un blog canaglia

Tag archive

Francia

Il più probabile prossimo presidente della Francia

in politica by

Siamo nel 2016 e la democrazia non ha finito di sorprenderci. Ieri in Francia si è svolto il primo turno delle primarie per la designazione del candidato della destra e del centro per le elezioni presidenziali del 2017. Con una sinistra francese in dirotta e un’estrema destra molto forte, il ballottaggio del 2017 si dovrebbe giocare tra Marine Le Pen e il candidato della destra, motivo per cui queste primarie hanno suscitato parecchio interesse con la partecipazione di oltre 4 milioni di elettori.
I candidati erano 7, c’erano due grandi favoriti ed ha stravinto un terzo, François Fillon.

francia

Sarkozy, il ritorno perdente
L’ex-presidente Sarkozy aveva detto che si sarebbe ritirato della vita politica dopo la sua sconfitta contro Hollande nel 2012 ma a fine 2014 cambia idea e riprende la guida dell’UMP, il principale partito di destra, per poi annunciare la sua candidatura per le presidenziali. Forte della sua esperienza e appoggiandosi su una base di tifosi fedeli, Sarkozy pensava di essere il candidato naturale della destra per il 2017. Costretto ad accettare l’organizzazione di primarie, il primo turno doveva permettere di scegliere il candidato che lo avrebbe sfidato al ballottaggio. Risultato: il 21% dei voti ed un terzo posto che ha il sapore amaro di una medaglia di legno.

Juppé, l’anti-Sarkozy in crisi
Juppé, braccio destro di Jacques Chirac, premier negli anni 90, dopo qualche anno al verde dopo una condanna per impieghi fittizi, nel 2006 torna progressivamente alla politica, Sindaco di Bordeaux poi successivamente ministro della Difesa e degli Esteri sotto Sarkozy. Nella corsa alle presidenziali del 2017, si posiziona molto presto come l’anti-Sarkozy, a favore di riforme radicali ma garante di una repubblica inclusiva e tranquilla quando l’ex-presidente guarda verso l’estrema destra per contrastare Marine Le Pen. Di conseguenza Alain Juppé piace e diventa per tutta la campagna il principale challenger di Nicolas Sarkozy.

Chi è François Fillon
Classe 1954, François Fillon è stato il braccio destro del premier di Sarkozy per tutta la durata del suo mandato. Non un neofita quindi ma un personaggio sempre rimasto al secondo piano fino a ieri sera. Anche François Hollande lo archiviava in una discussione con dei giornalisti, “non ha la minima speranza”. Dal punto di vista del programma, lo schietto François Fillon rivendica la necessità di uno “choc”. Concretamente difende misure turbo-liberiste à la Thatcher e valori di vecchia destra conservatrice:
– fine della durata legale del tempo lavorativo
– pensione a 65 anni
– 500.000 dipendenti pubblici in meno e 100 mdi di riduzione della spesa pubblica
– riduzione all’osso del Codice del Lavoro
– modifica alla legge che apre l’adozione agli omosessuali
– stretta sull’immigrazione
Con un programma di destra che tanti ritengono eccessivo nella sua ampiezza ma sicuramente non originale nell’approccio, il discreto François Fillon ha stra-vinto un’elezione la cui importante affluenza doveva favorire un candidato consensuale, orientato verso il centro…

Da questa strana sequenza emerge un’unica certezza: François Fillon è ora il super favorito delle elezioni presidenziali francesi del 2017, fino al prossimo colpo di teatro?

In Francia la riforma del lavoro che scontenta tutti

in politica by

In Francia nessuno è contento della riforma del lavoro sulla quale il Governo ha posto la fiducia.

La riforma è partita come una riforma di ispirazione liberale, con una definizione più chiara del licenziamento in termini economici e un limite alle penali che l’azienda può essere tenuta a pagare ad un dipendente licenziato illegittimamente. La destra esultava, la sinistra era arrabbiata. Dopo una prima manifestazione, è iniziato #NuitDebout che dal 1° marzo (data di partenza del loro nuovo calendario, infatti oggi siamo il 72 marzo 2o16) cerca di liberare le menti francesi dall’oppressione neoliberista.
Di fronte alla ribellione del popolo di sinistra, la riforma è stata aggiornata e sono stati messi pezzi di socialismo dentro, per esempio: la tassa sui contratti a tempo determinato (proposta poi abbandonata ma rende l’idea). L’unico vero risultato di questa mossa è stata che la destra ha smesso di sostenere la riforma mentre la sinistra è rimasta arrabbiata.
Insomma, il disegno legislativo non è più né di sinistra né di destra ed è probabilmente anche troppo marginale per meritare il nome di riforma ma il governo deve farla passare. Non avendo l’appoggio della sua maggioranza di sinistra, è costretto a ricorrere al 49.3, la versione francese del voto di fiducia, anche se il suo uso è molto più raro (ogni mese in Italia vs 1,4 volta all’anno in Francia). Alla fine quindi, la sinistra vera rimane pura ed indignè, la destra resta in opposizione al governo che perde un altro po’ di credito e i disoccupati restano disoccupati. Ouf!

Spoiler: Hollande ha i numeri per farla passare, la legislatura è quindi salva nel pieno solco della tradizione della V Republique. Ah, il presidenzialismo!

Hollande en campagne

in politica by

Manca appena un anno e un mese alle elezioni presidenziali francesi, la Champions League della politica transalpina in termini di suspense, colpi di scena e gloria per il vincitore.

Lo scorso giovedì sera François Hollande ha giocato la prima manche per la qualificazione: una situazione quantomeno strana in Francia per il campione dopo il suo primo titolo.
Anche noi abbiamo una Costituzione, che non sarà la più bella del mondo ma dice che dopo due titoli di fila non è più possibile competere. Ne deriva che il Presidente uscente ha di solito un accesso diretto al primo giro di qualifiche (primo turno delle elezioni) con, nei fatti, una partecipazione garantita alla finale (secondo turno), con esiti sia positivi (Mitterrand 1988, Chirac 2002) che negativi (Valery Giscard d’Estaing 1981, Sarkozy 2012).
Ma allora perché Hollande deve giocarsi i play-off?
Né Libernazione né la Champions League vanno d’accordo con i sondaggi, ma per le Présidentielles è difficile farne a meno. Ecco un paio di numeri: l’85% dei francesi non si fida di lui e l’80% non vuole che il Président si ricandidi.
Di fronte ad una situazione così c’è chi lascerebbe stare, ma un Président è prima di tutto un campione con una certa idea di se stesso e del suo destino e quindi non si ferma a questi numeri da contabili e si butta nella battaglia. In fin dei conti, con una destra in crisi (ci sono più di 10 candidati alle primarie) e una sinistra divisa tra Nuit Debout (Los Indignados a Parigi) e En Marche! (il movimento socialista e business-friendly di Emmanuel Macron), François Hollande può sempre sperare di essere il candidato meno peggiore.
Prima mossa dell’operazione “remontada”: un talk-show televisivo con quattro citoyens-testimoni, tre giornalisti, il Président e argomenti caldi come lavoro, terrorismo e crisi della democrazia.
Questa forma di intervista esiste dal 1985 ed è un grande classico, spesso noioso. Dopo avere sprecato il suo capitale di fiducia, accumulato dopo gli attentati, con il fiasco della privazione della cittadinanza, e disilluso prima la sinistra e poi la destra con il progetto di riforma del mercato del lavoro, Hollande ha risposto allo sconcerto dei propri concittadini con numeri precisi e un ottimismo misurato. Meglio di niente, ma sicuramente non abbastanza per invertire la tendenza.
Come ha detto lui stesso, il suo mandato non è ancora finito e sono lunghi i mesi che lo separano da dicembre e dall’inizio della campagna elettorale; ma dovrà sfoderare una performance da fuoriclasse – e avere molta fortuna – per non essere costretto ad un’uscita di scena prematura e del tutto inedita, per un presidente al primo mandato, nella storia della Quinta Repubblica francese.

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

in società by

Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

La vittoria di Marine Le Pen – Che succede in Francia?

in politica/società by

Il grande successo del Front National nelle regionali tenutesi ieri in Francia non è da attribuire ai soli fatti di Parigi.

Da anni si cova infatti nel paese un malcontento generale, che ha investito in particolare la presidenza Hollande sin dall’inizio della sua presidenza: in una situazione di crisi economica generale, il presidente socialista è stato accusato di essere poco “deciso” nei suoi interventi di risanamento, soprattutto per quanto riguarda il dato occupazionale. La disoccupazione non hai smesso di crescere negli ultimi sette anni, passando dal 7,1% nel 2008 al 10,2% nel secondo trimestre di quest’anno.

A poco sono servite riforme sociali di stampo liberale (come nel caso del matrimonio gay), o un interventismo militare diffuso di vecchio stampo gaullista (Libia, Mali, Centrafrica, Siria): nel 2013 il presidente francese era riuscito a toccare il record negativo di popolarità, scendendo al 23% dopo un solo anno di mandato. In un paese “tradizionalmente” di destra, il placido Hollande sembra più versato per gli scandali amorosi che per la guida di una nazione in difficoltà, difettando così di quella risolutezza tipica dei grandi leader della Quinta Repubblica.

Sull’altro versante, l’UMP (il partito di centro-destra, recentemente ribattezzato Les Républicains) non se l’è passata di certo meglio: una lotta intestina per la guida del partito durata mesi e mesi ha fatto sì che l’unica soluzione di compromesso possibile fosse il ritorno alla dirigenza di Sarkozy, odiatissimo da buona parte dei Francesi – sebbene non quanto Hollande – per una presidenza considerata troppo mediatica e populista, se non addirittura “berlusconiana”.

In questo clima di sfiducia generale verso i partiti tradizionali, la figura di Marine Le Pen ha assunto un’aura quasi messianica agli occhi di chi ancora sogna un ritorno alla grandeur francese del passato. Rompendo i rapporti con l’ormai senilmente imbarazzante padre, e rinunciando ad alcuni dei toni più estremi della vecchia ideologia del Front National (ad esempio l’antisemitismo), la Le Pen si è presentata come la potenziale leader europea di tutti i movimenti nazionalisti del continente. Con la giovane e bella nipote al fianco, Marion Le Pen, la leader del FN rappresenta il volto nuovo della destra (estrema?) europea: la lotta all’invasione degli stranieri e all’ingerenza di Bruxelles ha ora il suo punto fermo in una donna colta ed elegante.

Vi è poi un dato puramente regionale: le regioni del nord (ad eccezione della Bretagna) così come quelle del sud (soprattutto la Provenza) sono ormai da anni nelle mani del FN, e, da questo punto di vista, i recenti risultati non dovrebbero sorprendere. Quel che sorprende invece è che buona parte degli elettori di destra del meridione di Francia sono italiani e arabi di seconda o terza generazione. Insomma, figli e nipoti di immigrati.

In tutto questo, bisognerà dunque capire quale sarà il peso effettivo del Front National a livello nazionale alle elezioni presidenziali del 2017, in un clima generale di sfiducia nelle istituzioni e tendenze islamofobe. D’altronde il tempo è ancora tanto, e le carte in tavola possono cambiare in maniera radicale da un momento all’altro. Recentemente i sondaggi hanno premiato Hollande, per la prima volta dall’inizio della presidenza, per la reazione decisa nei confronti dell’ISIS subito dopo gli attacchi di Parigi. Dall’altro lato, Sarkozy sta pian piano ricostruendo il suo partito, mantenendo però questa volta un profilo basso sul piano mediatico per non incorrere nelle pesanti critiche del passato – meno Carla Bruni, più politica.

Tutto questo basterà a riportare la bilancia sul bipartitismo tradizionale francese, escludendo così il rischio ballottaggio nel 2017 col FN? On ne sait pas, staremo a vedere.

Francia, patria della democrazia e della libertà

in società/storia by

Si è parlato molto in questi giorni del valore della Francia come culla di principi democratici e libertari. A seguire dunque, 10 fatti storici che illustrano perfettamente l’attitudine d’Oltralpe al rispetto della vita e della libertà degli individui.

  1. 2 novembre 1793: la drammaturga Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina, viene ghigliottina per ordine del tribunale rivoluzionario, a causa delle accuse di violenza che la scrittrice aveva rivolto pubblicamente a Robespierre.
  2. 2-3 maggio 1808: il generale napoleonico Gioacchino Murat ordina di catturare e fucilare i popolani e contadini di Madrid che si erano ribellati all’invasione francese. La sommossa e la successiva repressione causano migliaia di morti fra le fila spagnole.
  3. Settembre-ottobre 1880: Pëtr Il’ič Čajkovskij compone l’Ouverture 1812, brano che nelle intenzioni dell’autore doveva commemora la fallita invasione della Russia da parte delle truppe napoleoniche. Il tema dell’invasore francese viene rappresentato dal motivo de La Marsigliese.
  4. Gennaio-luglio 1889: la conquista coloniale del Ciad ad opera della Francia, detta “mission Voulet-Chanoine” (dal nome dei generali che comandavano il corpo di spedizione) degenera in una violenza sistematizzata nei confronti dei civili che non vogliono collaborare. La cittadina di Birni N’Konni, con circa 10.000 abitanti, viene completamente rasa al suolo.
  5. 16 e 17 luglio 1942: più di 13.000 Ebrei residenti a Parigi (di cui un terzo bambini) vengono rastrellati dalla polizia francese e condotti in massa al Vélodrome d’Hiver, per poi essere trasportati in treno al campo di concentramento di Auschwitz.
  6. Maggio 1944: il Corpo di spedizione francese in Italia, composto da soldati marocchini al comando di ufficiali francesi, si rende responsabile in Lazio dello stupro di circa 20.000 persone tra donne, vecchi e bambini.
  7. 23 novembre 1946: la marina francese bombarda il porto di Haiphong, in Vietnam, nel tentativo di riconquistare l’ex colonia dichiarata indipendente da Ho Chi Minh. Nei bombardamenti muoiono circa 6.000 civili.
  8. 17 ottobre 1961: circa un centinaio dei 15.000 algerini che stavano manifestando pacificamente per le vie di Parigi contro l’occupazione francense della loro nazione, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco e manganellate dalla polizia gaullista.
  9. 31 luglio 1968: in Francia viene votata una legge che concede l’amnistia per tutte le infrazioni commesse dai militari francesi durante la guerra d’Algeria (1954-1962). Fra queste vengono incluse le torture inflitte alla popolazione locale (alcune stime parlano di centinaia di migliaia civili e combattenti coinvolti).
  10. 10 novembre 1982: nasce la cosiddetta “dottrina Mitterrand”, che di fatto esclude l’estradizione di cittadini stranieri imputati o condannati verso paesi considerati dalla Francia non “democraticamente” idonei. In seguito, beneficeranno dell’asilo francese i terroristi italiani Cesare Battisti, Toni Negri, Paolo Persichetti, Marina Petrelli, ecc.

Liberté, Égalité, Fraternité.

Il discorso mai pronunciato di François Hollande

in politica by

Cittadine e cittadini di Parigi, popolo di Francia e tutti voi, esseri umani del mondo intero.

Mi rivolgo a voi nel momento più buio della mia presidenza, e uno dei più bui nella storia di questo Paese e dell’Europa. Ciò che è successo stanotte mi riempie il cuore di sgomento e tutti i miei pensieri vanno agli amici e ai parenti delle vittime. Voglio esprimere la mia, seppur insufficiente, riconoscenza per tutto il personale medico, per le forze dell’ordine e per ogni cittadino che ha offerto un aiuto e ringraziare tutti coloro che ci hanno espresso vicinanza e solidarietà.

Ma più di ogni altra cosa voglio rivolgermi a voi, responsabili di questo orrore, a voi che vi siete macchiati di quest’atrocità, a voi che sperate che io parli di “giustizia” e di “guerra”, io vi dico che non ci sarà vendetta, che dimostreremo che la nostra società è più forte dell’odio, che di fronte al vostro desiderio di oppressione noi risponderemo con ancor più libertà, che quando vi troveremo vi sarà garantito ogni diritto, sarete giudicati in un processo equo e, se condannati, sconterete la vostra pena e vi riaccoglieremo nella società, che non piegheremo le nostre leggi ed i nostri diritti in nome di un fantomatico desiderio di sicurezza perché la nostra sicurezza deriverà dal non cedere al ricatto dell’odio.

Faremo tutto questo perché siamo convinti che credere nel nostro modello di società, basata sul diritto e la libertà, sia migliore del vostro basato sulla violenza e l’oppressione; e lo faremo perché se persone che vivono tra noi arrivano ad odiarci al punto da commettere queste atrocità, anche noi siamo colpevoli: siamo colpevoli del fatto che loro non si sentissero parte di noi, che non siamo stati capaci di integrarle ed accettarle, che le abbiamo spinte ad ascoltare chi parla di guerra e violenza.

Questa tragedia ci mette di fronte al nostro fallimento ma non permetteremo che i nostri sforzi siano resi vani. Prendendo in prestito le parole che il mio collega Jens Stoltenberg si trovò a pronunciare a seguito di una simile sciagura, vi dico che a questo orrore noi risponderemo “non con meno apertura, con meno diritti e con meno tolleranza, ma con più apertura, con più diritti e con più tolleranza”.

Grazie a tutti voi.

Francoise Hollande (discorso mai pronunciato Venerdì 13 Novembre 2015)

Clown assassini, genesi di una psicosi

in società by

Il 10 maggio 1994, pochi minuti prima della mezzanotte, John Wayne Gacy venne giustiziato  per mezzo di un’iniezione letale nella Stateville Prison di Joliet, Illinois. Gacy, che negli Stati Uniti è noto come Killer Clown, fu condannato a morte per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 uomini (molti dei quali poco più che adolescenti) tra il 1972 e il 1978. Quando la notizia del suo arresto finì su tutti i giornali, la comunità di Chicago rimase incredula: tutti lo conoscevano come un uomo generoso e dedito al volontariato. In quegli anni John si distinse infatti per la sua attività di intrattenimento clownesco durante eventi di beneficienza. Da qui il soprannome che gli attribuì la pubblicistica.

La sua storia fece così scalpore e penetrò così a fondo nella cultura popolare americana che contribuì a formare l’immagine del clown malvagio. Si dice, ad esempio, che Stephen King prese spunto da questa vicenda per scrivere il suo celebre romanzo horror It, pubblicato nel 1986. «Sono l’incubo peggiore che abbiate avuto, sono il più spaventoso dei vostri incubi diventato realtà, conosco le vostre paure, vi ammazzerò ad uno ad uno» diceva il clown Pennywise, antagonista del romanzo. Dal libro venne successivamente tratta una miniserie televisiva di grande successo, che diede ulteriore linfa all’immaginario orrorifico e lo portò prepotentemente nelle case degli americani prima e degli europei poi.

Negli anni ’90 il tema continuò ad essere presente nella cultura pop americana. Letteratura, musica, cinema, videogames alimentarono il topos del pagliaccio assassino, che con l’avvento di Internet si diffuse a livello mondiale. Un esempio significativo: in un episodio della quarta stagione della famosissima serie animata  The Simpsons si racconta di quando Homer costruì un letto a forma di clown malvagio per il piccolissimo Bart, che terrificato ripeteva tra sé e sé «non posso dormire, il clown mi mangerà». Can’t sleep, clown will eat me divenne poi un meme Internet ed ispirò una quasi omonima canzone del cantante rock americano Alice Cooper.

La rappresentazione violenta e antisociale del pagliaccio ha trovato quindi terreno fertile nella Rete. Secondo John G. Robertson, autore del dizionario della lingua inglese Robertson’s Words for a Modern Age, il termine ‘coulrophobia’ (paura dei clown) si sarebbe propagato più sull’Internet che sulla carta stampata.  Provare per credere: fate una ricerca immagini su Google con le parole chiave “Internet clown“. I risultati  saranno in grande prevalenza raffigurazioni negative, violente, orrorifiche. Questo dimostra quanto sia effettivamente cambiato il personaggio nel repertorio dell’immaginario popolare, testimoniando inoltre il ruolo fondamentale del nuovo mezzo di comunicazione di massa nel processo di trasformazione.

Ma veniamo finalmente all’attualità. Ho appreso da un articolo de Le Monde che nel mese di ottobre sono state segnalate alle autorità francesi numerose apparizioni pubbliche di clown “assassini”, cioè di persone travestite e armate di armi in plastica (soprattutto coltelli). Episodi di questo tipo sono accaduti a Périgueux, a Liévin, a Douvrin; la maggior parte delle segnalazioni sono pervenute dal nord della Francia ed in particolare dalla regione Nord-Pas-de-Calais. Queste comparse hanno provocato un certo allarmismo tra la popolazione, ingrassato naturalmente dai titoli della stampa locale e nazionale. Così, nel giro di qualche giorno, sono nate diverse pagine Facebook anticlown e si sono formati numerosi gruppi di “cacciatori di clown”, che hanno preso a girare in alcune città francesi armati di coltelli e mazze da baseball. E non sono mancati episodi di violenza: il 24 ottobre scorso a Montpellier un uomo travestito da pagliaccio è stato aggredito da un pedone con una spranga di ferro; il giorno precedente un ragazzo mascherato aveva distrutto un’autovettura nell’Hérault. La faccenda si sta quindi facendo via via più seria.

Ma dove nasce questa nuova tendenza? A quanto pare a Wasco, California, dove una coppia di artisti travestiti da It ha cominciato a manifestarsi per le strade della cittadina americana in piena notte. Le foto, che sono state postate sui social network, hanno fatto il giro del mondo, facendo crescere rapidamente il numero di emulatori sia nel piccolo centro californiano che al di qua dell’Atlantico. In Europa, grande successo ha avuto il canale You Tube DmPRANKS, gestito da due ragazzi umbri che hanno ripreso e messo online una serie di scherzi in cui terrorizzano i passanti inscenando omicidi e violenze travestiti anche loro da clown malvagio. Il loro video più famoso ha avuto più di 32milioni di visualizzazioni.

Da quando ha cominciato a diffondersi questa candid camera horror, anche in Italia le segnalazioni alla polizia si sono moltiplicate. La fobia collettiva è cresciuta soprattutto in provincia di Perugia (dove effettivamente sono stati realizzati gli scherzi di DmPRANKS) ma anche a Modena e Reggio Emilia, e persino a Brindisi, dove i clown non sarebbero soltanto “picchiatori” ma anche “rapitori”.

Insomma, il fenomeno continua a svilupparsi (si vocifera di casi simili anche in Belgio e in Svizzera) e fa leva sull’apparato immaginativo di quella che ormai è diventata una tradizione narrativa. Per il momento, a quanto sembra, in Italia si tratta soltanto di leggende metropolitane alimentate dal passaparola sui social network, cioè di una psicosi. Ma è difficile escludere che possa trasformarsi in qualcos’altro, persino in manifestazioni antisociali violente. Del resto, non sarebbe la prima volta. E del resto il volto sformato e ghignante del clown fa maledettamente paura.

Un fisco a puttane

in economia by

“Sa, io vado a puttane… così non devo parlare di politica, di film, di Proust; quindi siamo ‘felici e clienti’ “ diceva Woody Allen in un suo vecchio film. Un desiderio, quello di non dover fondare un incontro sessuale sul reciproco affabulamento, che, stando ai numeri indicati dall’Università di Bologna, accomunerebbe circa 2,5 milioni di italiani. Un numero considerevole, come del resto quello dell’esercito dei cosiddetti sex workers, i lavoratori del sesso, che si aggirerebbe – anche in questo caso il condizionale è d’obbligo, viste le oggettive difficoltà a reperire dati affidabili – intorno ai 25-30mila operatori.

La continuità storica della prostituzione sta lì a ricordarci che si tratta di un fenomeno sociale estremamente radicato; mentre i numeri ne testimoniano la rilevanza. In Italia, l’approccio giuridico è quello di tenere un occhio chiuso e l’altro aperto: con quello chiuso si nasconde l’entità e la necessità tecnica del fenomeno; con quello aperto si scova e sanziona il cliente (peraltro, per via dell’ambiguità del reato di “favoreggiamento”, sempre più frequentemente con ordinanze sindacali). La prostituzione è infatti paradossalmente legale ma non regolamentata.

Questa tendenza impregnata d’ipocrisia moralistica – ottusa quando si vuole combattere lo sfruttamento violento; ingiustificabile quando ci si trovi di fronte ad una libera scelta – non è tuttavia peculiarità del nostro paese. Siamo in pessima compagnia. Nel novembre scorso, la sinistra socialista francese ha proposto una legge che mira a combattere la prostituzione attraverso la penalizzazione dell cliente. La proposta, che è stata votata ed approvata a larga maggioranza dall’Assemblea Nazionale, dovrà essere discussa in Senato entro il prossimo giugno. E c’è il serio rischio che diventi legge, visto che la lotta contro la prostituzione è riuscita a fare il miracolo: mettere sotto la stessa bandiera puritana Partito Socialista e UMP.

Gli unici a fare una ostinata opposizione alla proposta di legge sono stati proprio loro, i sex workers, che, attraverso lo STRASS (il sindacato dei lavoratori sessuali), sono ripetutamente scesi in piazza per difendere il diritto ad esercitare la professione in condizioni dignitose. Sempre più frequentemente, sono gli stessi operatori del sesso a rivendicare la propria condizione e con essa il diritto di essere regolamentati. Il loro messaggio è chiaro e tondo: il fatto di vendere il proprio corpo, che sia maschile o femminile, riposa sul non negoziabile principio di autodeterminazione individuale.

Se il fenomeno – in Italia, in Francia ed altrove – è limpidamente inarrestabile, anche il volume d’affari che lo riguarda non sembra subire flessioni. Lasciando da parte le organizzazioni criminali che gestiscono una buona fetta del mercato (e che certamente non si combattono con un occhio aperto ed uno chiuso), il mondo della prostituzione è pieno di lavoratori del sesso autonomi, che svolgono la professione in casa o a domicilio. Sono le (o gli) escort, professionisti che offrono servizi talvolta estremamente costosi. I clienti pagano, loro incassano e lo Stato non vede un soldo. Del resto, le escort mica corrispondono le tasse. Non tutte, perlomeno.

Prendiamo il caso di Sandra Yura, cinquantenne brasiliana dal fisico ancora giovane. Intervistata dal Corriere, Sandra racconta di aver più volte tentato di regolarizzare la propria situazione fiscale ma di essere stata puntualmente respinta. Non esistendo infatti alcuna categoria nella quale è inquadrabile la sua attività di escort, le è sempre stata negata la possibilità di aprire una partita Iva. Ebbene, nell’ottobre 2012, Sandra riceve la visita della Guardia di Finanza; senza scomporsi, dichiara di essere una escort e mostra tutta la documentazione che attesta la sua professione. In base agli accertamenti compiuti dall’Agenzia delle Entrate, nel dicembre scorso le vengono notificate sanzioni e interessi per un totale di circa 50 mila euro. In sostanza, le viene riconosciuto lo statuto di “ditta individuale” e con questo tutti i relativi oneri fiscali.

Ed ecco il paradosso: lo Stato chiede a Sandra di pagare le tasse per un’attività non regolamentata. Ciò significa che lei ha il dovere di contribuire in proporzione al suo (elevato) reddito, ma non il diritto di essere riconosciuta come un lavoratore del sesso. Quindi niente assistenza sanitaria, ad esempio. Quindi niente garanzie per i clienti. Quindi, dal punto di vista dei diritti, tutto cambia per restare come prima. Per lei, perché i suoi colleghi continueranno ad esercitare come hanno sempre fatto, ovvero al riparo dalla morale e dal fisco.

Il caso di Sandra crea un precedente e potrebbe indurre un incremento dei controlli e dunque delle sanzioni. D’altronde, in questo momento c’è bisogno di far cassa. “Come sarebbe giusto – dice la escort brasiliana nell’intervista rilasciata al Corriere -, dovrebbero fare pagare le tasse a tutte quelle che fanno il mio mestiere. Si recupererebbero un sacco di soldi per la gioia delle casse dello Stato e dei tanti cittadini che da tempo chiedono che le prostitute paghino le tasse”.

Sì, Sandra, sarebbe giusto. Ma sarebbe pure giusto che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse una partita Iva per la categoria “lavoratore autonomo del sesso”, che quel baraccone chiamato Stato non si nascondesse più dietro il dito della castità. Ché tanto ormai è abbastanza chiaro: a puttane ci va pure lui. Con la cartella esattoriale, ma ci va.

Go to Top