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Il Sistema Fusaro

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Ragionando di filosofia, uno che ne capiva abbastanza ha detto una volta che essa “è necessariamente sistema”. Ora, nell’Italia del 2015 pare che la filosofia sia tornata di moda: i festival a tema spuntano come funghi e non c’è talk televisivo che si faccia mancare la presenza fissa del filosofo in studio. Filosofi, insomma, come se piovesse. Di sistemi filosofici, tuttavia, neanche l’ombra.
Eppure, forse, non tutto è perduto! Fortuna vuole che, dallo schiamazzo del circo mediatico-filosofico, una voce si levi, forte e chiara, al di sopra delle altre. La voce di un giovane Filosofo (con la f maiuscola), un sistematico per vocazione, giacché – per sua stessa ammissione – ‘allievo indipendente’ di Hegel e di Marx. Il suo nome è Diego Fusaro.

È un Sistema, quello fusariano, che per rigore logico e ampiezza di Weltanschauung fa vacillare al confronto, come castelli di carte, le costruzioni dei suoi stessi maestri (indipendenti). Tutto si tiene, nella logica implacabile del Nostro. Di seguito, ecco un breve e inevitabilmente incompleto compendio del suo pensiero.

Il Sistema Fusaro muove da una transvalutazione di tutti i valori. In pratica, alcune cose sono buone e altre sono cattive, inerentemente. Tra le cose cattive figurano, in ordine sparso: i numeri, il calcolo, il metodo scientifico e la scienza e in particolare l’economia – ma ogni disciplina che faccia uso di strumenti matematici è guardata con sospetto, per ovvie ragioni (v. alla voce ‘numero’) – il capitalismo e il (neo-)liberismo, l’inglese, la teoria gender, due anni (ma solo questi due) del Novecento, vale a dire il 1968 e il 1989, e naturalmente l’Euro e l’Europa.

Tra le cose buone ci sono: la filosofia e la cultura umanistica, i selfie, l’abbronzatura, Giovanni Gentile e il liceo classico, il mare (“immagine mobile della libertà”), Marx, i festival filosofici, la Gabbia di Paragone, gli avverbi formati col nome di un filosofo tipo heideggerianamente.

A grandi linee, la logica del discorso fusariano procede come segue: si prende una cosa a caso (un fatto di cronaca, una persona, un’invenzione tecnologica, una teoria, una frase), meglio ancora se proveniente dal mondo della sinistra e del marxismo, e si mostra che – una volta squarciato il velo di Maya dell’illusione borghese – essa non è altro che l’ennesimo, maleodorante tentacolo della piovra capitalistica. La strategia si adatta, con lievi variazioni, ai casi più disparati, tipo Tsipras (qui), il gender (qui), o le proteste delle Femen (qui). Mirabolante, e meritevole di una citazione, è la sua applicazione al caso dell’iPhone:

L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.

Si noti qui come il tema del capitalismo cattivo si incroci al rifiuto della tecnica e soprattutto alla liberazione dall’oppressione del Dio-numero che tutti ci vuole asserviti alla ‘logica illogica’ neoliberista della sequenza per cui, ecco lo scandalo!, all’uno segue il due e al due il tre e così via, senza scampo. Un crescendo filosofico da capogiro.

Tornando alle cose cattive, particolarmente dannosi per Fusaro sono l’Euro e l’Inglese. Quanto al primo, il Nostro sostiene la tesi secondo la quale “[l]’euro non è una moneta: è un metodo di governo per rimuovere diritti sociali e del lavoro. E’ il trionfo del capitalismo assoluto”. A chi volesse alzare il proprio borghese ditino per sottolineare la contraddizione di una moneta che però non è una moneta, sfuggirebbe – suppongo – l’ovvietà per cui il principio di non contraddizione è esso stesso nient’altro che una delle maglie della camicia di forza neoliberista. E, si badi, Fusaro potrebbe tranquillamente darci una spiegazione tecnica del perché l’Euro è così letale per i popoli europei. Potrebbe, ma se ne astiene, poiché – rischiarato dal lume della filosofia – è cosciente che agitarsi nelle sabbie mobili del discorso economico non condurrebbe ad altro che a sprofondare ancora di più nei fanghi del capitalismo (qui il testo completo):

Cari amici e care amiche, prego tutti quanti di risparmiarmi le esortazioni allo studio dell’economia. … l’economia è il problema e non la soluzione: finché si permane nel “cretinismo economico” (Gramsci) non vi può essere salvezza, giacché si permane sul terreno della reificazione e della fascinazione per cifre, numeri e calcolo.… Lasciatemi proseguire nel cammino filosofico, re taumaturghi dell’economia! 

Quanto alla lingua inglese, quest’ultima – proprio come l’Euro – è pure essa uno strumento di dominio mondialista delle masse e di assuefazione all’ideologia consumistica. Fusaro è particolarmente intransigente contro l’uso dell’inglese nelle pubblicazioni scientifiche, paradigma della “adesione supina al nomos dell’economiada parte del “clero accademico”.
L’ignaro, lo stolto, il sempliciotto non filosoficamente avveduto, potrebbe obiettare che, tuttavia, a scrivere tutti nella stessa lingua forse ci si capisce meglio e si rende la propria ricerca accessibile a un numero molto più ampio di studiosi che potranno così avvalersene a vantaggio di quell’impresa intrinsecamente comunitaria che è la scienza. Di fronte a simili bestemmie, il Nostro non potrà che scuotere il capo in segno di rassegnazione al cospetto del cretinismo di chi, drogato di ideologia capitalistica, persegue “nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.”.
Pensateci: un mondo di fisici sperimentali che pubblicano articoli sui semiconduttori in terzine dantesche, di ingegneri aerospaziali che discettano di propulsione idraulica in perfetto inglese Shakespeariano. Davvero avete ancora dei dubbi sul mondo in cui preferireste vivere?

Diciamolo pure: il pensiero fusariano è una finestra verso l’abisso che è dentro e fuori di noi. Tale è la sua complessità, tante le sfaccettature, i temi, la profondità di vedute. Impossibile darne una visione comprensiva: non basta il post di un blog, non basterebbe un libro, persino un’enciclopedia. Speriamo almeno di aver reso al Nostro l’umile servigio di presentare le fondamenta del suo Sistema. D’altronde, scriveva Nietzsche: “Io non sono abbastanza ottuso per un sistema – e tanto meno per il mio sistema”. Fusaro, invece…

Il posto sbagliato

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Magari sarò io che non capisco, ma a volte quello che succede mi pare letteralmente incredibile: voglio dire, prima predichiamo che lo stato laico non dovrebbe tener conto dei precetti religiosi, che la politica dovrebbe essere immune da quello che dicono le gerarchie ecclesiastiche, che quando si tratta di scrivere le leggi il papa e compagnia non dovrebbero essere neppure considerati, e poi andiamo a chiedere più tutele per l’aborto davanti a San Pietro, restituendo così alla Santa Sede, in modo pieno e incondizionato, la qualifica di interlocutore politico contro cui ci siamo scagliati fino a dieci minuti prima.
Non è la Santa Sede che deve assicurare più tutele per l’aborto, ma lo Stato. E quindi è nei confronti dello Stato, non dei vescovi, che quelle tutela debbono essere rivendicate.
Intendiamoci: nel merito le iniziative delle Femen mi sembrano molto condivisibili. Le inviterei, tuttavia, a piantarla di metterle in campo nei posti sbagliati.
Perché così sono loro stesse, a guadagnarsi la subalternità di cui si lamentano.

Rispetto, vergogna

in scrivere by

E’ bello il pezzo di Jeffrey Tayler per The Atlantic su Inna Shevchenko, una delle animatrici del gruppo “sesstremista” Femen – peccato che la traduzione su Internazionale non sia puntuale: l’editor italiano, per dire, ha ritenuto di dover rimuovere un inciso personale del redattore che commenta l’aria da discount della fede che si respira attorno a Notre Dame nell’ottocentocinquantesimo anniversario dall’inizio dell’inizio della sua costruzione:

“in effetti, quello che dice [Inna] non è poi tanto lontano dalla verità. Nei secoli scorsi la Chiesa Cattolica vendeva a parrocchiani creduloni indulgenze per ottenere uno sconto sul soggiorno in purgatorio. Ora, all’interno di Notre Dame, impiegati della chiesa tentano di piazzare croci di cristallo per 250 euro e piccole campane di bronzo commemorative senza alcuna iscrizione a, sì proprio così, 850 euro. Parliamoci chiaro, poi, chi potrebbe considerare 850 anni un vero anniversario, a parte dei consulenti di marketing?”

Senza grandi sorprese la performance parigina di Inna e delle altre “ragazze del mucchio”, le quali hanno vivacizzato i festeggiamenti di Notre Dame (al momento dell’azione non si stava celebrando la messa) a suon di poppe nude. Uno spettacolo che, pur non avendolo visto di persona, non esito a definire glorioso. Flash sul mio passato bigotto. Undici o dodici anni, il decubito funereo delle prediche di Sant’Euclide, le mosche che danzavano nell’aria umida, l’immane, l’inutile fatica di tentare di stornare il missile terra-terra della mente puntato su “culo-fica-tette” e riportarlo a pensieri e visualizzazioni più consone alla funzione. Per questo, immaginare le candide tette orientali delle ragazze di Femen che biancheggiano nella penombra di una chiesa cattolica che ha quasi un millennio di vita a me pare una specie di contrappasso da sballo.

Un po’ trito e generico il commento con cui la giovane ha spiegato al giornalista le ragioni dell’azione del collettivo: “Vi sono così tante falsità che vengono nascoste. Ma quando strappi la benda, viene fuori il pus. E’ quello che abbiamo fatto a Notre Dame. Abbiamo strappato la fasciatura” (per inciso, anche questa espressione un po’ disgustosa, eppure appropriata alla sempiterna corruzione ecclesiastica, è stata rimossa dalla traduzione in italiano del pezzo pubblicata da Internazionale – sarà un caso?).

Piuttosto scontate anche le conseguenze dell’azione: polizia, arresto simbolico, e immancabili prese di posizione del sindaco di Parigi e del Ministro dell’Interno: hai voglia a essere laici, ‘sti Francesi, ma, se capita l’occasione di baciare un deretano clericale, anche loro mica si tirano indietro… Ma io riflettevo su due concetti: “rispetto” e “vergogna”. Perché, è certo, di questo avranno parlato i detrattori di Femen: mancanza di rispetto verso i fedeli, assenza di vergogna nelle bellissime e pugnaci ragazze di Femen.

E’ giusto “chiedere”, o, peggio ancora, pretendere “rispetto”? Già dovrebbe mettere in allarme la constatazione che quelli che lo chiedono, il rispetto, di solito sono i vecchi scorreggioni del bus – per inciso, credo che anche io mi stia trasformando in uno di loro (anche se gli sfinteri ancora vanno): a meno che non sia un caso se mi trovo sempre più spesso a lamentare presunte mancanze di rispetto nei miei confronti da parte di persone care o gente con cui mi tocca lavorare.

Rispettare significa guardare con “considerazione”, “riguardo”, “riverenza”. E che cosa accade se una certa persona / istituzione ha fatto / detto cose esecrabili? Occorre comunque “rispettarle”? E’ un po’ come quando mi scalpellavano il cervello a suon di “principium autoritatis” ([ha detto una cazzata] ma è pur sempre il maestro). Il rispetto dovrebbe essere naturale, altrimenti non si dovrebbe concedere. Tutto questo perché, anziché piagnucolare del rispetto negato, magari la prossima volta si faccia l’ipotesi che non si ottenga il rispetto anche perché non lo si è meritato. Per dire, se sei un padre che mostra anche piccoli segnali di ipocrisia, come si può sperare che i tuoi figli ti rispettino. Ad un livello diverso, se predichi la povertà e sei ricco sfondato, se pretendi di essere l’unico a saper distinguere tra giusto e sbagliato, ma commetti delitti orrendi e, non pago, pretendi l’impunità; diciamo che non ti dovresti lamentare se il rispetto che credi di meritare venga meno. Le tette in chiesa potrebbero risvegliare la coscienza di qualcuno, in fondo.

In un certo senso, vale lo stesso ragionamento per la vergogna. Come si fa a dire “vergognati” a uno che non si vergogna? Come si fa ad usare un imperativo per scatenare un sentimento che semplicemente l’altro non prova? Anche io qualche volta lo dico, ma non posso fare a meno di sentirmi stupido quando mi rendo conto che sto pronunciando davvero quella parola. In fondo, il rispetto, come la vergogna, assomigliano un po’ all’amore: se non te lo danno, non lo otterrai certo pestando i piedi per averlo.

I’m not a prostitute

in mondo/società by

Okay, la barra a destra dei quotidiani online italiani è il nuovo retro dell’edicola, quello in cui si esponevano le riviste un po’ sporcaccione, ma non sottovalutiamo: ci si trova di tutto, dal momento che alla strategia del nudo ricorre ormai chiunque voglia promuovere qualunque cosa, perchè un paio di tette fanno notizia a prescindere dalla forma, dal colore e dal movente.

E così questa estate tra le Sare Tommasi, le wags europee e i fondoschiena olimpici, non è passato praticamente giorno senza che le ragazze di Femen potessero tenersi la maglietta addosso, il che per altro sarebbe un peccato (dai dati pervenuti, sembrerebbe trattarsi del primo movimento politico che seleziona gli attivisti con gli stessi criteri di Enzo Mirigliani).

Perchè se di ingiustizia nel mondo ce n’è a bizzeffe, la panacea è drastica: scoprirsi le tette. Eccole dunque a Kiev, in una raffica di tette di fuori contro l’aumento della prostituzione causato dai tifosi degli Europei di calcio: 1 2 3 4 5. Subito dopo, correre a imbruttire il patriarca della chiesa russa: 6. Instancabili, eccole scoprirsi le tette a Londra contro la partecipazione alle Olimpiadi degli stati che applicano la Sharia: 7. E non c’è tempo neanche per una pausa a ferragosto, perchè tocca salvare le sorelle Pussy Riot con l’arma ben nota alle signorine da calendario e alle rockstar senza doti canore: tette fuori più immagine sacra 8.

Ora, per allontanare il giubilo dei lettori di Famiglia Cristiana, urge puntualizzare che qui nessuno è turbato dal nudo, men che meno dall’accostamento del nudo a croci o icone religiose: qui nessuno è turbato da quasi nulla, non fosse che l’uso markettaro del corpo finisce per alimentare la prurigine che circonda i nostri attributi sessuali primari e secondari, con la spiacevole conseguenza che poi, se uno vuol fare il bagno nudo per un privato piacere che non vi sto a raccontare quant’è un piacere, senza alcun secondo fine insomma, senza voler vendere un giornale nè una campagna politica , ecco, individui dalla morbosità continuamente sollecitata si sentono indebitamente disturbati. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a Femen, più seriamente, il metodo del ribaltamento dell’uso del nudo femminile dal commerciale al politico in senso femminista è un esperimento interessante, anche se non originalissimo: la donna si spoglierebbe in quanto soggetto per sottrarsi al maschio in quanto oggetto. E pazienza se poi i click sui giornali provengono dallo stesso pubblico che clicca sul solito topless di Kate Moss a Saint Tropez. Dico davvero, pazienza: se la nudità muove i fili della comunicazione globale, non avrete da me nessun motivo di ordine morale per non usarla.

Va detto inoltre che leggere la questione femminile dell’Europa dell’Est con le lenti italiane è cosa difficile. Tutto quello che so l’ho appreso dai racconti delle donne che si sono avvicendate come badanti dei miei vecchi o per le pulizie di casa. Alla luce di questi racconti sono portato a pensare che la questione sia femminile quanto maschile, cioè legata alla condizione economica che accomuna i paesi post-comunisti. Molte di loro mi hanno inoltre riferito di violenze subìte da parte dei loro uomini perchè alcolisti. Anche questa mi sembra una preoccupante questione femminile E maschile.

Al di là di queste mie ingenue aspirazioni alla risoluzione intergenere delle violazioni di diritti umani e a un approccio meno situazionista e più politico ai problemi del lato B dell’Europa, l’istanza di Femen che proprio non mi convince è quella contro la legalizzazione della prostituzione e favorevole all’introduzione della responsabilità penale per chi usufruisce dei servizi proposti dall’industria del sesso. E’ al grido di Ukraine is not a brothel and I’m not a prostitute che le ragazze di Femen si sono raccolte, dal 2008 in poi, intorno alla giovanissima fondatrice Anna Hutsol, oggi ventottenne. Come se ci fosse qualcosa di male, ad essere una prostituta. Come se i bordelli fossere un male in sè.

Io non so se il femminismo nostrano sia poi riuscito a sciogliere il nodo del moralismo, mi è capitato di imbattermi in un dibattito alla Casa Internazionale delle Donne in cui qualcuno indicava la prostituzione come il gradino più basso delle condizioni femminili, ma magari si è trattato di un accidente e l’opinione non era largamente condivisa. So che su questi temi il confronto è difficilissimo tra donne diversamente femministe, praticamente impossibile tra femministe alla Femen e uomini.

Ma forse non è inutile proporre ancora una volta la semplice equazione che il diritto e la possibilità di scegliere di non prostituirsi si conquista insieme – non in opposizione – alla libertà di poterlo fare legalmente, senza coercizioni, come si sceglie di fare – che so – la commessa o l’insegnante o l’avvocato.

Che il turismo sessuale è largamente dovuto al proibizionismo degli stati occidentali, e che a una maggiore criminalizzazione in Europa corrisponderebbe un incremento dello sfruttamento sessuale in altri paesi.

Che distinguere tra prostituzione volontaria e schiavitù è necessario per poter, da un lato, contrastare efficacemente la schiavitù e, dall’altro, regolare quello che schiavitù non è.

Ignoro se il nuovo trend femminista preveda un dibattito su scala transnazionale e intergenere, se preveda un dibattito tout-court o se sia inesorabilmente avviato sulla strada dell’happening e del merchandising: è già on line il sito Femenshop per chi non potendo andare tette in fuori si accontenti di supportarle acquistando una maglietta o una tazza da esporre accanto a quella di Starbucs. Noi siamo sgamati, sappiamo che il marketing è uno degli strumenti della politica e che la necessità di autofinanziarsi sviluppa il senso degli affari.

Il claim del sito, tuttavia fa sperare molto male. We came, we stripped, we conquered : ragazze, è tutto al passato, quando è ancora tutto da fare.

 

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