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Viaggiare: la prudenza non è una questione di sesso

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Sono alto un metro e 65 cm., ho un principio – chiamiamolo così – di pancetta, mi viene il fiatone a far due piani di scale e l’ultima volta che ho fatto a botte avevo tredici anni, alle medie. Insomma, non di certo un grande esempio di virilità, tantomeno un guerriero nato, e, proprio per questa ragione, tendo ad evitare situazioni di pericolo, potenzialmente violente, nelle quali avrei quasi sicuramente la peggio. Come direbbe un altro autore di questo blog, “la mia nonviolenza è uno stato di necessità piuttosto che una questione di principio”.

D’altra parte mi piace viaggiare, ho avuto la fortuna sin da giovanissimo di visitare mezzo mondo e tuttora, quando il tempo e il denaro me lo consentono, amo spendere il mio tempo libero con lo zaino in spalla e un paio di scarpe comode ai piedi. Negli anni ho però imparato che la prima virtù del buon viaggiatore è la prudenza, ovvero quell’atteggiamento di cosciente distacco da situazioni a te estranee che, proprio perché sconosciute, potrebbero costituire un eventuale pericolo. Il mondo, là fuori, non è di certo un giardino edenico pronto ad accogliere a braccia aperte il ricco viaggiatore occidentale solo perché equipaggiato di un bel sorriso e buone intenzioni. Al contrario, l’avere a che fare con realtà aliene spesso comporta un certo grado di rischio, tanto più se ci si ritrova in contesti dove la violenza fa parte della quotidianità.

Tutto ciò, assieme al dato concreto della mia scarsa statura, mi ha insegnato nel corso degli anni ad evitare viaggi, paesi o situazioni che potrebbero mettere a repentaglio la mia incolumità fisica. Più che vigliaccheria, preferisco pensarla come una forma di rispetto verso la mia persona e i miei cari, o come un’espressione di sano realismo nei confronti di un mondo sicuramente non prono ai voli pindarici dell’Europeo viziato e sognatore. Se si vuole davvero godere del viaggio, è necessario innanzitutto armarsi di buon senso.

Mi sembra dunque che tutte queste considerazioni – un po’ banalotte, in realtà – possano rivelarsi valide e utili per entrambi i sessi. Sebbene uomo, non mi concederei di certo il “lusso” di visitare (da solo o in compagnia) un quartiere povero di Caracas, il Sudan della guerra civile o le piantagioni di coca in Colombia – giusto per fare degli esempi stupidi. Eppure, la vulgata del politicamente corretto lamenta sempre più la presunta discriminazioni delle donne viaggiatrici, apparentemente impossibilitate a visitare certi paesi senza correre il rischio di venire ammazzate. È il caso, ma ce ne sono tanti, della studentessa paraguaiana e della sua lettera di protesta per una coppia di ragazze argentine uccise durante un viaggio in Ecuador. L’appello lanciato, già diventato virale, è quello di rivendicare il diritto delle donne a viaggiare da sole, non importa la destinazione o il contesto socio-economico del caso: #ViajoSola.

Peccato però che l’Ecuador sia uno dei paesi a maggior rischio per i viaggiatori – di entrambi i sessi – e che presenti un tasso di criminalità decisamente elevato (trentaquattresima posizione su 117 paesi, non male). Senza contare il fatto che le due ragazze, rimaste senza soldi, avevano accettato ospitalità per la notte da due perfetti sconosciuti.

Ora, ditemi: pure la prudenza è una forma di discriminazione?

Perché i “safe space” fanno paura

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Due aneddoti e un commento.

Primo aneddoto. Ricevo una mail da due rappresentanti degli studenti del mio college (University of Cambridge), responsabili della palestra privata ad uso dei membri. Ci ricordano che è tassativo rispettare le “women only hours”, anche laddove dovesse apparire che nessuna donna stia utilizzando la sala in quel momento. Fanno presente che la presenza di uomini potrebbe scoraggiare l’uso della palestra da parte di alcune donne. Aggiungono che: “Durante le women only hours, i membri donna hanno la libertà di richiedere con cortesia ai membri maschi di lasciare la palestra.” E concludono così: “Il nostro obiettivo è di massimizzare l’uso della palestra tra TUTTI i membri del college, trasformandola in un posto dove ciascuno si senta felice e al sicuro”. Alla mia richiesta di spiegazioni, rispondono che questa nuova policy – che ignoravo – “was instituted in response to a majority feeling in college”.

Secondo aneddoto. Biblioteca del dipartimento di filosofia, stesso ateneo. Cerco un libro, lo trovo. Lo apro. Alla prima pagina, trovo questo volantino. Trascrivo qui il testo:


 

Written by yet another White Man

Dear Rational Man,

Think your privilege won’t affect your theorising?

Think again.

I don’t pretend to be a conduit of pure reason and nor should you. Your background beliefs, so-called “intuitions” and scope of inquiry are informed and limited by your historically- and socially-situated perspective. Instead of pretending that this isn’t a problem, and claiming that I am politicising Rational Inquiry, and thereby subjugating The Truth to my feminist agenda, confront your prejudices – however implicit – and consider how they may have affected your work. Because “common-sense claims” and “self-evident truths” are themselves often far from politically neutral, and philosophical deliberation has historically served to rationalise the subjugation of large subsections of society.

With strictly platonic love,
a concerned feminist xxx”.


Non voglio soffermarmi sul contenuto del volantino, che confesso di non capire fino in fondo. Mi sembra un testo grossolano, condito di affermazioni scontate, gergo propagandistico e alcune falsità.

Noto però che l’enfasi è sulla necessità di passare al vaglio le presunte “affermazioni di senso comune” e “verità auto-evidenti”. Credo, forse ingenuamente, che questo sia esattamente ciò che contraddistingue, da sempre, la buona pratica filosofica e scientifica, al netto dell’ovvietà per cui ogni ricerca è inevitabilmente calata in un contesto storico, con tutti i suoi limiti tecnologici, culturali, politici.

Trovo abbastanza ironico, invece, che il genere di retorica che permea il volantino e che sta imponendosi specialmente nel mondo accademico anglo-americano sembra essere mosso da uno spirito moralizzatore che è esattamente contrario a un simile, e benemerito, scetticismo metodologico. Sfidare i propri pregiudizi è cosa sacrosanta, così come lo è lavorare e battersi attivamente contro tutte le discriminazioni. Mi domando, però, quanto del loro stesso discorso politico i sempre più numerosi e rumorosi attivisti della affirmative action siano disposti, ugualmente, a rimettere al vaglio della critica aperta e priva di pregiudizi. La risposta mi sembra: molto poco. Al contrario, le soluzioni che più spesso si sentono proporre all’interno di questi circoli comprendono pratiche come l’auto-segregazione, la censura, l’imposizione del riequilibrio a scapito della stessa relativizzazione al contesto storico e sociale che loro, per primi, invocano.

Il primo aneddoto che ho riportato è un piccolissimo ma inquietante esempio di quello che intendo per auto-segregazione. Il piccolo fatto segue perfettamente la retorica, questa sì diventata “common-sense claim” nelle università angloamericane, dei cosiddetti safe space. Luoghi fisici (stanze, edifici, spazi del campus) o simbolici (l’università) nei quali le persone dovrebbero essere al riparo da qualunque forma di offesa, discriminazione o, con un termine diventato piuttosto popolare, “micro-aggressione”. Quest’ultima è una parola sufficientemente vaga da includere pressoché qualunque cosa. Ciò che è peggio, che cosa si qualifichi come micro-aggressione viene fatto dipendere dalla sensibilità – necessariamente idiosincratica e personale – dei singoli o dei gruppi. Finisce così che diventi tollerabile, persino normale o auspicabile, che una maggioranza (o presunta tale) decida per l’esclusione di un gruppo di persone (i maschi, nel caso dell’aneddoto citato) da uno spazio come la palestra dell’università, presumibilmente sulla base del fatto che la loro presenza è avvertita, dai membri di un altro sottogruppo, come micro-aggressione. Che cosa sarebbe accaduto se quella stessa maggioranza avesse votato per l’esclusione dei grassi o dei calvi o delle ragazze vestite in maniera troppo succinta non è dato sapere. E l’argomento mi pare fin troppo scontato per essere elaborato. Rimane il fatto, ben più grave, che un numero sempre crescente di gruppi (etnici, politici, di genere) rivendichino la necessità di avere a disposizione cosiddetti safe space segregati in cui venga ratificata l’interdizione a membri di gruppi percepiti come portatori di elementi potenziali di disagio.

L’introduzione di safe space, ormai ampiamente riconosciuta e incoraggiata dalle associazioni studentesche ad ogni livello, ha poi come ovvia conseguenza la pretesa sempre crescente di tollerare e incoraggiare la censura. La casistica è già piuttosto ricca. Il New Yorker ha riportato il caso di una docente di legge, ad Harvard, a cui è stato richiesto di evitare di includere nel programma del corso la legislazione riguardante lo stupro, oltre che di astenersi dall’utilizzare il termine “violare” in qualunque accezione (anche nel senso di “violare una legge”). A Oxford un dibattito sull’aborto promosso da una associazione studentesca pro-life è stato cancellato sulla base delle minacciose proteste degli studenti. Piuttosto che ingaggiare una discussione serrata con gli oratori, i promotori delle proteste hanno ritenuto che questi ultimi non avessero diritto di parola sulla base dell’argomento (se così possiamo chiamarlo) che l’evento avrebbe “propagandato la narrativa per cui maschi cisgender hanno il diritto di dibattere e decidere le scelte che le persone dotate di utero possono fare sui loro propri corpi”. I promotori della protesta hanno deciso, senza accettare discussione, che dei maschi non hanno il diritto di parola sull’aborto. E hanno vinto. Il dibattito è stato cancellato. Alla fine del 2015, all’università Goldsmith di Londra, un gruppo di studenti appartenenti alla Islamic Society hanno protestato contro l’intervento dell’intellettuale iraniana e attivista per i diritti umani Maryam Namazie. Lo hanno fatto interrompendola di continuo, alzandosi e camminando nella sala e rendendo praticamente impossibile per lei concludere anche solo una frase. Su YouTube c’è il video integrale del suo intervento, dove si può vedere che nel momento in cui la Namazie prova a chiedere silenzio e rispetto, il riflesso automatico dei disturbatori è invocare il safe space e accusare l’oratrice di intimidazione. Per non parlare, poi, delle richieste di includere trigger warning (una sorta di etichette per contenuti ritenuti sensibili) a margine delle opere di autori come Ovidio, Dante e Scott Fitzgerald.

Quest’ultima cosa mi sembra sia indice della totale incapacità di riconoscere che il contenuto delle opere dell’ingegno umano sono inevitabilmente calate nei pregiudizi del contesto storico e sociale in cui hanno visto la luce. E questo è per lo meno paradossale, visto che – come il volantino ritrovato ci tiene a ricordarci – la necessità di considerare l’accumulazione dei pregiudizi e la loro influenza sul presente in una prospettiva storica è esattamente il punto alla base di queste rivendicazioni.

Mi fermo qui anche se molto ci sarebbe da dire anche sul terzo elemento, ossia la pretesa che si operi al riequilibrio della sotto-rappresentazione di alcuni gruppi storicamente discriminati per via di cosiddette azioni affermative. In altri termini, collateralmente e a discapito dei canali e dei metodi ordinari di reclutamento. Quelli basati su criteri certo non perfetti ma almeno tendenzialmente meritocratici, come gli indici di produttività.

Alla fine di tutto questo discorso, la cosa che più mi spaventa è questa: che di fronte a questa ondata di rivendicazioni violente vada contestualmente erodendosi lo spazio per chi voglia criticare le idee dei loro promotori senza essere, allo stesso tempo, automaticamente squalificato come interlocutore. Si tratta cioè di una retorica gommosa, che si nutre degli argomenti dei suoi critici per provare il suo punto centrale. Ovvero che la fonte ultima della critica sia da ritrovarsi nella posizione di privilegio di chi la elabora, che questa sia storicamente acquisita – come nel caso dei maschi bianchi – o perfino inconsapevolmente introiettata – quando a criticare sono i membri di quegli stessi gruppi discriminati. Una brutta china, mi pare.

Perché la performance di Milo Moirè non aiuta le donne

in arte/società by

Quello che è successo a Colonia nella notte di capodanno è un evento che mette insieme diverse tematiche contemporaneamente: il razzismo, l’emigrazione, il femminismo e la violenza.

E mentre si cercano i colpevoli diretti ed indiretti, e si lanciano colpe e accuse, c’è chi ha pensato bene di salire sull’onda del rumore per scivolare veloce sulla spuma della attenzione mediatica: l’“artista” Milo Moirè.

Dato che fino a poco tempo fa non la conosceva quasi nessuno, faccio un breve riassunto della signorina in questione: svizzera, 32enne, desiderava diventare pittrice ma poi ha studiato psicologia all’Università di Berna. Vedendo i suoi disegni si capisce anche il perchè. Non che non sappia tenere in mano una matita, ma sicuramente non la si puo definire propriamente un talento. Oggi vive a Düsseldorf con il compagno fotografo ed si è tramutata, guarda caso, in artista concettuale e performer. La sua fonte di ispirazione è, indovinate chi? Si proprio lei, l’onnipresente Marina Abramovic.

Segni particolari visibili: bellissima, e con le tette rifattissime (neanche troppo bene). Questo si vede, perchè è sempre, ma proprio sempre, nuda. Segni particolari meno visibili: quando apre bocca, l’effetto musa algida si spacca come una cristalleria sotto il peso di un elefante. Non so se dipende dal suo accento svizzero, dalla sua vocina da ragazzina innocente e un po’ scema, o dal fatto che non riesce a mettere in piedi una spiegazione intelligente o per lo meno lineare, della sua “opera”.

Ieri la nostra gnocca, alla luce degli eventi di Colonia, ha pensato di esibirsi in una performance a favore delle donne. E cosi, vestita solo di snickers rosa (in quanto a eleganza ha adottato gli altissimi standard tedeschi), ha sfidato i 4 gradi della città e si è piazzata davanti al duomo con un cartello che recita: “Rispettateci! Non siamo selvaggina anche se siamo nude”.

Cosi facendo la Moirè ha dichiarato di voler sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto della donna e sulla sua libertà e autodeterminazione. E il messaggio, in sè, non fa una piega. Quello che la piega la fa, è il contesto. E come contesto intendo l’artista stessa. Non il suo corpo nudo, ma il suo modus operandi.

Infatti, se sulla sua pagina Facebook è difficile capire se si tratta di un’artista o dell’ennesima ragazza che si fa i selfie con la duck face, visitare il suo sito internet è invece un’esperianza memorabile. Al di là dello statement piuttosto banale sull’uso del corpo, è un po’ come stare su Tube8 ma in versione patinata. E anche poco economica. Si, perchè per scaricare i video delle sue performance senza i bollini della censura sulle parti intime, dovete pagare.

E quando pagate, quello che vedete è la Moirè infilarsi delle uova riempite di colore nella vagina e poi spararle su una tela che verrà poi piegata in due per spargere il colore in maniera simmetrica. In pratica un qualsiasi ping pong show a Pattaya.

Non che un’artista debba per forza essere brutta come la Abramovic perchè la sua nudità venga presa sul serio, mentre se è gnocca non vale. Ma dal momento che le performance di questa artista non hanno un sostegno concettuale profondo, o anche solo un concetto articolato, si traducono, di fatto, in un tentativo di farsi spazio nel mercato dell’arte secondo la vecchia formula del Sex sales. Sono tempi duri per gli artisti, si sa. Bisogna saper attirare l’attenzione.

Di fatto, non c’è nulla di provocatorio o di rivoluzionario nelle performance di Milo Moirè. E, al di la del femminismo, il suo mettere letteralmente in vendita le sue parti intime entra in contraddizione tanto con l’idea di rispetto per la donna, quanto con il concetto stesso di creatività.

Now, seriously, Coleman Silk

in politica/società by

Un professore universitario, innervosito dal fatto che due studenti non si sono presentati in classe per tutto il semestre, chiede in aula chi saranno mai questi “due zulú” che non si sono mai degnati di farsi vedere. Mal gliene incoglie: a sorpresa, i due studenti sono neri e lui si ritrova coinvolto in uno scandalo, gli è impossibile razionalizzare l’indignazione altrui, e finisce per perdere il lavoro e la moglie.

Questa è la trama de La Macchia Umana, un romanzo scritto meno di vent’anni fa da Philip Roth.

Ora, io non so come Roth la pensi sull’argomento e non ho idea se condividerebbe il parallelo, ma non credo di essere il solo che ha in testa il nome di Coleman Silk, il protagonista del romanzo, in un numero crescente di episodi degli ultimi anni.

C’è stato il caso del disgraziato che ha avuto la pessima idea di indossare la camicia con le donnine, di cui si è giá parlato qui, gli attacchi inveleniti a Barilla e Stefano Gabbana. Piú recentemente, la federazione americana di wrestling ha rescisso un contratto con Hulk Hogan per delle battute “razziste”. Ma è la storia di Tim Hunt, il “nobel maschilista”, che ricorda in assoluto di piú Coleman Silk. Crocifisso pubblicamente per aver affermato – pur avendo premesso che si trattasse di osservazioni non serie – che donne e uomini dovrebbero far ricerca in ambienti separati, se no “le donne piangono quando vengono criticate, o si innamorano”, Hunt è ancora un nemico pubblico: qualche giorno fa l’Università di Ferrara ha subito pressioni per ritirare l’invito a un convegno temendo l’assalto delle erinni.

Facciamo un passo indietro.

Di cosa parlerebbe Hunt a Ferrara? Di fisica, presumibilmente. Nessuno dei presenti, a parte le non invitate contestatrici, menzionerebbe l’episodio. La scelta piú razionale sembrerebbe quindi essere quella di mantenere l’invito e, semmai, rinforzare la sicurezza. Eppure, spesso non va cosí. Perchè?

Perchè oggi, ed è secondo me una tendenza molto pericolosa, l’ambizione a una esistenza pacifica, o anche solo ad essere valutati nel lavoro solo per quel che si produce, è sovrastata dal rumoroso incedere di chi invece ha in testa un modello totalitario della persona e delle sue opinioni. Il puritanesimo progressista oggi sanziona “privatamente”, cioè coi boicottaggi e la pressione, chi esprime pareri bigotti, ma travolge anche chi non li possiede: un nerd con una camicia, o un professore inglese che, in Korea, fa una affermazione volutamente paradossale. Non esistono, in questa visione, comportamenti che attengono a una sfera professionale e comportamenti “privati”: per conseguenza, non esistono nemmeno opinioni “private”. Nel momento in cui si lascia intendere di avere una opinione difforme, questo equivale giá ad aver dato prova di una disposizione psicologica a mettere in atto il comportamento incriminato: usi “zulú'” per parlare di due studenti neri? è come se li avessi già valutati, trattati, esaminati in modo diverso solo per il colore della pelle.

Inizia quindi a farsi strada l’idea che, se si associa un personaggio ad un marchio, il pubblico debba seguire quel personaggio in uno spettro di attività ben piú ampio di quella “caratterizzante”, e il possessore del marchio è costretto a scaricarlo per prevenire un danno quando questi esce dal recinto dell’accettabilitá sociale. Così è andata per Hulk Hogan. Il ragionamento è il seguente: un calciatore non aggiunge valore solo per le sue giocate, ma anche per il suo impegno a favore dei poveri,  uno stilista ha il diritto di lavorare in pace solo se dice le cose “giuste”  contro i disordini alimentari, uno scienziato deve dirsi preoccupato per lo stato dell’ambiente (e in particolare del riscaldamento globale, ça va sans dire), un manager deve adoperarsi contro la discriminazione dei gay, e cosí via.

Questa tendenza, ovviamente, ha forza solo perchè è un comportamento di gruppo: è la maggioranza , o quantomeno una massa critica, che rende rilevanti queste pretese.

Insomma, la mia preoccupazione è che molte anime candide sottovalutino la piega che questa cosa sta prendendo perchè, sostengono, si tratta di battaglie forse condotte con metodi individualmente un po’ estremi ma quantomeno a favore di cause giuste. Non dubito della buona fede. Faccio peró presente che certi comportamenti oggi tollerati e difesi erano ieri considerati devianti, ed è stata piú la cattolica ipocrisia, il non applicare al caso particolare il ragionamento generale, a salvare la qualità della vita di un travestito del 1950, che non il fervore fideista di chi allora applicava con altrettanto zelo la morale corrente. Un atteggiamento simile, d’altra parte, a quello di chi trent’anni prima costringeva la politica americana a imporre un insensato bando alla vendita di alcolici. Che, indubbiamente, fanno male.

Pensiamo che sanzionare le affermazioni omofobe, oggi, sia un accettabile compromesso rispetto alla libertà di espressione: in fin dei conti, chi esterna certe convinzioni è un retrogrado, un ignorante. Questo lo pensiamo oggi, quando, per coincidenza, le anime candide sono d’accordo con il pensiero della maggioranza. Chissà se, una volta che ne avremo avallato completamente il metodo, non arrivi una maggioranza diversa, ma con idee differenti. O quando faranno un passo in piú, perchè in fondo anche quella degli ayatollah è una forma di politicamente corretto. Chissà quanti si renderanno conto di aver contribuito alla deriva.

P.S. l’Università di Ferrara ha ritirato l’invito. Avesse voluto rimanere in piedi con dignitá, avrebbe invece potuto pubblicare il testo completo delle dichiarazioni di Tim Hunt. Che diceva, dopo le parole incriminate: “Now, seriously, I’m impressed by the economic development of Korea. And women scientists played, without doubt an important role in it. Science needs women and you should do science despite all the obstacles, and despite monsters like me.

Now, seriously.

Un cancro chiamato femminismo

in internet/società/televisione/ by

Dal fantastico mondo dei media, due filmati che illustrano piuttosto chiaramente le conseguenze di quel sonno della ragione chiamato femminismo:

1) Nel corso della solita, inutile, sterilissima televisiva discussione sulla riforma della legge elettorale, Andrea Scanzi, con una retorica farlocca degna del miglior Totò, mette alle corde la deputata del PD Alessia Rotta (e questo dovrebbe dare l’idea della profondità dei contenuti di entrambe le parti), che risponde accusandolo, davvero dal nulla, di misoginia nei confronti delle sue colleghe parlamentari. La scena mi ha ricordato un episodio dell’ultima stagione di House of Cards, in cui Frank Underwood suggerisce alla candidata alla presidenza Jackie Sharp di accusare di sessismo l’avversaria nel corso di un dibattito televisivo, giusto per metterla a tacere. Quest’atteggiamento è l’equivalente contemporaneo della reductio ad Hitlerum.

2) Ennesimo “esperimento sociale” sull’internet che mostra l’ennesima bellissima ragazza chiedere ai passanti, tutti rigorosamente uomini, se vogliono fare sesso con lei. Come usuale in questi “esperimenti”, della cosiddetta società impariamo ben poco, mentre apprendiamo tantissimo sulle intenzioni di chi sta dietro la telecamera. A parte un signore di colore che rifiuta l’invito “perché troppo magra”  (mito assoluto!) , in tutte le altre scene vengono mostrate essenzialmente due categorie di persone: quelli che accettano senza pensarci mezzo secondo – la maggior parte – e si allontanano con la ragazza per cercare un luogo appartato, e quelli che le fanno notare quanto, in realtà, “valga ben più di così”. In poche parole, buoni e cattivi: gli Illuminati che ricordano alla ragazza il valore della sua dignità e i maiali che non vedono l’ora di mettere il pisello nel primo buco di passaggio. Come se nel mezzo non possa esserci alcun’altra reazione possibile a una proposto del genere: paura, diffidenza, semplice mancanza di interesse, incertezza. E invece no, solamente bianco e nero.

Ecco, questi due episodi sono significativi di quel che è diventato il femminismo ai giorni nostri. Ovviamente non mi riferisco al femminismo delle origini, quello delle grandi battaglie per la parità dei diritti, ma di quello quotidiano da discussione salottiera, quello degli isterismi mediatici. Il femminismo oggi è demonizzazione dell’altro, laddove l’altro è l’essere umano dotato di pene. Come tutti gli -ismi (nazismo, comunismo, razzismo, maschilismo, ecc.), anche il femminismo attuale divide il mondo in eletti e malvagi, e utilizza una retorica discriminante per attaccare gli avversari, indipendentemente dal contesto e dalla natura della discussione. O sei con noi o contro di noi. Una grande Salem in cui, questa volta, ad essere cacciate sono streghe dotate di scroto.

Non so voi, ma a me tutto ciò fa abbastanza schifo.

Misoginia, questa sconosciuta

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Conoscerete tutti, suppongo, l’odiosa vicenda dello scienziato Matt Taylor dell’ESA, al centro del mirino di una serie di insulti per aver indossato, durante un’intervista, una camicia considerata “sessista”, poiché raffigurava delle pin-up come mamma le ha fatte.

Ora, questo scienziato, si è scusato con [le donne? gli uomini? la comunità? Dio?], asserendo “Ho sbagliato, ho offeso molte persone.” (potete vedere il video qui ).

Io vi invito, prima di continuare nella lettura del mio post, a informarvi bene sulla faccenda, e successivamente a farvi una vostra opinione.

Una volta che sapete di cosa sto parlando, fermiamoci un attimo a riflettere.

Io credo che le persone, troppo spesso, utilizzino il termine “misoginia” senza nemmeno sapere di cosa diavolo stiano parlando.

Un qualsiasi vocabolario, o una formazione classica, vi informerà che il termine misoginia deriva dal greco, ed è composto dai termini “odio” e “donna”: un misogino, generalmente, è qualcuno che odia il genere femminile.

Non voglio, in questa sede, discutere sull’argomento che vedrebbe la nostra società una società misogina o maschilista. Questo lo lascio giudicare alla vostra esperienza e alla vostra personale opinione, perchè penso che sia un discorso molto delicato e molto lungo.

Quello che mi chiedo io è: quest’episodio non sarà mica la punta dell’iceberg di un atteggiamento sempre più volto a enfatizzare alcuni atteggiamenti maschili nei confronti delle donne? Voi pensate che potrebbe essere il contrario, e cioè che atteggiamenti all’apparenza innocui possano generare casi più gravi? Può essere anche questo. Tuttavia proseguo nel mio ragionamento.

A me sembra che, ultimamente e troppo spesso, si faccia riferimento ad alcuni fatti come se fossero degli esempi di quello che l’uomo, essere orribile che pensa solo al sesso e alle macchine sportive, può riservare a una povera donna indifesa.

Vi sembra un’esagerazione? Nah. Qualsiasi spunto è buono per vomitare odio sul fatto del giorno. Odio che genera poi una situazione che, almeno a me, è molto familiare: la genesi delle famose “differenze fra uomini e donne”.

“Noi donne siamo più sensibili”, “Noi uomini siamo più dediti all’amicizia”, “Noi donne sopportiamo meglio il dolore”, “Noi uomini perdoniamo più facilmente” e altre idiozie da medioevo che non starò qui ad elencarvi.

Come se nell’appartenere a un genere si dovesse redigere e firmare un atto in cui per tutta la via ci impegniamo a fare shopping o a occuparci di calcio. E questo è ciò che poi genera frasi come “Ma no! Sei una donna e ti guardi il calcio??? MA SEI DA SPOSARE!”; “Sei un uomo e ti piace andare per negozi?? MA TU SEI L’AMORE DELLA MIA VITA!”

Ecco, per me questo è il fulcro del problema. Convincersi che ci siano delle reali differenze, le quali però non vengono mai esposte in modo obiettivo: una donna, nel 90% dei casi, vi dirà che LORO sono più sensibili; un uomo, ugualmente, vi dirà che le LORO amicizie durano di più. Non si ammettono i propri difetti, ma soprattutto non si pensa a noi stessi come a individui, bensì come a un branco di persone i cui organi genitali ne determinano gli atteggiamenti e il carattere. Non so a voi, ma a me sembra piuttosto assurdo.

E alla fine, nel momento in cui uno scienziato mette la camicia con le pin-up* , all’opinione pubblica cosa balena in mente? Che l’uomo è un porco, che guarda i porno, e che per strada grida frasi sessiste alle donne. E mettersi la camicia con le pin-up è qualcosa di scandaloso, che merita delle scuse, altrimenti poi finisce che pure gli stupri vanno bene.

* Siamo d’accordo anche che se sei furbo magari eviti di indossarla in TV, perché ti puoi benissimo immaginare cosa accadrà dopo. Beninteso che per me avrebbe potuto pure indossare una tuta da Winnie the Pooh.

Per carità: che le donne, spesso, siano oggetto di discriminazione è un fatto. Ma è anche un fatto che ormai è sempre più sottile la linea che separa la consapevolezza di cos’è una vera molestia, la vera misoginia, il vero maschilismo da quella di atteggiamenti che non possono essere assolutamente considerati tali.

Cos’è la misoginia? Andatelo a chiedere alla mia amica che, al consultorio per un profilattico rotto, è stata trattata quasi come un’idiota che non sapeva quello che faceva dai medici (fra cui anche delle donne, peraltro) che non prendevano sul serio il suo diritto ad essere, quantomeno, ascoltata. E in quei casi ti senti frustrata e piena d’ansia, e non hai certo bisogno di avere un coacervo di imbecilli che ti fanno sentire una donnaccia.

Andatelo a chiedere all’autista dell’autobus che viene insultata perché “le donne non sanno guidare”.

Andatelo a chiedere a quelle che, per strada, vengono molestate verbalmente, ma SUL SERIO. A me è capitato, e non ho dovuto camminare per New York 10 ore, mi è bastato sedermi sull’autobus ed essere presa di mira da due cafoni.

La misoginia non è indossare una camicia con le pin-up, e io trovo assurdo che ci siano persone che l’hanno considerata un’offesa nei confronti delle donne, e che quest’uomo si sia dovuto scusare pubblicamente, dando ragione a un’opinione pubblica che, ai miei occhi, si fa sempre più incapace di pensare con la propria testa, ma che si attacca a quello che dovrebbe pensare per non apparire anch’essa sessista, maschilista o quant’altro.

Anche perché io vorrei chiedere, a chi si indigna per la camicia con le pin-up: quale sarebbe l’offesa nei confronti delle donne? Il fatto che siano viste come un oggetto? Siete sicuri di avere la coerenza necessaria per affermarlo? Siete sicuri che siano davvero questi gli episodi per i quali c’è bisogno di indignarsi?

Poscritto: è inutile che cominciate a incollarmi, nei commenti, articoli sulla violenza domestica o su cosa devono sopportare le donne tutti i giorni, perché il mio non è affatto un post che vuole dimostrare quanto le donne non abbiano bisogno di essere difese o di quanto per loro la vita sia facile e tranquilla.

La parità dei sessi quando ci vuole

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Qual è il modo corretto con cui approcciare un membro dell’altro sesso?

Il modo corretto è quello che il membro dell’altro sesso (o dello stesso sesso, nel caso) ritiene corretto.

Basterebbe questo, a voler essere lapidari, per chiudere la questione; ma il discorso merita un approfondimento, dato che è sempre più frequente trovarsi di fronte al classico ribaltamento logico per cui ogni menomazione percepita del diritto maschile alla molestia (intesa letteralmente come attività molesta) diventa un sopruso, una prevaricazione, una stortura figlia del nazifemminismo e del “maschilismo al contrario”.

Il collega Canimorti (sono mesi che sogno di affiancare queste due parole) cerca di procedere logicamente da una premessa condivisibile:

Vediamo di spiegarci: secondo voi è legittimo che una donna abbia voglia di scopare?
Secondo le mie libertine vedute progressiste si, lo è.
Dunque, in che modo questa donna dovrebbe manifestare il suo legittimo desiderio di scopare?
Dipende, ad esempio potrebbe aspettare passivamente che un’altra donna o un altro uomo la notino, che abbiano casualmente voglia anche loro di scopare e che glielo propongano garbatamente.
Oppure potrebbe giocare in attacco e una volta individuato un maschio o una femmina che ritiene accettabile come partner sessuale potrebbe provare a salutarlo o fargli un complimento o semplicemente guardarlo insistentemente, potrebbe chiedergli il numero di telefono, potrebbe chiedergli se vuole uscire.
A me questi sembrano metodi legittimi per stabilire un contatto con un altro essere umano, sbaglio?

La tentazione di rispondere soltanto “sì”, qui, è molto forte. L’ovvia conclusione del ragionamento è un classico senza tempo: “perché se lo fa una donna sono comportamenti legittimi e se invece lo fa un uomo sono considerati molestie?”. Proviamo a fare chiarezza.

Punto primo, l’errore nella premessa. Una donna che decidesse di “giocare in attacco” e guardare insistentemente, complimentare o salutare uno sconosciuto per strada sarebbe sicuramente molesta quanto la controparte maschile. Tanto per l’uomo quanto per la donna il problema non è semplicemente l’azione, è il contesto.

Ci sono situazioni in cui un tentativo di approccio (tipicamente da parte dell’uomo, ma vale per entrambi) è considerato accettabile dal destinatario (feste, serate in locali, e anche qui ci sarebbe da discutere su cos’è accettabile e cosa no); camminare da soli per strada in mezzo a sconosciuti non è una di queste. Ci sono tentativi di approccio che, pur in situazioni da evitare come quella dello sconosciuto per strada, possono essere considerati accettabili dal destinatario (educazione, gentilezza, dare meno fastidio possibile); “ehi bella, ti va di fare un giro” non è tra questi.

Quindi, per rispondere alla domanda, no, una donna che cerca un partner sessuale non dovrebbe importunare sconosciuti per strada. Nessuno dovrebbe importunare sconosciuti per strada.

Punto secondo, l’errore nella conclusione. Per quanto sia difficile da ammettere, un comportamento può essere accettabile se lo fa una donna ma non se lo fa un uomo; succede per via – guarda un po’ – del contesto. In una società apertamente maschilista, l’uomo è in posizione privilegiata. Un uomo che infastidisce una donna per strada sta (anche non coscientemente) approfittando della sua posizione di forza: è lo stesso fenomeno che in altri ambiti si chiama mobbing o bullismo.

Il caso opposto, oltre ad essere praticamente inesistente nella realtà (perché, ricordiamolo, se lo fa una donna è ovviamente una troia), e oltre ad essere ugualmente molesto in linea puramente teorica, è meno grave perché non è inquadrato in un contesto sociale di prevaricazione.

(Prima che qualcuno fraintenda: con “è meno grave” non intendo dire che l’azione in sé sia migliore. Se Tizia importuna Caio per strada è una rompicoglioni tanto quanto Tizio che importuna Gaia. Ma è una stranezza isolata invece che il rinforzo di una disparità.)

Lo stesso contesto sociale, peraltro, in cui si sviluppa la paura. Il membro del sesso sottoposto, a differenza dell’altro, non può semplicemente ribellarsi con serenità a questi episodi; è facile dire a una ragazza “mandali a cagare e sei a posto”, quando poi è lei a ritrovarsi da sola in strada circondata da maschi alfa da sfanculare. E se quello si incazza? E se è fuori di testa? Se mi segue fino a casa? Se è armato?

Guarda caso, la reazione tipica e reale delle donne che subiscono queste attenzioni è quella di sopportare e tacere (se rispondi a tono, naturalmente, sei la stronza). Mentre, guarda ancora il caso, la reazione tipica e del tutto immaginaria degli uomini che cercano invano di immedesimarsi è “OH MA MAGARI SCHERZI A ME FAREBBE PIACERE”: per chi è abituato a sentirsi in diritto di avere l’attenzione di ogni membro dell’altro sesso, il problema non si pone in nessuna delle due direzioni.

Sarebbe anche il caso di ricordare qui (sarebbe ancora meglio che non ce ne fosse bisogno, ma non si sa mai) l’assoluta insensatezza di un’altro atteggiamento tipico maschile sulla questione: quello che fa all’incirca “sono complimenti”, “dovresti essere contenta”, “se sei figa vanne fiera”. Sarò più chiaro possibile.

Un. Complimento. Può. Dare. Fastidio.

Ci sono infiniti complimenti possibili e infinite gradazioni nel loro effetto. Se Eddie Izzard mi chiamasse al telefono e mi dicesse oh Ste’, con l’ultimo post m’hai fatto morire, certamente morirei felice. Se Eddie Izzard mi seguisse nella stradina dietro la Coop e mi dicesse a ‘bbono non sai cosa ti farei, io potrei farci un pensierNON REAGIREI ALLO STESSO MODO. Fare un complimento a uno/a sconosciuto/a è sempre un’intromissione. Potrebbe far piacere? Sì. Potrebbe creare forte disagio, fastidio, imbarazzo? Certo che sì. Se non siete sicuri dell’effetto, non fatelo. Se lo fate e non ottenete l’effetto che speravate, accettate il fatto che a sbagliare siate stati voi.

Infine: il punto di entrambi i video riportati e di tutti gli altri simili che sono stati prodotti negli anni non è quello di affiancare tanti singoli episodi e catalogarli uno a uno come molestia sessuale. Il punto di queste raccolte è dimostrare per accumulazione una situazione complessiva: sono perfino banali nel loro documentare un’evidenza banale, che è quella per cui gli uomini nel complesso considerano ogni donna una preda e si ritengono in diritto di tentare un attacco in qualsiasi momento.

La parità dei sessi quando ci pare, sì. Ci pare che sia necessario per prima cosa insegnare agli uomini che cosa sia. E poi, magari, provare a metterla in pratica.

Questo me lo ingropperei

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Premesso che lo scrivente non è solito fare osservazioni sull’aspetto fisico dei protagonisti della vita pubblica italiana, e che quindi non scrive questo post pro domo sua, stavolta proviamo a partire dal fondo.
Domanda: come mai quando un maschio fa una battuta sulla bruttezza di una politica femmina si grida all’insulto sessista, e quando una femmina fa altrettanto con un politico maschio no?
Voglio dire: se uno osserva che Rosy Bindi è brutta si scatena una ridda incontrollabile di ah sì e perché dovrebbe essere bella, tu giudichi le donne solo per l’aspetto fisico, mostro, maschilista, vuoi solo vedere culi e tette ma noi ci abbiamo anche il cervello cosa credi, sessista, stupratore, mostro; se invece una dice che Brunetta (o Fassino, fa lo stesso) è un cesso nessuno si sogna di fare altrettanta cagnara. E’ un cesso, stop. Qualcuno ride, qualcuno (tra cui me, ad esempio) non ride. Ma finisce là, fatto salvo il cattivo gusto della battuta, naturalmente, e la sua gravità, per altri versi che in questa sede non c’entrano, quando da cesso si arriva a insulti peggiori tipo nano. Ma sto divagando.
Dicevo: azzardare un’osservazione negativa sull’aspetto fisico di una donna che fa politica si porta dietro, inevitabilmente, pesanti accuse di maschilismo nei confronti di chi la fa; come se dalla semplice evidenza che egli abbia rilevato la bruttezza della persona in questione si possa evincere che lui, il lurido infame, ritenga che le donne in politica si debbano giudicare soltanto in base al loro aspetto fisico. Il che, se fosse vero, sarebbe effettivamente odiosamente maschilista: solo che, piccolo particolare, non è necessariamente vero. Voglio dire, molti, moltissimi di loro mica la pensano ‘sta cosa. Prova ne sia, oltre alla logica elementare, il fatto che le donne sono solite fare altrettanto parlando dei politici maschi, e nessuno si sogna di dir loro brutta femminista, questi sono politici non oggetti, devono essere capaci e non belli vergognati e via discorrendo.
Orbene, la stessa cosa, uguale identica, accade quando il giudizio che viene formulato è di segno contrario: ed accade in special modo quando quel giudizio viene espresso con locuzioni più o meno ispirate a pulsioni di natura sessuale.
Esempio: provate a dire che la Boschi è una bella manza. Provateci, ditelo proprio così, e vedrete come arrivano a frotte le indignate, pronte a divorarvi vivi e a sputarvi addosso accuse di sessismo bieco e ignobile, al limite della violenza carnale virtuale.
Poi, un giorno, arriva ‘sto Sanchez. Arriva e allora tutte si mettono là a scrivere quanto me lo farei, te chiudo in casa tre giorni e manco te faccio parla’, passa che me te pappo, bel pezzo di carne (giuro, l’ho letto), finalmente un politico bello.
Finalmente un politico bello. No, dico, finalmente.
Cioè: finalmente la posso fare anch’io, quella cosa che quando la fanno loro mi incazzo come un’ape.
Il che, di per sé, non sarebbe neppure un male: uno pensa ok, la fanno pure loro, così magari si accorgono che il più delle volte un apprezzamento, ancorché sguaiato, è quello che è, vale quello che vale, non implica per forza tutta quella merda che rovesciano addosso ai maschi quando dicono che la Carfagna ci ha un bel culo. Cioè, uno pensa chissà, magari si rendono conto.
Invece no. Manco per niente.
Il messaggio, alla fine della fiera, è: le femmine lo possono fare perché scherzano, i maschi no perché sono delle merde.
Intendiamoci, non che dicano proprio così: ma si evince con una certa chiarezza, giacché molte delle stesse fanciulle che oggi si dichiarano bagnate (anche questa ho letto davvero) per Sanchez saranno là, pronte e scatenate a vomitare improperi, appena qualcuno se ne uscirà con un “questa me la tromberei”.
Dice: ma ci sono elementi di contesto che giustificano la disparità di trattamento. E sono elementi gravi, che tutti conosciamo fin troppo bene.
Ineccepibile.
Però siete sicure, ma proprio sicure sicure, che così facendo questi elementi di contesto non finiate per rafforzarli anziché combatterli? No, perché quella che a volte sembrate voler praticare non è una parità, manco per il cazzo: è semplicemente una disparità diversa.
Ed è molto, molto improbabile che due cose storte ne facciano una dritta.

Ma che “carine” le donne in rete della Festa della Rete

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Lifestyle, moda, beauty o cucina: ma che “carine” le donne in rete, secondo la Festa della rete.
Il panel dedicato all’universo femminile dell’ormai ex Blogfest (lo spazio dedicato ai blog veri e propri era infatti da anni ridotto al lumicino in favore del meritatissimo spazio riservato agli sponsor paganti) oltre a essere indicizzato nella categoria Fashion, ha come ospiti solo modelle e donne che si truccano.

Badate bene: non donne che – incidentalmente – fanno le modelle o si truccano, ma proprio modelle in quanto modelle e donne che si truccano in quanto donne che si truccano.

Evidentemente Gianluca Neri ha bisogno che gli vengano presentate donne che usano la rete per qualcosa di diverso dall’essere carine o dallo scrivere diari “privati”.

Ne conosco decine e ce ne sono anche in questo blog (la terribile Anna, la scatenata JJ) che vi giuro scrivono come e quanto un uomo.

Chissà che a Rimini non si trovi un microfono anche per loro, giornaliste, politologhe, economiste, polemiste, scrittrici, poete, magari la prossima volta, magari anche truccate.

Bambole senza peli

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Debbo dirvi la verità: io a questa cosa penso molto spesso.
Penso spesso, cioè, al fatto che mentre si additano ostacoli di ogni sorta, veri o presunti, alla concreta possibilità che uomini e donne abbiano le stesse possibilità, vale a dire che si consegua la cosiddetta “parità tra i sessi”, si ignora completamente il capitolo “bellezza”, che invece secondo me è uno dei fattori decisivi.
Voglio dire: è scritto da qualche parte che le donne, in media, debbano dedicare al proprio aspetto fisico una quota di tempo e di risorse infinitamente superiore a quella degli uomini? E’ scritto da qualche parte che in un modo o nell’altro debbano impreziosirsi con orecchini, bracciali, collane, unghie laccate, messe in piega, depilazioni, trattamenti di bellezza e via discorrendo?
No. Eppure questo, normalmente, succede: e ha almeno un paio di risvolti importanti, per come la vedo io.
Il primo, che volendo è anche il meno cruciale, riguarda il tempo. Quanto tempo ci vuole per truccarsi ogni mattina? Dice, io non mi trucco. E ok, tu non ti trucchi. Ma in genere le donne si truccano. O perlomeno si tolgono i peli, no? Ebbene, quanto tempo ci vuole per depilarsi le gambe, l’inguine e le braccia, comprendendo nel computo l’organizzazione, gli appuntamenti con l’estetista e il diabolico incastro con tutti gli altri impegni? Quanto per andare dal parrucchiere? Quanto per vestirsi, ché volendolo fare in modo decente, tra vestiti e accessori vari, c’è da combinare tra loro almeno il doppio delle cose che ha addosso un uomo? E quanto costa star dietro a tutta questa roba? Tanto, mi pare. Tanto tempo, e tanti soldi.
Ma il punto vero, abbiate pazienza, non è neppure questo.
Il punto vero mi pare possa coincidere con una domanda alla quale fatico a rispondere: perché, nel 2014, è ancora largamente condivisa l’idea che le donne, in un modo o nell’altro, debbano essere “belle”? Badate: a tutti i livelli, dico. Perché a me pare che è fin troppo facile scassare la minchia quando a una viene dato un incarico importante perché è avvenente. Cioè, ci sta. Ma se poi, nel proprio piccolo, si continua a declinare lo stesso principio agghindandosi di ninnoli come delle bamboline, lisciandosi le cosce, ritoccandosi le sopracciglia, arrampicandosi su tacchi scomodissimi e chi più ne ha più ne metta, stiamo parlando grosso modo dello stesso campo di gioco. O perlomeno dello stesso sport.
Alcune amiche mi dicono: guarda che noi siamo costrette. Ed è vero. Ché oggi come oggi una donna coi peli sulle gambe farebbe senso un po’ a tutti. Ma, voglio dire, è una convenzione. E’ un gusto, che ha un retroterra meramente culturale e in quanto tale si può cambiare: magari piano piano. Eppure a me non sembra che si vada in quella direzione. Anzi, mi pare di intravedere quasi la tendenza opposta.
Altre amiche osservano: che cazzo vuoi, a me piace esaltare la mia “femminilità”. Come se la femminilità fosse un concetto intrinsecamente connesso a farsi belle a tutto beneficio dei maschi (perché in ultima analisi è per piacere ai maschi, che questa cosa avviene, giacché è per questo, mica per altro, che è stata codificata nel tempo): dal che, ragionando a spanne, si potrebbe desumere la pericolosa conclusione che femminilità e maschilismo siano più o meno la stessa faccenda; cosa che io non credo, nonostante il condizionamento culturale che inevitabilmente travolge anche me.
Ecco, io penso che tra le polemiche sulle tette in tv, sulle donne avvenenti che ottengono posizioni sociali di spicco e sulle barzellette sessiste questo argomento venga clamorosamente trascurato. Come se non esistesse. Mentre mi sembrerebbe (davvero) decisivo almeno discuterne.
Perciò queste ragazze, che si lasciano allegramente crescere i peli senza tirarli via, mi suscitano simpatia e stima: perché mi pare che abbiano colto, magari in certi casi senza neppure volerlo, un pezzetto di questo tema importantissimo.
Lo dico apertamente: non mi piacciono per niente. Proprio per niente. Ma so, lo so, che il fatto che non mi piacciono non è altro che un condizionamento, dal quale -temo- non sarò mai libero.
Però, abbiate pazienza: lasciatemi sperare che tra qualche decina d’anni ragazze così possano piacere ai miei nipoti, o ai nipoti dei miei nipoti.
Per come la vedo io, vorrà dire che avremo fatto un passo avanti mica da ridere.

Il carrozzone italiano del “siamo tutti puttane”.

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Donne-sesso-lavoro-potere sono termini che nel dibattito pubblico italiano vengono presentati in blocco: sbattuti come pezzi di carne sul banco del macellaio, in un groviglio indistinto e grottesco, in uno strillare da fiera del foggiano che mira solo a stordire. Il corpo-della-donna è diventato questa cosa che da una parte (si legga Se non ora quando) deve essere difesa, protetta, rivestita in qualche modo, con indignato pudore; dall’altra (si legga Siamo tutti puttane) è l’oggetto di culto di un’esaltazione priapica che difende a denti stretti anche l’esperienza in ciucciare calippi a fini curriculari. Sarà, ma a me tutto questo stiracchiare di gonne giù fino al ginocchio o su fino all’inguine fa venire in mente la contrattazione di Andreotti con Cicciolina affinché adeguasse il suo abbigliamento ai velluti austeri della Camera: pur di ottenere che la deputata non lesinasse sulla stoffa dei suoi abiti acconsentì a farla chiamare non Staller, ma “Cicciolina” negli appelli in Parlamento “fino al raggiungimento dell’età sinodale”. Non so se esista una questione femminile vera e propria, in ogni caso non la metterei in questi termini: ogni volta che viene aperta una questione (meridionale, razziale, ecc.) si apre un cantiere che ha lo scopo preciso di non essere mai chiuso. Fatto sta che te la presentano così e nei salotti televisivi – anche se non guardi la tv c’è qualcuno che purtroppo queste cose te le racconta o comunque le ripeschi su internet – si vedono le esponenti dell’una e dell’altra fazione beccarsi sotto il doppio mento compiaciuto di qualche navigato conduttore. L’oggetto del disquisire pare, dunque, il semicerchio descritto dall’apertura delle cosce femminili. Le une pretendono di insegnarti come e quando è giusto farlo, buttando via le rivendicazioni di libertà femministe di cui dovrebbero essere le dirette eredi, le altre – cercando di emulare malamente il Principe di Machiavelli – ne fanno semplicemente una questione di mezzi per fini. Così se il dottorato lo vince quella che ha il fegato di coricarsi col vecchio barone con la fiatella, o se dopo anni di stage, Co co pro, ecc. in un’azienda vieni salutato con un arrivederci e grazie perché un’altra o un altro ( le puttane – chiariamolo – possono essere anche maschietti) ha trovato sotto la scrivania la chiave per disporre meglio il padrone di turno, la colpa è solo tua che non hai ritenuto di usare tutti i mezzi a tua disposizione. Delle volte penso che abbiano ragione, che questi baroni questi potenti si meritino di essere trattati per quello che sono, di essere circuiti e rivoltati come calzini. Di essere presi in giro visto che non sono capaci di decidere che in base ad un unico merito. Ma la questione è un’altra. È “la” questione italiana di scambio che vede da una parte un’enorme disponibilità di mezzi (soldi e posti) per cambiare l’esistenza degli altri attraverso l’elargizione di favori (gioielli, buste paga in nero, ruoli politici distribuiti come proprietà privata); dall’altra parte disponibilità ad offrire se stessi (sesso, corpo, voti, corruzione). Il meccanismo è sempre lo stesso: benefici e potere in cambio di prove di sottomissione e fedeltà. Per questo non si tratta di una questione femminile. Ed è anche un problema di meritocrazia. Se io partecipo ad una maratona hanno qualche peso nella classifica le mie abilità culinarie? La bravura di una parrucchiera si giudica dal fatto che è capace di tradurre dal greco antico al latino? No. E allora perché il fatto che io ottenga o meno un assegno di ricerca all’Università o un posto in Parlamento debba dipendere dal giudizio del docente o del politico di turno sulle mie prestazioni sessuali? L’argomentazione appare tanto più paradossale se a proferirla è chi si professa liberale e nello stesso tempo lamenta l’arrancare del “carrozzone pubblico”. Questo tipo di concorrenza, infatti, ingolfa le amministrazioni e impoverisce, e non in senso etico o morale. Lo sapeva bene Berlusconi, tant’è non si è mai sognato di mettere ai vertici della Mondadori un’olgettina, per esempio. Se anche avesse avuto un momento di impazzimento, comunque i suoi figli e i suoi soci non gli avrebbero permesso di mandare a puttane le aziende. Ma in Parlamento sì, le si poteva mandare, e lì non c’era nessuno a fermarlo. E anche all’Università. E anche nelle più varie aziende pubbliche. Perché Berlusconi è solo un volto, nemmeno il più tremendo di tutto questo baraccone. Accavallate pure le gambe, apritele, contorcetevi come vi pare per quella cattedra, per quel microfono, per quell’assessorato, per quella scrivania, ma non venite a dirmi che lo fate perché siamo in un Paese liberale.

Antonella Soldo.

Il sessismo delle antisessiste

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L’abuso del termine ‘sessismo’, gettato nel dibattito ad ogni piè (o fondoschiena) sospinto, sta raggiungendo il suo obiettivo femminista: farci cadere le palle. Ed è soprattutto la forma aggettivale, apparentata con altri di per sé innocenti sostantivi, a consumare questo impunito delitto delle pudenda. Quel ‘sessista’ che squalifica più che qualifica, che indica più che spiega. Quel ‘sessista’ che riempie bocche e cuori, che mette all’indice con la sua sola vicinanza pubblicità e satire.

L’invasione mediatica è in atto. I rimbrotti sono all’ordine del giorno. Chiunque può esserne vittima, basta una parola detta in modo maldestro: un apprezzamento fuori luogo oppure una domanda mascolinamente impertinente. Del resto, dicono le convinte utilizzatrici del termine, il cortocircuito è anche linguistico. In quella vergognosa confusione dei generi. Per cui, tanto per cominciare, abbisogna riformulare il lessico. Ministra e non Ministro, diritti della persona e non dell’uomo, deputata e non deputato.  E così via.

Perché tutto questo generoso ricorso alla distorsione del genere genera generazioni di degenerati. Cioè di maschilisti. Cioè di uomini che odiano le donne. Cioè di mariti violenti. Cioè di possibili femminicidi. Come se la matematica, che è femmina da millenni, offrisse alla causa antisessista lo strumento dell’equazione; come se la correlazione, che è femmina pure lei, fosse un dovere morale ineludibile.

Non capiscono, le boldriniane, le terragniane, le marzaniane, che lo svilimento dei concetti, benché si cibi di ciance, è un fatto silenzioso: lo si afferra dopo, sempre dopo, quando l’effetto delle parole equivale a quello di un innocuo ruttino. E dopo non si può più nulla. Non capiscono che, quando si svilisce un concetto, soprattutto se questo ha un’importanza e una veridicità (e nessuno le nega), si finisce col rinforzare tutto ciò che va nella direzione opposta. In sostanza, si produce un gioco perverso che mortifica persino l’inoppugnabilità del reale, persino il fallocentrismo concreto e ben visibile.

Come l’innegabile disparità numerica nelle istituzioni. Anch’essa bollata troppo rapidamente come frutto del maschilismo imperante e alla quale si vorrebbe far fronte con la meravigliosa invenzione delle quote femmina. Ad esempio, prevedendo l’obbligatorietà dell’elezione paritaria di uomini e donne. Una conquista di civiltà, dicono. Peccato che così si impedisca di fatto la possibilità che il numero delle donne elette sia maggiore di quello degli uomini. Oppure che, in una situazione di mascolino merito, sia fatto fuori il candidato privo di tette. Una conquista di civiltà, certo.

Epperò, se è vero che il sessismo è una forma di discriminazione, e che esso tende alla generalizzazione, al rinfocolamento degli stereotipi di genere, l’antisessismo di casa nostra, con la sua demonizzazione del maschio e le sue proposte perversamente paritarie, finisce col rassomigliargli un poco. Se è vero che il sessismo è un’operazione di deformazione della realtà a beneficio di alcuni, l’antisessismo di casa nostra, col suo moralismo hardcore, appiattisce la discussione sui costumi, sulle preferenze sessuali, incita in qualche modo la facile catalogazione, dunque la misconoscenza. Inoltre, se è vero che il sessismo rivendica una presunta superiorità maschile, la retorica antisessista del ‘donna è bello’ o del ‘ donna è meglio’, pur avendo buoni propositi e toni delicati, non sembra essere meno grossolana.

La strada da fare per raggiungere un livello di parità prossimo a quello di altri paesi europei è certamente lunga. Qualcuno è convinto che l’infantile bagarre maschio-femmina, la celebrazione dello iato, non faccia altro che rinforzare gli stereotipi e dunque il sistema che si pretende di combattere. Mentre le militanti antimachiste vanno alla ricerca di quegli stereotipi e gli inveiscono contro. Per superare una situazione di squilibrio. Ma senza capire che così si rischia di approdare ad una desolante parità di cartone. Senza rendersi conto che pure il loro, in un certo modo, è sessismo.

Dove sono, oggi, le biancovestite?

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In Italia, nella capitale dell’Italia, è possibile che a una donna venga sequestrato il corpo due volte: la prima perché non può accedere alla diagnosi pre-impianto pur essendo potenzialmente portatrice di una terribile malattia genetica, e la seconda perché dopo aver scoperto che il feto che porta in grembo è affetto da quella malattia l’obiezione di coscienza la costringe ad abortire come un animale, in un cesso, tra conati di vomito e svenimenti.
Ecco, a questo punto mi sorge una curiosità: cosa dovremmo aspettarci che facessero, oggi, le parlamentari che ieri si sono vestite di bianco per difendere le quote rosa nella legge elettorale?
Come minimo, se nella vasta gamma delle vicende umane esiste un minimo di proporzione, che accorressero davanti a quell’ospedale coi vestiti bianchi ancora addosso e se li stracciassero gridando fino a restare ignude e senza voce, finché qualcuno non si presentasse a dar loro conto di come sia potuto avvenire un abominio del genere.
Invece, a quanto mi risulta, davanti all’ospedale quelle parlamentari non ci sono andate: né vestite, né ignude; e mi premetto di dubitare che lo facciano nelle prossime ore.
Fate il favore: abbiate almeno la decenza di non venirci a raccontare ancora che il problema è la parità di genere nella legge elettorale.

Il femminismo delle riserve protette

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Stai a vedere che in un paese nel quale avere un bambino significa o chiudersi in casa per accudirlo personalmente, rinunciando quasi del tutto al lavoro, oppure investire cifre da capogiro per pagare uno straccio di asilo nido distante chilometri da casa; nel quale l’assistenza alla maternità si riduce alla possibilità di non andare al lavoro per qualche mese, ma non si degna di fornire strumenti concreti per non dover scegliere tra fare la madre e proseguire la carriera; nel quale per una donna è un problemaccio perfino esercitare l’elementare diritto di disporre del proprio corpo, decidendo se e come accedere alla fecondazione assistita, se e come proseguire o interrompere una gravidanza, perfino se e come avvalersi della contraccezione; ecco, stai a vedere che in un paese come questo il fatto che le donne non riescano ad assumere ruoli di vertice nella politica, nell’impresa o nel mondo accademico si deve alla mancanza di una legge che imponga la “parità di genere” o le “quote rosa”.
Invece parrebbe proprio che il punto sia questo: introdurre una legge che fissi accuratamente le percentuali, risolvere brillantemente il problema a valle e creare una bella riserva protetta nella quale le donne potranno continuare a far finta che vada tutto bene, anzi benone.
Dopodiché, il fatto che stabilire delle quote di genere obbligatorie per legge sia essa stessa una gigantesca discriminazione, che in quanto tale può soltanto aggravare il problema anziché risolverlo, è del tutto irrilevante.
Del resto l’importante è poter continuare a declinare con la consueta pervicacia retorica spiccia, indignazione prêt-à-porter, frasi fatte e luoghi comuni.
Mica affrontare le questioni per davvero.

Grazie al cazzo!

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Siccome adesso pare ci si debba fare una risata, se sei donna e ti dicono che tu e le tue colleghe avete ottenuto un posto perché fate pompini, perché il pompino è un arte e non c’è nulla di male a fare pompini, questo post – nella medesima logica adamantina – serve a far si che vi inorgogliate, le prossime volte che qualcuno vi insulterà nei modi elencati sotto.

Testa di cazzo: il cazzo si sa, è un nobile organo. Serve a riprodursi ma anche a scopare sanamente, divertendosi un sacco. Quindi se vi danno della “testa di cazzo” sorridete e ringraziate. Ditelo a voce alta: “Si, sono una testa di cazzo, ragiono col cazzo, che è un gran bel ragionare, e basta con tutta questa sessuofobia perbenista! Sono una testa di cazzo!”

Coglione: vd. sopra quanto detto per  “testa di cazzo”. Organi importantissimi, i coglioni, e certo un calcio sui coglioni fa più male che un cazzotto in testa. La natura stessa, ci dice quindi che i coglioni sono più importanti della testa. Se vi dicono che ricoprite una posizione perché siete un coglione siatene fieri allora. Molto meglio di sentirsi dire che la ricoprite perché avete una buona testa.

Stronzo: la cacca, si sa, farla è importante. Se siete stitici potreste essere molto contenti di produrre stronzi. Quindi bisogna gioire per ogni “stronzo” che vi dicono, magari chiedendo a chi vi insulta se per caso fosse stitico: se lo fosse di sicuro voleva farvi un complimento.

Puttana/figlio di puttana: vera professione la puttana e chi lo mette in dubbio è – seriamente – un puritano. Quindi, un primo passo per la vostra liberazione sessuale potrebbe essere andare da vostra madre e darle candidamente della puttana. Se lei dovesse inspiegabilmente risentirsi, attaccatele una pippa infinita sulla  funzione sociale della figura e sulla necessità di liberarsi dell’ossessione sessuofoba (ne sono assolutamente convinto, a parte gli scherzi) che si cela dietro l’insulto “puttana” . Vostra madre forse non capirà ma la avrete talmente annoiata che magari si dimentica. Ovviamente, chi vi insulta dandovi della puttana o o del figlio di puttana la pensa diversamente: voi però non offendetevi affatto e iniziate anzi a polemizzare sulla necessità di legalizzare la prostituzione. Avrete proprio afferrato il senso del problema. Statene certi. Almeno quanto Sassi nel suo post sui pompini.

Troia/figlio di troia: vd. quanto scritto su “puttana” ma con una precisazione. “Troia” letteralmente vuol dire “scrofa”, nobile animale del quale non si butta via nulla. Se vi danno della troia o del figlio di troia, voi pensate alla pasta col guanciale alla amatriciana che vi piace tanto è ringraziate!

“Ha dato il culo a X per essere lì”: si sa, anche dare il culo è un arte e anche questa, come il pompino, può ben essere eseguita indifferentemente da uomini e donne. Per cui, uomo o donna che tu sia, se hai lavorato duro per ottenere una certa posizione, ma ti dicono che per ottenerla, invece hai dato il culo a Tizio o Caia, non reagire! Accetta di buon grado: ti stanno dando dell’artista e del generoso benefattore!

Altrimenti siete dei  censori boldriniani… Santè

Ringraziare no?

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Fatemi capire una cosa: quando lo dicevate voi che le deputate, le assessore e le ministre dell’altra parte politica occupavano quei ruoli soltanto perché abili nell’arte del pompino – ebbene sì, in senso tecnico è un’arte – andava tutto bene? Adesso che un grillino esagitato ve lo grida a piena voce sarebbe un insulto, hate speech, discorso dell’odio, come dice la Marzano? Fatemi capire perché questa logica dell’indignazione mi sembra richiamare una presunta superiorità morale accompagnata da abbondante puritanesimo. “Noi, donne del Pd, non solo siamo qui perché brave, ma certe cose non le facciamo” sembra il succo delle dichiarazioni di queste ore. La Marzano dice di aver smesso per qualche secondo di respirare. Manco le avessero investito il cane. Alessandra Moretti si scusa in tv perché costretta a riportare la presunta frase pronunciata dal deputato del M5S De Rosa, una frase che contiene la parola pompini. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità dei bambini. E ci posso stare. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle famiglie. E ci posso stare, anche se non capisco cosa significhi urtare la sensibilità di una intera famiglia. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle donne. E qui non ci sto. Ma perché la parola pompino dovrebbe urtare la sensibilità femminile? Ma santo cielo, siete pazze? Solo a me pare che sia una potenziale forma di potere?

Lo so che adesso molte di voi saranno incazzate. Non dovreste, perché sto dalla vostra parte: vorrei che non ci fosse una questione femminile da discutere. Però, a differenza vostra, ritengo che per ottenere una parità effettiva, occorra essere disposti a parlare di pompini. E ritengo che, se qualcuno vi grida che siete brave a fare solo quello, invece di sporgere denuncia, potreste rispondere “Sì, grazie, anni di pratica”.

Stronzo chi legge

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“La manifestazione più rivoluzionaria di Milano, per quanto ho potuto vedere e comprendere, sono le scritte dei muri. È questa una vecchia tradizione romana che il fascismo rinnovò e che l’attuale democrazia ha ereditato. Gl’italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto”. Così Indro Montanelli raccontava in un manoscritto inedito la Milano del 1945, l’eccitazione, il fervore politico del tempo e quel vento socialista che si sarebbe poi rivelato soltanto una “leggera brezza di fronda”.

La grande capacità di cogliere un’Italia che si disfaceva per rifarsi sta tutta in queste poche righe, che rivelano l’ingenuità della visibilità come patrimonio culturale, come matrimonio col popolo, come espressione inequivocabile di un genio politico e sociale nazionale. “Un mio amico socialista, parlandomi del certo trionfo del suo partito, mi additò come prova il fatto che sui muri delle case i «Viva Nenni» soverchiavano gli evviva di tutti gli altri personaggi politici. «Eppoi – aggiunse con convinzione -, noi abbiamo il vantaggio del colore: il rosso è quello che si vede di più» continuava con una punta di sarcasmo. Per poi concludere, facendo una piccola antropologia visiva e letteraria, che  “la «letteratura dei muri» trasse in inganno i visitatori dell’Italia al tempo del fascismo facendo loro considerare gl’italiani come guerrieri, aggressivi e disciplinati”.

Ora, settant’anni dopo, mi pare che le trappole della visibilità e della leggibilità come principi di comprensione non siano meno funzionanti. E non lo sono per una ragione molto semplice: la visibilità è tutto tranne che chiarezza, tutto tranne che inequivocabile dimostrazione della realtà sociale. Certo, non ci si può mica tappare gli occhi e negare la sua validità, la sua spontanea giustezza comunicativa. Epperò ai fatti sociali bisogna rendere giustizia interpretativa, non basta la giustezza: senza una sana intepretazione (ovvero capace di oltrepassare il facile e fascinoso istinto dell’autoconferma) si finisce dentro al giochino improduttivo del vedere-ciò-che-si-capisce. Mentre sarebbe opportuno il contrario, cioè capire ciò che si vede – ma per questo bisogna essere pronti pure a smentirsi e non è semplice.

Leggo su L’Espresso che una nuova campagna shock contro la violenza sulle donne sta in queste ore suscitando parecchia indignazione. La pubblicità progresso (come se il progresso venisse dalla pubblicità e non dalle istanze socio-culturali, che sono nient’altro che la capacità individuale di parteciparvi) propone dei manifesti in cui vengono ritratte delle donne con una nuvoletta fumettistica in cui si riportano alcune frasi del tipo “Vorrei che mio marito…”, “Quando torno a casa vorrei…”, “Dopo gli studi mi piacerebbe…” e così via.

L’obiettivo, spiega Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso, è quello di provocare mascoline reazioni, di suscitare gli istinti machisti e di dimostrare che “la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema”. E siccome nel giro di 48 ore le frasi sospese sono state concluse da volgari e irripetibili conclusioni, secondo alcuni la missione può dirsi compiuta. Ecco quindi l’ennesima conferma che siamo un paese maschilista e che il problema della violenza sulle donne è lontano dall’essere risolto. Unica magra ed inappuntabile consolazione: la creatività continua a non farci difetto.

Riporto alcuni creativi completamenti: “Quando cammino per strada mi piacerebbe…essere trombata“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un calcio in culo“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un vibratore“; “Vorrei che mio marito…m’inculasse” (a quest’ultima immagine sono stati disegnati dei baffi alla Hitler); “Dopo gli studi mi piacerebbe…battere“; “Quando cammino per strada mi piacerebbe…zitta troia” (più sotto qualcun altro ha scritto “bona” con una freccia che indica la ragazza).

Ecco, questo è il tenore delle aggiunte. Ma torniamo un attimo a Montanelli e quelle scritte sui muri. Italiani guerrieri, aggressivi e disciplinati, si diceva. E socialisti, come dimenticarlo. Ebbene, si può forse dire che oggi il sarcasmo montanelliano non è soltanto il sarcasmo dell’osservatore acuto, è pure quello della storia, che gli ha dato ragione chiarendo la distanza – almeno parziale – tra l’Italia dei muri e il paese reale. Quella distanza che continua a manifestarsi oggi sui muri veri e su quelli virtuali.

Allora cos’è che autorizza ad adottare ancora una volta il metodo della visibilità per dimostrare che siamo un paese di maschilisti? Quale ragione, quale logica interpretativa? E ancora: se al posto delle donne ci fossero stati degli uomini con le stesse nuvolette e le stesse provocatorie frasi, chi dice che le volgari e pittoresche quindi italiche reazioni non ci sarebbero state? Questioni che meriterebbero una risposta.

Forse dovremmo darci una calmata. Magari riflettere sulla lezione montanelliana, magari non considerare come già fatto quello che è stato soltanto detto o scritto. Perché altrimenti si finisce col demonizzare pure la volgarità, l’insulto, che sono – piaccia o no – elementi vitali dello stare assieme e che, pur potendolo essere, non sono meccanicamente connessi alla pratica violenta e discriminatoria. Perché con questa logica si finisce pure col pensare che quella simpatica scrittina sul muro, quella che non risparmia nessuno e che dice “stronzo chi legge”, sia stata fatta da uno che è buono soltanto ad insultare.

Ah, dimenticavo: stronzo chi legge.

Vi sentite migliori di Mary?

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La vicenda, in estrema sintesi, è la seguente: Mary, studentessa di Napoli, in attesa di laurearsi e acquisire la sua indipendenza economica vende le proprie foto hard perché, dice, è l’unico modo che ha per comprarsi uno scooter.
Ora, comprendo benissimo che si tratta di un caso molto “light” rispetto ad altre storie (ben più drammatiche) di cui si legge: però, consentitemi, lo trovo emblematico. O meglio, credo che possano essere emblematiche le vostre risposte a un paio di domande:

  1. Mary è davvero “costretta” a vendere le proprie foto (e quindi, in una certa misura, il proprio corpo)? Magari no, perché lo scooter è un bene voluttuario; o invece magari sì, perché quel veicolo, per qualche ragione, le è indispensabile. Ma la vera domanda è un’altra: ammesso e non concesso che quello scooter le sia assolutamente necessario, o se preferite immaginando che Mary si trovi a dover soddisfare un bisogno primario come mangiare o dormire, decidere di “vendere il proprio corpo” (sia pure in una modalità “mediata”) è sostanzialmente diverso dall’optare per fare le pulizie in un condominio, fare la baby sitter o impartire ripetizioni? E’ meno “dignitoso”? Voglio dire, e questa è la domanda definitiva: esiste un criterio oggettivo per misurare la dignità di una scelta, diverso dalla valutazione individuale di chi la compie?
  2. Nella domande precedente ho usato la parola “decidere”: perché vendere le proprie foto hard, evidentemente, non è che una possibilità tra le tante. Orbene, la seconda domanda è: se capitasse (o se è già capitato) a voi  di trovarvi in difficoltà economica, e decideste (o avete deciso) di procurarvi il denaro senza denudarvi, vi sentireste (o vi sentite) in qualche modo “migliori” di Mary?

Ecco, secondo me queste due domande sono emblematiche: perché se la vostra risposta (ad una sola di esse o a entrambe) fosse un sì, per come la vedo io voi (sì, proprio voi) sareste uno degli ostacoli che si frappongono tra le donne e la loro definitiva conquista dell’emancipazione.
Anche se magari siete sinceramente convinti del contrario.

La gioia e il potere del culo

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Sul culo c’è una letteratura meravigliosa e sconfinata. Quel vecchio sporcaccione di Charles Bukowski lo riteneva “la faccia dell’anima del sesso”; l’aforismario ambulante Oscar Wilde vedeva in un fondoschiena ben fatto “l’unico legame tra l’Arte e la Natura”; il cultore Tinto Brass ne sostiene il  potere ipnotico, la vocazione laica e la natura onesta;  Gaber si chiedeva esistenzialisticamente “cos’è poi un culo, se non si conosce profondamente il proprietario?”.

Il culo è un oggetto del desiderio celebrato con toni e sfumature variegate, e perciò strumento di potere: checché se ne pensi e dica, il culo è eminentemente politico, perché incarna (mai termine fu più appropriato) il sussulto dell’individuo e le sue ragioni dello stare al mondo, ovvero il piacere. E’ l’etica e l’estetica che si ritrovano sorelle: con un bel culo, diventando il tuo culo, puoi fare strada e affermarti come soggetto non soltanto sculettante ma anche e soprattutto pensante. Del resto, le chiappe sollecitano il pensiero altrui attraverso il pensiero di sé: senza consapevolezza del mezzo, si va a sbattere.

Eppure, nonostante la base di pensiero autoaffermatorio, qualcuno dice che no, un cul very cul è sinistramente degradante, che è affare non di sinistra e perciò biecamente antifemminile. E allora mutandoni della nonna firmati mancinamente contro sottilissimi perizomi scuri per riaffermare uno spirito rosso, grosso e grasso di dignità. Le donne meritano rispetto. E il rispetto cultuale dei cultori del culo è culturalmente nefasto.

C’è bisogno di pudore bersaniano, altro che sensuale ispirazione renziana, dice Marina Terragni. Del resto, lui l’aveva detto che per vincere ci vuole un PD più cool, e quelle bellezze in costume da bagno l’hanno preso alla lettera. Anzi, hanno preso le lettere del suo nome e se le sono fatte stampare per lavoro sul cool. Col bikini, beninteso, ma sul cool. Ed ecco allora che Terragni e compagne senonoraquandiste gridano allo scandalo berlusconianamente ispirato. Che poi a loro Renzi è sempre stato sul culo, ma non in quel senso. Ed ecco che Terragni e compagne si ribellano a questo uso avvilente, repellente, martellante dell’immagine femminile: per salvare le donne, per proteggerle dal vortice machista. Perché, secondo loro, donna e culo non sono la stessa cosa e bisogna impedire che si perpetui la faccenda mercantilistica del posteriore. Come se cervello e culo fossero indipendenti, come se fossero elementi conflittuali: l’uno bene inestimabile e liberatorio, l’altro iattura carnale e squalificante.

La gioia e il potere, sembra dire Terragni, non si meritano: o l’una o l’altro. E guai se qualcuno decide di tatuarsi la propria anima sul culo, guai se qualcuno decide di essere razionalmente e felicemente solo culo e di scriverci sopra il proprio presente. Terragni non approva. “Siate libere, purché senza culo”, sembra suggerire con un pizzico di acrimonia.

Perciò, il politico fiorentino dovrebbe ringraziare (“ma neanche troppo”) e dissociarsi politicamente. Forse anche prendere la gomma per cancellare e far sparire quelle bianche lettere su fondo(schiena) rosso. Di certo non smutandare per fare in fretta, ché quella è indecente roba di destra. Ché poi va a finire che le donne continuano ad usare il culo col cervello. Ed è un disastro per quelle che, ammirando il proprio cervello, si sono dimenticate di avercelo, un culo.

I veri maschilisti

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Virgolettato alla mano, questo è quello che ha scritto Grillo:

Rispetto, non voglio sentire i queruli rimproveri di una signora che dal suo scranno tratta i nostri rappresentanti come degli scolaretti. Chi le dà questa autorità? La Boldrini, un oggetto di arredamento del Potere, non è stata eletta, ma nominata da Vendola. Il suo partitino è entrato in Parlamento solo grazie alla truffa della coalizione con il pdmenoelle, alleanza subito rinnegata dopo le elezioni in un eterno gioco delle parti che esautora il cittadino da ogni decisione.

Ora, trattasi di frasi fortemente critiche, o -se preferite- di offese: ma -a me pare- indipendenti dal sesso della destinataria; la Boldrini viene accusata di trattare i deputati come degli scolaretti, di non essere stata eletta ma nominata da Vendola, e quindi di non avere -a dire di Grillo- alcuna autorità, al punto di essere “un oggetto di arredamento del potere”.
Ora, per l’amor di dio, qualcuno mi spiega perché mai dovrebbe trattarsi di una “offesa a tutte le donne“, con relativo vespaio a seguire? Perché la Boldrini, nel caso di specie, è una donna? Oppure per l’utilizzo di quella locuzione, “oggetto di arredamento”, che però sarebbe stata -nella logica di Grillo- piuttosto calzante anche se attribuita a un maschio? Perché evidentemente Grillo -ma dico, pure difendere Grillo, mi fate- non sostiene che la Boldrini sia un “oggetto di arredamento” in quanto femmina, ma semplicemente in quanto piazzata dov’è -secondo lui, ripeto- dal “potere”, senza tenere conto della volontà dei cittadini.
Mi pare un po’ pochino, per gridare all’offesa di genere: a meno di non voler concludere che chiunque se la prenda con una femmina, a prescindere dalla a ragione -giusta o sbagliata- per cui lo fa, esprima una discriminazione di stampo maschilista.
Esiste ancora, voglio dire, uno spazio nel quale una donna possa essere criticata, attaccata, offesa (magari con le conseguenze del caso, querele comprese) non in quanto donna, ma in quanto presidente della camera, esponente di un partito, avvocato, tassista, insegnante o postina, oppure avete deciso di abrogarlo del tutto, ripetendo pavlovianamente il mantra “tutte le donne” anche quando oggettivamente c’entra come i cavoli a merenda?
No, perché se è così debbo darvi una brutta notizia: i veri maschilisti, che vi piaccia o no, finite per diventare voi.

Il maschilismo “buono”

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Mi sono sempre chiesto se i sedicenti avversari del cosiddetto “femminicidio”che continuano incessantemente a postare su Facebook, su Twitter e in ogni altro angolo del web le loro inquietanti litanie su quanto siano speciali e incantevoli le donne, su quanto le donne medesime raccolgano in sé tutte le bellezze del creato, e su quanto perciò ci si debba astenere dal picchiarle sia pure con un fiore, si rendano conto di esprimere un punto di vista sostanzialmente maschilista, in quanto tale assai difficilmente conciliabile con la “battaglia” che si propongono di combattere e di conseguenza controproducente rispetto al suo possibile successo.
Intendiamoci, comprendo le loro buone intenzioni: ma qualcuno dovrà pur farglielo sapere, che la visione della donna come una “schiava” e l’idea della donna come un essere “particolare”, da accudire e preservare con cura diversa rispetto a quanto avviene per gli uomini, vengono fuori dalla stessa matrice; e che il cuore del problema, quello profondo, è proprio là, nell’irriducibile riflesso culturale che qualifica le donne come “diverse” dagli uomini, sia pure in un’eccezione apparentemente “positiva”.
Non credo proprio, insomma, che per sconfiggere il maschilismo “cattivo”, quello che tormenta e picchia e uccide, sia minimamente utile fare sfoggio di una sorta di maschilismo “buono”.
Altrimenti si finisce per essere parte del problema, senza neppure accorgersene.

Il vero problema

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Ricapitolando, presidente Boldrini, l”Italia è il paese nel quale è stata approvata la legge 40, ottenere la pillola del giorno dopo è un”impresa titanica, un giorno sì e un giorno no qualcuno dice che bisognerebbe rivedere la 194, i consultori vengono progressivamente smantellati, gli ospedali pullulano di medici obiettori, in certe regioni abortire è praticamente impossibile, gli asili nido sono più rari delle oasi nel deserto, il sostegno alla maternità sul lavoro è riservato ad una quota della popolazione sempre più esigua.
E di fronte a questa situazione disperata il problema sarebbe che c”è qualche donna mezza nuda in televisione e nelle pubblicità?
Non mi fraintenda: non sottovaluto né la portata, né il significato di quello che lei denuncia; anche se adesso le solite ultras si scateneranno a dirmi che sono maschio e quindi non posso capire, che sono superficiale, magari perfino che sono un maschilista.
Pazienza.
Io, nel frattempo, le dico quello che penso: finché non avremo risolto definitivamente i problemi che accennavo all”inizio, le pubblicità continueranno ad essere piene di culi, tette e cosce.
Hai voglia, a vietare.

Oggettivazioni

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Presidente Boldrini, mi faccia capire una cosa: quando dice che “in Italia le multinazionali fanno pubblicità usando il corpo delle donne” vuole intendere che le donne che interpretano quelle pubblicità lo fanno inconsapevolmente o vengono costrette a farlo? Oppure, peggio ancora, che quelle donne credono di essere consapevoli e libere ma in realtà non lo sono? Cioè, in poche parole, che sono delle minus habentes che non si rendono conto di quello che fanno, sulle quali occorre esercitare una specie di “tutela” impedendo loro di comportarsi come meglio credono?
A me pare di sì. Altrimenti, abbia pazienza, la sua affermazione non avrebbe alcun senso compiuto.
Il che equivale a dire, se la logica non è un’opinione, che lei si considera superiore a quelle donne: al punto da voler imporre loro di comportarsi come meglio crede lei, e non come meglio credono loro.
Allora la domanda è la seguente: sicura che non sia lei, prima delle “multinazionali” e dei telespettatori, a considerare quelle donne degli esseri non pensanti? O, per usare le sue stesse parole, degli oggetti con cui si può fare quello che si vuole?
No, perché secondo me la più forte forma di “oggettivazione” che si può operare ai danni di una persona consiste nel ritenerla incapace di pensare e pretendere di pensare al posto suo.
E, scusi se glielo dico, mi pare esattamente quello che sta facendo lei.

08.03.2014

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Può darsi che mi sbagli, ma secondo me il modo migliore di festeggiare l’otto marzo consisterebbe nel chiacchierare un po’ meno, e invece di chiacchierare mettere in piedi un servizio di asili nido decente, abrogare la legge 40, assicurare l’accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione d’emergenza limitando al minimo l’ostruzionismo degli obiettori fondamentalisti, potenziare i centri antiviolenza, riattivare i consultori che sono caduti in disgrazia e aprirne di nuovi laddove non ce ne sono.
Un anno di lavoro, ma lavoro serio, basterebbe: da domani fino all’otto marzo del 2014.
Dopodiché, vedrete che l’otto marzo potremo quasi abrogarlo.

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