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Breve elegia del supplì

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A Roma si mangiano i supplì. Sicuramente è un fatto noto di per sé, ma sulla mia pelle è una scoperta recente, perché qui si trovano davvero agli angoli di strada, nelle pizzerie al taglio che si ripetono piastrellando quasi ogni via della città. Il supplì è essenza della romanità verace, è sintesi di una cucina completamente ed esclusivamente italiana, un boccone che racconta opulenza nella sua povertà: riso, pomodoro, mozzarella, la panatura. Ingredienti classici, che appartengono alla tavola quotidiana e alla memoria (lo so, lo so, la retorica della memoria in cucina, non se ne può più, però è cosa vera); etica ed estetica del recupero, ché il supplì nasce col riso avanzato, che viene condito e fritto per dargli nuova vita.

Il supplì è il cibo da passeggio prima che diventasse street food, prima che l’orda di conformismo gastronomico rendesse fighetto e svuotato tutto ciò che era figo di per sé, con bisogno di poco altro. Racconta la storia saporita delle preparazioni classiche, cui si perdona la pesantezza – e talvolta l’anacronismo – in favore della golosità. Il supplì funziona anche per questo: ne basta uno, non serve abbandonarsi alla scorpacciata. È il complemento al pasto perfetto, lo spuntino ideale. Placa la fame e la gola, ma con soddisfazione. E poi, si mangia con le mani, come le cose più buone.

C’è profumo di forno e di fritto, in proporzione aurea. Ne ordino uno, costa un euro. Un euro, capite? Neanche il fastidio di avere resti e spicciolame, solo un euro: la perfezione! Doratura croccante, rossa perché il pomodoro già fa capolino. Il primo morso è quello rivelatore, quello che racconta la storia del telefono: se la mozzarella è in quantità e posizione corretta, bocca e supplì saranno collegati da un filo del telefono fatto di mozzarella filante, lunghissimo e profumato. Il secondo morso è quello della golosità: cuore centrale, più mozzarella, sapidità che esplode, segue l’acido del pomodoro e tutto è tenuto insieme dalla grassezza della panatura. Quindi, croccantezza. Il terzo morso è quello della soddisfazione, c’è il fondo, ancora più croccante – dove la panatura è concentrata e più bruna – e qui arriva un sentore bruciato, e poi naturalmente le dita appena sporche dell’olio che è trapelato dal fazzoletto.

Sono bastati tre morsi, ma c’è ancora grande persistenza. Un profumo che rimane e un sapore ancora intenso. Sorso d’acqua, e possiamo tornare alla realtà.

I terroristi poveri non esistono: e allora?

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Lo scrivente, per convinzione e per consolidata pratica radicale, ripudia la violenza come strumento di lotta politica, finanche quando tale violenza consiste nell’occupazione temporanea di una strada con conseguente blocco del traffico. Quindi, come dire, figurarsi la lotta armata.
Dopodiché, e spero che questo sia chiaro, un conto è giustificare un fenomeno e un conto è tentare di spiegarne le cause, pur condannandolo.
Ebbene, io non saprei dire se ed in quale misura le ragioni profonde del terrorismo possano essere ricercate nella fame e nella povertà: mi pare che si tratti di una domanda assai complessa, a cui tra l’altro non credo sia possibile -né tantomeno serio- dare una risposta univoca, che possa essere considerata valida per la generalità dei “terrorismi”, sia in senso geografico che temporale.
Ciò premesso, a me pare che liquidare la questione rispondendo di no, sulla scorta dell’osservazione che generalmente i terroristi sono tutt’altro che affamati e poveri, configuri un approccio metodologico un tantino superficiale, per non dire -ma in effetti lo sto dicendo- modesto.
Voglio dire: anche se per amor di discussione dovessimo ammettere, magari col conforto delle statistiche più accurate, che tutti -dico tutti- i terroristi -dagli strateghi agli esecutori materiali- non sono altro che degli psicotici agiati, ciò varrebbe automaticamente ad escludere l’ipotesi che la “fame” e la “povertà” dei popoli o dei gruppi socio-politici cui essi si propongono -o credono- di dare voce costituisca la molla scatenante delle loro imprese?
Io credo proprio di no.
Siamo d’accordo: quelli delle BR erano in media molto più istruiti e benestanti delle masse proletarie per cui affermavano di battersi. E quindi? Questo che c’entra col fatto che probabilmente furono proprio le difficoltà e gli stenti di quelle masse a spingerli sulla strada -sbagliata, scellerata, ignobile- della lotta armata?
Niente.
Del resto basta leggere quello che Luca Mazzone scrive nel suo post per rendersi conto del grossolano straw man argument su cui esso ruota:

(il terrorismo) non è il risultato della frustrazione per le proprie misere condizioni di vita

Ecco, è quel “proprie” che non mi suona, proprio per niente: perché dire che la povertà e la fame alimentano il terrorismo non contiene automaticamente quell’aggettivo possessivo; piuttosto, disegna un quadro generale -con cui si può essere o non essere d’accordo- sul quale il terrorismo -qualunque cosa esso sia, foss’anche il delirio psicotico di alcuni benestanti- secondo alcuni attecchirebbe e si svilupperebbe.
Sta di fatto che Bergoglio quel “proprie” non l’ha mai pronunciato, né tantomeno l’ha lasciato intendere: ma guarda caso è proprio su quella parola che si impernia il ragionamento del buon Mazzone.
Togliendola, e io credo che la si debba togliere, il ragionamento cade.
Diventa poco importante stabilire se i terroristi siano o non siano più istruiti o più agiati della media: perché la “fame” e la “povertà” potrebbero essere la causa scatenante delle azioni di questi assassini pur non essendo le “proprie”.
Tutto qua.

La belva che potrei essere io

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Sbuca da nulla, mentre cammino con il mio pranzo, cioè un pezzo di pizza, in mano.
“Compramela anche a me, capo”.
“Non ho soldi”, rispondo. E oggi è vero, in tasca non ho un centesimo.
“Dai, capo”. E mi prende per un braccio.
Mi giro. Bruscamente, mi pare. E mentre mi giro mi esce fuori dalla bocca un “oh, lasciami” che deve suonargli male. Tanto che invece di lasciarmi stringe.
So come sono fatto. Oddio, sono cresciuto, il che dovrebbe aver levigato due o tre cose. Ma la situazione non promette niente, proprio niente di buono.
Lo guardo come ho dovuto imparare tanti anni fa, con l’espressione che vuol dire “non ho paura di te”, quella che certe volte se non sai farla sei fregato. Lo guardo e ripeto, lentamente: “Ti ho detto lasciami”. Sono minaccioso, credo, perché lui fa mezzo passo indietro.
Avrà trent’anni. Barba lunga, più basso di me di una spanna, quindici chili più pesante. Mi rendo conto che lo sto soppesando, il che già vuol dire qualcosa. Perdipiù soppesarlo non mi rassicura neanche un po’. Niente droga, niente alcool. E’ lucido, affamato e fuori di sé dalla rabbia. Se potesse mi darebbe una coltellata, sicuro come la morte che lo farebbe. C’è di buono che non può. E allora molla la presa.
Mi giro, faccio per andarmene. Dopo due o tre passi sento una spinta dietro la schiena. Leggera, o perlomeno non abbastanza forte da farmi cadere.
Mi volto di nuovo. E mi preparo al peggio, adesso. Lui mi sta guardando e mi odia. Letteralmente, mi odia.
“Tu ce li hai i soldi, capo”.
E io mi rendo conto che è vero. Io ce li ho, i soldi per la pizza. Non qua, non in tasca. Ma posso prelevarli. Quando voglio. Lui no. E ha fame. Il problema è tutto qua, ed è un problema di quelli che mica si risolvono facilmente.
“Io devo mangiare, capisci?”, e mentre lo dice guarda me ma in quel momento io sono gli stenti, le umiliazioni, la merda che ha dovuto ingoiare. Non è genericamente alterato. Vorrebbe ammazzarmi, proprio. E me lo dice: “Ti ammazzo, guarda che ti ammazzo”.
Io resto fermo, in piedi, con le mascelle che mi fanno male per quanto le tengo strette. Mi viene incontro e penso che in fondo in fondo ha ragione lui. Mi viene incontro e penso, perché per pensare certe cose che a scriverle ci vogliono venti righe basta una frazione di secondo, penso forse al posto suo farei lo stesso, avrei in corpo una furia cieca contro tutto e contro tutti perché magari mi è costato un patrimonio, farmi portare qua, e poi qua sono cacca, anzi peggio della cacca perché almeno la cacca ogni tanto la puliscono via, e adesso sono davanti a uno stronzetto col bancomat in tasca e le iniziali sulla camicia che mastica pizza, e se vuole chiama le guardie e quelle portano via me, mica lui, e non è giusto. No, che non lo è. Mi viene incontro e non ci ho la forza manco di mettere le mani davanti, perché so che al suo posto sarei una belva affamata, tale e quale a lui. Ed è un pensiero che mi paralizza.
Poi, sempre dal nulla, sbuca un altro. Un altro con gli occhi di fuoco per la fame e la barba lunga e le spalle larghe e forti, uno che sembra un albero. Lo abbraccia, e l’abbraccio è come una camicia di forza. Gli bisbiglia qualcosa nell’orecchio. Qualcosa di non propriamente gentile nei miei confronti, temo. Lo porta via. Lo trascina via.
Io sono ancora là, fermo. Li guardo. Non fossi rigido come un pezzo di granito mi verrebbe da piangere. Si allontanano, voltandosi di quando in quando. Incenerendomi con lo sguardo. Si allontanano volendomi uccidere.
“Delinquenti”, dice uno che si è fermato accanto a me, uno che dovrei conoscere ma che al momento manco vedo che faccia abbia.
“Eh?”
“Delinquenti”, ripete.
“Zitto”.
“Cosa?”
“Stai zitto”, dico io.
E non mi viene da rispondere altro.

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