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Francesco De Gregori

Renoir e De Gregori

in musica by

Renoir, del 1978 è per me il più bell’album di De Gregori. La prima canzone dell’album è “Generale” che diverrà una delle sue più conosciute. Ci sono altre perle, meno note, come “Natale”, “Raggio di sole” e “Babbo in prigione”.

E poi c’è la canzone che dà il nome all’album: “Renoir”.

Anzi, in realtà ci sono due canzoni che si intitolano “Renoir” e hanno lo stesso testo. Il testo è tra i più bei testi d’amore che De Gregori abbia scritto, secondo me può parlare d’amore e nostalgia a decine di generazioni successive alle nostre non meno – pure di più, anzi – di una poesia di Catullo.

Gli aerei stanno al cielo
come le navi al mare
come il sole all’orizzonte la sera
com’è vero che non voglio tornare
a una stanza vuota e tranquilla
dove aspetto un amore lontano
e mi pettino i pensieri
col bicchiere nella mano

Chi di voi l’ha vista partire
dica pure che stracciona era
quanto vento aveva nei capelli
se rideva o se piangeva
la mattina che prese il treno
e seduta accanto al finestrino
vide passare l’Italia ai suoi piedi
giocando a carte col suo destino

Ora i tempi si sa che cambiano
passano e tornano tristezza e amore
da qualche parte c’è una casa più calda
sicuramente esiste un uomo migliore
io nel frattempo ho scritto altre canzoni
di lei parlano raramente
ma non vero che io l’abbia perduta
dimenticata come dice la gente

Però, anche se le parole sono le stesse, non si tratta di due versioni della stessa canzone ma di due canzoni differenti. Almeno la interpreto così: la prima, lenta, pensata parla di amori appena finiti che fanno male acutamente e si accompagnano a tanta tristezza. La seconda è molto più ritmata, allegra, con due voci che ripetono lo stesso testo con mezzo secondo di stacco. Parla degli stessi amori ma dopo un po’ di tempo, quando si sono cicatrizzati e li si ricorda con un po’ di malinconia (la prima voce) ma anche con il gusto e l’allegria di averli vissuti (la seconda voce).

La prima Renoir

La seconda Renoir

Nell’LP originale la prima chiudeva il lato A, la seconda apriva il lato B. Una trovata semplice ma geniale, che purtroppo si perde nei CD e nelle versioni digitali, e un po’ anche nella mia cassetta analogica piratissima registrata dall’album di uno zio.

Ora, De Gregori è uno a cui piace nei vari dischi e soprattutto nei concerti variare i testi e sopratutto la musica delle proprie canzoni. Alcuni di quelli che vanno ai concerti se ne lamentano anche perché non riescono a cantare assieme a De Gregori che cambia continuamente le canzoni. Anche a me è capitato.

In realtà è giusto che le canzoni cambino, perché cambiano anche nella nostra testa, a seconda dei nostri sentimenti del momento. De Gregori fa bene a dimostrarlo ogni volta, a farci vivere le sue canzoni non come una natura morta cristallizzata nel tempo ma come un qualcosa di vivo, che si muove e a volte ti fa pure incazzare.

Le due canzoni “Renoir” sono la rappresentazione più plastica di questo. Per questo, se penso a De Gregori penso a “Renoir”.

Auguri, Francesco.

Santé

De Gregori, la sinistra (e la destra?).

in politica by

Leggo su social network e siti vari commenti entusiasti per l’intervista data al Corriere di oggi da De Gregori.

Più che i contenuti dell’intervista mi affascinano i commenti di persone da convinzioni politiche differenti (democristiani, liberali, liberisti, montiani ed altra varia umanità che mi pregio di frequentare) ma tutte accomunate da unico pensiero politico comune: l’astio che sconfina nell’odio per qualunque cosa sia, appaia o abbia vagamente l’odore di sinistra.

Tutti esultano entusiasti alle parole di De Gregori(*) che dice di non riconoscersi più nella sinistra italiana.

Francamente, quello di De Gregori è un atteggiamento comprensibile, considerata la desolazione politica che la parola “sinistra” rappresenta oggi nel nostro Paese; molto meno comprensibile l’atteggiamento dei suoi autoscopertisi fan di oggi, che si eccitano all’idea che un'”icona” della sinistra italiana batta un colpo e critichi la sinistra stessa.

Ora, io penso che il vero problema della politica italiana non sia il disastro della sinistra, ma il deserto culturale esistente fuori dalla sinistra, in una parte della società assolutamente maggioritaria politicamente ma del tutto incapace di avere propri punti di riferimento culturali ed intellettuali e che quindi deve accontentarsi delle briciole che avanzano dal sempiterno dibattito autocritico della sinistra.

Non esistendo un dibattito culturale al di fuori di quell’area politica – basti pensare che altrove si cerca di far passare il Foglio per una pubblicazione significativa e Ferrara come raffinato intellettuale – le persone di cui sopra non hanno altra soddisfazione intellettuale che esaltare un signore che, essendosi comprensibilmente rotto le scatole di una certa sinistra, infila sul Corriere un greatest hits di banalità cicciate e ricicciate dai più triti luoghi comuni leggibili ogni giorno da almeno 20 anni sul Corriere stesso (lo sapete, vero, che sono banalità disarmanti? Non prendiamoci in giro, si che lo sapete!).

Poi vi chiedete perché la politica italiana sia catatonica? Iniziate a occuparvi di una destra inesistente (al di fuori del berlusconismo e, se vi basta il berlusconismo, auguri!) e smettetela di maramaldeggiare su una sinistra moribonda. Magari qualcosa di buono ne ricavate. Santè

 

(*) Francesco, io ti amo e continuerò ad amarti comunque. Sei sempre stato antipatico durante tutti i concerti cui sono venuto a pagarti soldi sonanti ed ho continuato ad amarti. Figurati se smetto oggi per un’intervista a Cazzullo.

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