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Sarajevo, Arabia Saudita

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“Lots of arabic men. They come with their wives, many wives. I like to make jokes, so I tell them ‘You have only three wives? You’re not a good muslim. Look at me, I have ten, I have a wife in every village all around’. You see, it’s just a joke. I’m a muslim, a good muslim, but I only have one, and it’s enough”.

L’uomo è robusto, ha gli occhi chiari e una gran voglia di parlare. Siamo al museo del tunnel, in cui hanno aperto al pubblico pochi metri della galleria di quasi un chilometro scavata tra Sarajevo e i territori liberi nel ’93, durante l’assedio più lungo della storia moderna. L’ha scavato anche lui, dice, insieme agli altri soldati, ma adesso il governo ha tolto la gestione del museo ai reduci: gli hanno lasciato la gestione del parcheggio limitrofo, uno spiazzo di ghiaia dove lasci la macchina e te la riprendi a visita completata, per meno di cinquanta centesimi. Nient’altro, per chi ha fatto la guerra. Corruzione, dice. Forse criminalità.

Sta di fatto che sono tanti, gli “arabic men” nella Bosnia musulmana. E ancora di più, per una banale questione aritmetica legata alla poligamia, le “arabic women”. Arrivi a Sarajevo, lasci le valige in albergo, ti incammini verso la piazzetta del centro storico lungo le caotiche stradine in salita e quando la scena ti si apre davanti agli occhi ti pare di essere arrivato a Ryiad. Moltissime donne neppure velate, ma col niqab nero, quello che lascia scoperti solo gli occhi, i loro mariti, suocere e passeggini al seguito. Con ogni evidenza non sono abitanti del luogo, ma arabi. Sauditi, si direbbe, o giù di lì. Le stradine del centro brulicano quasi solo delle loro famigliole, che nel fresco del tardo pomeriggio fanno la spola tra le gioiellerie che vendono argento, i negozi alla moda, i piccoli cimiteri bianchi che spuntano dietro ogni angolo e le moschee: stradine nelle quali, non a caso, è diventato difficile trovare un bar che serva una rakija. Per quella bisogna allontanarsi un po’.

Anche durante la visita al tunnel ti accorgi di essere quasi l’unico occidentale. Insieme a te, nell’auletta con televisore in cui la ragazza bosniaca introduce il documentario sull’assedio, ci sono tre o quattro famigliole che a occhio e croce potrebbero venire dal Bahrein o dal Qatar. Sono tutti preparatissimi, anticipano continuamente il racconto intervenendo in un ottimo inglese, uno addirittura si alza e dichiara solennemente “my country helped You after the war”. Basta farsi un giretto per capire quanto la cosa sia vera. A Sarajevo non c’è un palazzo, una scuola una biblioteca ricostruiti su cui manchi la targa di ringraziamento per chi ha finanziato i lavori, e nove volte su dieci si tratta di un paesi del Golfo Persico. Nessuno escluso, neppure (occasionalmente) l’Iran: anche se è chiaro che si tratta di un fenomeno quasi esclusivamente sunnita (meglio, wahhabita), e di persiano in giro non ce n’è uno.

“They come because it’s cheap”, dice l’uomo del parcheggio, “they can stay here two or three months spending the money that in their country they spend in a week”. Ragione fondata, ma che evidentemente non è né l’unica, né la più importante. Prima di partire avevi già sentito le voci sugli sceicchi che pagherebbero gli uomini e le donne del posto per (rispettivamente) farsi crescere la barba lunga e portare il velo, per non parlare di quelle sui presunti campi di addestramento di Daesh nel sud della Bosnia, al confine col Montenegro; e avevi presente la storia dei mujahideen accorsi da tutto il mondo negli anni ’90 per difendere la roccaforte musulmana nel cuore del paese dai serbi a nord est e dai croati a sud ovest. Poi, passeggiando per Sarajevo (ma anche per Mostar), leggiucchiando qua e là approfittando del wifi negli alberghi, metti insieme i pezzi che ti mancavano, e quei pezzi compongono la parola denaro. Un fiume di denaro, a occhio e croce.

Denaro non soltanto erogato dai paesi del Golfo per la ricostruzione, ma oggi investito nella creazione e il rafforzamento di un legame identitario tra l’Islam salafita e quel fazzoletto di terra, a tratti sottile come uno spago, che è la Bosnia musulmana: progetti miliardari per la costruzione di resort, alberghi e case più o meno di lusso da destinare a turisti sauditi, del Bahrein, del Qatar, in un paese che sperimenta tassi di disoccupazione spaventosi e che continua a essere schiacciato tra serbo-bosniaci e bosniaco-croati, in mezzo a spinte nazionaliste che a occhio nudo, a vederle dal vivo, sembrano tutt’altro che sopite.

L’esito, almeno per chi si ritrova a guardare le cose per come si presentano e senza neppure fare troppi collegamenti, ha profili potenzialmente inquietanti: siamo di fronte al tentativo, magari in fase già avanzata, di costruire una roccaforte jihadista nel cuore dell’Europa? Chi finanzia il complesso intreccio di criminalità e nazionalismo (ne parleremo) che riaffiora nella vicina Serbia e nella parte serba della Bosnia? Quale nuovo equilibrio può nascere, o sta già nascendo, da queste forze contrapposte? E soprattutto, quanto fragile sarà quell’equilibrio, e che ruolo potrà giocare nella difficilissima situazione legata al fondamentalismo islamico che l’Europa sta affrontando?

Interrogativi che restano aperti, almeno per chi scrive: ma che probabilmente nei prossimi mesi diventerà decisivo approfondire.

Reato di integralismo islamico for (very) dummies

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Siccome, lo ammetto, a volte vengo assalito da una curiosità morbosa, stavo dando un’occhiata alla proposta di legge della Meloni per l’introduzione del reato di integralismo islamico.
Che recita, testualmente, così:

1. Dopo l’articolo 270-sexies del codice penale è inserito il seguente:
«Art. 270–septies (Integralismo islamico) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a sei anni chiunque, al fine di o comunque in maniera tale da mettere in concreto pericolo la pubblica incolumità propugna o propaganda idee dirette a sostenere sotto qualsiasi forma:
a) l’applicazione della pena di morte per apostasia, omosessualità, adulterio o blasfemia;
b) l’applicazione di pene quali la tortura, la mutilazione e la flagellazione;
c) la negazione della libertà religiosa;
d) la schiavitù, la servitù o la tratta di esseri umani.

Quello che mi lascia a metà tra il riso e il pianto, al di là del “propugna” e del “propaganda” (che pure meriterebbero molta attenzione, perché qua siamo a tutti gli effetti nel campo del reato d’opinione), si può riassumere nella seguente domanda: dove sta scritto che chi fa le cose elencate nelle precedenti lettere da a) a d) dev’essere, come recita il titolo della norma, necessariamente islamico? Cioè: voi non avete mai sentito nessun italiano, o europeo, o occidentale, o comunque non musulmano dire che per i pedofili ci vorrebbe la castrazione, che i froci andrebbero messi al muro, che bisognerebbe infliggere delle pene corporali ai criminali particolarmente recidivi? Non forse è l’Italia, il paese in cui non si riesce a introdurre il reato di tortura perché “non consentirebbe alle forze dell’ordine di lavorare con serenità”? Non è l’Italia il paese di Bolzaneto e della Diaz, di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di Giuseppe Uva, dei sudanesi ridotti in schiavitù che crepano come le mosche nei campi di pomodori per un euro l’ora, delle nigeriane vittime di tratta strappate alle (o comprate dalle) loro famiglie, violentate e sbattute a prostituirsi in mezzo alla strada, di chi va dicendo che bisognerebbe radere subito al suolo tutte le moschee?

Facciamo una cosa: approvatela in fretta e furia, ‘sta proposta di legge sul reato di “integralismo islamico”, e dal giorno dopo iniziate ad applicarla in modo accurato, capillare e sistematico. Dopodiché, aspettiamo qualche mese e iniziamo a contare.
Ho come la sensazione che nove condannati su dieci saranno italiani.

Quando i cattolici usano gli stessi argomenti degli abortisti

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Quando diciamo che qualcuno ha subito un danno in ragione di un certo evento, intendiamo dire: uno, che esiste un soggetto definito (o un insieme di soggetti definiti) al quale (ai quali) ci riferiamo; due, che la situazione del soggetto o dei soggetti in questione dopo il verificarsi di quell’evento peggiora rispetto alla precedente; e tre, che tra l’evento e il peggioramento della situazione del soggetto o dei soggetti esiste un preciso nesso causale.
Ciò premesso, soffermiamoci un attimo su quanto vanno dicendo i nostri amici contrari alla GPA (cioè Gestazione Per Altri, meglio nota come “utero in affitto”), secondo i quali tale pratica danneggerebbe i bambini.
In particolare, poniamoci la seguente domanda: quali bambini, con esattezza, verrebbero danneggiati? Oppure, quale insieme definito di bambini?
La risposta è molto semplice: non tutti i bambini, evidentemente, ma soltanto quelli che nasceranno in seguito a pratiche di gestazione per altri.
Ebbene, come dicevamo subire un danno in ragione di un certo evento significa peggiorare la propria condizione in seguito al verificarsi di quell’evento. Il che ci spinge a chiederci: qual è la condizione di quei bambini prima che la pratica di maternità surrogata abbia luogo?
Se è vero, com’è sicuramente vero, che ogni singolo concepimento scaturisce da un unico e irripetibile incontro tra gameti (non importa se realizzato “naturalmente” o attraverso tecniche più o meno “artificiali”), si deve convenire sul fatto che la condizione di quei bambini prima che la pratica in questione venga messa in atto sia quella di non esistere.
La questione, quindi, non è che in assenza della pratica di utero in affitto quei bambini avrebbero una vita diversa, migliore e più felice: ma semplicemente che essi non vedrebbero mai la luce, o per meglio dire non sarebbero mai neppure concepiti.
Il che, anche volendo superare la contraddizione logica implicita nel dover misurare l’entità di un “danno” valutando la condizione precedente al danno stesso in capo a un soggetto che non esiste, ci conduce a una conclusione abbastanza disorientante: secondo i nostri amici cattolici è preferibile non essere mai concepiti che venire al mondo attraverso un’operazione di maternità surrogata.
Questo, in estrema sintesi, sarebbe il danno: non essere meno sereni, avere uno sviluppo più problematico, sperimentare una crescita più difficoltosa.
Il danno sarebbe semplicemente quello di nascere.
Il che è davvero curioso, anche perché in genere sono loro, non noi, che vanno in giro a sbraitare che i bimbi devono nascere sempre e comunque, indipendentemente dal fatto che siano frutto di uno stupro o siano destinati alla miseria o soffrano di malformazioni o patologie gravissime. Sono loro, che quando sentono dire da qualcuno “per quel bambino sarebbe meglio non nascere” si fanno venire le convulsioni. Sono loro che colpevolizzano chiunque si permetta di mettere in discussione, non importa con quale argomento, il supremo e assoluto valore della vita.
Stavolta no.
Stavolta, evidentemente, è lecito utilizzare il più avversato argomento degli abortisti: per quei bambini è meglio non esistere affatto che vivere così.
La questione, quindi, si sposta sul piano dei cosiddetti “valori assoluti” a quello delle valutazioni soggettive, dei giudizi di merito, delle misurazioni quantitative: meglio nascere con la sindrome di Turner che non nascere affatto, ma meglio non nascere affatto che essere il figlio di Vendola.
Siamo caduti un tantino in basso, o sbaglio?

L’utero in affitto è davvero un’aberrazione?

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Dopo giorni di discussioni, polemiche e diatribe sul numero di partecipanti al Family Day, almeno un risultato certo pare (purtroppo) acquisito: la pratica del cosiddetto “utero in affitto” viene condannata in modo ormai pressoché unanime, sia da parte di chi si straccia le vesti prevedendone un vertiginoso aumento a seguito del DDL Cirinnà (dove andremo a finire di questo passo, signoramia), sia da parte di chi nega il nesso causale, minimizza e si affretta a prendere le distanze (macché, quale utero in affitto, noi vogliamo soltanto regolamentare l’esistente).
La questione “gravidanza surrogata”, insomma, pare definitivamente chiusa con la rubricazione sommaria dell’argomento alla voce “barbarie”: senza, tuttavia, che se ne siano approfonditi i contorni come io credo sarebbe stato auspicabile.
Tanto per cominciare: è lecito chiedersi se portare avanti una gravidanza per conto terzi sia davvero, al di là delle possibili distorsioni legate allo “stato di necessità” o al “mercimonio di bambini”, un’aberrazione intollerabile in sé e per sé?
In altri termini, siamo sicuri che implementando delle regole grazie alle quali ci si possa assicurare che una donna decisa a “prestare” l’utero ad altri non sia spinta del bisogno, e si riesca a scongiurare l’eventualità che lo faccia a scopo meramente “commerciale”, il nostro punto di vista sulla questione sarebbe lo stesso?
La domanda, a ben guardare, è importante: perché segna il confine tra la condanna di una pratica in quanto tale e l’esigenza di regolamentare quella pratica in modo efficace per renderla accettabile; un po’ come succede, tanto per spingere il discorso un tantino più in là, con la donazione di organi, che è riconosciuta come un encomiabile atto di generosità qualora sia spontanea, e allo stesso tempo viene proibita nei casi in cui si configuri come una “vendita”, a maggior ragione se motivata dal fatto che il “cedente” versa in condizioni economiche precarie.
Sotto questa luce la questione diventa assai più complessa di come la si è dipinta nelle scorse settimane, e suscita interrogativi che prima o poi sarebbe il caso di esplorare compiutamente: portare avanti una gravidanza per mera “generosità”, fatto salvo un ragionevole “rimborso” per le spese sostenute, è davvero “moralmente inaccettabile”? E se sì, presupposta (e verificata) la capacità di intendere e volere di chi vi si determina e la sua libertà di scelta, perché mai?
Ecco, io a quest’ultima domanda, che poi mi pare quella cruciale, non riesco a trovare risposte plausibili.
Se qualcuno le avesse o ritenesse di averle, al di là dei pistolotti moralisti legati alla consueta proiezione delle proprie convinzioni su quelle degli altri, sarebbe gradito che le esprimesse.
In caso contrario sarebbe il caso di piantarla con le lamentazioni, e mettersi finalmente a ragionare sulle regole.
Altrimenti, come diceva Padre Pizzarro, stamo a parla’ de tutto e de gnente.

Il rapporto tra stepchild adoption e utero in affitto è una cazzata

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Quindi, a quanto pare, la tiritera è questa: bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata”, o se preferite al cosiddetto “utero in affitto”.
Tuttavia, come ogni tiritera che si rispetti, anche questa si caratterizza per una sorta di efficacia “mantrica”: nel senso che più la si ripete, meno il suo contenuto viene affrontato in modo critico, come normalmente si fa per verificare se quanto ci viene detto sia ragionevole o se si tratti, per dirla alla francese, di una cazzata.
Ebbene, facciamo un esperimento. Cerchiamo di superare l’effetto ipnotico del mantra e domandarci: la tiritera secondo la quale bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata” è ragionevole, oppure è una cazzata?

La stepchild adoption, lo ricordo ai più distratti, è la possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. Una volta introdotta tale possibilità anche per le coppie omosessuali, abbaiano i fondamentalisti, quelli faranno così: uno dei due se ne andrà all’estero a “comprare” un bambino utilizzando un “utero in affitto”, poi tornerà in Italia, il suo compagno o la sua compagna accederà alla stepchild adoption, ed ecco confezionata una bella “famigliola gay” in men che non si dica.

Ora, io non voglio addentrarmi nel dibattito sulla liceità della maternità surrogata (cosa che magari farò un’altra volta). Mi interessa esclusivamente analizzare il supposto passaggio logico secondo il quale tale pratica verrebbe enormemente incentivata dalla stepchild adoption, cosa che mi pare si possa fare ponendosi una semplice domanda: è ragionevole ipotizzare che il desiderio di una coppia omosessuale di allevare un bambino si attivi selettivamente soltanto se entrambi i suoi componenti potranno “adottarlo”?

Ecco, a me pare proprio di no. Voglio dire: cosa impedisce, allo stato attuale, che uno vada da qualche parte per fare un figlio con l’utero in affitto, quindi torni a casa e lo allevi col suo compagno o con la sua compagna anche se quest’ultimo/a non potrà adottarlo? Né mi pare credibile l’idea che due persone che stanno insieme e si amano diventino improvvisamente desiderose di un figlio soltanto dopo la paventata introduzione della stepchild adoption, mentre prima non ci pensavano proprio.
Per carità, dopo l’introduzione della legge un aumento minimo potrà pure esserci: ma, ragionevolmente parlando, non tale da procurare tutto questo allarme. Non tale da far gridare al disastro incombente. Non tale, come ho la sensazione che si stia cercando di fare, da spostare tutta l’attenzione sull’utero in affitto e distoglierla da quella che mi pare la questione vera: che, alla fine della fiera, rimane la suddetta “famigliola gay”.

Il nesso logico tra stepchild adoption e maternità surrogata, insomma, a occhio e croce mi pare una cazzata fatta e finita: tuttavia molto utile, ove ripetuta a martello (cosa che i nostri amici fanno con ammirevole puntualità) a fabbricare la solita associazione di idee priva di senso ai danni degli omosessuali; un po’ come per anni si è fatto (e in taluni casi si continua a fare: chiedere a Sallusti per informazioni) associando l’immagine dei gay a quella dei pedofili, dei pervertiti, dei maniaci.

Quindi, ricapitolando: vi fa incazzare la “famigliola gay”? Vi urta i nervi? La trovate ripugnante? Be’, se così è giocate lealmente, limitatevi a dire quello e fatevi carico, com’è giusto che sia, delle obiezioni che vi verranno poste rispetto a questo (singolare, ma legittimo) punto di vista.
Però, per cortesia, non tirate in ballo presunte e non meglio identificate conseguenze catastrofiche che non stanno né in cielo né in terra: non blaterate che la stepchild adoption farà schizzare alle stelle gli affitti degli uteri, aumenterà il riscaldamento globale, farà crollare le quotazioni dell’euro.

Quelle, se la logica vale ancora qualcosa, sono cazzate.

Schizzetti

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Dopodiché, tra tutte le cose che non capisco nel dibattito che infuria in questi giorni, ce n’è una che capisco ancora meno delle altre.
In quale mondo, in base a quale logica, secondo quale dio la filiazione “naturale” dovrebbe essere più “responsabile”, e quindi più affidabile nella prospettiva dell’educazione, rispetto a quella “artificiale” o all’adozione?
Per figliare “naturalmente”, lo ricordo ai disattenti, è sufficiente infoiarsi cinque minuti, prendere il pisello, infilarlo nella patonza di una altrettanto infoiata e poi distrarsi qualche secondo mentre dal suddetto pisello viene fuori uno schizzetto appiccicoso. Nient’altro.
Badate: non sto certo sostenendo che chiunque si riproduca in modo “naturale” lo faccia sistematicamente con tanta superficialità; dico, però, che anche farlo in quel modo è più che sufficiente per ottenere un figlio, o per meglio dire quello che i nostri amici tradizionalisti chiamano eufemisticamente un “dono”.
Ebbene, converrete con me che adottare un figlio, o concepirne uno “in provetta”, implica necessariamente una disposizione d’animo diversa: giacché per portare a termine la procedura, a prescindere dal sesso di chi la promuove, occorre per forza di cose una riflessione, una consapevolezza e di conseguenza una responsabilità che sono -per definizione- incomparabilmente superiori rispetto a un eventuale -ma possibile, possibilissimo- “schizzetto distratto”.
Ecco, quanto precede dovrebbe essere sufficiente a stabilire un punto: la filiazione “artificiale” e l’adozione sono necessariamente frutto di una scelta, la filiazione “naturale” no.
E voi, potendo scegliere, a chi lo affidereste un bambino: a una coppia che -indipendentemente dal sesso dei suoi componenti- lo ha senz’altro scelto, oppure a una che potrebbe esserselo ritrovato tra i piedi come semplice esito di una mezzoretta libidinosa?
Qualcuno, già me lo immagino, potrebbe eccepire: e allora? Cosa vuoi fare, regolamentare per legge l’attenzione nel momento degli schizzetti?
Ovviamente no. Anche perché, con ogni evidenza, sarebbe un’ambizione obiettivamente irrealizzabile.
Vorrei, molto più semplicemente, che gli ultras della “procreazione naturale” si astenessero dalla speciosa operazione di criminalizzare le intenzioni degli altri ribaltando su di loro le proprie magagne.
Se ci sono genitori della cui affidabilità sarebbe lecito dubitare, quelli sono proprio loro.

Identità e tradizioni: il Natale talebano

in cultura/società by

Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

Squadra Speciale Preservativo

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Questa storia è la dimostrazione che tutte le obiezioni ai matrimoni egualitari e alla restrizione delle adozioni siano delle cagate pazzesche e chiunque le tiri fuori sia una spaventosa testa di cazzo (ciao a tutti, sono El Presidente questo è il mio primo post).
E il bello è che la questione è piuttosto banale perché da dovunque si guardi la faccenda esistono solo due possibilità:
1) Il gentiluomo in questione, quando asserisce che si trattasse di uno scherzo, mente per tentare di alleggerire la propria posizione mentre era perfettamente conscio di stare stuprando e brutalizzando, sia fisicamente che psicologicamente, un altro essere umano.
2) Il gentiluomo in questione, quando asserisce che si trattasse di uno scherzo, dice la verità e non pensava di fare (troppo) male alla sua vittima: in pratica la sua linea di difesa è che da piccolo ha visto troppi cartoni di Wile E. Coyote.
maledetta tv, smettila di traviare i nostri giovani

Ed ora, signore e signori, la domanda da un milione di dollari: ad un tizio così affidereste un bambino? Riformulo: ritenete che un sociopatico e/o un deficiente come il nostro eroe possa assumersi la responsabilità di crescere un figlio?

La risposta esatta, e sono costernato per il sacro fuoco della vostra indignazione, è “questa è una domanda del cazzo”.

“Ma i bambini…”
I bambini un cazzo: state seriamente dicendo che secondo voi c’è gente che non dovrebbe fare figli?
E come pensate di selezionarli?
Un bel test di attitudine alla genitorialità? Obbligatorio su scala nazionale? Magari con un bel periodo di prova sotto supervisione?
E che criteri utilizzereste per la selezione?
L’attitudine alla violenza? L’intelligenza? L’empatia?
E perché non il reddito? La religione? Il colore della pelle? La squadra di calcio?

Occhio, tutto questo non significa che, nel caso di riscontrati abusi e/o inadempienze, i servizi sociali non debbano intervenire di conseguenza: stiamo dicendo che a certa gente andrebbe a priori impedito di avere figli (non suona più tanto bene, eh?).

Ma c’è di più: anche ammesso che esistano dei criteri universali di selezione dei genitori idonei  (che, comunque la si metta, fa tanto razza ariana), che vorreste fare con i non idonei? Impedire loro di riprodursi? E come? Castrazione chimica? Cintura di castità? Sesso sicuro obbligatorio? Pillola anticoncezionale sciolta nell’acqua del rubinetto? Ogni volta che qualcuno scopa senza preservativo arriva la SWAT e gonfia tutti di botte? La SWAT la avvisiamo grazie ai microchip impiantati nel cazzo? Siamo d’accordo che quella di prima era una domanda del cazzo o devo continuare?

La verità è che in qualsiasi posto che non sia la Corea del Nord, impedire a qualcuno di avere figli è naturalmente considerato sia orrendo che impraticabile; la diretta conseguenza di ciò è che si accetta comunemente che i peggiori di noi possano crescere dei figli nonostante possano essere del tutto inadatti al compito o persino dannosi per i poveri pargoli.

Ed ora dite pure che l’adozione da parte dei gay e/o dei conviventi e/o dei single è dannosa per la psiche del bambino: ricordatevi però di preavvisare la SWAT per tutte le teste di cazzo sposate.

P.S. il buon (si fa per dire) Capriccioli qui, qui e qui affronta l’argomento molto meglio di come abbia fatto io.

I club ristretti di Mario Adinolfi

in società by

Nella nuova edizione di “Voglio la mamma” il nostro amico Mario Adinolfi, compiuta un’attenta e puntigliosa analisi dei dati ISTAT, fornisce un’illuminante motivazione per la propria contrarietà ai matrimoni gay segnalando che in Italia le coppie omosessuali sono 7.591 contro 13.990.000 coppie eterosessuali, e concludendo quindi che “matrimonio omosessuale e conseguente tutela della omogenitorialità non sono esigenze popolari“, ma al contrario rappresentano “rivendicazioni antipopolari di un club estremamente ristretto“.
So cosa state pensando: quand’anche le cose stessero davvero così (e io non credo proprio che stiano così, ma questo è un altro discorso), la tutela delle minoranze rappresenta uno dei cardini dello stato di diritto. Tenete conto, però, che avendo di fronte uno come Adinolfi simili considerazioni sono efficaci più o meno quanto le ragioni dei vegetariani spiegate a una tribù di cannibali. Quindi, come dire, presumo che sarà necessario un ragionamento un tantino diverso.
Facendo i conti, siccome a me piacciono un sacco i numeri, viene fuori che 7.591 coppie su un totale di 13.997.591 sono pari circa allo 0,05%.
Pochine, direte voi.
Già. Come sono pochini, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, i cristiani che vivono in Iraq: circa 300.000 su 31.671.591, cioè lo 0,8%. Per non parlare dei cattolici, che sono appena 4.000, vale a dire una cosa come lo 0,01%; percentualmente, ancora meno delle coppie omosessuali italiane come vengono conteggiate da “Voglio la mamma”.
Ebbene, siccome in Iraq essere cattolici non è affatto un’esigenza “popolare”, ma al contrario rappresenta la rivendicazione di “un club estremamente ristretto”, secondo il ragionamento di Adinolfi dei cattolici in Iraq possiamo (anzi, dobbiamo) allegramente strafottercene.
Vedete di ricordarvelo, quando “La Croce” deciderà di affrontare l’argomento.

Il libro misterioso dei Cardinali

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Dicono che un dono, in quanto tale, non è un diritto.
Il che, in linea di massima, mi pare abbastanza vero: voglio dire, se ti regalano qualcosa te la prendi volentieri, altrimenti non è che puoi rivendicarla.
Dicono, poi, che un figlio è un dono. Un dono di Dio, tra l’altro, mica di uno qualunque.
Ragion per cui, o ‘sto figlio ti viene normalmente, il che implica che Dio ha deciso di regalartelo, oppure non puoi pretendere di ottenerlo mediante la tecnologia. Cioè, ad esempio, non puoi fare la fecondazione assistita, specie se eterologa. Tu capisci, dicono, dati i presupposti sarebbe un intollerabile capriccio.
Bene. A questo punto ti scappa la prima domanda: quali sono esattamente i doni di Dio? Perché a te non risulta sia scritto in qualche libro, sia pure sacro, che alcune cose sono dei regali dell’Onnipotente ed altre no.
Quindi, se un figlio è un gentile omaggio del Signore, dev’esserlo anche la vista acuta, per dire. E pertanto anche per la vista acuta dovrebbe valere il principio per cui se ti viene donata bene, sennò mica puoi prendertela per forza usando dei rimedi tecnologici. Tipo gli occhiali.
Eppure a te risulta che molti cardinali li utilizzino, gli occhiali: capricciosamente, diresti, perché pretendere di distinguere gli oggetti in modo nitido quando il Padreterno ti ha dato una vista così così non mi pare il massimo. Seguendo i loro criteri, beninteso.
Anzi, ti viene voglia di spingerti oltre: sono doni di Dio, e perciò se mancano non possono essere protervamente pretesi, una pressione arteriosa nella norma (quindi niente diuretici e betabloccanti), uno stomaco sano (zero antiacidi), due reni funzionanti (vade retro, dialisi), un sistema immunitario equilibrato (fanculo gli antistaminici), una traspirazione moderata (al bando i deodoranti).
Quindi, concludi, o tirate fuori quel libro, oppure nel vostro ragionamento c’è qualcosina che non va.
No, rispondono (in genere col sorriso di chi si sente furbissimo), ti sbagli. Tutte quelle cose, gli occhiali i betabloccanti gli antiacidi gli antistaminici la dialisi e i deodoranti sono opera dell’uomo, creato da Dio, e quindi sono anch’essi, sia pure indirettamente, dei doni del Signore: di tal che utilizzarli significa in realtà godere di quei doni, e quindi è cosa buona e giusta.
Invece, a quanto pare, la fecondazione assistita no. Per quella il giochino non funziona più.
Allora tu, ingenuamente, domandi: scusa, dove sta scritto che ciò che vale per i diuretici non vale più per la fecondazione assistita? Nello stesso libro misterioso in cui viene chiarito che un figlio è un dono, ma la vista no?
Segue un vivamaria di basta, mi sono stufato, sei polemico, sei specioso, sei pretestuoso, con te non si può discutere, me ne vado, ciao.
E a quel punto, immancabilmente, resti solo, a cliccare malinconicamente su Amazon cercando quel libro.
Con l’angoscioso sospetto che non lo troverai.

L’ebola è colpa dei gay

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A volte succede che si legga una cosa, ci si riprometta di scriverla subito e poi, complici gli impegni della giornata, la si dimentichi.
Possono sparire per sempre dalla memoria, quelle cose, a meno che non ci si imbatta in una notizia che, miracolosamente, le fa riaffiorare.
Oggi, per esempio, leggevo di questo fatto che l’Ebola sarebbe un’invenzione dei bianchi e della strage che ne è conseguita in Guinea: così, per associazione di idee mi è tornata in mente una cosetta che avevo letto questa estate.
Ebbene, questa estate una simpatica combriccola di circa cento vescovi, pastori, preti e altri ministri di culto assortiti liberiani (tra cui l’Arcivescovo Lewis J. Zeigler, immortalato nella foto) si è riunita in pompa magna per discutere, e infine partorire l’illuminante pronunciamento che segue:

God is angry with Liberia, and that Ebola is a plague. Liberians have to pray and seek God’s forgiveness over the corruption and immoral acts (such as homosexualism, etc.) that continue to penetrate our society

Cioè: Dio ce l’ha su con la Liberia, e l’Ebola è una piaga che ha mandato. I liberiani debbono pregare e chiedere perdono a Dio per la corruzione e gli atti immorali (come l’omosessualità) che continuano a invadere la nostra società.
A ben guardare non si tratta di una novità: forse ricorderete l’edificante caso dell’Arcivescovo di Maputo (Mozambico) Francisco Chimoio, e della sua folgorante idea di andare a raccontare in giro che il virus dell’AIDS si propagava in Africa perché gli europei lo mettevano apposta nei preservativi.
Superstizioni, naturalmente. Puttanate. Come sempre incoraggiate, non appena se ne presenta l’occasione, da alti esponenti del clero (anche cattolico): i quali, almeno a quanto risulta, non solo non vengono rimossi dai lori incarichi, ma neppure presi da parte e cazziati per le fregnacce che raccontano.
Ora, io so bene che in giro per l’Africa ci sono migliaia di missionari che se ne strafottono, curano i malati rischiando la vita e distribuiscono preservativi ogni volta che possono: però l’impressione di fondo, specie al livello delle gerarchie, è quella di una Chiesa multiforme e insinuante, che nelle parti più sviluppate del pianeta è costretta a cedere terreno alla secolarizzazione, mentre altrove continua ad avanzare finché le si consente di farlo.
Sarebbe un bel segnale, davvero, se Bergoglio decidesse di farsi un giretto in Liberia e arringando la folla, nel modo diretto che pare contraddistinguerlo, se ne uscisse con una cosa semplice del tipo “ehi, avete presenti quelli che hanno detto dell’Ebola e degli omosessuali? Beh, sono un manipolo di coglioni, ora li rimandiamo a casa”; così come sarebbe stato un bel segnale se Chimoio fosse stato preso per un orecchio e confinato in qualche comodo pensionato, senza ulteriori possibilità di nuocere con le sue minchiate.
Fino ad allora, finché ciò non succederà, la sensazione sarà sempre la stessa: gli tocca abbozzare perché da queste parti abbiamo studiato, ma se potessero ricomincerebbero a raccontare le stesse fandonie anche a noi.

Adinolfi, tutti i giorni

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Un paio d’anni fa, durante una trasmissione radiofonica, mi ritrovai -mio malgrado- a discutere con Mario Adinolfi sui cosiddetti “temi etici”: dovendo riscontrare, non senza provare una punta di compassionevole divertimento, che il suo metodo dialettico consisteva nella declinazione sistematica di tautologie a ripetizione, e dunque non lasciava spazio ad alcun esito possibile tranne smettere di parlare e occuparsi di altro.
Quel giorno, tanto per fare un esempio, mi azzardai a sostenere che secondo me un “Partito Democratico”, sulla scorta dei valori di progressismo e inclusione che teoricamente dovrebbero essere nel suo DNA, avrebbe dovuto intrinsecamente adottare un atteggiamento di apertura nei confronti del matrimonio gay, del testamento biologico, della fecondazione assistita e via discorrendo; sentendomi rispondere una cosa sconcertante tipo “Capriccioli sostiene che il PD deve essere favorevole al matrimonio gay perché lo dice lui”.
Evvabbè. Lui è uno che fa così, discuterci non serve a niente. Come dire, pazienza, basta saperlo.
Dopodiché, debbo ammettere che di Adinolfi ho sempre guardato con sconfinata ammirazione la parabola politica, sempre sagacemente e pervicacemente tesa a cercare spazio laddove ce ne fosse un morso (warning: il primo che si azzarda a fare una battuta sullo “spazio” e sulla mole di Adinolfi lo banno, e non sto scherzando).
Voi ve le ricordate, per dire, le primarie del PD nelle quali il nostro amico si candidò come esponente dei “giovani” e della “rete”? Allora le parole d’ordine erano “meno di 40 anni”, “genocidio generazionale” e “nuovo”.
Ebbene, in quelle elezioni Adinolfi ottenne 5.906 voti. Su 3.554.169. Una cosa, insomma, vicina all’uno per mille. Eppure grazie a quel formidabile risultato entrò di diritto nell’assemblea costituente del partito. Con una metafora pokeristica, si trattò della magistrale capitalizzazione di una coppia di sette. A voler esagerare.
Poi, nel 2009, la candidatura alla Segreteria Nazionale del PD: ancora qualche scampolo di giovanilismo (del resto Adinolfi rientrava ancora, sia pure di poco, negli under 40), ma soprattutto democrazia diretta e retorica anti-casta, anti-mafia, anti-banche. Temi certamente di attualità. Per non dire, a quei tempi, in gran voga.
Alla fine la candidatura fu ritirata, e Mario confluì a sostegno di Franceschini. Cosa che successe anche nel 2012, allorché Adinolfi prima si candidò in proprio, e successivamente decise di appoggiare Gentiloni. Nel frattempo, il subentro in Parlamento come primo dei non eletti dopo le dimissioni del neo-sindaco di Civitavecchia.
Poi, inesorabile, il tempo passa. Oggi siamo nel 2014, e per uno del 1971 la stagione degli “under 40” è finita da un po’. Lo spazio, come dire, va cercato altrove: e non a casa propria a giocare a poker online, come si converrebbe a chi appena otto anni fa sbraitava che gli ultraquarantenni dovevano levarsi di mezzo.
Macché, manco per niente. Oggi lo spazio da cercare è sintetizzato in un suggestivo collage di istanze anti-gay, anti-fecondazione assistita, anti-eutanasia, insomma “anti-temi etici”, condite da una cospicua quantità di parole quali “natura”, “Dio”, “cristianesimo”, con la ciliegina sulla torta di un pungente anti-savianesimo, tanto per avere dei punti di riferimento ben visibili. E deve trattarsi di uno spazio invitante assai, al punto da indurre Adinolfi a annunciare la fondazione di un quotidiano (avete capito bene, un quotidiano) dal moderato nome “La Croce” che si occuperà esclusivamente di questi temi.
Voi ve lo immaginate? Tutti i giorni. Tutti i giorni sentirsi raccontare che il matrimonio gay non va fatto perché “solo dall’unione di un uomo e di una donna nascono figli”, che “ogni persona ha dentro la dignità di Dio” e che siamo afflitti da “meccanismi che negano diritti ai bambini che vanno dalla fecondazione eterologa all’oscenità dell’utero in affitto”.
Tutti i giorni tenendosi sul gozzo la voglia di rispondere, e tutti i giorni reprimendola, perché rispondere a uno così sarebbe del tutto inutile.
Tutti i giorni.
Almeno finché lo spazio, magicamente, non si materializzerà altrove.
Speriamo presto.

Neanch’io

in società by

Gentile senatore Giovanardi, la faccio molto breve: se dovessi dire quale mentalità favorisce effettivamente gli stupri, tra quella che considera il sesso un “semplice divertimento” e quella che -da secoli- lo carica di senso di colpa e nevrosi fino a farlo diventare un’ossessione e un tabù, avrei ben pochi dubbi.
Ella afferma di non meravigliarsi, quando ha notizia di una violenza sessuale.
Considerato quanto sono ancora diffuse nella nostra società le motivazioni che Ella adduce, neanch’io.

Abortisti

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Su un fatto c’è poco da discutere: l’aborto consegue alla gravidanza, e la gravidanza consegue ai rapporti sessuali.
Ergo: se uno vuole combattere l’aborto, la prima cosa che deve fare è occuparsi dei rapporti sessuali da cui scaturiscono gravidanze non desiderate.
Occuparsi dei rapporti sessuali da cui scaturiscono gravidanze non desiderate può voler dire due cose: o blaterare che da quei rapporti ci si deve astenere, fingendo che ciò sia vagamente possibile e con ciò sconfessando una cosa come seimila anni di storia, oppure prendere atto della circostanza che gli esseri umani -ripeto, da circa seimila anni- trombano, e promuovendo gli strumenti che al giorno d’oggi sono disponibili per evitare che ai loto rapporti intimi conseguano, ove non desiderate, delle gravidanze.
Orbene, da persone come quelle che partecipano alla cosiddetta “Marcia per la Vita”, a parere delle quali l’aborto è il crimine peggiore che sia dato immaginare, ci si dovrebbe aspettare una frenetica attività di diffusione del preservativo e una ostinata propensione ad informare dettagliatamente i cittadini (specie i più giovani) sull’opportunità di usarlo allo scopo di non mettersi nella condizione di perpetrare quel crimine.
Invece, sapete cosa? Per quella gente la contraccezione è una cosa brutta. Cioè: l’utilizzo dello strumento attraverso il quale le gravidanze indesiderate, e conseguentemente gli aborti, potrebbero essere drasticamente ridotte, è un delitto pure quello.
Allora, abbiate pazienza, qua c’è qualcosa che non quadra. Non quadra proprio.
Li volete ridurre davvero, gli aborti? Cioè, dico, volete farlo sul serio? Oppure vi piace semplicemente andare in giro coi cartelli a dare delle assassine alle donne che li praticano?
Le chiacchiere, amici miei, stanno a zero: finché non cambiate atteggiamento sui contraccettivi, finché li maledite, li criminalizzate, ne scoraggiate l’utilizzo, state favorendo alla grande la pratica dell’interruzione di gravidanza.
Il che vale a dire, in italiano corrente, che siete più abortisti degli altri.
A prescindere quello che andate blaterando in giro.

Magdi contro Magdi

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Prendo atto che la Chiesa è fisiologicamente tentata dal male, inteso come violazione della morale pubblica, dal momento che impone dei comportamenti che sono in conflitto con la natura umana, quali il celibato sacerdotale, l’astensione dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, l’indissolubilità del matrimonio, in aggiunta alla tentazione del denaro.
(…)
Sono contrario al globalismo che porta all’apertura incondizionata delle frontiere nazionali sulla base del principio che l’insieme dell’umanità deve concepirsi come fratelli e sorelle, che il mondo intero deve essere concepito come un’unica terra a disposizione di tutta l’umanità. Sono invece convinto che la popolazione autoctona debba legittimamente godere del diritto e del dovere di salvaguardare la propria civiltà e il proprio patrimonio.
Sono contrario al buonismo che porta la Chiesa a ergersi a massimo protettore degli immigrati, compresi e soprattutto i clandestini. Io sono per l’accoglienza con regole e la prima regola è che in Italia dobbiamo innanzitutto garantire il bene degli italiani, applicando correttamente l’esortazione di Gesù “ama il prossimo tuo così come ami te stesso”.

In estrema sintesi: indissolubilità delle nozze, no ai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, Italia agli italiani, no all’apertura incondizionata delle frontiere.
Detto da un egiziano immigrato in Italia, con un figlio nato dall’attuale matrimonio civile e altri due da un’unione precedente, fa sorgere spontanea una domandina semplice semplice: se l’Italia fosse davvero come quella che lui vorrebbe, Allam avrebbe la possibilità di dire -in Italia- le cose che dice?

NdA: le frasi barrate, che lascio a futura memoria invece di eliminarle, sono frutto di una mia “svista”; cancellare i miei errori non mi piace, preferisco prenderne atto e scusarmene. Il senso del post, tuttavia, rimane in relazione all’immigrazione. Sorry e grazie per chi mi ha fatto notare la “topica”.

Altra categoria

in società by

Non so se avete capito: questi blaterano dalla mattina alla sera che le unioni omosessuali, il testamento biologico, la contraccezione, le convivenze more uxorio, la fecondazione assistita, la ricerca scientifica sugli embrioni sono crimini, delitti, abomini, omicidi, attentati alla pace, pericoli per la giustizia.
Poi, quando molestano gli altri, dicono che la propria condotta sessuale si è rivelata “al di sotto degli standard“.
Cioè: se uno di noi si mette il preservativo, si innamora di una persona del suo stesso sesso o lascia scritto che non vuole il respiratore artificiale è una specie di delinquente, mentre se uno di loro compie degli abusi sessuali si tratta semplicemente di un calo di qualità della sua prestazione professionale, un po’ come se quelli di IKEA si dimenticassero di mettere tutte le viti nel pacchetto che vi portate a casa quando comprate i loro mobili o qualcuno dei cheeseburger di McDonald’s venisse fuori senza formaggio.
Non c’è niente da fare: questi sono davvero di un’altra categoria.

Gli indichi la luna e guardano Facebook

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Secondo i genitori, a quanto pare, il punto non è che ci siano in giro dei ragazzi che fanno i bulli (diciamo così per capirci al volo, anche se sarebbe più appropriato definirli degli ottusi pericolosi coscienziosamente allevati a merendine, meschinità e fondamentalismo), ma il fatto che esista uno strumento come Facebook su cui possono esercitare il loro bullismo: un po’ come dire che se uno viene accerchiato e dileggiato in mezzo alla strada da cinque stronzetti il problema non sono gli stronzetti, ma la strada; o che se uno si ammazza perché gli fanno gli scherzi telefonici bisogna limitare l’uso dei cellulari.
Sarebbe assai più responsabile, credo, tenere a mente una memorabile pagina di Stefano Benni che personalmente ho sempre presente. Ve la regalo, credo sia molto più efficace di altri commenti.

“Un giorno Algopedante e Pantamelo capitarono in una piazza ove si riuniva la gioventù del paese, e videro schierati gli esponenti di due generazioni successive alla loro, che era stata fiera, combattiva, sfortunata e logorroica.
Stavano, questi giovani, seduti all’interno di auto, o appoggiati a moto e motorini, quasi mancassero di equilibrio proprio e avessero bisogno di un puntello, e tutti erano elegantemente vestiti, ben nutriti e abbronzati e portavano occhiali scuri per nascondere l’innocenza dell’età.
Alcuni erano riuniti attorno a una grande moto nera irta di pinne e alucce come un dragone, e discutevano animatamente se questa, che chiamavasi Bivù 850 Fantomas, potesse competere con la Misiushi Tartaruga 1200 a carburazione settoriale.
Altri commentavano certami velici o ultimi modelli di scarpe, altri discutevano se in certi casi è lecito uccidere i genitori, e soprattutto se è lecito chiedere la collaborazione degli amici per uccidere i propri genitori, il che rende l’operazione più semplice ma fa correre il rischio che si debba restituire il favore.
E le ragazze commentavano l’abilità dei ragazzi nel far impennare la moto e i ragazzi la resistenza delle ragazze nella danza e sui muri erano scritti scherzosi commenti quali “Matteo cornuto” e “Tatiana pompinara fai pena”, e così la dolce sera calava su Gladonia, e ci si apprestava a rombare verso i luoghi del divertimento.
Proprio vicino ad Algopedante un nanetto dell’età apparente di dodici anni, incapsulato in una gigantesca Lancia Nemenis Tremila, sparò a volume terrificante l’autoradio, aprì la portiera e con gesto magnanimo fece entrare tre amici.
“Stavolta”, disse “ci spariamo a chiodo e siam lì in quattordici minuti, e se qualcuno ha scago smolli subito…”
L’auto partì con impressionante guaito di gomme e Algopedante disse:
“Ma che generazione è mai questa che non ha altri ideali che vacanze, vestiti e carburatori? Quanto sono diversi da noi, che parlavamo di filosofia e amore, e di come cambiare il mondo”.
Pantamelo non rispose. Guardava una coppia che parlava fittamente, e gli sembrava di udire nelle voci una dolorosa nota conosciuta.
La ragazza salì su una vespa e si allontanò. Il ragazzo restò immobile, e nemmeno i lazzi degli amici e il frastuono del dragone nero che si metteva in moto sembrarono scuoterlo.
“Non so che dire”, disse Pantamelo “se non che quello che fanno essi lo hanno imparato da qualcuno”.
“Non certo da noi,” disse Algopedante “i nostri sogni erano migliori dei loro”.
“Forse,” disse Pantamelo. “Oppure abbiamo sognato che i nostri sogni fossero migliori”.

I particolari che fanno la differenza

in mondo/società by

Spesso sono i particolari, a fare la differenza.
Prendete il papa, per esempio: leggere che Benedetto XVI considera l’aborto “gravemente contrario alla legge morale“, ne converrete con me, non desta alcuna meraviglia; però dover prendere atto che secondo il pontefice l’aborto stesso può essere “voluto come un fine o come un mezzo” è un particolare che a volercisi soffermare fa saltare sulla sedia.
Fateci caso: quel particolare è messo là come se niente fosse, come un inciso qualunque:

L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale.

Ora, mentre è piuttosto chiaro cosa debba intendersi quando si parla di aborto perseguito come un mezzo, viene da domandarsi in quali casi l’interruzione della gravidanza possa diventare un fine in sé e per sé.
Rifletteteci un attimo. Se ammettiamo per amor di discussione che il fine possa essere l’aborto dobbiamo prenderci la responsabilità di esplicitare il mezzo attraverso cui quel fine viene realizzato: ed attenendosi alla logica quel mezzo non può che essere la gravidanza.
Dal che dovrebbe desumersi che secondo il papa alcune donne restano incinte allo scopo di poter abortire.
Spesso sono i particolari, come dicevo, a fare la differenza.
E la differenza, in questo caso, consiste nel suggerire un’idea delle donne che definire aberrante sarebbe un eufemismo: a meno che, naturalmente, non si tratti di parole buttate là alla rinfusa.
Circostanza che in un discorso del papa mi pare tanto improbabile da poter essere tranquillamente esclusa.

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