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Family Day

Una clava chiamata referendum

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Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

La settimana dell’Illuminismo

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E così, meno di una settimana fa, qualcuno decide che per non urtare la sensibilità del primo ministro iraniano Rohani, in visita in Italia, vale la pena coprire le statue di nudi nei musei capitolini.

Scoperto il fatto, l’italiano non ci sta. Denuncia l’attacco ai valori occidentali, alla libertà, alla laicità. Lancia strali contro l’oscurantismo islamico che censura le tette e i culi. Di più: si inorgoglisce leggendo (e ripostando sui social) i filosofemi dei polemisti nostrani, i quali veementemente argomentano che piselli e capezzoli allegramente esibiti stanno ai diritti e alle libertà occidentali come burqa e Corano stanno all’oscurantismo e alla violenza delle dittature confessionali. In prima fila, vessilliferi del rinato spirito illuminista, noti paladini della laicità e dei diritti civili quali Daniela Santanché o Matteo Salvini.

Poi, visto che l’indignazione è fine a sé stessa finché non prelude a iniziative concrete, ecco che nell’arco di pochissimi giorni si susseguono sul suolo patrio gli eventi, le manifestazioni, i semplici fatti di cronaca che dimostrano che questo paese possiede anticorpi in abbondanza per rispondere alla sfida anti-modernista e reazionaria del Moro puzzone.

Vale la pena di stilare una piccola antologia di alcuni di questi fulgidi segnali di libertà che solo nell’ultima settimana hanno costellato le cronache nostrane. E infine, con meritato narcisismo, specchiarci dentro cotanto illuminismo e risparmiare così i soldi della prossima doccia solare.

Family Day
Quale modo migliore per dare corpo all’ondata di sdegno e di rivolta contro le religioni censorie se non raggruppando in fretta e furia un nutrito numero di liberi pensatori (almeno 300mila) al Circo Massimo a Roma? Tra i novelli John Toland in piazza e sul palco, personaggi dall’autentico pedigree liberale, tipo Mario Adinolfi, Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri. Uniti contro il ddl Cirinnà, il riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali, la stepchild adoption, la maternità surrogata, la fecondazione eterologa, i preservativi, le pippe, la depilazione genitale, il modo in cui sono disegnati i maiali in Peppa Pig (a forma di cazzo, fateci caso). Come striduli fischi nei timpani degli odiatori della Cultura occidentale, risuonano ancora al Circo Massimo un paio di frasi memorabili che si candidano a spodestare, per portata simbolica, i discorsi di Martin Luther King. “Il sesso non è piacere, è procreazione” (Massimo Gandolfini, medico). “Questo è il family day, non è l’handicappato day” (Gasparri).

Padre Pio
Altra manifestazione spontanea, popolare, in difesa della cultura occidentale contro ogni superstizione retrograda e medievale. La salma di Padre Pio, icona razionalista del secolo scorso, viene trasportata a Roma da San Giovanni Rotondo. Misure di sicurezza imponenti, a dimostrazione che quando entrano in gioco i simboli della libertà lo Stato c’è e non bada a spese. Doppia scorta della Polizia di Stato e no-fly zone su San Giovanni Rotondo e Foggia, il tutto grazie al gentile contributo di 100mila euro da parte della Regione Puglia. Le spoglie del martire per la libertà riposano su materassi ammortizzanti per contrastare le vibrazioni, all’interno di una doppia teca di vetro che manco Lenin. Nugoli di appassionati giuspositivisti seguono la processione, invadendo e bloccando caselli autostradali. Alcuni cinefili si attardano sulla teca nel tentativo di scattare un selfie col santo, grazioso omaggio a una pellicola indimenticata degli anni ‘80: “Weekend con il morto”.

Lotteria pedofilia
Storie belle, storie di rivincita e di giustizia questa settimana. La Curia di Napoli stacca un profumato assegno di ben 250 euro e lo consegna nelle mani di un trentanovenne di belle speranze. La discreta sommetta, si legge, vale a titolo di risarcimento per certe birichinate nelle quali sarebbe incappato, circa venti anni fa, un membro distinto della curia napoletana, Don Saverio Mura, ai danni del beneficiario del ricco obolo. Il prelato, infatti, avrebbe abusato sessualmente, ripetutamente e nell’arco di tre anni, del giovane che all’epoca aveva tra i 13 e i 16 anni. Nonostante il reato fosse caduto in prescrizione, la Chiesa napoletana ha voluto in ogni caso manifestare la concreta vicinanza alla vittima dell’abuso (che parolone!) con un risarcimento da capogiro.

W Radio Maria
Dai microfoni di Radio Maria, emittente libertaria nata da una costola radicale di Radio Londra nel secondo dopoguerra, il direttore Padre Emilio Fanzaga ha commentato la notizia dell’imminente, si spera, approvazione in parlamento del ddl proposto dall’onorevole del PD Monica Cirinnà con parole di misericordia e compassione: “Arriverà il funerale anche per lei. Stia tranquilla!”.

Misure esemplari contro i preti pedofili
Brillanti novità sul caso di Padre Roberto Elice, ex parroco di Palermo e reo confesso di molestie nei confronti di alcuni bambini che frequentavano la sua parrocchia. Tornando sul caso, l’arcivescovo della diocesi siciliana Monsignor Romeo ha rivendicato la scelta coraggiosa e controcorrente di non denunciare il prete pedofilo. “La Chiesa ha i suoi procedimenti ecclesiastici, che non sono meno gravi di quelli penali”. Ammazza! Tipo? “[Don Roberto ] è stato rimosso dall’ufficio che ricopriva e invitato a seguire un percorso particolare in una clinica di Roma specializzata in questo tipo di situazioni. A don Roberto è stato anche vietato di celebrare messa in pubblico”. Severo ma giusto.

Generatore Automatico di alternative al Family Day

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Come tutti sappiamo oggi si svolge (di nuovo) il Family Day, una grande manifestazione in “difesa” della “famiglia” “tradizionale” (da cui il “Family”, che in inglese vuol dire “famiglia”, nel nome della manifestazione).

Tuttavia, in quest’epoca sempre più priva di valori, riteniamo necessario difendere altre importanti istituzioni dal logorio della vita moderna: se anche voi ritenete che le tradizioni siano in pericolo, fate refresh per ottenere nuove manifestazioni in difesa dei bei tempi andati.

Il branco contro Italo Treno

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Vicenda nota, e riassunta qui: Italo Treno propone uno sconto per il Family Day, reazione indignata dei benpensanti, risposta di Italo che sostiene di adottare questa pratica commerciale per un grande numero di eventi – qualcuno ricorderà analoghe promozioni per il concerto di Ligabue – il che genera reazioni ancora più indignate.

Lasciamo stare il fatto che per alcuni l’esistenza stessa di Italo Treno, in quanto azienda privata che prova a inserire un po’ di concorrenza nel settore ferroviario, sarebbe una colpa. Quello che fa specie, al netto delle opinioni più o meno legittime sull’azienda in sé, è il richiamo al branco. La tesi sembra essere la seguente: la piazza del Family Day non ha diritto di esistere, e va espunto dalla società civile chiunque abbia la ventura non solo di associarvisi, ma anche di condurre verso gli aderenti all’iniziativa le più normali pratiche commerciali.

Siamo, ovviamente, tutti perfettamente convinti che il ritardo dell’Italia nell’adeguare il diritto di famiglia sia ridicolo; ma la frustrazione per il ritardo deve per forza sfociare in intolleranza, in fanatismo, in ideologismi esasperati? Siamo circondati da gente che si adonta per la mera esistenza di individui, siano essi vescovi, politici o vecchie zie, che hanno la colpa di avere un pensiero differente sul tema. Che importa se è basato sull’ignoranza, su una diversa visione del mondo, o altro? La tolleranza verso l’altro dovrebbe prescindere da considerazioni personali del tollerante circa la qualità o legittimità degli argomenti altrui.

Quello che non si riesce a comprendere, temo, è che il liberalismo non può essere soltanto una breve lista di prescrizioni sulle politiche pubbliche: è anche, per forza di cose, una particolare attitudine alla cittadinanza, che cerca di affermare le proprie idee attraverso il dialogo, la ragionevolezza e sopratutto rifuggendo richiami a comportamenti de-individualizzanti, basati sull’odio. Boicottare una azienda perché ha osato contrattare con qualcuno di cui non si condividono le opinioni è sicuramente legittimo in una società liberale, ma non è molto liberale in sé.

Tanto per capirci, temo sarebbero i gay militanti a fare questo stesso discorso se Italo Treno avesse fatto una promozione identica per il Gay Pride e a reagire fossero stati quelli del Family Day. Senza nemmeno rendersi conto di quanto penosa e preoccupante sia questa asimmetria.

Il punto è che la logica del branco è incompatibile col liberalismo. Il liberalismo non è solo un “metodo”, e non può essere solo la legittimazione di ogni comportamento e ogni fine che non passi per la mediazione dello Stato. A non capirlo sono tanto certi liberali, che confondono il liberalismo con l’aver capito due dinamiche di fondo dell’economia facendone un economicismo piuttosto sterile e unidimensionale, quanto certi altri, che non si rendono nemmeno conto di essere molto simili ad Adinolfi pur mobilitandosi ogni giorno per affermare l’opposto di quanto dice lui.

Si fotta la famiglia tradizionale

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“Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,/Il falco non può udire il falconiere;/Le cose si dissociano; il centro non può reggere/E la pura anarchia si rovescia sul mondo” (W. B. Yeats, Il secondo avvento)

La famiglia tradizionale l’ha voluta Dio? O piuttosto ci ha pensato la Natura sulla base di un qualche principio darwiniano? L’ha detto Sant’Agostino nel De Civitate Dei?

Sapete cosa vi dico? Chissenefrega.

Non c’è scritto da nessuno parte che le regole vadano rispettate a tutti i costi. L’umanità è strisciata fuori dal fango di un’animalità mai del tutto repressa proprio infrangendo le regole. Dal frutto della conoscenza strappato all’albero dell’Eden, passando per la poesia (cosa c’è di più innaturale dello stravolgimento del linguaggio con versi e metafore?), fino alle moderne scoperte scientifiche, quel ci ha permesso di andare avanti è stato il fottersene allegramente dell’ordine prestabilito.

La gerarchia, la mancanza di iniziativa, la paura delle innovazioni, l’impulso a seguire il branco è roba da pecoroni – non è forse un caso che i preti amino così tanto definirsi “pastori”. Non vi è slancio verso il futuro se non si azzarda, non c’è presente davvero vissuto se non si ha un occhio sulla prospettiva.

Lottare per l’immobilismo invece che per l’evoluzione significa autocondannarsi a nutrirsi dei propri escrementi esistenziali, rimanere vittima di canoni il cui unico senso di esistere è la perpetuazione del canone in sé. L’umanesimo di cui si fa promotrice la Chiesa è una burla: l’essere umano sembra sempre e comunque assoggettato a un potere superiore, un ideale più grande, che di fatto ne annichilisce il potenziale e lo lega ai vincoli perversi della paura del domani.

Che la famiglia tradizionale esista o meno ha poca importanza. Nessuno ci dovrebbe obbligare a rispettarne a tutti i costi i fondamenti, come se l’esistenza dell’universo dipendesse dalle decisioni che prendiamo in materia di affettività e amore, dalle scelte che facciamo in maniera assolutamente consapevole sulle nostre vite. E se anche questo fosse il caso, non avrebbe comunque importanza: l’unico limite allo spazio di manovra della libertà è la nostra stessa coscienza. E che abbia pure luogo il Secondo Avvento, se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per poterci affermare su questo straccio di pianeta.

Tutto il resto è solo paura, torpore e intolleranza, unica e vera morte dell’anima.

Matrimoni egualitari? Adda passà ‘a nuttata…

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Il buon Luca Sofri ed il mio degno complice Tad sono più o meno concordi nell’asserire che il (lol) milione di tizi di Piazza San Giovanni sono dei poveracci che strepitano perché si rendono conto che la loro posizione è destinata a diventare minoritaria e financo a estinguersi: in soldoni, scrivono, cari omosessuali, non dovete preoccuparvi perché alla fine, fosse pure tra due/tre/cinque/dieci anni, la battaglia la vincerete.

Ciò è sicuramente vero e risulta, almeno a primo impatto, piuttosto confortante: ci pone dal lato “giusto” della storia, ci prefigura il lieto fine e, addirittura, ci rassicura che tutto questo avverrà automaticamente, senza alcuno sforzo da parte nostra. Tuttavia tale linea di pensiero rischia, a mio avviso, di sottovalutare l’importanza sociale e culturale della questione.

Vedete, la domanda chiave di tutta la faccenda è questa: il diritto al matrimonio è o no uno dei diritti fondamentali di un cittadino?

Risposta A – SI, è un diritto fondamentale: benissimo, allora è equiparabile a, per esempio, il diritto di voto. Se agli omosessuali ad oggi fosse proibito votare, direste “Si, lo so che è brutto ma tra un po’ la risolviamo: magari non si riesce per questa elezione ma alla prossima andate tranquilli.”? Se fossero, sempre per esempio, gli ebrei a non potersi sposare direste loro che si vive benissimo anche da non sposati? Se un diritto è fondamentale tutti lo devono avere, punto. E ogni istante che a qualcuno è negato questo diritto viene imposta una sofferenza a lui e alla comunità intera. E, sopratutto, tutto questo deve (dovrebbe) prescindere dal voto popolare ma essere dato per scontato e, eventualmente, difeso contro tutti coloro che cercano di limitare o estinguere tale diritto. È chiaro che, se questo è il caso, “eh, adda passà ‘a nuttata” non può essere la risposta da dare a quella che è, a tutti gli effetti, una minoranza oppressa.

Risposta B – NO, non è un diritto fondamentale: la sua estensione a tutti è solo uno tra gli obiettivi da raggiungere per migliorare il livello di civiltà del paese. Questa pare essere la risposta sottesa al “alla lunga si farà, non c’è problema”. Sarà la mio indole pessimista ma ho dei dubbi anche su questo. La mia impressione è che questo tema, come anche altri temi relativi a diritti civili, in Italia non solo non sposti voti (per dire questo è il video del dibattito delle primarie del PD, com’è andata a finire lo sapete) ma, al contrario, rischi di essere controproducente. Dire “nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili” è sicuramente vero ma “non opporsi” non significa “essere favorevoli” ma “essere indifferenti”: se le unioni civili si fanno ok, altrimenti non c’è da perderci il sonno. Infatti il sonno lo si perde talmente poco che il DDL Cirinnà, in discussione in questi giorni, era stato presentato appena 2 anni e 3 mesi fa, verrà approvato (se tutto va bene) non prima di ottobre e ha lo scopo non di introdurre l’uguaglianza (ovvero eliminare il “tra un uomo e una donna” nella definizione di matrimonio), ma di creare una forma di unione civile “dedicata” agli omosessuali lasciando agli eterosessuali l’esclusiva del matrimonio. Meglio di un calcio nei denti ma il risultato sarà comunque discriminatorio visto che, alla fine della fiera, gli eterosessuali avranno alcuni diritti e gli omosessuali ne avranno di meno.

Sono piuttosto convinto che la forma mentis sottesa alla Risposta B dipenda, almeno in parte, dall’idea, molto italiana, che la minoranza (sia essa politica, etnica, religiosa o sessuale) non sia una risorsa da preservare e sfruttare, ma una seccatura da sopportare e, qualora possible, ignorare mentre ci si occupa di “cose serie”: un atteggiamento che cozza ferocemente con l’idea stessa di democrazia liberale. Come molti dei problemi di questo paese la radice è, innanzitutto, culturale e mi sa che prima di vedere miglioramenti in tal senso ann passà assai nuttate.

Salve, sono la Natura

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natura

Andare al Family Day e lamentarsi per i cristiani in Siria

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In buona sostanza è accaduto questo: sabato scorso un numero imprecisato di persone (c’è chi dice addirittura un milione) si è dato convegno a Roma, in Piazza San Giovanni, per sancire il principio in base al quale prima di consentire ad alcuni individui di fare qualcosa che riguarda esclusivamente se stessi occorrerebbe procedere al computo numerico di coloro che quella cosa, per se stessi, non la farebbero, e una volta completato il conteggio decidere se concedere ai primi il permesso richiesto sulla base della numerosità dei secondi.
Questo, a quanto pare, è il concetto che ha ispirato il “Family Day”: poiché la cosiddetta “famiglia tradizionale” è maggioritaria, al punto da poter essere considerata un elemento culturale fondante del nostro paese, ad essa (o meglio, ad una porzione imprecisata, ancorché consistente, di coloro che la incarnano) deve essere concessa l’ultima parola sulla possibilità di introdurre nell’ordinamento modelli di famiglia ad essa alternativi; di tal che, di fronte ad un loro diniego, le istituzioni dovrebbero regolarsi di conseguenza e ritirare senza indugio eventuali progetti legislativi “non conformi”, sulla scorta della considerazione che assecondarli equivarrebbe a danneggiare le “radici culturali” del nostro paese.
Diciamoci la verità: è un principio interessantissimo.
Al punto che verrebbe da domandarsi, tanto per fare un esempio, se ed in quale misura esso sia diverso da quello in gran voga in certi paesi nei quali è diffusa in misura maggioritaria l’adesione ad una religione diversa dal cristianesimo, i cui governi, con l’entusiastico appoggio dei cittadini, hanno l’allegra abitudine di prendersela coi cristiani, sostenendo che concedere loro la possibilità di professare liberamente il credo che si sono scelti mina alle fondamenta la cultura di quel paese, mettendone in serio pericolo l’identità; e dopo essersi risposti che effettivamente si tratta del medesimo principio prendere un attimo da parte gli amici del Family Day e chiedere loro se si rendano conto che con le loro manifestazioni di oceanica protesta stanno legittimando l’atteggiamento contro cui loro stessi si scagliano, una volta riposti i passeggini da manifestazione e tornati alla vita di tutti i giorni, quando leggono sul giornale che in Siria i loro colleghi di religione se la passano male semplicemente perché sono meno degli altri e non si conformano alle loro “radici culturali”.
Ecco, solo questo: domandarglielo.
E poi restarsene là, in silenzio, a goderseli mentre balbettano qualcosa. Aspettando una risposta che non verrà.

Quella piazza che il family day ha già perso

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Oggi, sabato 20 giugno, si è svolto a Roma il Family Day: circa un milione di persone (ammettiamo anche le cifre sempre vestite a festa fornite dagli organizzatori), hanno manifestato contro le unioni civili.

Ho pensato un po’ a cosa scrivere sul tema, e non è stato facile: gli argomenti messi in campo da queste persone sono fortemente pretestuosi, arzigogoli senza ragione per sostenere l’insostenibile; d’altro canto qualsiasi principio di buonsenso, di mero rispetto della libertà altrui, suggerirebbe che non c’è proprio niente da contestare. Come si fa a commentare, dunque? Che cosa avrei potuto scrivere sul tema?

Poi ho capito che non sapevo bene cosa scrivere perché non c’è proprio niente da scrivere. Questa battaglia è già finita, e l’ha vinta il buonsenso dal momento in cui la questione è entrata nel suo –preziosissimo– raggio d’azione. Qualsiasi commento è superfluo verso chi è già stato, anche se non ancora de iure, sconfitto dalla storia. Il nostro paese sarà tra gli ultimi (cioè, lo è già), si continueranno le discussioni ancora per un po’, ma una cultura della libertà (ah, l’Occidente!) ha fatto breccia anche da noi: nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili. Nessuno. È qualcosa ormai di naturalmente accettato, che non richiede più discussione, è definitivamente proprio della nostra generazione. È una piccola, doverosa concessione di libertà che ci appartiene.

E allora lasciamo questi poveri derelitti, questi sconfitti, manifestare un giorno nell’illusione di poter cambiare un processo che è ormai inarrestabile. Combattono una battaglia che già sanno di aver perso. Non sprechiamo commenti, pensieri, tempo, per rinfacciare loro la pochezza che dimostrano, lo scarso rispetto, la minima intelligenza, la tracotante pretestuosità dei loro inesistenti argomenti. Rivolgiamo i nostri sforzi altrove: sono ancora tante le battaglie di libertà da combattere, la cui vittoria è, invece, sempre tristemente lontana.

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