un blog canaglia

Tag archive

femminicidio

Una giornata per convincere le donne a volersi più bene

in società by

Disclaimer numero 1: qui nessuno, e dico nessuno, intende giustificare i criminali che picchiano e ammazzano chicchessia, ivi comprese le donne e tantomeno se le percosse e gli omicidi in questione si riconducono a motivi futilmente abietti -mi si perdoni l’ossimoro- quali gelosia, storie d’amore che finiscono o separazioni.
Però vediamo di metterci d’accordo: se si tratta di fare un po’ di cagnara e basta facciamolo pure, così ci sentiamo un po’ meglio e da domani ricominciamo a occuparci di altro; se invece, come io credo sarebbe opportuno e direi necessario, il problema è capire cosa possiamo fare affinché queste nefandezze “non accadano più”, sarà il caso di dirci la verità.
Ebbene, una parte non indifferente della verità è che nessuno, fatte salve le rare eccezioni che confermano ogni regola, impazzisce da un momento all’altro, senza alcun segnale premonitore, e sgozza la sua ex fidanzata perché lo ha lasciato o perché si scambiava degli sms con un altro.
Una parte non indifferente della verità è che spesso, molto spesso, i “segnali premonitori” sono tanti e concordanti, e generalmente seguono una progressione di violenza chiarissima, dalla piccola scenata di gelosia per lo sguardo fugace lanciato a un passante fino alle liti, agli insulti, allo stalking e infine alle botte, o nei casi più drammatici all’omicidio: e che le piccole sopraffazioni iniziali, quelle più “blande”, col passare degli anni conducono all’escalation fatale se e nella misura in cui vengono ignorate, o peggio accettate, in primo luogo dalle donne che le subiscono.
Disclaimer numero 2: sono consapevole di “essere un uomo”, ma non credo che ciò implichi, come spesso viene rilevato in questi casi, che io “non possa capire”. Al contrario, sono abbastanza sicuro di sapere quello che dico. Perché ne ho avute tante, ma tante, di amiche che hanno smesso di uscire la sera perché il loro ragazzo “non voleva”; che hanno cambiato modo di vestire, frequentazioni e abitudini per andare dietro ai tiramenti del fidanzato un po’ “fumantino”; che si sono ingoiate senza colpo ferire quelle intollerabili violenze -perché di violenze, ancorché non fisiche, si trattava- anche se avrebbero potuto rifiutarle, decidendo consapevolmente che per qualche motivo fosse ragionevole subirle.
Disclaimer numero 3: so perfettamente che questa analisi non esaurisce il problema. Ma credo sia una parte del problema di cui si parla poco. Molto poco. Molto meno di quanto si dovrebbe. Ebbene, io ho la nitida sensazione che -in un numero di casi che non esauriscono il problema, ma che ne costituiscono una parte decisamente sostanziosa- se le donne mandassero a fare in culo questi ominidi -perché di ominidi si tratta- ai primi, timidi segnali della loro violenza ottusa, anziché giustificarli e sopportarli in nome di un concetto di “amore” non meglio precisato che con l’amore non c’entra niente, finché pian piano quelli non si prendono il dito, poi la mano e alla fine tutto il braccio, alzando progressivamente il tiro e trasformandosi in mostri assassini da cui -a quel punto davvero- non si riesce più a fuggire, la stragrande maggioranza delle tragedie che ci tocca leggere sui giornali non avrebbero mai luogo.
Dice: è una questione culturale, bisognerebbe cambiare la mentalità.
Sono d’accordo. Sono molto d’accordo. Ma probabilmente il discorso non si limita ai maschi. Andrebbe cambiata, credo, anche la mentalità di certe donne, aiutandole a convincersi che un minus habens con il vezzo di metterle in croce per una gonna troppo corta o per una serata in discoteca con le amiche è lontano dal meglio quanto io sono lontano dal record mondiale dei cento metri piani; che quel meglio loro lo meritano, sempre; che tutta la merda che con quel meglio non ha nulla a che vedere è roba che va gettata via subito -perché gettarla via subito si può, in modo quasi indolore, mentre se si lasciano passare anni diventa una tragedia-, e per ogni imbecille che si manda a cagare ci sono decine di persone gentili e amorevoli da conoscere e frequentare al posto suo.
Come dicevo, qui nessuno intende giustificare chi picchia o ammazza chicchessia, ivi comprese le donne: ecco, se anche certe donne (molte, troppe donne) smettessero di farlo sarebbe davvero un toccasana.
E se magari la “giornata contro la violenza sulle donne” si trasformasse costruttivamente nella “giornata per convincere le donne a volersi più bene” saremmo un passo avanti.
Un gran bel passo avanti.

Gli aguzzini delle quote rosa

in società by

A giudicare dalla pletora di interventi della Corte Costituzionale, della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, dei TAR e via discorrendo la Legge 40 sulla fecondazione assistita è stata una delle norme più sconclusionate e insensate della storia della repubblica: eppure, dal 2004 ad oggi, quella legge ha prodotto (e continua a produrre, per le parti che sono ancora in vigore) i suoi effetti in modo drammatico.
Io non ho modo di saperlo, quanti di quelli che scrissero e poi difesero quell’obbrobbrio fossero davvero convinti che avesse la possibilità di restare in piedi, e quanti invece tirassero a campare e se ne strafregassero alla grande del fatto che si trattasse di una legge sbilenca e priva di costrutto, che prima o poi sarebbe stata smontata pezzo per pezzo fino a polverizzarsi: e non saprei dire, onestamente, quale dei due gruppi mi terrorizzi di più, se il branco degli incapaci o la massa dei fondamentalisti in malafede.
So, però, che quella legge rappresentò una svolta decisiva, perché sancì ufficialmente la possibilità che lo Stato si infilasse senza colpo ferire nelle parti più intime delle donne arrivando perfino a tenere una contabilità delle loro parti minute, come se si trattasse di oggetti qualunque: con una logica, mi si consenta, ancora più odiosa di quella del fidanzato più possessivo, del datore di lavoro più maschilista, della pubblicità televisiva più scosciata e volgare.
Quelli che allora promossero e sostennero una legge del genere, quelli che nicchiarono quando si trattò di darci una mano nella campagna referendaria, quelli che si astennero con la scusa della “questione di coscienza”, quelli che continuano e continueranno ancora a difendere la filosofia e i presupposti di legge così, prima ancora che questo o quel dettaglio, e allo stesso tempo si sbrodolano come se niente fosse parlando di diritti delle donne, di pari opportunità, di quote rosa e di femminicidio si facciano un esame di coscienza.
Perché io credo che i peggiori aguzzini delle donne, in tutti questi anni, siano stati proprio loro.

Stronzo chi legge

in società by

“La manifestazione più rivoluzionaria di Milano, per quanto ho potuto vedere e comprendere, sono le scritte dei muri. È questa una vecchia tradizione romana che il fascismo rinnovò e che l’attuale democrazia ha ereditato. Gl’italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto”. Così Indro Montanelli raccontava in un manoscritto inedito la Milano del 1945, l’eccitazione, il fervore politico del tempo e quel vento socialista che si sarebbe poi rivelato soltanto una “leggera brezza di fronda”.

La grande capacità di cogliere un’Italia che si disfaceva per rifarsi sta tutta in queste poche righe, che rivelano l’ingenuità della visibilità come patrimonio culturale, come matrimonio col popolo, come espressione inequivocabile di un genio politico e sociale nazionale. “Un mio amico socialista, parlandomi del certo trionfo del suo partito, mi additò come prova il fatto che sui muri delle case i «Viva Nenni» soverchiavano gli evviva di tutti gli altri personaggi politici. «Eppoi – aggiunse con convinzione -, noi abbiamo il vantaggio del colore: il rosso è quello che si vede di più» continuava con una punta di sarcasmo. Per poi concludere, facendo una piccola antropologia visiva e letteraria, che  “la «letteratura dei muri» trasse in inganno i visitatori dell’Italia al tempo del fascismo facendo loro considerare gl’italiani come guerrieri, aggressivi e disciplinati”.

Ora, settant’anni dopo, mi pare che le trappole della visibilità e della leggibilità come principi di comprensione non siano meno funzionanti. E non lo sono per una ragione molto semplice: la visibilità è tutto tranne che chiarezza, tutto tranne che inequivocabile dimostrazione della realtà sociale. Certo, non ci si può mica tappare gli occhi e negare la sua validità, la sua spontanea giustezza comunicativa. Epperò ai fatti sociali bisogna rendere giustizia interpretativa, non basta la giustezza: senza una sana intepretazione (ovvero capace di oltrepassare il facile e fascinoso istinto dell’autoconferma) si finisce dentro al giochino improduttivo del vedere-ciò-che-si-capisce. Mentre sarebbe opportuno il contrario, cioè capire ciò che si vede – ma per questo bisogna essere pronti pure a smentirsi e non è semplice.

Leggo su L’Espresso che una nuova campagna shock contro la violenza sulle donne sta in queste ore suscitando parecchia indignazione. La pubblicità progresso (come se il progresso venisse dalla pubblicità e non dalle istanze socio-culturali, che sono nient’altro che la capacità individuale di parteciparvi) propone dei manifesti in cui vengono ritratte delle donne con una nuvoletta fumettistica in cui si riportano alcune frasi del tipo “Vorrei che mio marito…”, “Quando torno a casa vorrei…”, “Dopo gli studi mi piacerebbe…” e così via.

L’obiettivo, spiega Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso, è quello di provocare mascoline reazioni, di suscitare gli istinti machisti e di dimostrare che “la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema”. E siccome nel giro di 48 ore le frasi sospese sono state concluse da volgari e irripetibili conclusioni, secondo alcuni la missione può dirsi compiuta. Ecco quindi l’ennesima conferma che siamo un paese maschilista e che il problema della violenza sulle donne è lontano dall’essere risolto. Unica magra ed inappuntabile consolazione: la creatività continua a non farci difetto.

Riporto alcuni creativi completamenti: “Quando cammino per strada mi piacerebbe…essere trombata“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un calcio in culo“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un vibratore“; “Vorrei che mio marito…m’inculasse” (a quest’ultima immagine sono stati disegnati dei baffi alla Hitler); “Dopo gli studi mi piacerebbe…battere“; “Quando cammino per strada mi piacerebbe…zitta troia” (più sotto qualcun altro ha scritto “bona” con una freccia che indica la ragazza).

Ecco, questo è il tenore delle aggiunte. Ma torniamo un attimo a Montanelli e quelle scritte sui muri. Italiani guerrieri, aggressivi e disciplinati, si diceva. E socialisti, come dimenticarlo. Ebbene, si può forse dire che oggi il sarcasmo montanelliano non è soltanto il sarcasmo dell’osservatore acuto, è pure quello della storia, che gli ha dato ragione chiarendo la distanza – almeno parziale – tra l’Italia dei muri e il paese reale. Quella distanza che continua a manifestarsi oggi sui muri veri e su quelli virtuali.

Allora cos’è che autorizza ad adottare ancora una volta il metodo della visibilità per dimostrare che siamo un paese di maschilisti? Quale ragione, quale logica interpretativa? E ancora: se al posto delle donne ci fossero stati degli uomini con le stesse nuvolette e le stesse provocatorie frasi, chi dice che le volgari e pittoresche quindi italiche reazioni non ci sarebbero state? Questioni che meriterebbero una risposta.

Forse dovremmo darci una calmata. Magari riflettere sulla lezione montanelliana, magari non considerare come già fatto quello che è stato soltanto detto o scritto. Perché altrimenti si finisce col demonizzare pure la volgarità, l’insulto, che sono – piaccia o no – elementi vitali dello stare assieme e che, pur potendolo essere, non sono meccanicamente connessi alla pratica violenta e discriminatoria. Perché con questa logica si finisce pure col pensare che quella simpatica scrittina sul muro, quella che non risparmia nessuno e che dice “stronzo chi legge”, sia stata fatta da uno che è buono soltanto ad insultare.

Ah, dimenticavo: stronzo chi legge.

Violenza di genere.

in giornalismo by

Mentre tra ieri e oggi, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulla Donna, molti miei amici e conoscenti si producono in esercizi di anticonformismo molto witty e un po’ supponenti sulle iniziative intraprese per la medesima giornata, sull’articolo della Comencini su Repubblica (per la verità io l’ho letto e non ci ho capito molto) e sulla “retorica neofemminista” (ah beh!), si diffonde la notizia che lo scorso aprile, in Puglia, 10 – dicesi DIECI! – maledetti stronzi hanno assalito e stuprato in gruppo una ragazza di 14 anni.

I dieci stronzi in questione avevano saputo dal finto profilo FB aperto per uno scherzo coglione da una compagna della vittima, che questa sarebbe stata “disponibile a tutto”. Quindi hanno ben pensato di poterne approfittare violentando la ragazza collettivamente.

Ora, la legge sul femminicidio non avrebbe probabilmente salvato la ragazza. Gli articoli della Comencini, certo, nemmeno. Ma forse è anche ora di smettere di prendercela con queste cose come fossero loro la causa di orrori come quello in Puglia, perché non lo sono.

Forse un po’ di sana educazione sessuale volta a diffondere una cultura della sessualità aperta e non colpevolizzante avrebbero potuto molto di più.

Forse avrebbe potuto evitare che DIECI teste di cazzo criminali prendessero la notizia che una ragazza fosse più disinibita di altre come un’autorizzazione in bianco alla scopata collettiva (“che tanto le piace…”; non mi venite a dire, amici dotati di pistolino, che voi non avete sentito dire centinaia di volte “tanto le piace” in qualunque contesto; beh, forse è ore di iniziare a provare a obiettare che se a una ragazza “piace” forse non è che “le piaccia” a tutte le condizioni e in tutti i contesti; non basta pensarlo ma diciamolo anche, perdio!).

Dobbiamo riflettere sulla nostra “cultura” sessuale. Perché se non uno, due ma DIECI persone di cui diverse ultraventenni si sentano autorizzate a stuprare in gruppo una ragazzina questo è un fottutissimo problema culturale. E la sanzione penale da sola non basta. Anzi, serve a lavarcene le mani archiviando la questione come semplice “ordine pubblico”.

Mi piacerebbe solo che – al posto di discettare di quanto troviamo idioti gli articoli della Comencini, le proposte di legge sul femminicidio e gli altri bersagli tipici di questo anticonformismo da salotto  (mi ci metto in mezzo) – magari iniziassimo a discutere di come ridurre al minimo la possibilità che episodi del genere si ripetano. Magari per una volta la si smette di abbaiare al dito, per quanto brutto esso sia, che indica la luna. Santé

Mi preoccupa

in società by

I punti veri della questione non sono neppure il lessico, la retorica, le iniziative che, per come la vedo io, non servono a niente: voglio dire, se degli uomini famosi ritengono di farsi fotografare accanto a slogan variamente assortiti che condannano la violenza sulle donne, se la Comencini ha l’alzata d’ingegno di scrivere una lettera gonfia di citazioni e luoghi comuni indirizzandola “agli uomini” per comunicare loro non si capisce bene cosa, se un certo numero di politici, intellettuali e opinionisti sono davvero convinti che la parola “femminicidio” abbia un briciolo di senso, o perlomeno che possa avere una qualche forma di utilità, fatti loro.
Dopodiché, è possibile che ci sia chi non è d’accordo.
E’ possibile, ad esempio, che ci sia chi pensa che la violenza sulle donne debba essere affrontata in altro modo: con le riforme politiche vere, tanto per cominciare, che forniscano alle donne gli strumenti concreti per rendersi effettivamente e definitivamente indipendenti, e quindi “invulnerabili” rispetto alla condizione di subalternità che insiste alla radice di molti, moltissimi episodi che vengono rubricati alla voce “femminicidio”.
Ed è anche possibile che ci sia chi ritiene che quella retorica, più o meno consapevolmente, finisca per dare l’illusione che la questione possa essere davvero risolta a colpi di slogan, di “basta”, di frasi fatte, fornendo un alibi formidabile a chi quelle riforme si ostina a non compierle.
Ma non è tutto.
E’ perfino possibile, pensate, che ci sia chi si è ficcato in testa che quel lessico e quella retorica siano essi stessi intrisi di segregazione e subalternità: che quel lessico e quella retorica non facciano altro che declinare, in modo diverso, gli stessi strumenti di quelli che vorrebbero combattere; che quel lessico e quella retorica, insomma, siano una parte -niente affatto marginale- del problema, anziché una possibile via d’uscita. E che quindi, oltre ad essere inutili, finiscano per diventare addirittura controproducenti.
Ecco, io sono uno che la pensa così: di tal che quello che vedo e che leggo in queste ore non si limita a infastidirmi.
Mi preoccupa.
Con buona pace di chi, come al solito, riterrà di inquadrarmi ancora una volta nella casella dei maschilisti cattivi.

Il maschilismo “buono”

in società by

Mi sono sempre chiesto se i sedicenti avversari del cosiddetto “femminicidio”che continuano incessantemente a postare su Facebook, su Twitter e in ogni altro angolo del web le loro inquietanti litanie su quanto siano speciali e incantevoli le donne, su quanto le donne medesime raccolgano in sé tutte le bellezze del creato, e su quanto perciò ci si debba astenere dal picchiarle sia pure con un fiore, si rendano conto di esprimere un punto di vista sostanzialmente maschilista, in quanto tale assai difficilmente conciliabile con la “battaglia” che si propongono di combattere e di conseguenza controproducente rispetto al suo possibile successo.
Intendiamoci, comprendo le loro buone intenzioni: ma qualcuno dovrà pur farglielo sapere, che la visione della donna come una “schiava” e l’idea della donna come un essere “particolare”, da accudire e preservare con cura diversa rispetto a quanto avviene per gli uomini, vengono fuori dalla stessa matrice; e che il cuore del problema, quello profondo, è proprio là, nell’irriducibile riflesso culturale che qualifica le donne come “diverse” dagli uomini, sia pure in un’eccezione apparentemente “positiva”.
Non credo proprio, insomma, che per sconfiggere il maschilismo “cattivo”, quello che tormenta e picchia e uccide, sia minimamente utile fare sfoggio di una sorta di maschilismo “buono”.
Altrimenti si finisce per essere parte del problema, senza neppure accorgersene.

Come due pistole

in società by

Mi piacerebbe sapere, potendo, quanti casi di “femminicidio” siano solo l’episodio culminante di una serie di violenze che durano da anni; e quante di quelle violenze siano state perdonate, riperdonate, riperdonate ancora e poi perdonate di nuovo fino ad arrivare, inevitabilmente, all’epilogo dell’escalation.
Bisognerebbe parlare anche di questo, quando si ragiona sulla violenza nei confronti delle donne: e del modo in cui la supposta esigenza di “tenere unita la famiglia ad ogni costo”, tuttora diffusa nella nostra società malgrado la “normalizzazione” delle separazioni e dei divorzi, finisca per incidere in un modo o nell’altro sul problema.
Io ho il sospetto che sia questo, più ancora del “maschilismo” in sé e per sé, il più drammatico degli “aspetti culturali” che rendono complicata la questione: il punto è che non se ne può parlare, o se ne può parlare poco, perché appena uno prova ad accennarlo spunta una massa inferocita che l’accusa (sic) di colpevolizzare le donne per le violenze che subiscono; con ciò impedendo, di fatto, che questo aspetto del meccanismo venga svelato quanto sarebbe opportuno.
Invece il problema esiste, ed è un problema la cui ampiezza è molto più rilevante di quello che sembra.
Voglio dire: le pressioni che inducono una donna a “perdonare” quello che non dovrebbe “perdonare”, a “dimenticare” quello che non dovrebbe “dimenticare” possono essere tante, e possono essere opprimenti al punto da costringerla, letteralmente, a comportarsi non solo come non dovrebbe, ma perfino come non vorrebbe.
Pressioni di ordine economico, naturalmente, ma anche -e, forse, soprattutto- “culturale”. Pressioni che derivano da un sentire comune distorto e deformato che non vede la “famiglia” come un luogo di amore da verificare e mettere in discussione ogni giorno, ma come un totem intangibile al quale è doveroso, in nome di un non meglio identificato “bene superiore”, sacrificare tutto. Persino, in ultima analisi, la vita.
Sono due belle parole, “famiglia” e “perdono”. Ma in alcuni casi, temo, possono combinarsi in modo micidiale, trasformandosi in una vera e propria trappola dalla quale può essere difficile, se non impossibile, liberarsi.
Sono due belle parole, famiglia e perdono.
Però smettiamola, se possibile, di usarle come due pistole.

Maschicidio, anyone?

in società by
Ci risiamo: qualche genio del marketing di una piccola azienda di strofinacci di Casoria si inventa una pubblicità in cui un uomo fa fuori una donna e qualcuno urla all’istigazione al “femminicidio”. Perché sapete, ormai la parola omicidio non vale più per il 50% della popolazione: se una donna viene fatta fuori da un uomo (e le donne sono sempre fatte fuori dagli uomini, ça va sans dire), è un femminicidio. Stando a Wikipedia, la parola femminicidio indica “violenze che vengono perpetrate dagli uomini ai danni delle donne in quanto tali, ossia in quanto appartenenti al genere femminile”. Alla luce di questa definizione, la prima cosa che mi viene in mente è un grosso boh. Boh perché a parte casi di plateale misoginia, non vedo perché se un uomo uccide una donna, debba per forza essere a priori per il fatto che lei  sia donna. Una donna non è solo una donna,  è anche una compagna, una moglie, una madre, una vicina di casa, una capoufficio, un’insegnante. Tutti questi ruoli possono portare a essere fatti fuori. Non vedo il senso di voler per forza scegliere una caratteristica su altre in automatico invece di valutare caso per caso. Tornando alla pubblicità poi, non capisco come i fan di questo termine possano sapere con così tanta certezza quale sia il movente del finto delitto rappresentato nella pubblicità. Stupisce anche che le donne-benepensanti-della-politica che urlano al femminicidio per questa campagna ignorino il fatto che sia composta da due foto, una di una donna ammazzata da un uomo e una di un uomo ammazzato da una donna. Per la seconda non si sentono levare voci dagli uomini-benpensanti-della-politica per istigazione al maschicidio. Non sarà che uomini nei partiti non insorgono perché impegnati in cose un tantino più serie, tipo cercare di formare un governo?

 

La mattanza delle donne

in talent by

di SmxWorld

In preda ad un raptus di follia uccide la fidanzata”, “In uno scatto di gelosia accoltella la moglie”.

Titoli di questo genere se ne leggono a cadenza quasi quotidiana, ogni anno sono centinaia le donne che vengono ferite, mutilate, o peggio ancora uccise dai propri partners.

Ci deve essere qualcosa nell’aria, o nell’acqua, se ci sono così tanti “attacchi d’ira”, “scatti di gelosia”, “raptus di follia”. O forse no? O c’è qualcos’altro?

E’ evidente che il problema è di ben altra natura: culturale! Qui da noi il femminicidio (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, avremo già fatto un passo avanti) è un fenomeno tristemente diffuso che trova linfa in un maschilismo molto radicato.

E’ l’idea del possesso, del comando, che porta molto spesso ad uccidere una donna che si rende protagonista di un tradimento, o che semplicemente lascia il suo partner per le più svariate ragioni.

Se non sta con me, allora non deve stare con nessuno” è una frase tristemente nota, così come “ha disonorato la famiglia”. Altrettanto spesso capita di sentire frasi del tipo “la mia donna fa quello che dico io”, “qualunque cosa debba fare, deve chiederla a me”. Queste frasi dovrebbero rappresentare un fortissimo campanello d’allarme, e invece passano inosservate nelle risate generali o, peggio ancora, nell’ammirazione: perché, diciamocelo chiaro, quasi sempre l’uomo che comanda la propria donna è ammirato. E’ un duro, un vero uomo. E pazienza se un giorno si macchierà del sangue di quella donna.

E’ un problema di cultura, dicevo. Se non si educa la gente al rispetto, non si risolverà mai. Fino a quando i telegiornali parleranno di scatti d’ira e menate varie, senza chiamare il fenomeno col suo vero nome, il problema non verrà portato chiaramente alla luce. Fino a quando si avrà l’idea che un uomo che fa sesso con 20 donne è un macho, e una donna che fa sesso con 20 uomini è una puttana, non ci saranno manco le basi per crescere. E non basta inasprire le pene per spaventare un malintezionato.

Infatti, fino a pochi anni fa , in caso di omicidio, c’era l’attenuante per delitto d’onore. L’articolo del codice penale recitava:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Da notare che, benchè parli della morte “del coniuge”, poi parla “della figlia o della sorella”. Sempre al femminile. Sono la figlia o la sorella che possono arrecare disonore alla famiglia. Non il figlio o il fratello.

Oggi quell’articolo non esiste più nel codice penale, ma l’unica cosa che è cambiata nella società italiana è che chi commette un delitto d’onore non ha attenuanti e va in carcere per omicidio premeditato.

Come spesso succede in Italia, si è creduto che un inasprimento della pena fosse sufficiente a spaventare i male intenzionati. Come se un uomo che sta per uccidere una donna pensasse “mmmh, col delitto d’onore me la cavavo con tre anni, ma ora non mi conviene più”. Ma dai, ma non scherziamo! L’abolizione di quest’articolo è stato il classico lavarsene le mani e la coscienza tipico di chi vuol far finta di occuparsi di un problema scomodo. Noi ci interessiamo ai problemi solo se li vediamo lontani dalla nostra realtà, perché così possiamo fare i moralisti senza sporcarci le mani.

Non molto tempo fa, da noi in molti si stracciavano le vesti, si battevano, per difendere le sorti di Sakineh: una donna iraniana condannata a morte per lapidazione per aver commesso il reato di adulterio.

Come sempre, siamo bravi a guardare i problemi degli altri e cercare di nascondere i nostri. Perché, se è vero che non siamo a livello dell’Iran come legislazione, è altrettanto vero che come idea non ci allontaniamo molto, visto quanto è diffusa l’idea dell’omicidio giusto.

La strada per uscire da questa arretratezza è lunghissima. E’ impossibile far cambiare idea ad una persona adulta, quindi la speranza è che le prossime generazioni crescano con l’idea del rispetto della donna, compagna e non subordinata.

Siamo già in terribile e colpevole ritardo, ma se non si porta il problema alla luce quotidiana, finiremo per rimandare la sua soluzione di altre due o tre generazioni.

Al limite, odio e basta

in società by

Vediamo se riesco a spiegarlo così, con un minimo di pacatezza.
La violenza maschilista e l’omofobia sono dei problemi sociali: il che equivale a dire, tanto per fare un esempio, che sono più diffusi dell’odio, che so io, per i biondi; il che, a sua volta, equivale a dire che le persone che odiano le donne o gli omosessuali in quanto tali sono più numerose delle persone che odiano i biondi in quanto tali.
Ci siamo fin qui? Ok, andiamo avanti.
Prescindendo da quello che abbiamo chiamato “problema sociale” -concetto sul quale, state tranquilli, torneremo-, esaminiamo queste diverse fattispecie in sé e per sé.
Se qualcuno dovesse chiedermi: tra l’omicidio di una donna riconducibile al fatto che l’assassino odiava le donne e l’omicidio di un biondo riconducibile al fatto che l’assassino odiava i biondi quale trovi più odioso?, io risponderei che li trovo odiosi alla stessa maniera; cioè che trovo i due delitti -presi in sé e per sé, tenete a mente questo particolare- altrettanto gravi, essendo entrambi ispirati dall’odio ingiustificato verso un altro essere umano in ragione di qualcosa che l’altro essere umano è.
Spero che fin qui ci siate anche voi.
Orbene, siccome i delitti motivati dall’odio verso le donne sono evidentemente più numerosi dei delitti motivati dall’odio verso i biondi, al punto da destare -comprensibilmente- un vero a proprio allarme sociale, qualcuno propone di punire i primi più severamente degli altri, nel -lodevole- tentativo di arginare il problema e possibilmente di risolverlo.
Il punto è che per come la vedo io un’aggravante del genere finirebbe per punire più o meno severamente un omicidio non in ragione dell’oggettiva gravità che si attribuisce a quell’omicidio in sé e per sé, ma in ragione del fatto che omicidi analoghi compiuti da altri siano più o meno numerosi: cioè finirebbe per punire in modo differenziato il comportamento di una persona, comportamento del quale quella persona può -anzi, deve- essere chiamata a rispondere, a seconda di quanto siano numerosi comportamenti simili da parte di altre persone, comportamenti dei quali quella persona non può ragionevolmente essere chiamata a rispondere.
Questo, personalmente, mi sconcerta un bel po’. Mi dà l’idea di una disparità ingiustificabile sul piano del diritto penale, che a quanto mi risulta è fondato sulla responsabilità del singolo individuo, non su quella di gruppi di persone che tra l’altro manco si conoscono tra loro.
Ciò non significa, badate, che io non consideri i fenomeni della violenza sulle donne o sugli omosessuali dei problemi drammatici, che ne disconosca l’effettività e la gravità, che li sottovaluti, che me ne sbatta: semplicemente, ritengo che le aggravanti non siano uno strumento praticabile per perseguirli.
Altro sarebbe se si proponesse di istituire l’aggravante di odio senza specificarla ulteriormente: cioè se si decidesse che un omicidio ispirato dall’odio, sia esso odio verso le donne, i gay, gli islamici, i biondi, i cattolici, gli obesi e via discorrendo è più grave di un omicidio commesso, che so io, per rapina o per vendetta. In questo caso quella disparità non la vedrei più, e di conseguenza il trattamento dei cittadini mi sembrerebbe, come dire, più equo.
Sono sicuro, per una volta, di essermi spiegato senza prestare il fianco ad accuse di maschilismo o di omofobia: nella speranza che una faccenda del genere si possa -finalmente- discutere nel merito, ragionandone insieme e mettendo da parte i processi alle intenzioni.

L’aggravante di essere maschio

in politica/società by

Mesi fa, a proposito delle proposte di aggravante per i cosiddetti femminicidi, mi chiedevo (qui) se non fosse contraddittorio per una femminista chiedere allo Stato una “protezione particolare” contro gli uomini violenti, laddove la violenza è già sanzionata di per sè ed il movente passionale è stato giustamente eliminato dalle attenuanti.

Ora, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne che si celebra domenica, un fronte trasversale di parlamentari capitanati da Giulia Bongiorno e Mara Carfagna ma che include larga parte del PD propone direttamente l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio.

Premesso che ritengo l’ergastolo non compatibile con la “funzione rieducativa della pena” costituzionalmente prevista, come ben spiega qui Roberto Sassi, nella fattispecie credo che l’aggravante di maschilismo sia difficilmente rilevabile da fatti concreti e finirebbe per essere applicata a tappeto a qualsiasi omicidio commesso da un uomo contro una donna (anche, mettiamo, qualora il movente fosse di estorsione, si potrebbe inferire che l’uomo pensava di prevalere sulla donna per sentimento di superiorità e dominio).

Di fatto si finirebbe per usare pesi diversi per reati uguali in base al sesso di chi li compie, quando – mi chiedo – non basterebbe considerare gelosia e desiderio di dominio come “futili motivi”, che sono già un’aggravante?

E magari, per una volta, immaginare qualcosa di più utile al condannato e alla società del “fine pena mai”?

I’m not a prostitute

in mondo/società by

Okay, la barra a destra dei quotidiani online italiani è il nuovo retro dell’edicola, quello in cui si esponevano le riviste un po’ sporcaccione, ma non sottovalutiamo: ci si trova di tutto, dal momento che alla strategia del nudo ricorre ormai chiunque voglia promuovere qualunque cosa, perchè un paio di tette fanno notizia a prescindere dalla forma, dal colore e dal movente.

E così questa estate tra le Sare Tommasi, le wags europee e i fondoschiena olimpici, non è passato praticamente giorno senza che le ragazze di Femen potessero tenersi la maglietta addosso, il che per altro sarebbe un peccato (dai dati pervenuti, sembrerebbe trattarsi del primo movimento politico che seleziona gli attivisti con gli stessi criteri di Enzo Mirigliani).

Perchè se di ingiustizia nel mondo ce n’è a bizzeffe, la panacea è drastica: scoprirsi le tette. Eccole dunque a Kiev, in una raffica di tette di fuori contro l’aumento della prostituzione causato dai tifosi degli Europei di calcio: 1 2 3 4 5. Subito dopo, correre a imbruttire il patriarca della chiesa russa: 6. Instancabili, eccole scoprirsi le tette a Londra contro la partecipazione alle Olimpiadi degli stati che applicano la Sharia: 7. E non c’è tempo neanche per una pausa a ferragosto, perchè tocca salvare le sorelle Pussy Riot con l’arma ben nota alle signorine da calendario e alle rockstar senza doti canore: tette fuori più immagine sacra 8.

Ora, per allontanare il giubilo dei lettori di Famiglia Cristiana, urge puntualizzare che qui nessuno è turbato dal nudo, men che meno dall’accostamento del nudo a croci o icone religiose: qui nessuno è turbato da quasi nulla, non fosse che l’uso markettaro del corpo finisce per alimentare la prurigine che circonda i nostri attributi sessuali primari e secondari, con la spiacevole conseguenza che poi, se uno vuol fare il bagno nudo per un privato piacere che non vi sto a raccontare quant’è un piacere, senza alcun secondo fine insomma, senza voler vendere un giornale nè una campagna politica , ecco, individui dalla morbosità continuamente sollecitata si sentono indebitamente disturbati. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a Femen, più seriamente, il metodo del ribaltamento dell’uso del nudo femminile dal commerciale al politico in senso femminista è un esperimento interessante, anche se non originalissimo: la donna si spoglierebbe in quanto soggetto per sottrarsi al maschio in quanto oggetto. E pazienza se poi i click sui giornali provengono dallo stesso pubblico che clicca sul solito topless di Kate Moss a Saint Tropez. Dico davvero, pazienza: se la nudità muove i fili della comunicazione globale, non avrete da me nessun motivo di ordine morale per non usarla.

Va detto inoltre che leggere la questione femminile dell’Europa dell’Est con le lenti italiane è cosa difficile. Tutto quello che so l’ho appreso dai racconti delle donne che si sono avvicendate come badanti dei miei vecchi o per le pulizie di casa. Alla luce di questi racconti sono portato a pensare che la questione sia femminile quanto maschile, cioè legata alla condizione economica che accomuna i paesi post-comunisti. Molte di loro mi hanno inoltre riferito di violenze subìte da parte dei loro uomini perchè alcolisti. Anche questa mi sembra una preoccupante questione femminile E maschile.

Al di là di queste mie ingenue aspirazioni alla risoluzione intergenere delle violazioni di diritti umani e a un approccio meno situazionista e più politico ai problemi del lato B dell’Europa, l’istanza di Femen che proprio non mi convince è quella contro la legalizzazione della prostituzione e favorevole all’introduzione della responsabilità penale per chi usufruisce dei servizi proposti dall’industria del sesso. E’ al grido di Ukraine is not a brothel and I’m not a prostitute che le ragazze di Femen si sono raccolte, dal 2008 in poi, intorno alla giovanissima fondatrice Anna Hutsol, oggi ventottenne. Come se ci fosse qualcosa di male, ad essere una prostituta. Come se i bordelli fossere un male in sè.

Io non so se il femminismo nostrano sia poi riuscito a sciogliere il nodo del moralismo, mi è capitato di imbattermi in un dibattito alla Casa Internazionale delle Donne in cui qualcuno indicava la prostituzione come il gradino più basso delle condizioni femminili, ma magari si è trattato di un accidente e l’opinione non era largamente condivisa. So che su questi temi il confronto è difficilissimo tra donne diversamente femministe, praticamente impossibile tra femministe alla Femen e uomini.

Ma forse non è inutile proporre ancora una volta la semplice equazione che il diritto e la possibilità di scegliere di non prostituirsi si conquista insieme – non in opposizione – alla libertà di poterlo fare legalmente, senza coercizioni, come si sceglie di fare – che so – la commessa o l’insegnante o l’avvocato.

Che il turismo sessuale è largamente dovuto al proibizionismo degli stati occidentali, e che a una maggiore criminalizzazione in Europa corrisponderebbe un incremento dello sfruttamento sessuale in altri paesi.

Che distinguere tra prostituzione volontaria e schiavitù è necessario per poter, da un lato, contrastare efficacemente la schiavitù e, dall’altro, regolare quello che schiavitù non è.

Ignoro se il nuovo trend femminista preveda un dibattito su scala transnazionale e intergenere, se preveda un dibattito tout-court o se sia inesorabilmente avviato sulla strada dell’happening e del merchandising: è già on line il sito Femenshop per chi non potendo andare tette in fuori si accontenti di supportarle acquistando una maglietta o una tazza da esporre accanto a quella di Starbucs. Noi siamo sgamati, sappiamo che il marketing è uno degli strumenti della politica e che la necessità di autofinanziarsi sviluppa il senso degli affari.

Il claim del sito, tuttavia fa sperare molto male. We came, we stripped, we conquered : ragazze, è tutto al passato, quando è ancora tutto da fare.

 

Amaca chips /0 – Femminismo da paura

in società by

Un appello contro il femminicidio uno pensa che sia come un concerto contro la fame nel mondo, infatti la poltronissima è dei soliti noti di sinistra e ora arriva Pisapia in bicicletta. Mai più complici è uno slogan da rito collettivo di Quaresima, nessuno pensa di essere mai stato complice (ci mancherebbe) eppure si batte il petto tre volte e se ne va via col suo bel certificato di politicamente corretto. Gli uomini, soprattutto, perchèessere tacciati di maschilismo in certi ambienti depone malissimo, peggio che non fare la raccolta differenziata. Nella corsa per accreditarsi “amico ufficiale delle donne” c’è chi si sbroda, chi si sloga. Michele Serra, ad esempio, ha riportato una brutta caduta (non solo di stile) dall’alto della sua Amaca di oggi. Per superare la collega Lipperini in femminismo tenta il salto, dal piagnisteo alla proposta politica: giuristi, dateci una fattispecie penale aggravata per omicidio di femmina! Aggravata non si capisce come, visto che l’omicidio è sanzionato diggià col massimo della pena e accertata in che modo. Mi immagino un procedimento penale contro un muliericida in cui si debba accertare il movente di maschilismo. L’imputato lavava i piatti? Stirava le camicie? Consentiva chè la consorte andasse in milonga da sola, anche in abiti succinti? Indulgeva con lo sguardo su donne altrui in abiti succinti? Costringeva la consorte a depilazione integrale? A meno che non si arrivi ad applicare l’aggravante di maschilismo a priori, col metodo sillogico: seuccidi una donna, allora sei maschilista. L’operazione era stata già tentata dagli omosessuali professionisti che invocavano l’aggravante di omofobia. Il pensiero sottostante a questi afflati carsici, che fanno eterno ritorno sulla superficie della sinistra italiana, è che fondamentalmente il reato non sta nelle azioni ma nelle opinioni e finanche nei sentimenti. E’ l’ambizione non troppo segreta di imporre la propria morale in luogo di un’altra (infatti, argomenta Serra in una logica di romana linearità, se il movente passionale era considerato in passato un’attenuante perchè adesso non renderlo un’aggravante?). La contraddizione ineludibile da cui questo femminismo non uscirà vivo è che se si chiede allo Stato di farsi vendicatore delle donne non si fa che restituire la condizione femminile a quella di sesso molto più che debole, incapace di stare alla larga dai violenti, compiacente e compiaciuto dalla gelosia ossessiva, impotente rispetto ai propri diritti di persone vive, che chiedono risarcimento da morte in un contrappasso che è l’antipodo e la pietra tombale della parità.

Go to Top