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I tatuaggi hanno rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che nel bel mezzo di una serata estiva, con l’espressione della suocera che non vede l’ora di diffondere un pettegolezzo, confessa a te e alla comitiva la sua irrevocabile decisione estetica: “Raga, a settembre mi faccio il tatuaggio”.

Siete sul terrazzo di Mario, che festeggia il suo ventottesimo compleanno. L’aria è tiepida, l’umore del gruppo bassino perché Mario è depresso per via di quella stronza della sua ex, che l’ha lasciato per un giamaicano coi rasta. “Dài, Mario, ma che ti frega? È pure vegetariana! E le vegetariane non fanno i pompini” prova a sdrammatizzare Mimmo, interrotto da una potente gomitata della Carla, che non si sa se è infastidita perché è vegetariana, perché non fa i pompini, per tutte e due o perché dài, Mario già ha il morale sotto i piedi, non infieriamo. Qualcuno aggiunge che ‘sta storia dei pompini non è vera perché una volta al mare ha conosciuto una vegetariana che… “Ah, no, scusate era intollerante al glutine” si corregge poco dopo. Nessuno ride. Sul maxischermo di Mario viene proiettato un porno giapponese.

“Sì, raga, a settembre mi faccio un tribale sull’avambraccio” dice il tuo amico con l’entusiasmo dello sfigato che sta per diventare un Fabrizio Corona dei poveri. Poi prende lo smartphone, cerca l’immagine del capolavoro che a breve sarà impresso su quella cosa rinsecchita che si ostina a chiamare “braccio”  e lo fa girare tra i presenti per dimostrare che è già tutto deciso. “Bello” dice qualcuno; “fico!” qualcun altro; “che significa?” chiede la Carla. Il tuo amico sorride: si aspettava quella domanda, la desiderava. “I guerrieri masai si facevano questo tatuaggio prima di andare in guerra; significa l’uomo è uomo, il deserto è deserto: non confonderti” spiega il Piero Angela dei tatuaggi.

Ad un certo punto,  abbandoni il grigio del muro del terrazzo, quella scritta “Stronzo chi lege e chi mi correge” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro guerriero masai. Già lo immagini in pieno dicembre a sette gradi sotto lo zero con la maglietta a maniche corte per mostrare al mondo il suo nuovo tribale. Già lo vedi atteggiarsi a gran fico in presenza di qualche ragazza alla quale offrirà rigorosamente il lato tatuato. Vedi persino le foto su facebook del suo tatuaggio e sotto una sfilza di like e di commenti  tipo “Grandeeee! Finalmenteeee!”, “Bello! E mo chi te ferma!? ahahahah”, “Noooooo! Ma è permanente???”.

Tu immagini tutto questo ma taci. Ti alzi pacatamente, ti avvicini all’amico, che sta ancora esibendo l’immagine tribale sullo smartphone, e gli tiri uno schiaffone. Ma potente. “Ma che sei matto???” urla lui toccandosi la guancia. Non dici niente, torni a sedere. La tua faccia non tradisce emozioni. Gli altri sono impietriti, intuiscono che quei discorsi sui tatuaggi masai devono entrarci qualcosa.  Sul maxischermo continua ad andare il porno giapponese.

“I tatuaggi hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “tu mi parli di tribali e guerrieri masai, uno schiaffone di rimprovero è il minimo sindacale”. Poi ti metti ad elencare.

Le magliette a maniche corte in pieno inverno per mostrare al mondo quei quattro tatuaggi di merda; gli ideogrammi tatuati sull’avambraccio o sul polpaccio e che significano “Gianfranco”; il fatto che c’è sempre qualche coglione che chiede “che significa?”; il tatuaggio delle labbra sul collo (perdio, ma avete la merda nel cervello?); i nomi dei figli; il nome della fidanzata/o; i nomi in carattere gotico; la data di nascita in numeri romani; gli animali dietro la schiena (lupi, orsi, aquile e pesci di varia natura e dimensione);  le equazioni matematiche, i versi di Ungaretti (roba come “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”), il simbolo dell’infinito sul polso (infinito come il tuo non capire un cazzo, idiota); le stelline, perdio, le stelline; il bracciale maori; le maschere maori; le tartarughe maori; quelli che si fanno i tatuaggi delle star; quelli che si tatuano le frasi delle canzoni tipo “La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia”; quelli che si tatuano gli aforismi in latino anche se non sanno manco che cazzo significano; quelle che si tatuano un tribale sul fondoschiena (che se te lo puoi permettere va pure bene, ma se hai un culo che fa provincia…);  gli angeli che manco in una chiesa barocca; le ali sulla schiena; il fatto che tra quarant’anni avremo un esercito di nonni e nonne pieni di fottuti tatuaggi.

Non vola più una mosca. Mario, che era depresso, sembra essersi ripreso e ti guarda compiaciuto. Pure a lui i tatuaggi stanno sulle palle. Il tuo amico guerriero masai non capisce, prova a sdrammatizzare dicendo che sei il solito rompicoglioni. Ride addirittura. Allora capisci che è tutto inutile, che il tatuaggio se lo farà comunque. E che ne verrà un altro, poi un altro ancora. “Sì, i tatuaggi hanno proprio rotto il cazzo” sussurri a Mario. Poi finalmente arriva sua mamma con la torta e si canta tutti insieme “Tanti auguri a te”.

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