chi per lui): l’utilizzo della cifra decimale rende autorevole chi parla, da subito l’idea di uno che ha studiato seriamente il tema, ed è pervenuto ad un risultato preciso. Usare il decimale parlando di cifre è garanzia di affascinare l’interlocutore, è come quando si cita Wittgenstein (che già il nome è bellissimo) “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” per darsi un tono, quando invece si vorrebbe semplicemente dire “ma statte zitto, a cojone!”.

La seconda è una riflessione legata ai sistemi elettorali. Molto spesso, quando qualcuno si lamenta del quadro politico nazionale, riceve come risposta “potevi votare qualcun altro!”. Ecco. Pensate adesso ai simboli di Fratelli d’Italia presenti sulla scheda. Il 75% di essi contiene la fiamma, e il risultato è che il 77.9% degli elettori ha votato un partito con la fiamma. Sostituite adesso “fiamma” con un termine a piacere (“cretini”, “mariuoli”, “cialtroni”, “irresponsabili”, “Amedeo Minghi”) e otterrete la XVII Legislatura della Repubblica Italiana.

Conclusione: andate a mangiare la pizza al taglio da Roscioli, quella con pachino e basilico e quella con cicoria e salsiccia sono davvero deliziose.

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