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L’insostenibile pesantezza di Diego Fusaro

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Learco Pignagnoli è un autore fittizio e geniale scrittore di aforismi, nato dalla penna di Daniele Benati. C’è un passo della sua Opera numero 100 che dice:

“Se andate a comprare un romanzo di Moravia, non comprate un romanzo, ma un mezzo chilo di carta. E allora, anziché chiedere al libraio di darvi un romanzo di Moravia, dovreste dire più onestamente: Mi dia mezzo chilo di carta di Moravia. Ma non lo dite perché siete schiavi delle apparenze. Volete comprare un chilo di carta? Va bene, comprate un chilo di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un romanzo.”

Ora, io vorrei scrivere una recensione al nuovo libro di Diego Fusaro Pensare altrimenti (Einaudi 2017) e mi piacerebbe poter dire: prendete questo testo di Pignagnoli, sostituite ‘Fusaro’ a ‘Moravia’ e ‘saggio’ a ‘romanzo’, e avrete la mia recensione. Ma purtroppo non si può.
Non si può per una ragione molto concreta: il libro l’ho acquistato in ebook, e perciò in cambio dei miei sette euro e novantanove non ho ricevuto neanche quei 181 grammi di carta – tanto pesa il libro vero – che avrei potuto magari riutilizzare per scopi più nobili che non la lettura di Pensare altrimenti. Oltre al danno, la beffa.

Devo confessare che la mia è stata una lettura tutt’altro che scevra di pregiudizi. Qui, per esempio, avevo già parlato di Fusaro, e la mia opinione nel tempo non è cambiata. Diego Fusaro (DF) e il suo (piccolo) successo accademico e mediatico continuano a rimanere per me, da anni, un grandissimo mistero.
Come sottolineavo in quell’articolo, DF ripete ossessivamente le stesse tre o quattro cose. Il risultato è un’antologia rimasticata di marxismo stilizzato, propaganda nazionalista-reazionaria e di pensiero anti-tecnica, caro a una certa tradizione filosofica europea. Con l’aggravante che lo stile di Fusaro è fatto di slogan iper-semplificati, che normalmente traveste di un pesante e pedante armatura di paroloni che dovrebbero suonare ‘filosofici’ (nel senso del manuale del liceo) e citazioni – anche qui quasi sempre le stesse – del tutto estrapolate dal contesto originale e piegate alla funzione di glosse autoritative a ciascun pensierino.

Questo libro non fa eccezione, purtroppo. La sensazione che si ha leggendo Pensare altrimenti è quella di testo strutturato per accumulo: ogni frase, ogni periodo, potrebbe essere spostato più o meno in qualunque altro punto senza che il senso complessivo ne risulti compromesso. Se c’è un motivo per ammirare profondamente Fusaro è proprio questa sua ostinata capacità di produrre ben diciotto brevi capitoli riuscendo a dire continuamente le stesse cose, ma con parole ogni volta (leggermente) diverse.

Il libro si propone come un’analisi della categoria di dissenso: Fusaro ci spiega che la società moderna – la società capitalista e neoliberale – ha annientato il dissenso. Lo ha fatto – dice – nella sua forma più estrema e, dunque, realmente totalitaria: ha cioè annullato la possibilità stessa di pensare al di fuori dell’ “ordine reale e simbolico dominante”. Si è così avverata, senza naturalmente che noi (ma Fusaro sì!) ce ne accorgessimo, la distopia orwelliana di 1984, dove il controllo del grande fratello sui cittadini ha raggiunto lo stadio perfetto, quello della manipolazione compiuta dei pensieri.
La società capitalistica, sostiene DF, rende impossibile il costituirsi stesso del dissenso, che dunque non è semplicemente silenziato o represso, come nei regimi autoritari classici. Insomma, per Fusaro viviamo in un totalitarismo al cui confronto quelli novecenteschi sono addirittura, in un certo senso, preferibili perché, pur nell’agire repressivo, garantiscono tuttavia che si creino le condizioni di possibilità per il dissenso. No, non è un’esagerazione, lo dice davvero.

Tutto questo, secondo lui, è reso possibile da un trucco del Potere che Fusaro ha però smascherato. Il ‘pensiero unico’ del capitalismo viene in realtà frammentato in una serie infinita di false dicotomie che, dice, non intaccano mai il nucleo totalitario del sistema di dominio globalista e capitalista. Tra le apparenti dicotomie che compongono il “falso pluralismo democratico della civiltà occidentale” ci sono, per DF, quella tra destra e sinistra, omosessuali e omofobi, atei e cattolici, veg(etari)ani e carnivori, esterofili e nazionalisti.

All’interno del programma di Rai3 Quante Storie, la scrittrice Michela Murgia ha “stroncato” il pamphlet di Fusaro, soffermandosi però esclusivamente sul giudizio approssimativo che DF dà della “ideologia gender”, che per l’autore altro non è che l’ennesima concreta manifestazione della tendenza, tipica del “mondialismo”, a livellare le differenze allo scopo di creare un’individuo-consumatore privo di identità.
Ma l’opinione della Murgia, pur giustificata, mi ha lasciato perplesso per quello che presuppone, più che per ciò che dice. Le parole di Fusaro sul gender occupano sì e no una paginetta. Concentrarsi su quelle poche righe per dare un giudizio negativo sul libro significa, in effetti, prendere altrimenti sul serio il contenuto di questo libretto. E infatti la Murgia fa una lunga premessa alla sua “stroncatura” per dire che le dispiace stroncare un autore di cui, tutto sommato, condivide i presupposti.

Com’è possibile?
Me lo chiedo onestamente, sconsolatamente. Com’è possibile, prima ancora di discordare con Fusaro, prendere sul serio quello che scrive? Per chiunque abbia un minimo di familiarità con il discorso scientifico, dovrebbe sembrare immediatamente chiaro che le affermazioni di Fusaro sono a) banalmente false, b) prive di senso, c) del tutto non verificabili/falsificabili. Come si fa a leggere un passaggio come questo, per esempio, e prenderlo sul serio?

“Del resto, a differenza delle società del passato, quella sussunta sotto il capitale non necessita più di essere fondata sulla normatività eteronoma di metafisiche veritative e sulla conseguente persecuzione dei dissidenti. Si regge unicamente sull’allargamento nichilistico onnilaterale della forma merce e sull’estensione infinita della norma del valore di scambio. Tale allargamento accetta ogni pensiero e ogni opinione, anche se apertamente contestativi, assimilandoli all’interno del circuito della produzione e dello scambio, secondo il modello del volto di Che Guevara ridotto a effigie rassicurante sulle magliette di marca.”

Come si può prendersela solo per quello che Fusaro scrive, ad esempio, degli studi di genere dimenticando che il medesimo giudizio è da lui riservato a tutto quello che gli passa sotto il naso? I movimenti di sinistra e quelli di destra, l’economia, le file ai supermercati, la matematica e le scienze, l’inglese, il terrorismo islamico, le magliette con l’effigie del Che? Pressoché tutto ciò che accade nel mondo è immediatamente analizzabile usando le categorie della neolingua orwelliana, dell’anticonformismo conformista, dell’onnimercificazione iperedonistica. In una parola, tutto è forma, manifestazione o momento del grande blob del capitalismo occidentale.

Nel libro Fusaro compie uno sforzo impressionante per chiamare con nomi diversi, senza mai dare uno straccio di definizione o di chiarificazione, questa cupola che quotidianamente ordisce il complotto planetario che Fusaro dice di aver scoperto. Io ne ho contati almeno quarantatrè:

1. ordine simbolico dominante 2. ordine simbolico imperante 3. pensiero unico mondializzato 4. pensiero unico neoliberista 5. neoliberismo 6. potere neoliberale 7. regime dell’apartheid planetario pudicamente chiamato capitalismo 8. Capitale 9. Monsieur Le Capital 10. Potere 11. Dominio 12. mondo della manipolazione organizzata e del «si dice» planetario 13. monoteismo del mercato 14. monoteismo idolatrico del mercato 15. fanatismo economico 16. integralismo economico 17. fanatismo economico-finanziario 18. fanatismo economico-finanziario globale 19. ordine entropico della mondializzazione 20. totalitarismo del mercato 21. sistema del fanatismo economico 22. oligarchia finanziaria 23. integralismo economico globale 24. teologia mercatistica 25. odierna civiltà della tecnica 26. tecnocapitalismo 27. odierna democrazia di massa della civiltà dei consumi 28. nuovo ordine mondiale classista planetario 29. nuovo ordine mondiale della società di mercato 30. nuovo ordine globale 31. ordine egemonico 32. ordine simbolico della civiltà dei consumi 33. ordine economico spoliticizzato 34. partito unico della produzione capitalistica 35. nuova élite neofeudale 36. astuzia della ragione capitalista 37. regime mondialistico della produzione e del consumo 38. dominio a stelle e strisce 39. signori del mondialismo 40. aristocrazia finanziaria 41. signore neo-oligarchico 42. signore globalista e neo-feudale 43. il nuovo ordine mondiale dell’economia classista spoliticizzata.

Come può una ‘teoria’ che pretende di spiegare qualunque cosa usando il medesimo meccanismo, cambiando solo di tanto in tanto l’ordine delle parole, sperare di spiegare qualcosa?

Bisogna dirlo una volta per tutte: Prendere sul serio Diego Fusaro è una stronzata. (Con buona pace di Andrea Coccia che ha scritto una bella recensione di questo libro per Linkiesta che si chiama proprio “Leggere Fusaro prendendolo sul serio”). E’ una stronzata perché la filosofia, per Fusaro, non è una cosa seria.
È piuttosto una posa. Un modo come un altro per conquistare la scena, per diventare personaggio. Chiunque abbia bazzicato almeno una volta i profili social pubblici e personali di Fusaro sa bene che sono letteralmente invasi da suoi primi piani quasi tutti identici. DF è ossessionato dagli autoritratti anche se, ironicamente, ha pubblicato un video in cui dice che i selfie sono una manifestazione (indovinate un po’!) del narcisismo atomizzante al quale ci costringe la società capitalistica.

Il discorso di Fusaro non è diverso dal discorso dei complottisti da bar, degli scie-chimicisti di Facebook, dei Salvini, Grillo, Barnard, Paragone. Non ha più valore di questi ultimi, non fornisce più dati su cui confrontarsi, non offre nuovi argomenti logici ai quali provare a controbattere. Se si sente l’esigenza di prenderlo sul serio – di amareggiarsi se la sua opinione sul gender non è quella che ci si aspetterebbe da un pensatore marxista – è perché la posa che Fusaro ha scelto è quella dell’intellettuale e del filosofo.

Ma travestire un discorso da bar – con i medesimi contenuti del discorso da bar – con qualche dotto riferimento storico-filosofico, non vuol dire essere un intellettuale. Sottrarlo alla comprensibilità immediata usando una sintassi e un lessico incredibilmente involuti, dove le parole sono scelte – spesso a sproposito – non per quello che significano, ma per via del registro alto o desueto al quale appartengono, non vuol dire essere un filosofo. Vuol dire, se possibile, l’esatto opposto.
Vuol dire giocare sporco, per indurre nel lettore o nell’interlocutore una forma di rispetto autoritario. Per creare, silenziosamente, una bugiarda gerarchia della conoscenza, che mira a suscitare il timore della propria ignoranza. (È lo stesso meccanismo per cui Fusaro si fa chiamare, in tv, professore pur essendo un ricercatore universitario a contratto). È un bluff. Tutto sommato innocuo, da ridere, ideale per le parodie come quella di Diego Fuffaro su Facebook.

Poco tempo fa, nel 2014, nella stessa collana Vele in cui è uscito il pamphlet di Fusaro, Einaudi ha pubblicato il libro di un altro filosofo, Diego Marconi, Il mestiere di pensare. I titoli dei due libri hanno in comune la parola chiave ‘pensare’, e non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro nel modo in cui traducono in pratica questo verbo filosofico per eccellenza.
Marconi insiste molto sulla umiltà della pratica filosofica, che non è diversa nei metodi e nei requisiti da quella di altre scienze pure. Per fare filosofia, come per fare matematica o linguistica teorica, è necessario innanzitutto acquisire gli strumenti del mestiere: la logica, il rigore argomentativo e la capacità di riconoscere le fallacie, di distinguere un argomento valido da uno che non lo è. E poi: la chiarezza dell’esposizione, la dimestichezza con le questioni aperte in un determinato settore, con le ‘soluzioni’ più influenti e i problemi più macroscopici di queste ultime. Secondo Marconi, di fronte a un testo o un discorso che si presenta come filosofico, anche il lettore non esperto dovrebbe porre a sé stesso una semplice domanda: “Che ragioni mi sono state offerte, a ben vedere, per credere tutto ciò?”

Regalatevi, se volete, il libretto di Fusaro e fatemi sapere. Poi però non dite che non vi avevo avvertito. Volete comprare centottantuno grammi di carta? Va bene, comprate centottantuno grammi di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un libro di filosofia!

Heidegger e il lato oscuro della filosofia

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Ieri su queste pagine, Lucio Gobbi ha scritto un breve articolo a proposito di Heidegger, i Quaderni Neri, l’adesione al nazismo e il presunto anti-semitismo del filosofo. Le tesi di Lucio sono sostanzialmente due:

  1. Non si può etichettare Heidegger come anti-semita o nazista sulla base di alcuni passaggi inquietanti dei Quaderni Neri. Quando lo si fa – dice Gobbi – si dimentica colpevolmente di citare i passaggi in cui Heidegger sembra esprimere giudizi diametralmente opposti.
  2. E’ scorretto etichettare Heidegger come un filosofo anti-scientifico e anti-moderno. H. non rifiutava la tecnica. Nella vita di tutti i giorni “guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato”. La questione della tecnica e della scienza è ben più complessa e profonda e ha a che vedere con l’impianto generale del suo pensiero.

Io la penso esattamente all’opposto di Lucio. Credo che Heidegger sia stato un convinto aderente al nazionalsocialismo e credo che fosse un antisemita. Penso inoltre che la filosofia di H. abbia un’impronta decisamente reazionaria, anti-scientifica e anti-moderna. Un impronta certo non caratteristica del solo pensiero heideggeriano, bensì tipica delle “utopie conservatrici”. E che tuttavia, proprio grazie alla enorme influenza che il modello heideggeriano ha avuto sulla successiva filosofia continentale, è riuscita a penetrare nel pensiero e nella cultura, anche quella italiana e anche quella non accademica, fino a diventare un tragico luogo comune.

Quanto alla questione del pensiero politico di H., esiste una diatriba decennale che appassiona molto gli specialisti e che, di tanto in tanto, riemerge anche sulla stampa. La pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri ha offerto l’occasione per un revival dell’affaire Heidegger/Nazismo. La dialettica tra le opposte fazioni si incardina essenzialmente sulla ricerca di appigli testuali nelle opere di H. che servano, a seconda dei casi, per crocifiggerlo o scagionarlo dalla infamante accusa.
Nei fatti, è noto che H. abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 diventando nello stesso anno rettore dell’Università di Freiburg e mantendo la carica per un anno circa. Heidegger rimarrà comunque iscritto al partito fino al 1945. Sul fatto che Heidegger fosse un sincero nazista nel 1933 ci sono ben pochi dubbi; sono i suoi stessi discorsi e le sue lettere di quel periodo a testimoniarlo apertamente. Inoltre, ci sono ragioni per pensare che la sua adesione al nazionalsocialismo scaturisse da profonde convinzioni ideali e filosofiche e non fosse semplicemente un innamoramento passeggero. La vulgata storico-filosofica tende a isolare l’adesione di H. al nazionalsocialismo al solo anno 1933 e a etichettare questa scelta come un passo falso e una leggerezza della quale H. si sarebbe ben presto avveduto. Non voglio addentrarmi invece nella questione, abbastanza inutile ma molto dibattuta, che riguarda il ‘nazismo intrinseco’ nella filosofia heideggeriana, si tratta di un dibattito ermeneutico che, come tale, difficilmente può sperare di pervenire a un consenso.

Per quanto riguarda il presunto anti-semitismo di H., alcuni passaggi scandalosi dei Quaderni Neri sono piuttosto chiari. In questi passi, H. è molto esplicito nell’affermare che la questione ebraica è una questione metafisica prima ancora che razziale. Chi conosce lo stile di H. capisce bene che una simile imputazione è, nel gergo del filosofo, persino più grave della “semplice” accusa razziale. Gli ebrei sono, per H., “quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo”.
Lucio dice di non volersi soffermare su questo punto, e neanche io lo farò. Voglio approfondire invece la sua giusta osservazione che, in altri passaggi, H. sembra dire cose diverse e in definitiva in contraddizione con gli estratti sotto accusa. Anche questo non dovrebbe stupire chi conosce le opere e la biografia del filosofo. H. era notoriamente un personaggio ambiguo e doppio. Rispondendo per lettera all’amica e amante Hannah Arendt sulle voci che circolavano attorno al suo antisemitismo, H. liquidava queste ultime senz’altro come calunnie. Contemporaneamente, scriveva alla moglie descrivendo gli ebrei come degli approfittatori nei confronti dei quali “non si è mai abbastanza diffidenti.” Parole come “intossicazione”, “invasione”, “giudaizzazione” dell’università e della società tedesca ricorrono nelle sue lettere private. Mentre a parole mascherava il suo antigiudaismo di fronte ai colleghi, amanti e amici ebrei, nei fatti non osteggiava o addirittura approvava i provvedimenti del regime contro questi ultimi. Che si trovino giudizi e riflessioni contraddittorie negli stessi quaderni non è sorprendente alla luce della sua ambiguità e doppiezza di carattere.

Uno dei più fortunati topoi heideggeriani è la critica della tecnica e dell’immagine scientifica del mondo. Su questo punto Lucio scrive che la questione non può banalmente ridursi a un rifiuto della tecnologia, rifiuto al quale nei fatti H. neanche si sarebbe attenuto. Ciò che interessava H., dice Lucio, è piuttosto l’enfasi sull’incapacità del modello scientifico di porre o risolvere questioni fondamentali. In effetti, Heidegger identificava le scienze come “ontologie regionali” e le opponeva alla filosofia intesa come “ontologia fondamentale”: più o meno questo intendeva dire quando affermava che “la scienza non pensa”. (Per inciso questo modo di vedere le cose non ha nulla a che vedere con i risultati matematici del teorema di incompletezza di Gödel, e va rifiutato nettamente ogni paragone tra le grossolane semplificazioni della filosofia della scienza di matrice heideggeriana e le presunte conseguenze epistemologiche della monumentale fatica logica di Gödel).
Il modo in cui Lucio presenta la questione è del tutto corretto dal punto di vista delle premesse filosofiche del discorso heideggeriano. Le conclusioni che H. ne trae, tuttavia, non vanno ignorate. La specializzazione accademica, la divisione in dipartimenti, la tecnica e la ‘cibernetica’ erano per H. nient’altro che culminazioni del processo destinale di “oblio dell’Essere”. Questo oblio è per H una sorta di ‘peccato originale’ della modernità. Una modernità la cui corruzione è fatta risalire addirittura alla filosofia greca post-socratica e che man mano si dispiega, secondo una fenomenologia del rimosso, nella storia della filosofia e della scienza. La perversa culminazione di questa storia inautentica è da ritrovarsi, per H., non solo nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’egalitarismo, nella cultura di massa, nel liberalismo (di cui gli ebrei sarebbero per natura infetti) e nella democrazia. Non è un caso che H. vedesse nel modello americano e in quello sovietico due facce della stessa medaglia. Nè si può dimenticare che buona parte del pensiero tardo di H. ruota attorno al concetto di nuovo inizio: sorta di palingenesi che dovrebbe seguire il necessario collasso della modernità corrotta. Heidegger è molto chiaro sul punto che, così come il primo inizio (quello pre-socratico) ha i caratteri dell’originario spirito greco, allo stesso modo il nuovo inizio non può che fondarsi sulla lingua e sullo spirito tedeschi. Svuotata dai suoi echi misticheggianti e delle fantomatiche catene etimologiche, la filosofia heideggeriana nel periodo dopo la cosiddetta svolta è insomma un intreccio indissolubile di nazionalismo radicale, critica alla modernità scientifica e utopia conservatrice.

Di filosofi dalle convinzioni politiche deliranti e dalla moralità dubbia è costellata la storia della filosofia. Il caso di H. ci colpisce particolarmente perché lo avvertiamo, per ragioni storiche, come più vicino a noi e perché l’adesione ad un movimento come quello nazista ci risulta del tutto intollerabile (pensiamo, per contrasto, alla leggerezza con cui si legge e si studia un filosofo certamente fascista come Gentile o tutta la schiera dei pensatori marxisti filo-sovietici). Ma la controversia infinita su H. è anche e soprattutto dettata da un luogo comune piuttosto radicato, che nelle parole di Lucio suona così: “il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire”. Sarebbe il caso di chiedersi una volta per tutte in cosa consiste questa presunta complessità del pensiero di H., così come di molti filosofi contemporanei che si ispirano al suo stile e ai suoi temi. Ho la sensazione che questa presunta complessità sia nient’altro che un modo per descrivere l’oscurità e inaccessibilità, la sensazione di profondità e insondabilità, la percezione dell’abisso, che rappresenta il fascino di tanta cattiva filosofia. Quasi mai l’oscurità (che è cosa diversa dal tecnicismo) è sinonimo di profondità. Quasi sempre, invece, l’oscurità va a braccetto con il discorso magico, religioso, esoterico. Presentarsi come guru, come sciamani o maghi in possesso di un linguaggio iniziatico ed elusivo è il modo più semplice per creare attorno a sé una comunità di fedeli pronti a scattare in difesa del maestro. Sottrarsi alla comprensibilità, infine, vuol dire allo stesso tempo provare a sottrarsi alle proprie responsabilità, anche a quelle storiche e personali, per consegnarsi al vortice infinito delle interpretazioni inutili.

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

in mondo/politica by

Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

La filosofia dopo la fuffologia

in politica/società by

È noto a molti che le discipline umanistiche non godono di buona reputazione. Studiarle non sembra molto promettente se si ha in mente una carriera ben remunerata. E come se non bastasse, molti docenti universitari di tali discipline sono noti al grande pubblico per le sciocchezze che dicono che non per una dedizione autentica alla ricerca. C’è chi ritiene che questo secondo fenomeno spieghi perché le humanities versino in uno stato di profonda crisi: gli iscritti sono sempre meno e anche gli stanziamenti da parte dello stato alla ricerca fatta nelle humanities sono distribuiti con il contagocce. A chi scrive risulta difficile stabilire se la fuffa sia la ragione principale del disinteresse per le humanities. Vorrei però soffermarmi sui modi in cui alcuni ritengono che la fuffa possa essere combattuta. Secondo alcuni, il mercato penserà ad eliminare la fuffa. Il calo degli studenti porterà necessariamente a eliminare i corsi inutili tenuti da docenti incapaci. Questa tesi, però, suppone che gli utenti del sistema dell’educazione superiore siano in grado di distinguere la fuffa dai contenuti seri. Ogni evidenza sembra indicare il contrario. È quindi evidente che a fermare la fuffa debbano essere altri, gli esperti, coloro che sanno distinguere uno studioso serio da un Massimo Cacciari.

I fautori di questa strategia ritengono a volte che l’attuale sistema di “credentialing” accademico possa opporre un freno alla fuffa. La teoria di questi signori è la seguente. Fino a ieri in alcuni sistemi accademici – ad esempio, nel sistema accademico italiano – si diventava professori di humanities per mera cooptazione. Poiché i criteri della cooptazione sono meramente soggettivi, i meriti per ottenere una cattedra potevano spaziare da autentici meriti scientifici a contributi alla fuffa a favori sessuali a ricatti o ad altre bassezze cui l’accademia è tanto incline quanto il mondo che la circonda. Oggi invece, sostengono i cantori dei tempi nuovi, questo sistema non può continuare ad esistere nemmeno in Italia. I criteri soggettivi vanno sostituiti con criteri oggettivi – ossia con pubblicazioni in riviste con sistemi di referaggio seri. Tali cantori osservano che le riviste top delle humanities hanno un acceptance rate ben inferiore alle riviste scientifiche. In un settore che conosco bene perché è il mio, la filosofia, le migliori riviste hanno un acceptance rate attorno al 5% e talvolta persino inferiore. Ebbene, secondo i cantori dell’avvenire, se uno è reclutato soltanto sulla base delle pubblicazioni in tali riviste, il reclutamento dei docenti nelle humanities non dipenderà dall’arbitrio meramente soggettivo della vecchia cooptazione. Finalmente avremo ricercatori seri anche nelle nostre università italiane.
Ammetto che ho sempre guardato con sospetto la retorica che oppone il passato al presente.

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Fuffa before it was cool

A giudizio di chi scrive, gli uomini tendono a essere sempre tendenzialmente cialtroni, farabutti, ladri, ruffiani e adulatori a prescindere dall’epoca storica in cui si trovano a vivere. Pensare che il sistema di referaggio delle riviste ci garantirà la selezione dei migliori è come pensare che una procedura ci garantisca il conseguimento del fine per il quale essa è stata istituita. Se il fine delle votazioni è la democrazia, uno può certamente pensare che, dato che si vota, esiste la democrazia, ovvero il potere è nelle mani di ciascuno. Ma chi pensasse veramente che il suo voto valga quanto quello dell’ingegner De Benedetti non avrebbe capito come funzionano le élites. Lo stesso accade nelle riviste. La procedura della blind review non serve ad altro che a facilitare il giudizio dei pari. Ma se i pari sono cialtroni, il loro giudizio è ovviamente irrilevante. E, come si è detto, è ragionevole pensare che tra gli accademici la percentuale di cialtroni sia simile a quella che si ritrova nell’umanità tutta, ossia i cialtroni sono largamente preponderanti. Esistono, è vero, sacche di resistenza. Riviste ben fatte, guidate da ricercatori competenti. Dipartimenti ottimi. Studiosi bravi che si riconoscono tra loro. Sono sacche che si sono formate perché i bravi hanno deciso coraggiosamente di non ammettere tra le loro fila i cialtroni. Potrei nominare tanti dipartimenti nel mio settore, ma forse non è necessario, perché chi conosce l’accademia capirà facilmente di cosa sto parlando. Ma non appena si lascia spazio ai cialtroni, anche solo per “quieto vivere”, si è poi costretti ad assistere al loro proliferare.

I cialtroni, infatti, si “riproducono” accademicamente, fondando riviste in cui pubblicano i cialtroni e che servono a promuovere altri cialtroni. Non è infatti necessario che la maggioranza dei docenti di un dipartimento di humanities siano cialtroni perché la fuffa trionfi. È sufficiente che ce ne siano alcuni per infettare un corpo che sarebbe altrimenti “sano”. A poco vale quindi la resistenza degli sparuti ricercatori seri. Essi sono, appunto, confinati in sacche che provano a resistere alla fuffa. Tali sacche esisteranno sempre. Ma resteranno sempre minoritarie. Perché, come osserva il personaggio Diego Fuffaro su facebook, “non si ferma la fuffa con le mani”.

 

ricevuto da 

Luca Gili, luca.gili@hiw.kuleuven.be

I neuroni occulti di Goffredo Fofi

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Goffredo Fofi ha pubblicato in questi giorni, su Internazionale, un articolo molto duro a proposito di Inside Out. Parliamo del film d’animazione Disney che racconta quello che passa per la testa di una bambina di undici anni – le sue emozioni, paure, affetti, ragionamenti – e lo rappresenta come un universo colorato e complesso, gestito da una simpatica brigata di cinque personaggi/sentimenti primitivi: Rabbia, Disgusto, Gioia, Paura e Tristezza.

Il pezzo di Fofi è il classico caso in cui ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. In breve, la tesi dell’articolo è questa: Inside Out dipingerebbe la realtà mentale in maniera ideologica e tendenziosa. Si tratterebbe, in altre parole, del tentativo subliminale di instillare nei piccoli spettatori l’idea che attori esterni intervengano a manipolare, anzi in fin dei conti a determinare, le nostre azioni. Nelle parole di Fofi, ‘[s]vanisce il libero arbitrio e resta l’idea di una “macchinosa” manipolazione delle nostre azioni’. Secondo Fofi, sembra di capire, la rappresentazione di questi ‘persuasori occulti’ come allegri pupazzetti colorati avrebbe come obiettivo quello di abituare i bambini a non aver paura, anzi a guardare con simpatia, quelle ‘entità astratte ma ben presenti nella realtà’ che si propongono di ‘pensare per noi’ e guidare meccanicamente le nostre azioni. Il tutto, ça va sans dire, in nome di ‘un dettato generale della società americana che ha ambizioni globali’.

Fofi sostiene di aver paura (sì, paura) della rappresentazione della mente proposta dal film: prova orrore per la raffigurazione delle nostre memorie sotto forma di biglie ben organizzate come bit di un gigantesco hard disk, si straccia le vesti per la metafora della ‘cabina di regia’. Conclude, con un certo orgoglio piccato, che ai suoi nipoti preferisce, piuttosto, ‘far vedere qualcosa di più tradizionale e di più umano. Di meno preoccupante su quel che s’intende fare di loro e di noi’.

Davvero, non si sa da dove cominciare. Provo a dire un paio di cose semplici. Fofi sembra non rendersi conto che quella contro cui si scaglia non è altro che l’immagine scientifica della mente così come ce la raccontano, sulla base di osservazioni empiriche e ipotesi teoriche, la psicologia cognitiva e le neuroscienze. Non si rende conto, cioè, che ciò da cui vuole proteggere i suoi nipoti, quello su cui preferisce che chiudano gli occhi per paura che intacchi il loro sentimento di libertà, è in realtà ciò che più di tutto ci aiuta a liberare noi stessi e la società in cui viviamo da pregiudizi antichi e molto spesso violenti: la ragione scientifica.

Non sembra sfiorarlo, neanche per un secondo, l’osservazione che quello che Inside Out racconta non ha nulla a che vedere con ‘l’astrazione psicofilosofica’ (con scappellamento a sinistra), ma è invece una favola del cervello, dove la divulgazione scientifica viene adattata per un pubblico di bambini e inserita in una trama delicata e commovente. Non capisce, o forse ignora, che le isole colorate sospese nel vuoto, i pupazzetti stralunati, le scaffalature immense non sono affatto, come lui pensa, l’immagine di una nuova, spaventosa ‘mitologia’ tecnologica, che si propone di subentrare ad altre mitologie che lui considera ‘più tradizionali e più umane’.

Al contrario, Inside Out è una rappresentazione semplificata di quello che oggi conosciamo – grazie al lavoro degli scienziati cognitivi, dei neuroscienziati, dei filosofi della mente, dei linguisti – su come funziona il nostro cervello. Non sembra avere idea che le allegorie animate del film alludono ad aree funzionali del nostro cervello, a connessioni elettro-chimiche, a reti neurali: tutti oggetti del nostro modello scientifico attraverso cui cominciamo finalmente a gettare un cono di luce su alcuni dei misteri che hanno accompagnato l’uomo dalla notte dei tempi: cosa sono i sentimenti, come funziona l’azione, la percezione, la memoria, la coscienza.

Fofi non sembra capire che questi oggetti – che lui chiama ‘persuasori occulti’ – siamo noi, è la materia di cui siamo fatti, l’architettura cognitiva che ci fa uomini. Che il libero arbitrio non è (più) una questione per i preti e non (solo) per filosofi, ma (anche) per i neuroscienziati e gli psicologi. Non si accorge che i determinanti causali delle nostre azioni – i pupazzetti colorati – sono nel nostro cervello, sono il nostro cervello, siamo noi. Non la Coca Cola Company o la Monsanto. Non l’ideologia americana, non la pubblicità.

Infine, che le ‘mitologie tradizionali e più umane’, i miti greci come la letteratura e la poesia, non sono in contrapposizione all’immagine scientifica del mondo e dell’uomo, ma semmai la completano e arricchiscono, ci restituiscono l’altra faccia di quello che siamo.

La Disney ha da poco annunciato che produrrà un nuovo film animato su Charles Darwin. Chi ha paura dell’evoluzione?

Il Sistema Fusaro

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Ragionando di filosofia, uno che ne capiva abbastanza ha detto una volta che essa “è necessariamente sistema”. Ora, nell’Italia del 2015 pare che la filosofia sia tornata di moda: i festival a tema spuntano come funghi e non c’è talk televisivo che si faccia mancare la presenza fissa del filosofo in studio. Filosofi, insomma, come se piovesse. Di sistemi filosofici, tuttavia, neanche l’ombra.
Eppure, forse, non tutto è perduto! Fortuna vuole che, dallo schiamazzo del circo mediatico-filosofico, una voce si levi, forte e chiara, al di sopra delle altre. La voce di un giovane Filosofo (con la f maiuscola), un sistematico per vocazione, giacché – per sua stessa ammissione – ‘allievo indipendente’ di Hegel e di Marx. Il suo nome è Diego Fusaro.

È un Sistema, quello fusariano, che per rigore logico e ampiezza di Weltanschauung fa vacillare al confronto, come castelli di carte, le costruzioni dei suoi stessi maestri (indipendenti). Tutto si tiene, nella logica implacabile del Nostro. Di seguito, ecco un breve e inevitabilmente incompleto compendio del suo pensiero.

Il Sistema Fusaro muove da una transvalutazione di tutti i valori. In pratica, alcune cose sono buone e altre sono cattive, inerentemente. Tra le cose cattive figurano, in ordine sparso: i numeri, il calcolo, il metodo scientifico e la scienza e in particolare l’economia – ma ogni disciplina che faccia uso di strumenti matematici è guardata con sospetto, per ovvie ragioni (v. alla voce ‘numero’) – il capitalismo e il (neo-)liberismo, l’inglese, la teoria gender, due anni (ma solo questi due) del Novecento, vale a dire il 1968 e il 1989, e naturalmente l’Euro e l’Europa.

Tra le cose buone ci sono: la filosofia e la cultura umanistica, i selfie, l’abbronzatura, Giovanni Gentile e il liceo classico, il mare (“immagine mobile della libertà”), Marx, i festival filosofici, la Gabbia di Paragone, gli avverbi formati col nome di un filosofo tipo heideggerianamente.

A grandi linee, la logica del discorso fusariano procede come segue: si prende una cosa a caso (un fatto di cronaca, una persona, un’invenzione tecnologica, una teoria, una frase), meglio ancora se proveniente dal mondo della sinistra e del marxismo, e si mostra che – una volta squarciato il velo di Maya dell’illusione borghese – essa non è altro che l’ennesimo, maleodorante tentacolo della piovra capitalistica. La strategia si adatta, con lievi variazioni, ai casi più disparati, tipo Tsipras (qui), il gender (qui), o le proteste delle Femen (qui). Mirabolante, e meritevole di una citazione, è la sua applicazione al caso dell’iPhone:

L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.

Si noti qui come il tema del capitalismo cattivo si incroci al rifiuto della tecnica e soprattutto alla liberazione dall’oppressione del Dio-numero che tutti ci vuole asserviti alla ‘logica illogica’ neoliberista della sequenza per cui, ecco lo scandalo!, all’uno segue il due e al due il tre e così via, senza scampo. Un crescendo filosofico da capogiro.

Tornando alle cose cattive, particolarmente dannosi per Fusaro sono l’Euro e l’Inglese. Quanto al primo, il Nostro sostiene la tesi secondo la quale “[l]’euro non è una moneta: è un metodo di governo per rimuovere diritti sociali e del lavoro. E’ il trionfo del capitalismo assoluto”. A chi volesse alzare il proprio borghese ditino per sottolineare la contraddizione di una moneta che però non è una moneta, sfuggirebbe – suppongo – l’ovvietà per cui il principio di non contraddizione è esso stesso nient’altro che una delle maglie della camicia di forza neoliberista. E, si badi, Fusaro potrebbe tranquillamente darci una spiegazione tecnica del perché l’Euro è così letale per i popoli europei. Potrebbe, ma se ne astiene, poiché – rischiarato dal lume della filosofia – è cosciente che agitarsi nelle sabbie mobili del discorso economico non condurrebbe ad altro che a sprofondare ancora di più nei fanghi del capitalismo (qui il testo completo):

Cari amici e care amiche, prego tutti quanti di risparmiarmi le esortazioni allo studio dell’economia. … l’economia è il problema e non la soluzione: finché si permane nel “cretinismo economico” (Gramsci) non vi può essere salvezza, giacché si permane sul terreno della reificazione e della fascinazione per cifre, numeri e calcolo.… Lasciatemi proseguire nel cammino filosofico, re taumaturghi dell’economia! 

Quanto alla lingua inglese, quest’ultima – proprio come l’Euro – è pure essa uno strumento di dominio mondialista delle masse e di assuefazione all’ideologia consumistica. Fusaro è particolarmente intransigente contro l’uso dell’inglese nelle pubblicazioni scientifiche, paradigma della “adesione supina al nomos dell’economiada parte del “clero accademico”.
L’ignaro, lo stolto, il sempliciotto non filosoficamente avveduto, potrebbe obiettare che, tuttavia, a scrivere tutti nella stessa lingua forse ci si capisce meglio e si rende la propria ricerca accessibile a un numero molto più ampio di studiosi che potranno così avvalersene a vantaggio di quell’impresa intrinsecamente comunitaria che è la scienza. Di fronte a simili bestemmie, il Nostro non potrà che scuotere il capo in segno di rassegnazione al cospetto del cretinismo di chi, drogato di ideologia capitalistica, persegue “nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.”.
Pensateci: un mondo di fisici sperimentali che pubblicano articoli sui semiconduttori in terzine dantesche, di ingegneri aerospaziali che discettano di propulsione idraulica in perfetto inglese Shakespeariano. Davvero avete ancora dei dubbi sul mondo in cui preferireste vivere?

Diciamolo pure: il pensiero fusariano è una finestra verso l’abisso che è dentro e fuori di noi. Tale è la sua complessità, tante le sfaccettature, i temi, la profondità di vedute. Impossibile darne una visione comprensiva: non basta il post di un blog, non basterebbe un libro, persino un’enciclopedia. Speriamo almeno di aver reso al Nostro l’umile servigio di presentare le fondamenta del suo Sistema. D’altronde, scriveva Nietzsche: “Io non sono abbastanza ottuso per un sistema – e tanto meno per il mio sistema”. Fusaro, invece…

Un uomo irrazionale

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Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

Turing: re dell’inganno? [RELOADED]

in società by

A seguito dei molti e vivaci commenti al mio post, ho deciso di  correggere formulazioni imprecise e di qualificare meglio qualche frase. Ringrazio i miei lettori per la loro attenzione: la loro intransigenza è un sicuro stimolo al miglioramento. Ci tengo a ribadire che la sostanza del pezzo è passata indenne alla revisione.

L’eredità di Alan Turing, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita è immensa: matematico e crittografo, è considerato uno dei padri del computer. Come ricompensa per aver violato il codice Enigma con cui i nazisti criptavano le informazioni strategiche durante la guerra, Turing subì un infame processo per omosessualità e sottoposto da un tribunale (nel Regno Unito del 1952!) ad un trattamento ormonale “correttivo” del suo “disturbo” (nei fatti, ad una castrazione chimica).

Le violenze subite dallo stato lo condussero alla disperazione, e presumibilmente a porre fine alla sua esistenza: a suo tempo il suicidio venne dato per scontato (in fondo che poteva fare un “anormale”, se non nascondersi o suicidarsi?), anche se oggi è tutt’altro che pacifico.  fino a che non decise di farla finita in modo eclatante, . Il referto dell’esame post-mortem riferì che la morte sopraggiunse per avvelenamento da cianuro di potassio, presumibilmente contenuto nella mela morsicata che venne rinvenuta accanto al cadavere. Poiché il frutto non fu mai analizzato, non è certo che fosse avvelenato, né si può escludere che la fatale intossicazione sia avvenuta per incidente dovuto a distrazione (in fondo il luogo comune vuole che i grandi geni abbiano la testa fra le nuvole).

Sta di fatto che le circostanze misteriose ed insolite della sua morte, unitamente alla passione che lo scienziato sembrava avere per il cartone animato Biancaneve e i sette nani di Walt Disney, si sono impresse in modo indelebile nell’immaginario collettivo, talora alimentando miti e assonanze tanto suggestive quanto pericolose (in quanto mai provate) mordendo una mela avvelenata (proprio come l’eroina di uno dei suoi film preferiti, la Biancaneve di Walt Disney). Uno di queste leggende, che ruota attorno al Pare tra l’altro che il logo  Apple, una mela morsicata appunto, vorrebbe che il marchio commerciale di uno dei prodotti più desiderati al mondo costituisca un tributo nerd alla grandezza di Turing. Benché anche chi scrive sia rimasto vittima di questa impressione, la tesi è destituita di fondamento: almeno questo è quanto sostengono, autorevolmente, lo scrittore ed attore Stephen Fry e, in modo forse definitivo, Ron Janoff il pubblicitario che alla fine degli anni Settanta, ideò il marchio Apple (la mela era dipinta dei colori dell’arcobaleno, sia pure disposti in un ordine errato, cosa che ha alimentato l’ulteriore mito del riferimento alla bandiera gay).

Ma lasciamo da parte il folclore. Un interessante pezzo di Ian Bogost su The Atlantic fornisce oggi un contributo originale sulla figura del grande scienziato britannico. Nel suo celebre articolo del 1950, “Computing Machinery and Intelligence”, Turing salta a pié pari i concetti di intelligenza e pensiero, proponendo il seguente giochino (che in seguito sarebbe diventato celebre come test di Turing): una persona viene chiamata a valutare due controparti che non può vedere, un’altra persona ed una macchina, al fine determinare quale dei due interlocutori sia umano e quale no. Sia l’uomo che la macchina farebbero di tutto per convincere il loro “giudice” che sono una persona. Bogost sostiene dunque che, nel test di Turing, “l’intelligenza in sé, quel quid che sta dentro un uomo o una macchina, è un tema di conversazione meno interessante degli effetti che essa produce su osservatori ed intelocutori”.

Si tratta di una conclusione un po’ inquietante. Però per lo meno ha il pregio di mettere a tacere i fanatici dell’intelligenza artificiale e quelli che, invertendo i punti cardinali della logica e del buon senso, addirittura sembrano convinti che il cervello umano funzioni come un computer. Per la verità, nota Bogost, “Turing non ha mai preteso che i computer potessero essere intelligenti – né che fossero necessariamente artificiali, se è per questo. Ha solo suggerito che sarebbe divertente considerare come se la cavano i computer in un gioco d’imitazione – come potrebbero fingere di essere umani in maniera interessante.” Sempre secondo Bogost, Turing avrebbe usato questo approccio pratico perfino nella soluzione di complessi problemi matematici: la macchina di Turing avrebbe funzionato, ad esempio, come un “simulatore”, imitando la risoluzione di un complesso dilemma logico-matematico. In fondo, la violazione di Enigma non sarebbe altro che lo strano caso di “un macchinario britannico che imitava una trasmittente tedesca”.

Non occorrono particolari sforzi di fantasia per capire come oggi siamo circondati da macchine che “fingono” di essere altre macchine. Il computer è l’esempio più evidente: una macchina che imita una calcolatrice, un libro contabile, una macchina da scrivere, un dispositivo di montaggio per i film, uno studio di registrazione. Non solo, ma hardware e software tendono ad imitare i loro simili, che a loro volta imitano macchine fisiche e/o meccaniche: Excel imita Lotus 1-2-3, Galaxy imita iPhone …

Sostiene Bogost che la vera eredità di Turing è una visione del mondo basata su “una catena nidificata di finzioni, ognuna delle quali non punta alla realtà, ma alla caricatura di un’altra idea, apparato, individuo o concetto.” In fondo, parliamo di un matematico che scelse di morire come il personaggio di un cartone animato., volente o meno, si spense in circostanze che inevitabilmente richiamano una delle scene clou con cui Walt Disney ed il suo team portarono sullo schermo l’antica favola gotica.

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