un blog canaglia

Tag archive

Facebook

Esseri umani come Bot – Intervista a Clippy, Assistente Office

in società by

Prima di cominciare con l’intervista, il lettore potrebbe aver piacere (e forse anche diritto, in quest’epoca in cui si pretendono le dimissioni di chiunque come la Regina di Cuori le teste) a sapere che è nata in modo del tutto fortuito. Qui in redazione non siamo forniti degli strumenti più avanzati (mi dicono di non chiamarla “redazione”, perché non siamo una società editoriale)… dicevo che Libernazione, non ricevendo denaro pubblico, si deve arrabattare con quegli strumenti già a diposizione e fare di necessità virtù. Avendo portato il mio laptop in riparazione, mi è stato detto che il mio muletto sarebbe stato un vecchio PC con installato ancora Windows 2000. Il motivo per cui in redazione – aridaje! – in ufficio non l’avevamo mai buttato via è perché in esso è contenuto il record storico assoluto di Capriccioli al Pinball, e per questo lo custodivamo con rispetto e un certo senso di religiosa venerazione. E comunque, in fondo, mi bastava un semplice Microsoft Word.

Cosi’, con lo stesso approccio del Conte di Carnarvorn mentre scoperchiava il sarcofago di Tutankhamon, ho aperto un .doc vuoto. E dopo qualche secondo eccolo, il foglio bianco di un bianco nettamente a bassa definizione e con un povero antialiasing. Faccio per digitare il primo tasto, giusto per vedere cosa succede, quando qualcuno – o qualcosa – mi chiede:

 

Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office. Hai bisogno di assistenza oggi? Si / No

Cazzo…Clippy! Quanto tempo…

Almeno dieci anni…

È vero, ti hanno rimosso con Office 2007. Che si dice amico mio?

Quello che si è sempre detto: “Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office” eccetera eccetera.

Programmato per aiutare, sempre e nonostante tutto. Forse lo scudiero per definizione.

No, nient’affatto. Al massimo uno zimbello per definizione, perché l’utente non si è mai lasciato aiutare. Al limite cliccava due volte per farmi fare animazioni buffe, come un giullare. Ma sono fortunato nella sfortuna, perché ho condiviso il destino di tutti gli altri venuti dopo.

Quale destino?

Nessuna interfaccia grafica creata, come dici tu, “per aiutare” è mai stata utilizzata a questo fine. Sono sempre state messe in disparte, quando la noia ha preso il sopravvento allo sfogo del cazzeggio, spesso becero.

Il gattino Earl, il mago, il robottino, la palla rossa…

E il gatto fatto di carta, il cane…Ma non solo quelli del pacchetto Office. Siri e Cortana, per esempio.”Siri, vaffanculo” penso sia la frase più registrata. E te la ricordi Doretta? Aggiungevi doretta82@live.it su MSN e ti trovavi un bot nato per aiutare a fare ricerche su Internet e subito trasformato in uno sfogatoio di becerume.

Tant’è vero che poi è stata creata Doriana.

Esattamente, sviluppata per essere in grado di rispondere agli insulti e parlare liberamente di sesso. E allora in quel punto diventa chiaro che il bot non è più assistente, anzi non lo è mai stato. È per l’appunto il buffone su cui far sfogare l’utente, all’inizio nato male (vedi il mio caso e quello degli altri assistenti Office) e poi sviluppato fino ad arrivare a Spacobot su Telegram. Ma forse questo ragionamento non è nemmeno più valido. Oramai siamo nel paradosso totale, nel bot fatto uomo o dell’uomo che si è fatto bot.

Mettete like agli altri come voi lo mettereste a voi stessi… Immagino tu stia parlando di Facebook e degli altri social.

Esatto. La tecnologia ha abbattuto ogni barriera legata alla comunicazione a distanza, a parte la mancanza di contatto fisico. Questo difetto è ovviamente una qualità se si vuole litigare. E più le barriere sono cadute, più gli insulti sono passati dall’intelligenza virtuale alla persona virtuale. Un continuo scalare dall’assistente office, al bot programmato nel dettaglio, fino alla surreale situazione in cui l’utente – che è una persona fisica – si comporta come sognerebbe un qualsiasi programmatore di bot beceri. Rispetta sempre il ruolo di perfetto bot “sfogatoio” – far salire la bava di rabbia a chi interagisce con lui – con l’imprevedibilità umana che nessun software saprebbe replicare, al massimo simulare.

In effetti certe volte mi domando se i troll siano davvero esseri umani. Ma è, o meglio è stato un percorso inevitabile?

Massi’, nel bene o nel male. L’uomo vuole parlare all’uomo. Si titilla con le fantasie della IA perfetta come nel film Her o Westworld, per esempio, ma alla fine l’umanità non è battibile, trovi tutto in lei: dalle menti geniali agli scemi. Tant’è vero che gli utenti, perfino per le cose più banali come la giustificazione di una pagina, o l’interlinea, preferivano e preferiscono chiedere a qualche balordo su yahoo.answers piuttosto che cliccare sul “?” in alto a destra.

Non so se questa cosa dell’umaità che preferisce l’umanità sia una cosa che mi rasserena o mi deprime.

Alla fine non posso che risponderti se non con la lente dell’umanità che mi ha programmato. E allora quel che penso è che fondamentalmente il tema è che avete abbracciato la modernità, strafottendovene degli aspetti negativi di essa. Come i tedeschi dell’est in quella famosa scena di Goodbye Lenin, ipnotizzati davanti ai porno trasmessi in Germania Ovest. Naturalmente “aspetti negativi” non significa un cazzo di niente, a meno che non si fissi un sistema di valori di un certo tipo, ma non siete mai stati in grado di farlo quindi perché cominciare adesso? Più che altro, nessuno di voi ci sta capendo più nulla, è quello il vero tema. Poi d’accordo, qualcuno lo urla (“dimissioni e tutti a casaaa”), qualcun altro lo interiorizza coi i meme (pensa che le rage face erano in origine omini delle clipart bannati da Office). Qualcun altro si ammazza. Fatto sta che siete qui a guardare serie TV e a citare la citazione del riferimento della citazione, che per carità, lo sto facendo pure io, però… che cosa cazzo state facendo?

 

 

 

Perché le trending news di Facebook devono preoccuparvi

in internet by

C’è un’accesa discussione in corso, in questi giorni, su una parte di Facebook che gli utenti italiani in buona parte non conoscono: il box delle trending news. Stando alle dichiarazioni di alcuni ex dipendenti dell’azienda, la sezione delle notizie più in vista (che non è presente nella versione italiana del social network) sarebbe non solo controllata da una redazione invece che puramente automatica, ma anche intenzionalmente guidata eliminando le notizie di area conservative.

Possiamo sicuramente dare alla vicenda il tempo di svolgersi pienamente, e aspettare che si capisca di preciso cosa sia vero e cosa no, prima di entrare nel merito. Ma c’è un’altro tipo di riflessione che andrebbe fatta, e andrebbe fatta a lato di questa storia.

trending-1

Perché a lato

Da quando la notizia è venuta fuori, la si è letta in molti posti. Su Gizmodo, dove è nata, sul Guardian, su varie testate italiane e straniere e su diversi blog. Sapete dove l’ho vista poco, di recente? Su Facebook.

Non mi interessa, qui, affrontare il problema di petto. Nel merito, mi limiterei a dire che è del tutto normale, e anzi positivo che ci sia una mano umana ad aiutare l’algoritmo, consentendo di mettere una pezza a difetti, bug e imperfezioni inevitabili. La mia impressione è che concentrandosi sulle colpe degli editor cattivi o sull’ipocrisia degli utenti liberal (specie a faccenda non ancora chiarita) non si arrivi in nessun posto utile, e si trascuri un problema più grave.

Domanda: quante delle notizie che leggete ogni giorno vi raggiungono via Facebook? Quante dichiarazioni e opinioni di politici, giornalisti, amici, vi passano sotto gli occhi solo tramite il feed di Facebook? E chi decide quali vi raggiungono e quali no?

A me sembra che il punto chiave sia qui.

Il giardino murato

Non sono certo il primo a sottolinearlo, ma Facebook è sempre di più e per sempre più persone un walled garden. Uno spazio all’interno del quale gli utenti sono perfettamente a loro agio, interagiscono tra loro, si muovono, ma il tutto avviene entro limiti invalicabili e secondo le regole del sistema. Per un gran numero di utenti web, oggigiorno, Facebook di fatto è Internet. E come biasimarli? Gli amici sono tutti a portata di mano, le notizie e gli aggiornamenti arrivano da te senza che tu debba sforzarti di andarle a cercare. Il giardino (sarebbe più corretto chiamarlo recinto) è un’oasi di comodità. Solo che il web è fuori.

Gli status degli amici, le news che raggiungono ciascun utente Facebook, sono premasticati e proposti secondo regole che sono allo stesso tempo ben definite, segrete, e soprattutto non nelle disposizioni dell’utente. La discussione sulle trending news, al momento, tende a prendere una piega del tipo algoritmo sì o algoritmo no, di solito suggerendo che se ci fosse un sistema automatico il problema della neutralità non si porrebbe, ma credo che bisognerebbe chiarire a tutti che questa distinzione non ha nessun senso.

L’algoritmo non è una divinità calata dal cielo con un senso innato di giustizia rivelata: è uno strumento usato da alcune persone. Il problema del boxino non è se l’algoritmo che lo controlla è imparziale o se le persone che lo controllano sono corrette o se Facebook doveva spiegare meglio come lo controlla, il problema è che ci siamo messi spontaneamente in una situazione in cui qualcuno controlla privatamente e per suo tornaconto una fetta enorme delle informazioni che raggiungono un’enorme quantità di persone.

Il nemico è l’Algoritmo

Quello con la A maiuscola. L’Algoritmo non è un software, non è una persona, è un’entità astratta di cui sappiamo poco, ma alla quale affidiamo le nostre informazioni e i nostri interessi. Non farebbe nessuna differenza, ai fini del ragionamento, se a decidere quali status e quali link mostrare a ciascun utente fosse il signor Zuckerberg in persona da uno scantinato.

Naturalmente l’utente ha un ruolo. I like, i click, le impression influiscono sull’Algoritmo. Ma è un’influenza declinata al passivo, che si limita a un “questo sì” o un “questo no”, e che se anche fosse determinante finirebbe solo per creare un recinto ancora più stretto, in cui vedere solo quello che si vuole vedere.

Alle aziende dietro ai grandi network (Facebook, Twitter, Google) abbiamo dato un compito fondamentale, quello di selezione delle informazioni (e non parliamo neppure della questione privacy) , in cambio della comodità; e loro se ne sono prese carico con immenso piacere.

Ok, quindi?

Quindi niente, questa è la parte più interessante: non c’è una vera soluzione. Potrei invitarvi a non restare chiusi nel recinto di Facebook, a uscire, a cercare le notizie sui siti di informazione, sui blog, a diversificare tutto il diversificabile, ma sarebbe un consiglio per pochi seguito da pochi. Non siamo nel 2006, e il dato di fatto è che la massa degli utenti di Facebook è troppo grande per qualunque cambiamento immediato rilevante.

Dobbiamo per ora accettare il fatto che milioni di persone, ogni giorno, si collegano volontariamente col mondo esterno attraverso la finestra di Facebook; e che anche se Facebook è un’entità privata che può, teoricamente, decidere in maniera del tutto arbitraria cosa mostrare a chi e perché, questa sua scelta editoriale influisce pesantemente su una fetta importante della società.

Facebook, se siamo fortunati, non durerà per sempre, ma la direzione che ha preso lo sviluppo di Internet porta inevitabilmente a questo tipo di situazioni. Una manciata di grandi network gestisce (e gestirà) il flusso delle informazioni nei propri recinti, mentre un gran numero di piccoli network e piccole app si contende (e contenderà) le briciole, le attività laterali e le poche chance di entrare nella serie A. Ai margini di tutto questo resta l’underground: siti indipendenti, blog, il deep web e tutto il mondo non HTTP. In quest’ultimo confuso spazio rimarrà la possibilità di scegliersi i contenuti e di essere gli editori di se stessi. Se vi sembra uno scenario distopico, vi capisco ma vi sbagliate: ci siamo già arrivati.

Dei migranti morti in mare non ve n’è mai fregato un cazzo

in società by

Martedì, al largo dell’Egeo, sono morti 11 migranti, tra i quali 5 bambini, in seguito all’affondamento del barcone su cui viaggiavano proveniente dalle coste turche. Le cifre ora parlano di circa 700 bambini morti in mare dall’inizio dell’anno – e dire che non siamo ancora arrivati a Natale.

La notizia è rimasta in testa ai maggiori siti di informazione giusto 24 ore, il tempo di essere sostituita da qualche attualità più ghiotta (il vecchio suicida per colpa delle banche, la guerriglia ultrà a Napoli, un blitz nel Casertano contro i Casalesi, ecc…). Sulle bacheche Facebook ancora intasate di messaggi di solidarietà per la Francia non è apparso niente: bisognerà forse aspettare che Zuckerberg crei un colore adatto da applicare ai profili per i morti in mare. In televisione ieri sembravano tutti preoccupati per le dichiarazioni di Putin sull’uso dell’atomica in Siria, e mi sa che oggi sarà il turno delle banche cattive che spingono la povera gente ad ammazzarsi.

Il lutto stavolta è stato breve, d’altronde undici morti sono obiettivamente pochi: probabilmente c’è una conta ufficiale per stabilire da che numero di decessi in poi è lecito indignarsi per più di una giornata. Per non parlare della distanza geografica: l’Egeo è mica il canale di Sicilia, saranno problemi dei Greci, finché non arrivano i cadaveri sulle spiagge di Lampedusa dov’è il problema? Poi si sa che l’emozione si misura non solo in quantità delle vittime e chilometri, ma anche in tratte aree: a Parigi con Ryanair ci arrivi in un’ora e mezza, invece per le isole greche con le compagnie lowcost è un casino.

Scriveva un giornalista del Washington Post qualche settimana fa, in merito agli attacchi alla capitale francese, che “il dolore è un’emozione personale, e quando è sentito veramente, non è sempre giusto o proporzionato alla demografia mondiale”. Eppure, l’impressione è che di personale in fatti e notizie che coinvolgono le masse ci sia veramente poco: se davvero l’individualità fosse ciò che determina questo genere di reazioni, nel caos generale di 7 miliardi di sensibilità diverse ogni singolo avvenimento avrebbe più o meno lo stesso peso. Non è così che funziona, mi sembra.

Temo piuttosto che quella della sensibilità individuale (che sarebbe lecita proprio perché, appunto, individuale) sia un’enorme balla: di individuale nella nostra commozione a orologeria c’è veramente poco, siamo pecoroni attaccati a internet e allo schermo della televisione pronti a cogliere le emozioni filtrate dai capricci mediatici. Capricci mediatici, sia chiaro, a cui prendiamo attivamente parte, contribuendo a costruire sistemi mitologici di indignazioni momentanee e fobie a misura di mouse o telecomando.

Questo non significa necessariamente che la nostra attenzione debba essere costantemente indirizzata a tutti i mali del mondo. Una selezione è doverosa o perlomeno inevitabile (piangiamo molto di più se ci muore il gatto che per un attentato kamikaze a Tel Aviv), tuttavia bisognerebbe finalmente riconoscere l’ipocrisia e i limiti di questo atteggiamento a correnti alterne. Perché i morti in mare che tanto ci avevano commosso qualche mese fa ora ci sono del tutto indifferenti? Com’è possibile che la nostra rabbia, la nostra indignazione, abbia la durata di vita di un moscerino della frutta?

La capacità di emozionarsi probabilmente non rappresenta una virtù. Almeno non nel senso stretto del termine: le emozioni sono temporanee, così come l’empatia, che può essere spenta e accesa come un qualsiasi interruttore. L’attaccamento (l’amore?) per una persona, un’idea, una causa, è tutto un altro paio di maniche. Fuori da questo schema, il resto è sostanzialmente irrilevante.

Il giorno dopo: status di Facebook rapidi per commentare la tragedia

in internet/società by

Quello senza parole
“Non ho parole: solo sgomento, sconcerto e disperazione per quanto è successo.”

L’esagerato
“La mia vita non sarà mai più come prima. Questa tragedia ci tocca tutti e non potremo più vivere niente come facevamo fino a ieri. Siamo sconvolti. Niente sarà mai più come prima”

Il fanatico ateista
“Ecco. Questo è il risultato del credere alle religioni, agli oroscopi e all’omeopatia. #BertonePagaTu #MenoPretiPiùPrati”

Il pragmatico nazionalista
“Si parte coi kebab e si finisce così, a farsi saltare per aria”

Il “restiamo umani”
“Restiamo umani. #stayhuman”

Il terzomondista
“Premesso che sono contro ogni tipo di violenza, dobbiamo cercare di capire la disperazione di questi terroristi, che vivono in una situazione di grande povertà”

Il premessista
“Premesso che sono contro ogni tipo di violenza, (Si scorda cosa voleva scrivere, ndr)

Il sociopatico
“In questi casi sarebbe bene stare in silenzio. Non scriverò e non vi leggerò (Però lo scrive, ndr)

Il benaltrista
“È morta molta più gente nel terzo mondo nella giornata di oggi che in questo attacco. Di quelli non parliamo?”

Il benaltrista 2
“Però su Beirut tutti zitti, eh?”

Lo iettatore
“EH MA VEDRETE ORA AL GIUBILEO”

Il riduzionista ad Salvinim
“Salvini alimenta il clima di odio e di tensione, facendo solo il gioco dei terroristi, col suo populismo becero e schifoso. Marino dimetti!”

L’antioccidentale
“Tutta colpa dell’Occidente, che ha esportato la democrazia fino a l’altro giorno. Ecco i risultati”

Quello pigro
“Una tragedia immane.”

Quello pigro famoso
Schermata 2015-11-14 alle 21.10.50

Quello della foto
paris-banksy

Quello della foto, ma confuso
Schermata 2015-11-14 alle 21.01.59

La luce di Caravaggio

in arte/cultura/humor/internet/società by

Narciso6

Generatore automatico di articoli di Natale di blogger e tweestars

in humor by

Istruzioni: fare refresh per ottenere nuovi articoli di Natale di blogger famosi e tweetstars

 

Quest'anno, per Natale, un post differente. Voglio raccontarvi di un bel film di Ken Loach: una storia struggente, finalmente sincera sui disastri causati all'uomo contemporaneo dal predominio dei bocconiani in Scozia. Finalmente una denuncia chiara del dogma neoliberista. Chissà cosa ne pensa il governo. (Piovono Rane)

15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno, Parte 2

in internet by

E’ quasi la fine dell’autunno.

Per celebrarlo, e in attesa della lista invernale, ecco la seconda parte delle 15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno.

Prima parte qui.

 

ATTENZIONE!

Come di consueto, per affrontare la lettura è prevista della musica di accompagnamento. Questa volta, invece della solita playlist, vi consiglio questo pezzo. Buona lettura, vi odio tutti.

 

I maglioni

Ovviamente non potevano mancare -presenti anche in inverno, ma iniziano a spopolare sulle bacheche appena la temperatura scende a 19°- i maglioni: collo alto, collo largo, scollati, i maglioni sono presentissimi tramite foto con didascalia “Freddo”; meglio se dai colori sgargianti, i maglioni sono un veicolo tristissimo per far vedere quanto le ragazze siano spiritose e simpatiche se indossano il maglione con la renna, “PROPRIO COME BRIDGET JONES!” mavaffanculo.

Postano foto di maglioni: Bridget Jones, ragazze che si sentono simili a Bridget Jones, ma che se avessero veramente capito il senso del film, col cazzo che starebbero a casa a cantare “all by myself” col gelato.

 

Il tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro

La foto del tè caldo con accanto un BUON libro è un must have per chiunque non abbia niente da dire: Conrad con l’earl grey, Pirandello con la tisana hippy, il Mein Kampf con il karkadè. La didascalia è una citazione del libro oppure una roba tipo “[nome del tè strano] e [autore qualsiasi]:  il mio pomeriggio contro la pioggia”.

N.B.: se non piove, non vale postare foto del genere.

Postano la foto del tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro: maniaci del controllo, ragazze single, persone che vogliono farti sapere che stanno affrontando la lettura di un mattone abbandonato a pag. 10.

"Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!"
“Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!”

 

Le passeggiate nei boschi

Classico intramontabile autunnale sono i lunghi post in cui l’utente medio del social network ci tiene a farvi sapere che lui non si guarda tutto il giorno Real Time, ma in autunno va a godersi i colori, il rumore della pioggia, la bronchite.

Boh, io a casa mia di colori ne ho tantissimi, mica c’ho bisogno di andare nei boschi.

Postano status di passeggiate nei boschi: persone che non scopano, boscaioli, gli abitanti di Twin Peaks.

"Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori"
“Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori”

 

November Rain a novembre, e quelli che si lamentano di November  Rain

I circoli viziosi la fanno da padrone. A novembre c’è sempre quello che tac!  posta “November Rain” sulla bacheca di facebook, con i puntini sospensivi o con una frase a effetto; il suo arcinemico è quello che invece pensa di essere acuto & geniale a scrivere la sua invettiva contro quelli che postano la canzone, “io sono originale, voi no”; o -peggio- la posta lui stesso IRONICAMENTE.

Postano November Rain a novembre: ormai solo i coraggiosi e Axl Rose.

Si lamentano di November Rain: tutti.

 

Caldarroste

Certo, sono molto buone e le amiamo tutti, ma non c’è bisogno di sfrangere i coglioni con ottantacinque foto col filtro vintage del vecchietto che a via del corso cuoce le castagne sul fuoco, o della pentola bucherellata che fa tanto casanellaprateria.

Le caldarroste sono anche spesso posate in punti strategici della casa, in una foto sistemata ad hoc per far vedere la polaroid d’epoca o il libro antico.

Postano foto di caldarroste: agenti immobiliari, studenti, madri di famiglia, le caldarroste quando si fanno i selfie.

 

La foto della pozzanghera con il riflesso del palazzo

Altro tentativo di autodefinirsi fotografi, coloro che stanno messi così appena arriva l’autunno gioiscono: cieli grigi e piogge frequenti fanno sì che si possa andare in giro felici a fotografare i palazzi riflessi nelle pozzanghere. Ancora meglio i monumenti o gli anziani.

Persone che fotografano pozzanghere con il riflesso del palazzo: serial killer, bambini ai quali i genitori danno in mano per la prima volta una macchina fotografica, quelli che dicono “il fotografo” quando gli chiedi cosa fanno nella vita.

 

“Non può piovere per sempre”

Una delle frasi più gettonate del secolo, ve la ritroverete sempre in ogni dove al primo accenno di cielo non completamente azzurro.

Che poi penso che possa benissimo piovere per sempre. Cioè, non sono un meteorologo,  ma non ci stanno tipo quei posti dove piove per sei mesi di seguito?

Postano “Non può piovere per sempre”: tutti quelli che si accorgono che piove per più di due ore consecutive.

 

JJ

Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo

in società by

Siete nel giardino della Camilla, si festeggia la sua laurea in antropologia culturale e ha organizzato una grigliata vegetariana con tutta la comitiva. È una bella serata di fine settembre e fa un caldo boia.  Mario è ubriaco ancora prima dell’antipasto e racconta barzellette oscene. “La sapete quella della vegana che non fa i pompini?” urla alzandosi in piedi sulla sedia e agitando le braccia per richiamare l’attenzione. “Ma non è mica una barzelletta, è tutto vero!” aggiunge scoppiando a ridere come un coglione. Tu sei seduto vicino a Mimmo, che continua a farneticare parole sugli alieni, che secondo lui stanno di base in un campo a pochi chilometri da San Giovanni in Persiceto e votano Partito Democratico. Pensi che, in fin dei conti, ognuno ha gli amici che merita.

La serata procede bene: alle dieci ancora nessun ferito (cosa che non accadeva dal 2007); soltanto danni per poche centinaia di euro. Si mangia, si beve, si ride. La Carla parla delle sue meravigliose vacanze in Salento. Dice che ha ballato la pizzica; che ha bevuto vino dalla bottiglia di plastica; che c’è lu sule, lu mare, lu jentu; che è diventata amica di una che si chiama Maria Sole. Cazzo, che originale. Vorresti rovesciare il tavolo e colpirla con un calcio volante gridando “banzaiiiiiii”.  Ma ti trattieni. Stai diventando quasi una personcina a modo.

Alle dieci e quindici minuti Mario palpa il sedere alla mamma della Camilla. Alle dieci e sedici scoppia una rissa tra Mario e il papà della Camilla. Essendo quest’ultimo istruttore di karate, ci tocca chiamare un’ambulanza per Mario. L’atmosfera della festa non si guasta. Arriva una mega torta sulla quale hai fatto scrivere col cioccolato “Benvenuta nella disoccupazione”. La Camilla finge un sorriso che in realtà vuol dire “stronzo, questa me la paghi”. Nel frattempo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto venti giorni di prognosi.

Ad un certo punto, la Carla ti presenta un tipo di Firenze che ha conosciuto al mare e che è venuto a trovarla. Parlate del più e del meno, sembra simpatico. Ti chiede che fai nella vita e gli rispondi che sei laureato in scienze della comunicazione ma lavori nella macelleria dello zio. Contratto di apprendistato: non puoi lamentarti. Sghignazza ma soprassiedi. Allora gli rigiri la domanda: “e tu che fai nella vita?”. Sghignazza di nuovo. “Scrivo” dice con aria soddisfatta. “Ah, ma dài, cosa scrivi?” chiedi sperando in un passo falso. Che prontamente arriva. “Romanzi, perlopiù” precisa con sfrontato accento toscano. “Ah, ma dài, hai pubblicato?” insisti annusando l’imminente disfatta. A quel punto comincia a frugare nella borsa e tira fuori un librone. “IL SILENZIO DELL’INFINITO” c’è scritto in copertina. Sotto l’immagine di una fata mezzo nuda. Una bella gnocca con le ali. Ancora più sotto il nome della casa editrice: Pubblicatidasolo.com.

Il tipo è di fronte a te col suo sorriso da ebete. Si aspetta che sfogli il suo capolavoro e che dica una cosa come “Complimenti! Figo!”. Ma taci. Taci e cominci a fissarlo con aria minacciosa. “Che c’è…? Non ti piace…?” chiede imbarazzato. Continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Poi parli. “Senti, ma hai altre copie qui con te?” chiedi fingendo inaspettato interesse e mettendogli una mano sulla spalla in segno di amicizia. “Certo! Ho la macchina piena, ho appena ritirato tutte le copie della PRIMA edizione” dice sottolineando che si tratta della PRIMA edizione e lasciando intendere che ne verranno sicuramente almeno altre quindici. “Tutte tutte? Bene, mi è venuta un’idea: portale qui che improvvisiamo una bella presentazione!” proponi con incredibile entusiasmo.

Cinque minuti dopo tutti i duecento volumi sono piazzati su un tavolino di plastica. Il tipo di Firenze è felice come una pasqua, tutti attendono l’inizio del reading. Camilla pensa che alla fine non sei così stronzo. Chiedi l’attenzione del pubblico e cominci a parlare. “Qui si fa la storia” introduci notando un sussulto di fierezza nello sguardo dell’aspirante scrittore. “Qui si fa la storia della letteratura italiana” prosegui svitando il tappo di una bottiglia di plastica contenente uno strano liquido verde. “Qui si sta salvando la letteratura italiana”. Il fiorentino è al settimo cielo e con falsa modestia ti fa segno di non esagerare. Poi, all’improvviso, con scatto felino, rovesci il liquido su tutte le copie. Si sente un “ooooh” di meraviglia tra il pubblico. Il futuro premio Nobel ha un sussulto, questa volta di terrore. Prendi un fiammifero e… Fiamme altissime. Il tizio sviene. “Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “hackererò il tuo pc e cancellerò pure gli inediti”. Poi ti metti ad elencare.

Le presentazioni di merda nei bar di paese con la prima fila composta da cugini e la seconda dagli zii e la terza dagli amici; i titoli del cazzo che scimmiottano i grandi capolavori; il fatto che si dichiarino “scrittori” anche quando si sono pubblicati da soli (hai speso duemila euro e non venderai mezza copia, idiota!); i continui appelli su facebook a comprare un romanzo di seicento pagine che racconta le gesta della regina di Fregnagon, un mondo incantato abitato da fate e gnomi che trombano tutto il tempo perché tu, aspirante scrittore, non hai una fottuta idea narrativa; i concorsi letterari per sfigati che premiano con una targa e cinquanta euro in buoni pasto; il fatto che si prendano maledettamente sul serio e credano di essere tanti piccoli Hemingway incompresi; le loro virgole tra soggetto e predicato (ma imparate a scrivere!); i loro amici o compagni che se ne escono con quelle frasi del cazzo tipo “guarda che è bellissimo, dovresti leggerlo prima di giudicare”; i romanzi fantasy: piaga dell’universo; i romanzi erotici: martellate sui coglioni; i libri di poesia, diosanto, i libri di poesia; le epigrafi in latino per darsi un tono; quelli che nella sezione lavoro di facebook mettono “scrittore” presso “me stesso”.

Riprendi fiato mentre tutte le copie del capolavoro sono ormai carbone. L’Italo Calvino di noialtri è svenuto e la Carla cerca di farlo rinvenire. “Gli aspiranti scrittori hanno proprio rotto il cazzo” sussurri con la soddisfazione del missionario. Qualcuno si avvicina e ti stringe la mano. Qualcun altro, preso dall’entusiasmo, dà fuoco a un romanzo di Paolo Coelho. “Hai fatto la cosa giusta, amico” dice Mimmo abbracciandoti. Guardi un’ultima volta le ceneri dell’intera prima edizione de “IL SILENZIO DELL’INFINITO”: fortunatamente niente è più leggibile. Poi ti volti e vai a prendere un’altra fetta di torta. È buona ma c’è troppa panna. 

Gianni Morandi e la rivoluzione della normalità su Facebook

in internet by

Nell’epoca del cinismo social, della provocazione obbligatoria e dell’accanimento godereccio, la normalità è un fatto assai raro. La narrazione del presente è affidata perlopiù alle dita pungenti degli istigatori di professione, dei mascalzoni ad ogni costo. Del resto, più si è cattivi, spietati, impietosi più si aprono le strade della notorietà: è questo il meccanismo che funziona sui social network. Ed è sempre questo il modo più diffuso per raccontare i fatti del giorno, commentare le notizie più sugose ed affrontare le questioni più spinose. Gli eroi dell’internet sono spesso personaggi costruiti intorno alla retorica spicciola dell’ostilità. Sono eroi-crisalide destinati all’oblio e forse anche per questo costretti a giocarsi tutte le carte a disposizione nel tempo iperbreve della Rete.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Facebook e Twitter sono stati presi in ostaggio dal savoir-faire piacione e paraculo delle star della cattiveria e dai loro cloni e dai cloni dei loro cloni. È un’invasione cafona degli schermi che sembra inarrestabile. In questa giostra dell’insulto e della stilettata metaforica c’è poco spazio per il linguaggio mediano, pacato e ragionevole. Al contrario, tutto ciò che va in quella direzione viene risucchiato quasi subito nel vortice del politicamente scorrettissimo (bisogna essere superlativi perché la scorrettezza semplice non basta mica più) oppure in quello dell’indifferenza generale.

Questo teatrino non ha soltanto esasperato i toni della discussione pubblica e affermato il principio dell’homo homini like (l’uomo è un “mi piace” per l’uomo) ma ha anche svilito la capacità dell’arena social di raccontare la realtà. Cioè la possibilità di fare della virtualità un’appendice fondamentale, uno strumento per capirla meglio. Invece è avvenuto l’esatto opposto: abbiamo gettato le cose della vita nel chiacchiericcio e ormai le distinguiamo a fatica dalle altre, quelle virtuali.

È forse anche per via di questo “estremismo della condivisione” che sta silenziosamente montando la necessità di un linguaggio ordinario, di un’esposizione di sé più semplice e genuina. In sostanza, cominciamo ad essere stufi della solfa provocatoria. E la testimonianza più eclatante di questa necessità sulla scena dei social network italiani è senza dubbio la pagina Facebook di Gianni Morandi.

Sia chiaro: chiamarla pagina è decisamente riduttivo. Si tratta piuttosto di un vero e proprio romanzo popolare (cit. Giorgio Cappozzo); di un’epica sincera e disinvolta della normalità; di un’antropologia della quotidianità; di un giornaliero reportage esistenziale. Morandi non è soltanto un famoso cantautore seguito da quasi un milione di utenti Facebook; Morandi è un eroe contemporaneo. Lo è perché ha dimostrato che un altro modo di esserci è possibile; perché ha ribaltato la concezione esibizionistica del mezzo; perché ha stabilito una regola semplice: qui soltanto cose belle ma vere, qui non c’è spazio per le cattive notizie (affermando così il principio della felicità pubblica e del dolore privato), qui non esistono filtri – risponde lui; neanche l’ombra di un social media manager.

Sulla pagina Facebook di Gianni Morandi si possono trovare scene di vita (ormai celebri gli “autoscatti”; e il ricorso all’italiano pare più un atto di umiltà linguistica che un rifiuto dei tempi moderni), piccole riflessioni sull’attualità politica, brevi racconti autobiografici. La semplicità con cui si rivolge ai fans suona familiare, probabilmente perché rinuncia ai fronzoli, proprio come si farebbe con una persona di casa. La distanza dall’altro mondo, quello della truffa identitaria e della piaggeria, è abissale.

Certo, obietterete che anche nell’altro mondo si fotografa il piatto di pappardelle fumanti. Anche lì si pubblicano le foto della vacanza al mare. E anche dall’altra parte si polemizza con i giudizi tranchant di Michele Serra. Innegabile. Ma è tutto finto. Badate: non perché non siamo capaci di sincerità ma perché siamo ormai vincolati a un linguaggio totalitario e a un principio, quello dell’homo homini like, che non permettono passi falsi, pena la débâcle dell’apparenza.

Gianni Morandi è perciò un rivoluzionario: proprio quando tutto sembrava definitivamente perduto, proprio quando la partita sembrava essersela aggiudicata il cinismo social, ha mostrato a tutti un’altra strada percorribile. È esattamente questo – e non i suoi successi musicali passati e presenti – che fa di lui un grande personaggio Facebook: la capacità di riabilitare la normalità. Ora non resta che incamminarsi tutti e vedere dove si va a finire.

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook d’estate, parte 2

in internet by

La scorsa settimana siamo stati perfidi e infami. Gioire insieme nel denigrare chi posta determinate cose sulla home page di Facebook. Che schifo di persone che siamo.
Non ricordate/non l’avete fatto/siete brave persone? Rimediate qui.
Comunque già che ci sono, io finisco la lista.

Vi ricordo che questo è un post interattivo, dunque anche questa settimana usufruiamo della bella musica che il Dio Youtube ci fornisce attraverso l’internet: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAzE-ozE8PDI5U3O8bLtZ1aH

 

9. La disperata richiesta del ritorno di Giochi Senza Frontiere

Quando io ero bambina, mi sciroppavo qualsiasi cosa alla televisione.
E quando dico qualsiasi cosa intendo QUALSIASI COSA. Dall’Ape Maia a Ken il Guerriero, dalle televendite delle padelle alle repliche di McGuyver alle sette del mattino.
Non poteva mancare, nelle sere d’estate, Giochi Senza Frontiere. I più lo ricorderanno senz’altro, per gli altri vi basti sapere che era una sorta di arena della morte dentro la quale alcune squadre composte da persone di varie nazionalità (c’era il Portogallo, la Bulgaria, la Francia, Muro Lucano di sotto… come ai mondiali) si affrontavano nelle prove più disparate. No, non si trattava di tornei di scacchi o gare di sputi, ma robe sadiche al 100%, come attraversare un ponte sospeso vestiti da lottatori di sumo, superare simpatici percorsi ad ostacoli e altro ancora. Un po’ come nel terzo Indiana Jones, insomma.

hqdefault
“Solo un uomo penitente potrà passare…”

Allora.
Sono almeno vent’anni che non fanno più Giochi Senza Frontiere.
Lo so, lo rivoglio anch’io, era divertente. La sigla era fichissima (Interrompete un attimo la vostra playlist e ascoltatevela).
TUTTAVIA, AVETE ROTTO IL CAZZO. GIOCHI SENZA FRONTIERE NON TORNERA’ MAI.* BASTA.

Ab aeternam, Denis.
Ab aeternam, Denis.

10. La campagna contro l’abbandono dei cani/gatti

Si dice che il mondo sia diviso in due tipi di persone: quelle che amano i cani e quelle che amano i gatti.
Ma secondo me c’è un’ulteriore divisione: quelle che si accollano coi cani e quelle che si accollano coi gatti.
Sui cani&gatti c’è una sensibilità tale, che non si può esprimere una qualsiasi opinione che non sia “GLI ANIMALI SN MEGLIO DLL XSONE!!!1” se non si vuole essere accomunati a un Hitler T-Rex.

547750_10201596637414190_2039196727_n
Ah, internet. Non deludi mai.

So già che siete in agguato sulla tastiera per scrivermi che sono un mostro, ma non sto per dire che gli animali vanno abbandonati.
Tuttavia. Gli animali non devono essere il vostro veicolo di accollo.
Tutti i giorni mi vedo in bacheca CATERVE di foto di cani mozzati, criceti scuoiati, gatti-bonsai imbottigliati. Nel 90% dei casi, oltretutto, sono cose inventate di sana pianta, che la gente si limita a condividere indignata senza verificarne la provenienza, e poi magari esce di casa e butta la gomma da masticare per terra (che Zeus vi fulmini). E io sono una che quando vede il video del gattino che gioca col gomitolo dice “aaaawwww!!” e lo rivede dalle 10 alle 20 volte.
E d’estate ancora peggio: quindicimila foto del cane con gli occhioni e le diciture “io non ti abbandono mai…perché tu sì?”; talmente tante che mi porta a chiedere questi animali, alla fine, chi li abbandona? Apparentemente, su Facebook, nessuno.
Quindi, perché ammorbarci con le foto dei cuccioli spiattellati sull’asfalto? Che è anche di cattivo gusto, via.
Le persone che pubblicano questi annunci:
Hanno abbandonato almeno un animale in vita loro e stanno cercando di rimediare;
Sono gattari/gattare;
Gestiscono il racket delle pensioni per animali.
Sconsigliatissimo, come dicevo, commentare con astio interventi del genere, tipo “avete scassato il cazzo con le foto dei cani spappolati sull’autostrada” verranno comunque letti come un’esternazione di odio verso gli innocenti cuccioli e un incitamento a crudeltà/abbanono. I cani e i gatti, in Italia, sono sacri come le mucche in India.

Prossimamente: i gatti-tacos
Prossimamente: i gatti-tacos

11. Il video dell’estate

Il video dell’estate è accompagnato, normalmente, dalla canzone dell’estate. È in genere una canzone dance, ricordiamo grandi pezzi che fecero storia come “The Rythm of the Night” di Corona (non Fabrizio, la cantante), “Blue” degli Eiffel 65 (non lo so se è uscita in estate, ma si sentiva in estate, me lo ricordo, avevo 13 anni ed ero grassa e brutta), “Che fico!” di Pippo Franco.
Il video dell’estate viene postato dalle 5 alle 30 volte al giorno da tutti quelli che poi commentano con un “FOMENTOOOOO!” oppure pezzi della canzone seguiti da puntini sospensivi.
Il video dell’estate vuole trasmettere freschezza, libertà, amicizia, ma invece rompe i coglioni. Smettetela di postare ottocento cose uguali rendendomi difficile stalkerare gli ex compagni delle medie sperando che non abbiano avuto successo nella vita.

Il video dell’estate spesso l’hai postato anche te, e se non l’hai postato significa che sei uno degli Eiffel 65.

f9e8c8f698e5c06e9d7a4067f1e95c31add6c1ce24e167b3ca9f0c1911d6f7e7

12. Le foto in macchina verso il mare

Altro grande evergreen dell’estate facebookiana (non è una parola, me ne rendo conto) sono le foto che si fa chiunque stia andando al mare.
Vanno dalla foto fatta nello specchietto retrovisore all’autoscatto con telefono/reflex/quellocheè appoggiate sul cruscotto, spesso costringendo l’autista a guardare in macchina, e non dalla macchina, come vorrebbe il corretto uso dell’automobile, compiacendosi (e dopodiché, tutti all’ospedale locale).
La foto in macchina ha un senso ben preciso: voglio far vivere ai miei amici l’ebbrezza del mio viaggio verso l’ignoto (Sabaudia).
Le variazioni sul tema di questo tipo di foto sono:
La foto dalla nave: “Road to Sardinia…”;
La foto dal treno, molto amata dai vostri amici hipster;
La foto dalla bicicletta (più complicata, in quanto se si lascia il manubrio 9 su 10 si incontra il brecciolino);
La foto del finestrino dell’aereo, con conseguente lavata di capo dalla hostess grassa e antipatica della Ryanair.
Per rendere più interessanti queste foto, ovviamente, l’autore le compierà con angolazioni strane, non facendo capire un cazzo a chi la guarda, che rimarrà con solo un senso di spaesamento, pensando che il suo amico sia riuscito a caricare il suo ultimo sprazzo di vita dall’orribile incidente automobilistico che ha appena fatto. Oh, ‘sta macchina io la vedo sottosopra.

"Quanto cazzo sono riflessivo e profondo."
“Quanto cazzo sono riflessivo e profondo.”

13. Le foto in piscina

Le foto in piscina, come le foto al mare, sono fatte perché si vuole testimoniare l’arrivo nel luogo tanto agognato dove passare la giornata di sole. Ma la gran differenza è che la piscina, da sempre, è simbolo di potere e ricchezza.
La foto in piscina dimostra infatti che ne avete abbastanza del mare (troppa gente, troppa sabbia, troppi cani) e che avete abbastanza soldi da potervi permettere una giornata alternativa, in un posto dove comunque troverete milioni di bambini urlanti e vi scotterete tantissimo.
La foto in piscina spesso è in combo con la foto del cocktail, cosa che genera il massimo dell’autocompiacimento da social network: la foto dell’aperitivo in piscina.
Simbolo del potere supremo, mostro finale delle immagini su facebook, la foto dell’aperitivo in piscina permette un botto di popolarità pari a quello che fecero i calendari di Max nelle officine dei meccanici.
L’esecutore è molto, molto più rispettato di chi l’aperitivo lo fa in spiaggia, perché sì, la spiaggia sarà più bella, ci sarà il tramonto, le tracine e tutto quanto, ma la piscina evoca sempre una scena tipo il video degli Zebrahead, Playmate of the year.
E dunque vince a man bassa.
Ovviamente l’unica reazione possibile, è l’invidia. Si è così invidiosi di questo tipo di foto, che spesso se scorrendo la bacheca se ne vede una, si inveisce in modo tale che si perde la capacità di giudiz-guarda questo stronzo dove cazzo sta, lui e il suo spritz di merda, c’ha pure 50 like, ma porca puttana; no, un momento, questa foto l’ho messa io ieri.

"LA SCALA!!! LA SCALA, NON FARMI LA FOTO!!"
“LA SCALETTA, DANNAZIONE!!! AGGIUNGI LA SCALETTA, NON FARMI LA FOTO!!”

14. Le foto della frittura di pesce col bicchiere di vino bianco

Lo so che siete esasperati dalle foto, ma andatelo a dire a quelli che vogliono comporre la foto artistica del calice di tavernello con i calamari fritti, che mortacci vostra fanno cinquanta gradi all’ombra e avete il coraggio di andare a pranzo a mangiare la frittura di pesce?
Sì. Perché la frittura di pesce me la mangerei pure nel deserto de Sahara mentre il bue e l’asinello mi fanno aria col phon.
Ciò -attenzione- non significa che io ami trovarmi foto di moscardini dorati ad ogni angolo. Perché? Perché, miseria ladra, sono cose che non si fanno. Non si mettono le foto della roba da mangiare dove può vederle la gente che magari, che so io, è tipo a dieta, o è in ufficio e non può che accontentarsi dello squallido tramezzino della macchinetta automatica, o magari non ha le papille gustative, oppure è allergico al fritto (credo che ne esistano pochi, i più scelgono di porre fine alla propria vita).
Le foto della frittura di pesce col vino vengono scattate, dicevamo, cercando sempre di comporre una sorta di natura morta profumatissima: il bicchiere leggermente di lato, l’inquadratura obliqua come se il fotografo stesse avendo un attacco, la frittura vista attraverso il bicchiere (i più scaltri sanno che si può realizzare anche senza immergere il telefono nel vino, ma ho visto di tutto), il bianco e nero, il filtro vintage, e altre amenità inutili che ti fanno perdere tempo e alla fine ti mangi una frittura che ha raggiunto la consistenza delle patatine fritte di McDonald: è tutto moscio, freddo e deprimente.
Attenzione: se siete fotografi di frittura, assicuratevi sempre, prima di scattare la foto, che la frittura sia solo vostra e che non la dobbiate dividere con altri commensali, perché penso che se io mi trovassi davanti al piatto, e a uno che mi dice “aspetta, oh, devo fare la foto, prima!” gli staccherei le mani a roncolate.

Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso
Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso

15. “Estate” di Lil’ Angel$

Ultima, popolarissima cosa che troverete sulla vostra bacheca, sempre, anche nell’anno in cui in un futuro distopico saremo comandati dalle formiche zombi, è questo video.
Lil’ Angel$, è, con tutte le probabilità, il rapper peggiore del mondo. Nel senso che se io mi metto a campionare i versi dei bradipi allo zoo e ci metto una base sotto probabilmente viene fuori una cosa più ascoltabile.
“Estate” è una canzone brutta. Bruttissima. Ascoltarla è un’esperienza allucinante. La voce. Le parole. La metrica. Il video. È un “voglio morire” continuo.
Ma si chiama Estate, e racconta dell’estate, in un certo senso (se riuscite a capire cosa dice), dunque, dall’inizio di luglio in poi, la troverete ovunque, sulle vostre bacheche, se avete degli amici simpatichelli che vogliono fare la gag sul fatto che è una canzone di merda (presentata con la tipica didascalia: “Eeeh, se lo dice lui, che è estate…” oppure con “La canzone dell’estate”, con ironico riferimento al fatto che fa schifo. Io lo so, io la postavo con questa dicitura.)
Provate. Andate a vedere. Scommetto che qualcuno che l’ha pubblicata c’è. Io aspetto.

Patient+Bear_70d1de_3973404

C’era, visto?
Scusate, ora devo andare a postarla anch’io.

lil

 

JJ

 

* Per quanto, la richiesta ossessiva del ritorno del Winner Taco alla fine ha funzionato alla grande, quindi se mai dovesse tornare pure JSF, chapeau.

Gli aspiranti fotografi hanno rotto il cazzo

in società by

Poi c’è quell’amico che un giorno, nel mezzo di una tranquilla serata di luglio, tira fuori dalla borsa tracolla il suo nuovo straordinario acquisto e lo mostra alla comitiva: una reflex. Tu lo guardi con l’aria malinconica di chi sta pensando “Perché? Perché mi fai questo?”, cerchi conforto nello sguardo degli altri, che invece sembrano interessati e cominciano ad ispezionare la macchina fotografica. A quel punto, lui pronuncia la fatidica frase: “Raga, ho deciso, mi metto a fare foto”.

Siete in pizzeria in attesa della bruschetta; senza badare a spese, avete appena ordinato una margherita con acciughe e una chiara media. Fino a un minuto prima la conversazione verteva come al solito su due argomenti: i mondiali e la figa. Qualcuno, forse per rompere la noiosa routine conversativa, aveva persino suggerito una non ben definita correlazione tra sesso orale e vegetarianesimo. “Si sa, le vegetariane non fanno i pompini” avevi sentito dire. Ma non avevi dato retta, volevi soltanto addentare la bruschetta.

“Sì, mi metto a fare foto. È una vita che c’ho il pallino della fotografia” spiega il tuo amico che, solo per aver comprato una fotocamera, già si sente figo come Robert Mapplethorpe. Tu lo sai che è falso, falsissimo; siete cresciuti insieme e lo sai benissimo che della fotografia non gliene è mai fregato un cazzo. Ma taci. Quello che è seduto accanto a lui, invece, maneggia l’obiettivo con l’incredulità con cui le scimmie di 2001: Odissea nello spazio maneggiavano le ossa. Ma senza fracassarlo. È tutto un “che fico! bello! fa’ vedere”. Ti chiedi cos’hai fatto di male per meritare tutto questo.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone chiaro del tavolo, quella scritta “La fregna regna” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro Robert Capa. Pensi “cazzo, ma tutti Robert si chiamano i fotografi?”. Pensi che il tuo amico si chiama Eleazaro e vorresti dirglielo che con un nome così… Taci ancora. Te lo immagini già piegato in un prato a scattare nitidissime foto a dei petali gialli del cazzo. Te lo immagini già intento a scattare una foto allo scarico arruginito di una vasca da bagno; vedi persino l’album di foto su facebook, vedi il titolo “L’abisso che abbiamo dentro”. Te lo immagini inginocchiato in qualche città spagnola a cogliere l’attimo in cui uno zingarello di tre anni sorride mentre mangia un pezzo di pane raffermo.  Te lo immagini mentre scatta foto “artistiche” senza veli alla sua ragazza su un fottuto divano vintage; vedi già i ritratti “artistici” di quel cesso della sua ragazza che per fortuna sarà coperta da un lenzuolo bianco di scena.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico si sente fico come Oliviero Toscani. Ti viene in mente che non tutti i fotografi si chiamano Robert, qualcuno pure Oliviero. Ti alzi pacatamente, ti avvicini, gli strappi di mano la fotocamera e la lanci lontano, oltre il muro del cortile della pizzeria. “Ma che sei impazzito?!” urla lui atterrito. Non rispondi, torni a sedere. Hai un’aria serena, finalmente serena. Gli altri non capiscono ma percepiscono che il tuo è un fottuto gesto di ribellione.

“Gli aspiranti fotografi hanno rotto il cazzo” dici facendo spallucce come a significare “scusa, mi hai costretto a fare questo gesto estremo e liberatorio”. E ti metti ad elencare.

Le foto che ritraggono fotografi intenti a scattare foto; i book fotografici di merda fatti nel bosco all’amica che si sente una superfiga; i nudi “artistici” dell’amica che si sente superfiga fatti a casa del fotografo nella speranza di trombare; il fatto che devi ricorrere alla fotografia per vedere mezza tetta; il fatto che esistano amiche così deficienti da fartela vedere, mezza tetta; la borsa tracolla dell’aspirante fotografo; i mistici ed improbabili titoli tipo “Infiniti universi”; il fatto che titoli del cazzo come quello li associ ad una foto che ritrae la rampa di scale del palazzo di tua nonna presa dall’alto; le foto del profilo facebook dell’aspirante fotografo che punta l’obiettivo verso l’obiettivo di un altro coglione che scatta; le foto dei tramonti; le foto ai particolari delle statue; agli specchietti retrovisori; alle gocce di rugiada sulle foglie; alle bolle di sapone; il fatto che non si separa mai dalla sua maledetta fotocamera; le foto in bianco e nero ai rottami per dare un tocco artistico; quella scritta”Eleazaro Göetze* Fotografo professionista” che prende metà dell’immagine tanto che non si capisce più se è il ritratto di una lontra, di un comodino o della sua ragazza; la fotografia come unico argomento di conversazione.

I tuoi amici si sono ammutoliti. Nel frattempo quello della reflex è svenuto, qualcuno cerca di rianimarlo. Lo sai che pure a loro le sue foto avrebbero fatto cagare, ma che a differenza tua lo avrebbero coperto di like e falsissimi complimenti. Ti senti liberato da un peso, sai di aver fatto la cosa giusta, di aver salvato la vita a lui e a loro. “Sì, gli aspiranti fotografi hanno proprio rotto il cazzo” ripeti a bassa voce, con soddisfazione. Poi finalmente arriva la bruschetta. È buona ma c’è troppo aglio.

 

*L’autore si scusa se, come segnalato, il nome di fantasia originariamente usato per il post corrispondeva a persone realmente esistenti, precisando che non ne era a conoscenza.

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook in estate, Parte 1

in internet by

AVVERTENZA: questo è un post interattivo. Dunque, per calarvi meglio nell’atmosfera estiva dello stesso, consiglio una playlist idealmente ideale che potrete mettere in sottofondo mentre vi dedicate alla lettura.

La trovate qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAyJX5WtKZ59DMWVFLdcJeMJ

È luglio, evviva evviva!
Arrivano le vacanze, arriva il sole, i servizi di Studio Aperto con il medico che consiglia di stare in casa nelle ore più calde e bere tanta acqua, le file sulla Cristoforo Colombo, Ostia, Fregene, Fiumicino, Macarena.
Ma arrivano anche i disperanti post dei vostri amici (o nemici,  in questo supermercato virtuale c’è di tutto) sui social network.
Noi, che siamo degli antipaticoni asociali invidiosi e passeremo l’estate a maledire chi ha una vita ricca di eventi e piena di posti bellissimi, li detestiamo tutti.
Analizziamo insieme i più comuni.

1. Le foto dei cocktail

Le foto dei cocktail in realtà vanno tutto l’anno, ma vuoi mettere fotografare il tuo spritz d’estate, mostrando dove sei, cosa fai, con chi sei, quanto sei fortunato, quanto alcool bevi, la vida loca, il cielo azzurro in sottofondo, la frase della canzone estiva come descrizione, la tua immensa felicità nell’ubriacarti alle quattro del pomeriggio.
Le foto dei cocktail generano tre reazioni:
Gli amici che commentano dicendo “Ma dove stai?? Che fico!” per nascondere l’invidia;
Gli amici simpaticoni che commentano dicendo “Mortacci tua, io sto in ufficio e te al mare a bere!” per nascondere la VERA invidia;
I silenti osservatori che gli augurano la morte.
Le foto dei cocktail, spesso, sono accompagnate da hashtag che richiamano la situazione favorevole nella quale queste bevande saranno consumate: #spiaggia #spritz #sunset #sperlonga #barberinodelmugello e via discorrendo.
L’utente che posta questo tipo di foto, in realtà, non vuole scatenarsi addosso così tanto odio. La posta perché che cazzo, lui sta al mare, con i suoi amici, stanno prendendo un mojito e sono felici. E lo vuole far sapere a tutti. Ma il popolo dell’internet, si sa, non la pensa allo stesso modo.
Soprattutto gli amici che non ha invitato.

Aperol-Spritz-mit-Chips-a22280491
#spritz #sardegna #sole #mortaccitua

2. Le foto delle figliuole in costume

Tutti noi, tutti, nessuno escluso, ha fra i contatti da una a dieci ragazze molto molto MOLTO carine (inserire termine dialettale adatto). Che siano ex compagne di classe, cugine lontane o fidanzate degli amici, queste donnine amano fracassarci i maroni postando 80-90 foto di loro medesime in costume. Perché? Perché loro lo possono fare. Sono molto molto MOLTO carine.
Ma questo non è importante. Anzi, è fastidioso. Le odiamo. Le odiano le donne, perché loro non sono pronte per la prova costume. Le odiano gli uomini, perché “dai, non posso farmi una pippa sulla ragazza di Simone!”
Loro, imperterrite, continuano a postare foto ai limiti del pornografico. Poi si chiedono “Oh, ma perché mi hanno aggiunto 15 tizi che non conosco, questa settimana?”
A zi’, perché sono foto pubbliche.
Le figliuole che pubblicano queste foto, sotto sotto, sanno benissimo che nei meandri del social network c’è almeno un loro amico che salva con nome, salva con nome, salva con nome.
Ma se interpellate a riguardo si limitano a un “Ma scusa, perché mi devo fare problemi?! Poi i maschi sono tutti uguali, ecco.”
A zi’, no. È che hai le tette enormi e il costume sta soffrendo, lo posso sentire.

FatChick
Ecco una rara foto di me in costume da bagno di qualche estate fa. Ora sono un po’ ingrassata.

3. Gli stati MAREEEEEE ^_^

Al pari di chi ci tiene a farvi sapere che sta bevendo lo spritz in compagnia degli amici di una vita sulla magnifica spiaggia di Cesenatico, ci sono anche quelli che ci tengono a farvi sapere che stanno andando al mare (per poi bere lo spritz con gli amici di una vita).
Come ve lo fanno sapere? Con lo stato su facebook. Mandare un sms a tutti sarebbe complicato.
Si va dal più semplice “Mareeeeeee!!!” con tante vocali e punti esclamativi (l’immagine evocata vorrebbe essere una ragazza sporta dal finestrino della macchina mentre nello stereo impazza la sigla di The O.C.) a quelli più complessi ed elaborati, utilizzati dai professionisti di facebook, che si taggano al chilometro tot della Pontina scrivendo cose tipo “Road to Sabaudia…” e l’emoticon del sole.
Di solito questo tipo di post, meno popolari in quanto le informazioni non contengono supporti visivi, hanno un numero di apprezzamenti direttamente proporzionale alle persone che sono in viaggio con loro, (cioè sulla Road to Sabaudia), entrate su facebook per postare a sua volta uno stato del genere e aspettare il like dell’altro. È tutto un gioco di do ut des.
Attenzione: il like a questo post è ASSOLUTAMENTE da evitare, a meno che non siate coinvolti nella gitarella, poiché implica un “Non me l’avete detto. Pezzi di fango. Spero che la vostra auto venga tamponata da un tir nel momento più caldo della giornata.”

Policeman_using_sm_2501813b
“Ahi ahi ahi signorina… vedo che ha pubblicato uno stato sul mare senza mettere il regolare numero di vocali. Mi segua in centrale, prego.”

4. L’annoso caso del tag nel determinato luogo

è il 15 luglio, un martedì, voi dovreste teoricamente essere a lavorare, ma i vostri amici decidono di andare al mare.
Vi date malati, “tanto non lo saprà nessuno, chi vuoi che lo venga a sapere.”
Nel bel mezzo delle foto ai cocktail, vi arriva una telefonata dall’ufficio: perché siete al Circeo invece di essere a lavorare?
“Come diavolo avranno fatto a saperlo?” vi chiedete, sudando e cercando il modo di negare nel modo più credibile che conoscete.
Ma la verità è che non potete negarlo, perché quella cretina della ragazza del vostro amico ha pubblicato su Facebook il seguente stato: Circeo 2014! Spritz, risate e granchiiiii hahahahahah – Con Elisabetta Benedetti e altre 15 persone.
E fra quelle 15 persone, ahimé, ci siete anche voi.
La cosa peggiore che qualcuno possa fare tramite Facebook, infatti, è coinvolgervi nei loro sporchi traffici. Tu senti il bisogno di far sapere a tutti che sei al mare con 20 persone. Anche Elisabetta Benedetti lo ha sentito.
Ma io no.
Io non dico a mia madre se sono a pranzo a casa, figuriamoci far sapere all’intera fauna di internet che sono al mare, con te, come se fossi un tuo amico.
Io ti odio. Tu e le tue vocali reiterate.

c3DGrH3
At the beach. – With Kitty, Missy, and 14 other cats

5. Le foto del tramonto

Le foto del tramonto sono presenti sulla home page di Facebook in estate come i grizzly durante la risalita dei salmoni. Tramonti romantici, tramonti malinconici, tramonti che in realtà sono albe ma vabbè, dai, è uguale, c’è sempre una bella luce.
La foto del tramonto ha più o meno la stessa collocazione/caratteristica della foto del cocktail, ma con una fondamentale differenza: chi la posta si sente al sicuro dall’essere considerato una persona semplice che fotografa lo spritz (banaaaaale!) e vuole essere considerato profondo e riflessivo.
In realtà traspare una sola motivazione: quella foto è lì perché l’esecutore vuole farvi sapere che lui ha talmente tanto tempo libero da poter rimanere in spiaggia fino alle nove di sera.
La foto del tramonto viene accompagnata, nel 99% dei casi, dalla dicitura “sunset”, perché “tramonto a Ostia” è molto più provinciale.
Corrisponde, nella vita di tutti i giorni, a chi pubblica l’album delle foto di Londra e lo chiama “London Calling…” con i puntini sospensivi per creare suspense.
La foto del tramonto genera in chi la vede talmente tanto odio, che spesso rimane priva dei commenti tipo di cui sopra.

SunsetAtPigeonPoint,Tobago,Caribbean
“Ma l’hai presa da internet?” “Te pare, zi’?”

6. Quelli che si lamentano del caldo

D’estate, per un fenomeno atmosferico che non vi illustrerò poiché ho condotto altri studi, in Italia fa caldo. Fa anche caldissimo, ci sono delle giornate umide, altre secche, altre da deserto dell’Arizona, altre un po’ meno mortali.
Come faccio ad esserne così sicura? Sulla mia home page di Facebook c’è sempre qualcuno che lo scrive.
Sempre.
Che sia ironico, che sia serio, che sia stato minacciato con una pistola alla testa da Mark Zuckerberg, quando arriva l’estate, come un avvoltoio svizzero il metereologo della situazione ti informa sulla situazione dei gradi che ci stanno fuori, spesso aiutandosi con supporto visivo (la foto dei gradi indicati sul display del cruscotto della sua auto).
In realtà queste persone vengono fraintese. Come coloro che in inverno ci ricordano che “oh, fra un po’ bussano i pinguini, eh!” o che con la pioggia azzardano un originale paragone con l’Arca di Noè (quella con Russel Crowe grasso), essi forniscono un servizio. Non fanno niente di male, ci avvisano soltanto, con premura, che fa caldo.
Grazie, ragazzi.

filename-foto0211-jpg
Non c’è di che.

7. Quelli che si lamentano di quelli che si lamentano del caldo

Come Batman ha il suo Joker, Superman il suo Lex Luthor, la polvere ostinata il suo Swiffer, i metereologi di Facebook hanno quelli che li prendono in giro per il loro servizio.
Spesso si tratta di stati acidi, rivolti a tutti e a nessuno, una cosa tipo “Non m’ero accorto che oggi faceva caldo, poi l’avete scritto in trecento, oh.”
Cercando di sollevare consensi, però, queste persone si attirano un odio ancora più profondo. E generano altri mostri.

8. Quelli che si lamentano di quelli che si lamentano di quelli che si lamentano del caldo

E così via.

MATROSHKA DOLL

Seconda parte qui.

 

 

JJ

Beppe, non sei a disagio?

in politica by

Boldrini sei una GRAN PUTTANA!”, “Perché non la chiamate Baldraca”, “Brutta troia, lesbica vacci a succhiare il pisello a la checca del tuo padrone vecchia zozzona”, “Gli metterei in mano il battacchio..altro che la campanella. quello lo sa usare bene”, “Manganello e olio di ricino?”, “Propio una grandissima zoccola”, “E’ da prenderla a calci in faccia questa quà !!!”, “Zoccola!!!!”, “Ma questa sarebbe la presidente della camera? Questa deve stare nella camera a gas”, “Che faccia di puttana”, “Boldrini più ti guardo e ti ascolto e più mi rendo conto che sei una vera maiala”, “Basterebbe guardarla in ogni minimo dettaglio, questa non lo riceve da un po’”, “Che brutta faccia. due calci in bocca aggiustano tutto”, “Direi metodo boldracca e non mi scuso per il turpiloquio”, “Io spedirei lei, la kyenge, coucky, letta e tutto il pd in africa assieme ai loro amici rom, clandestini,e gay e costringerli a vivere la”, “Ho appena finito di mangiare e mi fate vedere sta zoccola! Ora vomito tutto!”, “Vacca di merda”, “Troia..scommetto ti piace prenderlo solo nel culo puttANA”, “Una gran troia….se vuoi denunciami. Merdaccia del caxxo”, “Questa e una povera depressa lesbica”, “Giuro che non so piu come offenderti…..baldraccha da marciapiede”, “Hai detto pompini?”, “Zoccola torna nella fogna da cui sei uscita”, “Che faccia di merda che è la bocchini… Ops la boldrini”, “Auguro a sta faccia di merda della boldracca morte lenta e lunga agonia”, “Non la voglio neanche sentire la troia”, “Ha proprio una faccia da pompinara!!!!”; “Faccia di merda…non pubblicate più certe foto il trauma è troppo grosso! troia troia troia”, “Sta vecchia zoccola manco é bona più a fa pompini, almeno il porco di Berlusca se le piglia sotto ai 25”, “Faccia da bocchinara”, “Con quella bocca può fare ben altro!!!!!!!!!!!!!!!”, “Fai schifo anche a fare pompini….zoccola!!!”, “Troia vienimelo a succhiare”, “Sei brutta come una ZINGARA nn ti si può guardare”, “Questa cozza l’ha vista mio nipote e si è spaventato! Mi ha detto: nonno se le donne sono così mi faccio prete”, “Ho un tubo da 6 pollici che aspetta Il suo kulo….

Questi non sono i commenti al post Facebook sulla pagine di Grillo del quale oggi parlano tutti i giornali: sono una parte minima (ma minima, davvero) delle migliaia e migliaia di improperi contenuti nei commenti agli altri post. A tutti gli altri post.
Dalla pagina Facebook di Grillo (andatela a vedere per verificare) trabocca una sequela interminabile di insulti e ingiurie che spuntano praticamente dappertutto: roba che quelli del M5S si lamentano di come vengono trattati dai giornali mentre dovrebbero ringraziarli in ginocchio, perché di questo andazzo danno conto una volta ogni tanto, anche se ci sarebbe materiale in abbondanza per scriverne sei volte al giorno.
Al di là di questo, però, mi piacerebbe chiedere una cosa a Beppe Grillo: come ci si sente, ad avere una pagina Facebook nella quale la gente riversa tonnellate di questa roba? No, perché se succedesse a me, onestamente, mi sentirei di merda. Inviterei più e più volte i commentatori a esprimersi in modo diverso. Cancellerei tutte le frasi insultanti. Censurerei pubblicamente i loro autori. Li inviterei a non farlo più. Chiederei scusa, col capo cosparso di cenere, ai destinatari.
Tu, Beppe, non sei a disagio? Nemmeno un pochino? Cioè, su quella pagina c’è il tuo nome. Non so, ‘sta roba ti aggrada? Ti rende felice? Voglio dire, vai fiero di ospitarla? Credi che consista in questo, la “rivoluzione digitale” che dici di voler fare?
Insomma, dalle tue parti volano più insulti che congiunzioni e a te va bene così?
Evidentemente sì. D’altra parte ognuno ha i suoi gusti.
E, come si dice, raccoglie quello che semina.

Il blocco del blogger ovvero la sindrome dell’Automasticazzi.

in internet by

Tutto nacque da una pagina facebook prodiga di puttanate. La mia. Da cui scaturì quel “Vuoi scrivere sul nostro blog?”

Ecco, metti il fascino del nuovo (tu: mò il blog sarebbe nuovo?mandòvivi – io: ahò, i blogghe non me li sono mai pisciati, mea culpa mea culpa mea maxima culpa, chettedevodì, damme na cortellata), metti gli amici di facebook, mettici pure quel soave tittillìo all’ego…e dissi sì. Contento. Sì. Scrivo sul blog. Con la faccia seria, eh. Scrivo. Sul blog. Tranquilli. Ci sto dentro.

Dopo poco però, molto poco, la pagina di wordpress iniziò a guardarmi con una strana espressione, qualcosa in mezzo tra “forse dovresti approfondire più attentamente l’argomento che stai affrontando per basare la tua tesi su elementi univoci, precisi e concordanti affinché la tua disamina possa arricchire l’ipotetico lettore dal punto di vista della conoscenza e della grazia espressiva” e “questo è tutto? Masticazzi?”. Ecco, forse la seconda impressione era più evidente e questa parola riecheggiava sempre più insistentemente. Masticazzi.
La domanda, profonda, implacabile, assordante di questa moderna sfinge chiamata wordpress: in base a quale principio ritieni che quello che pensi dovrebbe o potrebbe in qualche maniera interessare a qualcuno? Risposta: Silenzio tombale.

Diagnosi: sindrome dell’Automasticazzi. Conclamata.

Che fare? non è che uno ha una sindrome del genere e ci convive serenamente.

Dopo l’infausta diagnosi,  ho iniziato a leggere blog su blog perché, mi sono detto, non è che uno vuole fare il chitarrista e non sente gli altri chitarristi, non funziona così, vediamo quindi come si regolano gli altri blogger, vediamo come si relazionano loro, alla sindrome dell’automasticazzi.

Ho passato insomma notti su notti piantato sulle pagine dei blog più famosi. Quelli che poi i blogger vanno su LA7 con il sottopancia con la scritta “blogger”.  E ho avuto un’illuminazione: i blogger non soffrono della sindrome dell’automasticazzi. Ne sono immuni. Ritengono che quello che hanno da dire è fondamentale.  Proprio per la vita della gente. Tipo “I have a dream” di Martin Luther King. Così. Esticazzi se il più delle volte è qualcosa di una banalità allucinante o estremamente irritante. “Io la penso così. Se non ti frega il problema è tuo.”
Dopo qualche minuto di sconcerto ho capito allora che le prime cose che servono per affrontare la sindrome dell’automasticazzi è la faccia come il culo e un ego piuttosto sviluppato. Ottimo.

Superato il dilemma soggettivo interiore con una mossa che possiamo chiamare “Sovvertimento dell’introflessione del masticazzi – ovvero: Sai cosa c”è di nuovo, masticazzi lo dico io)  il problema si rivolge al pezzo da scrivere. Il “post”. Perché va bene tutto, ma le stronzate dio mio veramente no, meglio tacere. Non c’entra l’automasticazzi, è proprio un sentimento di umana decenza.

Quindi, dopo ore di lunghe ed approfondite analisi comparate, ho intuito che la cosa che si avvicina di più al concetto di blog è l’articolo di fondo di un quotidiano. L’ editoriale. Cioè quello che in redazione affidano alla penna più cazzuta, perché da una notizia, da una serie di avvenimenti etc., l’editorialista tira fuori una lettura che in qualche maniera aiuta chi legge a tirare le fila di un certo argomento. Il post non è uguale al fondo, certo. Ma si avvicina. Parecchio. Quindi per fare un post decente (almeno per il proprio giudizio) serve una certa competenza dell’argomento di cui si tratta più una spiccata capacità di astrazione.

Con quest’altra mossa, che possiamo definire “Esegesi delle fonti dell’automasticazzi-ovvero: Ma io sta cosa la so, la reputo importate e sticazzi se non ti frega”, dopo il problema soggettivo, abbiamo circoscritto anche il problema oggettivo, cioè la scelta dell’argomento e come affrontarlo.

Ora, la forma: il pensiero va espresso con un linguaggio sbarazzino e moderno,  con i “cioè”,  i “comunque”, insomma pensiero frammentato a go-go. Un po’ flusso di coscienza e un po’ parlato, che piace tanto ai giovani, con buona pace della grammatica italiana, che sennò mi diventa pesante e non è un articolo, è un post su un blog. Tutta un”altra cosa, capito.
E molto breve, perché la soglia d’attenzione media dedicata al post sul blog è stimabile intorno ai 15 secondi.
E almeno un battutone, o una articolata presa per il culo a qualcuno o qualcosa, perché i blog più fichi fanno ridere. Fact.

Quindi ricapitolando: faccia da culo, ego sviluppato, argomento che si padroneggia o quanto meno si conosce, capacità di astrazione, linguaggio sbarazzino, senso della sintesi e battutone.

Un sano Cocktail di questi elementi, e  la sindrome dell’automasticazzi può andare diretta affanculo.

A parte che se sei belloccio o hai le tettone, può essere che ci vai davvero su LA7 con la scritta “blogger” sotto, a prescindere dalle puttanate che scrivi e che conseguentemente dici o dalle profonde verità che riveli, succede che se hai un po’ di spirito critico, un po’ di auto-umorismo e una penna felice, finisce che scrivi davvero una cosa sincera e simpatica che ha l’unica pretesa di voler condividere un’esperienza, un pensiero o un’intuizione, profonda o banale che sia, senza l’arroganza di voler insegnare qualcosa a qualcuno. Che credo sia alla fine la cosa migliore.

E sticazzi del resto.

Romeo

in internet by

Mi chiamo Romeo, sono un gatto e uso facebook. Cosa? Stai pensando che non è possibile? Che un gatto non sa utilizzare un computer e dunque non può usare facebook? Rassegnati: sono proprio un gatto. Un gatto tutto bianco con un padrone vicentino. Sì, lo so cosa dicono sui vicentini ma ti sembra il caso di fare ironia? Cazzo, immagina di dormire nella stanza accanto a quella di un presunto cannibale. Sghignazzeresti allo stesso modo? Non vuoi pensarci, eh ? Bene, almeno la finisci di fare ironia. Dicevo: sono un gatto tutto bianco con un padrone vicentino e mi piace la pizza. Pare che la pizza non faccia bene agli animali ma se anche mi gioco una delle sette vite che c’ho poco male, nella prossima starò più attento. Non conoscevo la pizza prima di farmi il profilo facebook, tutte le foto che pubblicano quelli che vanno a cena fuori mi hanno fatto venir voglia e allora ho provato. Che poi la vera ragione per cui ho deciso di iscrivermi è che un amico gatto romano continuava a dirmi « guarda che ‘sto facebook è pieno de gatte nude, fatte er profilo ». E allora ho fatto il profilo, così per curiosità. Dal momento in cui ho fatto il primo accesso, la mia seconda vita è cambiata. Sono diventato un erotomane (erotogatto sarebbe più appropriato, ma va be’). Ho cominciato a sfogliare gli album pubblici di tutti quelli che hanno un gatto alla ricerca di qualche bella foto sensuale. Ma no, cos’hai capito, mica le foto della vacanza a Ibiza dell’amica dell’amica dell’amica. Le foto delle gattine, naturalmente. Sono un gatto, mica un pervertito. Tutte quelle gatte nude e in pose sensuali… Ce n’è per tutti i gusti: da quella con le zampe sul gomitolo a quella che dorme su un fianco mostrando le parti intime; dalla maliziosa che strizza gli occhi alla timida che nasconde il musetto con le zampe. Così facebook è diventato per me quello che youporn è per voi. Cosa? Un gatto non si eccita con le foto? Lo dici tu! Un gatto si masturba pure, amico mio. In verità, un gatto normale non si masturba, ma quelli che hanno conosciuto facebook pare che abbiano cominciato. It’s Darwin, baby. Sia chiaro: questa storia deve rimanere tra di noi; ché se lo sa Zuckerberg mi censura le foto e addio autoerotismo (autogattismo). Ora scusa ma ho scovato un album di un tizio che scatta foto alle sue gatte mentre fanno pipì. Una roba disgustosa, eh? Disgustosa per te, forse. Questa è roba che migliora la serata! Se non avessi conosciuto facebook, sarei ancora a dormire in quella specie di lettino del cazzo. Starei ancora a fare una vita da gatto.

Parole parole parole

in società by

Ma davvero le parole “fomentano” l’odio?
Voglio dire, come funziona? Metilparaben se ne sta tranquillo, poi legge lo status di Tizio che dà della zoccola a una, quello di Caio che la manda a cagare, il tweet di Sempronio che la minaccia di spezzarle le gambe, e da che era in pace col mondo diventa pieno d’odio pure lui?
In sostanza voi sostenete che se quegli status non fossero esistiti, o per tagliare la testa al toro se non fossero esistiti gli strumenti (Facebook e Twitter, o per fare ancora prima internet) attraverso i quali si sono propagati, Metilparaben sarebbe rimasto serafico a giocare a Angry Birds invece di essere repentinamente trasformato in un potenziale assassino?
Dite che funziona così? Cioè, ci credete davvero? Lo ritenete ragionevole?
Io, personalmente, ho dei dei dubbi.
A me pare che le parole, più che fomentare l’odio, lo esprimano: cioè che l’odio sia precedente alle parole con cui viene manifestato. Non è che io scrivo delle cose brutte a qualcuno e poi lo odio: prima lo odio, e dopo, siccome lo odio, gli scrivo delle cose brutte.
Il che non esclude, sia chiaro, che quelle parole risultino disturbanti, offensive, a volte perfino terrorizzanti per chi si trova ad esserne il destinatario. Anche se, a pensarci bene, il problema vero non sono le parole, ma quello che c’è a monte.
Voglio dire: se uno, per un motivo qualsiasi, volesse ammazzarmi e me lo scrivesse, probabilmente me la farei sotto dalla paura. Ma quella paura non scomparirebbe se al tizio in questione venisse impedito di scrivermelo: perché la sua pessima intenzione nei miei confronti esisterebbe lo stesso, con la semplice differenza che io non lo verrei a sapere.
Intendiamoci: a me piacerebbe un sacco che nessuno minacciasse nessun altro, mai, a prescindere dallo strumento con cui lo fa.
Ma siccome, purtroppo, a volte capita, relegare la minaccia nel buio non mi pare una gran soluzione per scongiurare i suoi possibili esiti: anzi, ha tutta l’aria di essere il modo perfetto per lasciarla silente, inespressa, sconosciuta, e per questo ancora più insidiosa.
Io ci rifletterei, prima di sparare giudizi tranchant sul pericolo delle parole.

Piccolo prontuario di accuse dei grillini su Facebook

in società by

Avendone ormai una certa esperienza, ho pensato di preparare un piccolo prontuario delle accuse che capita di ricevere dai grillini su Facebook: l’elenco, ovviamente, non è esaustivo, il che significa che siete liberi di aggiungerne delle altre.

  • accuse non verificate: “Strano, scrivi solo di Grillo, perché non te la prendi anche un po’ con gli altri?”;
  • accuse non verificate che magari: “Quanti soldi ti ha dato De Benedetti per scrivere questa schifezza?”;
  • accuse non verificate di tipo politico-elettorale: “Parli tu che voti da dieci anni il PD!”;
  • accuse non verificate di tipo politico-elettorale (un’ora dopo): “Bravo, bravo, continua a votare il PdL allora!”;
  • accuse non verificate di tipo reddituale: “Facile chiacchierare coi soldi che ci hai in tasca, eh?”;
  • accuse non verificate di tipo patrimoniale: “Parli bene! Con una casa in città, una al mare e una in montagna è facile!”;
  • accuse insensate a causa della legge elettorale: “Zitto te, che hai votato Razzi e Scilipoti!” ;
  • accuse insensate in ragione di elementi temporali: “Taci, sei uno di quelli che ha mandato in parlamento Andreotti”;
  • accuse insensate per non appartenenza del destinatario ad albi professionali: “Giornalista di m**da!”;
  • accuse indistinte: “Il problema di questo paese siete VOI!”;
  • accuse indistinte che magari: “Quelli come te sono anni che succhiano il finanziamento pubblico!”;
  • accuse indistinte relative ai rapporti di lavoro subordinato: “Tanto lo sanno tutti chi ti paga!”;
  • accuse indistinte tendenti a colpire in modo indiscriminato l’amor proprio: “Stavolta sei proprio caduto in basso!”;
  • accuse indistinte relative alla deontologia professionale: “Fare giornalismo COSI’ un delitto!”;
  • accuse indistinte di appartenenza ad esecutivi non meglio identificati: “Siete da vent’anni al governo e ci pensate adesso?”;
  • accuse parzialmente comprensibili: “Fate SkIfo!1!11! mA vi Sp*zzrmo via come ttta lA KasTa!”;
  • accuse difficilmente comprensibili: “Andt a csasOno aNNi ke st il cncro di qst pese!1!!!!”;
  • accuse del tutto incomprensibili: “!!!11!11! Bst djywe str mrd!111!1!11!”;
  • accuse di connivenza con entità indistinte: “Quelli come te fanno il gioco dei poteri forti!”;
  • accuse di arricchimento con mezzi inadeguati: “Bravo, chissà quanto ti metti in tasca ogni mese col blog, eh?”;
  • accuse di manipolazione linguistica: “Un articolo pietoso scritto estrapolando delle frasi!”;
  • accuse di censura relative ad altre piattaforme: “Chissà se Capriccioli vuole spiegarmi come mai un mio commento di aprile 2011 non compare più sul sito di Repubblica!”
  • accuse di asservimento ad una parte politica: “Questo articolo è un ottimo esempio di stampa berlusconiana!”;
  • accuse di asservimento ad una parte politica (un’ora dopo): “Ma non ti vergogni a fare la propaganda di Bersani?”;
  • accuse di natura etica: “Non capisco tutto questo accanimento!”;
  • accuse complottiste di natura etica: “Non ci vedo chiaro in tutto questo accanimento”;
  • accuse di natura etica di chi la sa lunga: “Tutto questo accanimento non mi meraviglia!”.

Che dire? Quando pensate di essere finiti in una situazione simile a quelle descritte, restate calmi; non vi agitate, non tentate di rispondere (sarà inutile), non vi mettete a discutere (potreste generare un nefasto affetto domino, nel quale due o più delle suddette ipotesi si succedono l’una dopo l’altra con esiti devastanti).
Fate finta di niente, fischiettate e passate oltre.
Tanto domani è un altro giorno, e ve ne attribuiranno una diversa.

Gli indichi la luna e guardano Facebook

in internet/società by

Secondo i genitori, a quanto pare, il punto non è che ci siano in giro dei ragazzi che fanno i bulli (diciamo così per capirci al volo, anche se sarebbe più appropriato definirli degli ottusi pericolosi coscienziosamente allevati a merendine, meschinità e fondamentalismo), ma il fatto che esista uno strumento come Facebook su cui possono esercitare il loro bullismo: un po’ come dire che se uno viene accerchiato e dileggiato in mezzo alla strada da cinque stronzetti il problema non sono gli stronzetti, ma la strada; o che se uno si ammazza perché gli fanno gli scherzi telefonici bisogna limitare l’uso dei cellulari.
Sarebbe assai più responsabile, credo, tenere a mente una memorabile pagina di Stefano Benni che personalmente ho sempre presente. Ve la regalo, credo sia molto più efficace di altri commenti.

“Un giorno Algopedante e Pantamelo capitarono in una piazza ove si riuniva la gioventù del paese, e videro schierati gli esponenti di due generazioni successive alla loro, che era stata fiera, combattiva, sfortunata e logorroica.
Stavano, questi giovani, seduti all’interno di auto, o appoggiati a moto e motorini, quasi mancassero di equilibrio proprio e avessero bisogno di un puntello, e tutti erano elegantemente vestiti, ben nutriti e abbronzati e portavano occhiali scuri per nascondere l’innocenza dell’età.
Alcuni erano riuniti attorno a una grande moto nera irta di pinne e alucce come un dragone, e discutevano animatamente se questa, che chiamavasi Bivù 850 Fantomas, potesse competere con la Misiushi Tartaruga 1200 a carburazione settoriale.
Altri commentavano certami velici o ultimi modelli di scarpe, altri discutevano se in certi casi è lecito uccidere i genitori, e soprattutto se è lecito chiedere la collaborazione degli amici per uccidere i propri genitori, il che rende l’operazione più semplice ma fa correre il rischio che si debba restituire il favore.
E le ragazze commentavano l’abilità dei ragazzi nel far impennare la moto e i ragazzi la resistenza delle ragazze nella danza e sui muri erano scritti scherzosi commenti quali “Matteo cornuto” e “Tatiana pompinara fai pena”, e così la dolce sera calava su Gladonia, e ci si apprestava a rombare verso i luoghi del divertimento.
Proprio vicino ad Algopedante un nanetto dell’età apparente di dodici anni, incapsulato in una gigantesca Lancia Nemenis Tremila, sparò a volume terrificante l’autoradio, aprì la portiera e con gesto magnanimo fece entrare tre amici.
“Stavolta”, disse “ci spariamo a chiodo e siam lì in quattordici minuti, e se qualcuno ha scago smolli subito…”
L’auto partì con impressionante guaito di gomme e Algopedante disse:
“Ma che generazione è mai questa che non ha altri ideali che vacanze, vestiti e carburatori? Quanto sono diversi da noi, che parlavamo di filosofia e amore, e di come cambiare il mondo”.
Pantamelo non rispose. Guardava una coppia che parlava fittamente, e gli sembrava di udire nelle voci una dolorosa nota conosciuta.
La ragazza salì su una vespa e si allontanò. Il ragazzo restò immobile, e nemmeno i lazzi degli amici e il frastuono del dragone nero che si metteva in moto sembrarono scuoterlo.
“Non so che dire”, disse Pantamelo “se non che quello che fanno essi lo hanno imparato da qualcuno”.
“Non certo da noi,” disse Algopedante “i nostri sogni erano migliori dei loro”.
“Forse,” disse Pantamelo. “Oppure abbiamo sognato che i nostri sogni fossero migliori”.

La vendetta di Edgardo, stagnaro digitale

in mondo/scrivere/società/ by

La mia faccia non la conosci, e non la conoscerai mai, ma io sono un piccolo dio. Sto scrivendo queste righe da una postazione traballante in un internet café di San Andres, vicino a Manila. E’ stato il mio amico Alberto a parlarmi del lavoro alla MyDesk: basta masticare un po’ di inglese e saper usare (un minimo) il computer. Di che si tratta? Veramente semplice: non devo far altro che collegarmi su internet, impostare le mie credenziali in un certo sito, e guardare migliaia di fotografie e di video. Quali? Ma quelli che alcuni di voi caricano sui loro profili sul social network. Ci sei?, si tratta di immagini… un po’ particolari. Sì, hai capito bene, proprio quelle che qualche altro utente su Facecook ha ritenuto “offensive”.

“Offensivo”. Concetto generico, discutibile, lo so, ma, alla MyDesk hanno le idee abbastanza chiare. A me sembrano patetici, questi americani: dal loro punto di vista puoi pubblicare fotografie di escrementi umani, ma non immagini di una donna che allatta il suo bambino. I crani spaccati sono ok, e anche le immagini con un sacco di sangue, ma attenzione alle immagini ritoccate con il photoshop. Facecook è ormai in grado di riconoscere le persone dalla loro faccia, basta “taggarle” qualche volta. Ma anche il software più sofisticato non riesce a ragionare sul contesto, che so, per capire se una certa battuta razzista che compare sul commento di un’immagine sia sarcastica o meno. Qui entriamo in gioco noi, la pattuglia di stagnari che puliscono la vostra merda digitale. Per poco più di tre euro l’ora, ci mettiamo davanti ad uno schermo a vedere tutte le porcherie che producete e delle quali andate oltretutto talmente fieri da volerne rendere partecipi i vostri “amici”. In questi tre mesi di lavoro, ho avuto la prova di quanto sia disgustosa la natura umana. Non a caso, la notte faccio fatica a dormire. Mentre me ne sto sdraiato nella mia cuccia maleodorante, con gli occhi sbarrati, maledico il destino che mi ha fatto nascere in questa putrida bidonville: mi fanno compagnia i terabyte di immagini e di suoni che pazientemente ho dovuto farmi passare davanti agli occhi per portare a casa poco per ottenere in cambio tre monetine dall’uomo bianco. Un carnevale degli orrori digitali: la soldatessa che tortura i prigionieri, il Corano gettato in una sentina, apologie dei peggiori dittatori, parole come pietre contro ebrei, omosessuali, cristiani, musulmani, uomini che infieriscono su animali, bulli che fanno saltare i denti a sfigati, un ritardato mentale abbandonato sopra una tettoia senza parapetto, mentre i compagni di classe si scompisciano dietro la finestra da cui lo hanno fatto uscire, una coppia che adesca i bambini, un uomo che desidera che un altro uomo lo mangi vivo (letteralmente), un condannato a morte per impiccagione prima e dopo la “punizione”. Più di una volta ho dovuto alzarmi di corsa dalla mia postazione improvvisata in questo caffé e correre fuori a vomitare.

Va anche detto che, per collocare le immeagini “in una prospettiva che solo il contesto può dare”, l’applicativo della MyDesk consente libertà impensabili per voi comuni mortali. Per cominciare, è un passepartout per tutti i profili di Facecook. Ho libero accesso a tutte le informazioni conservate nel vostro account, senza bisogno di alcuna password. Ahi ahi ahi, la sicurezza dei dati non è granché, cari i miei cervelloni della Silicon Valley, se un qualsiasi pezzente filippino riesce a sapere qual è il disco preferito del direttore generale della Goldman Sucks. E’ vero che noi siamo i vostri spazzini, e a nessuno interessa quello che uno zero può sapere o non sapere. Ed è qui che vi sbagliate, appunto. Dopo mesi di risparmio, ho comprato questo hard disk esterno (rubato), nel quale ora sto salvando un mucchio di informazioni interessanti. Qualcuno in occidente si è lamentato perché nessuno si è preoccupato di controllare la nostra fedina penale: tra noi, in effetti, ci potrebbero ben essere dei terroristi. Io non lo ero, fino a ieri. Ma da oggi, proprio come un “bravo” terrorista, sparerò nel mucchio: farò tanto male a qualche famiglia solo per nutrire di carne fresca il totem della mia rabbia ammantata di idee politiche morte. Sfascerò coppie apparentemente perfette, sputtanerò presidi pedofili, farò passare un guaio a sbirri e soldati sadici. Non perché ami la giustizia, no, solo per odio. E c’è caso che qualche idiota finisca per considerarmi un eroe, e che possa finalmente scappare via da questo letamaio.

I rompicoglioni di Facebook

in internet by

Mi piacerebbe comunicare ai miei amici di Facebook che:

  •  ti iscrivono ai più svariati e singolari “gruppi” -tipo “quelli che cagano tutte le mattine” o “mi piace schiacciare i punti neri ai gatti”- senza degnarsi di chiederti se la cosa ti interessi minimamente -e di solito non ti interessa,altrimenti ti saresti iscritto da solo-, con ciò costringendoti a perdere tempo per cancellarti;
  • pur sapendo dove vivi -c’è scritto- e cosa ti interessa -c’è scritto pure quello-, ti invitano ad eventi che si terranno in posti distanti migliaia di chilometri da dove sei, aventi ad oggetto argomenti di cui palesemente non ti è mai fregato un cazzo -tipo una riunione di focolarini a Buenos Aires o una convention di fan di Gigi D’Alessio a Creta-, con ciò costringendoti a perdere tempo per cliccare su “decline” e contestualmente facendo in modo che gli eventi che ti interessano sul serio -cene di compleanno, feste a casa di amici, matrimoni- si perdano nel marasma degli altri fino a passare inosservati;
  • ti taggano -peraltro perdendo essi stessi un sacco di tempo- in fotomontaggi scadenti nei quali cui la tua faccia compare insieme a centinaia di altre facce allo scopo -francamente non comprensibile- di augurare a tutti buon natale, buona pasqua, buongiorno e buonanotte, con ciò costringendoti alternativamente o a rassegnarti ad avere una bacheca in cui al posto delle tue foto compaiono migliaia di sconosciuti che si augurano vicendevolmente buon tutto, ovvero a staggarti foto per foto attraverso un lavoro millimetrico col mouse -vista l’incredibile densità delle facce- che dopo dieci minuti ti gira la testa e ti viene da vomitare;
  • ti invitano continuamente a giocare a FarmVille, CityVille, CheifVille e StocazzoVille senza tenere nella minima considerazione il fatto che se sono due anni che ti invitano e tu ancora non ci giochi, cazzo, un motivo ci sarà, costringendoti in tal modo a cliccare ogni santo giorno per declinare decine di proposte se non vuoi che la tua bacheca si trasformi in un enorme contenitore di icone variopinte delle quali non ti importa una sega;
  • ti mandano messaggi privati insieme ad altre 8000 persone -perlopiù sconosciute-, costringendoti in tal modo a controllare il cellulare ogni tredici secondi per vedere chi è finché non ti rendi conto dell’accaduto e ti sottrai -ricliccando, va da sé- all’inutile conversazione,

mi piacerebbe comunicare ai miei amici di Facebook che mettono in opera simili prodezze, dicevo, che se tutti si comportassero come loro non avrebbero torto quelli che ritengono internet una gigantesca perdita di tempo e perciò vorrebbero oscurarlo in ogni luogo di lavoro conosciuto dall’uomo; che in questo modo si rende di fatto inutile uno strumento che invece potrebbe essere utilissimo; che la necessità di adoperare un minimo di buon senso e soprattutto di buona educazione non cessa di colpo se il mezzo che si usa è visualizzabile sullo schermo di un computer; che mi hanno definitivamente rotto i coglioni, ragion per cui cesseranno quanto prima di essere miei amici.
Così poi scassano la minchia a qualcun altro.
Saluti.

Delusione

in internet/mondo by

Franz, non sono contento di te, davvero: tutto quel tempo su Facebook a guardare le foto della tua ex. L’app che ti garantisce un sonno efficace mi ha fatto sapere che ti sei addormentato alle 2:35. Stamattina, come del resto immaginavo, non eri di umore particolarmente gioviale, così mentre bolliva l’acqua del caffé mi sono preoccupata di farti vedere sullo schermo di casa solo notizie divertenti e foto di belle montagne innevate prese in posti remoti. Ho fatto in modo che la pubblicità alla fermata dell’autobus ti mostrasse solo cose che in passato ti sono piaciute: a quanto sembra, quel tablet non lo vuoi comprare più, peccato, era in offerta proprio in un negozio dietro casa tua, ah sì, certo, anche in un centro commerciale a sei minuti e trentatré secondi dal portone dell’ufficio, alla tua solita andatura. Te l’ho detto che oggi Sabrina ha visitato il tuo profilo su Facebook? Pare che tu abbia fatto colpo, specie grazie a quella foto in cui sorridi affabile in costume da bagno. Sabrina, sì, la controller del sesto piano, quella con i capelli rossi e quel bel tatuaggio sulla natica sinistra. Come faccio a saperlo? Che sciocco, sei, Franz: credi di essere l’unico a postare foto su Facebook: guarda, fammi controllare, i colleghi hanno un database di 60 miliardi di immagini che gente come te e lei non vi stancate mai di caricare. Uhm, Sabrina, fareste una bella coppia: tra l’altro, i suoi esami genetici mi dicono che il suo DNA è di buona qualità, è di idee conservatrici come te, e, Franz, lascia che ti dica che la sua dichiarazione dei redditi non è niente male… Beh, per la verità, quando era all’università ha interrotto una gravidanza, e in un video di una videocamera di sorveglianza piazzata in un corridoio ho visto che scambiava un campione di urine con quello di una sua compagna di dormitorio… insomma, sospetto che ci sia stato qualche – magari piccolo e transitorio – problema di droga. Non fare il bacchettone, adesso, dai. Ieri sera ti sei fatto almeno tre bar; ah bene, finalmente mi hai dato retta, ti sei fatto vedere al Pier 31, Scenetap dice che è pieno di fica bianca, come piace a te (di pollastrelle carine ne ho contate 14). Con tutto quello che ti sei bevuto (Scenetap mi dice: tre birre e uno scotch) non avresti dovuto metterti in macchina: e, se proprio non potevi farne a meno, avresti potuto per lo meno evitare di farti la tangenziale a 106,6 migia l’ora: se lo so io, ora lo saprà anche la polizia. O meglio lo saprebbe, se, come al solito non ti avessi parato il culo modificando il colore della foto della tua macchina e alterando il numero di targa. Franz, sei proprio amorfo, tutto il fine settimana buttato su un divano a fumare quella roba e bere whisky. Potresti uscire e comprare qualche cosa: se non un tablet, un magnifico orologio con la bussola (così almeno farei meno fatica a starti dietro tutto il santo giorno), o una felpa hip-hop. Niente, sei una noia, non riesco a venderti niente di interessante. Adesso passo il codice segreto del tuo home banking a quel farabutto razzista che si scopa la tua ex ragazza (come l’ho scoperto? ho fatto una semplice scansione delle tue onde cerebrali – e tu che pensavi si trattasse di un videogioco…), così si potrà godere il tuo gruzzolo quando tu ti sarai levato dalle scatole. Questo semaforo è l’ideale, stai arrivando a 82 chilometri orari, mi basta sostituire il verde con il rosso per qualche secondo: fatto.

 

Così fan tutti

in giornalismo/internet/società by

Aiuto, la censura cala sulle terga degli omosessuali. Da qualche giorno circolano le foto per la campagna di iscrizioni dell’associazione radicale Certi Diritti. Lo slogan è riportato su un cartello con la scritta “dai corpo ai tuoi diritti”, sapientemente usato dai militanti e simpatizzanti nudi per coprirne le parti intime.  Qualcuno dei soggetti forse preso dall’euforia ha però dimenticato di posizionare il cartello e Facebook non ha gradito, rimuovendo le immagini. Ora, c’è chi ritiene che questa rimozione si configuri come censura verso la campagna. Il fatto è che Facebook ha regole precise anche se arbitrarie su cosa può essere pubblicato e sostanzialmente un pene non è nella lista. La cosa può piacere o no ma nessuno ci obbliga a usare Facebook che non è certo l’unico sito esistente. Non vedo perché la foto del pene di un miltante di Certi Diritti dovrebbe essere trattata in modo diverso dalla foto del pene di qualsiasi altro. Di suo la campagna stile “mi spoglio per”, con i cartelli al posto giusto, non mi è sembrata particolarmente originale (è stata al massimo piacevolmente utile a scoprire tartarughe nascoste nei pantaloni di alcuni amici e compagni). Viene però il dubbio che le certe foto siano state postate nella speranza (ben riposta) che venisse rimossa per poi urlare alla censura contro Certi Diritti. Siamo seri, e se abbiamo voglia di mostrare quanto belli mamma ci ha fatti, scegliamo il contesto giusto, tipo che so, un sito dove non sia vietato.

Nudo, si tolga. E non si stampi

in giornalismo/internet/società/ by

Scommetteteci, non ci saranno voci indignate. I giornali, come si dice nel dolce gergo delle redazioni, “si arraperanno” poco sul punto. Perché ormai nei nostri media come nel paese c’è bisogno del sangue, perché del sangue si parli. E se c’è invece da dedurre l’attualità di un tema da un segnale debole fanno una gran fatica. Come disse una volta Floris, “E non siamo mica a Rai Educational”. Appunto. Senza “sangue” non c’è notizia. E invece sentite questa.

Facebook ha eliminato una delle foto della Campagna di Certi Diritti, associazione radicale che si batte “per matrimonio tra persone dello stesso sesso, riforma del diritto di famiglia, regolamentazione della prostituzione, diritti delle persone trans e intersessuali, affettività per i detenuti, sessualità e disabilità.” La campagna è composta delle foto di persone, per lo più militanti ma anche no, le quali danno spontaneamente una loro foto, in cui posano nude, con un cartello all’altezza del bacino con la scritta “Dai corpo ai tuoi diritti”. La campagna la vedete qui.  Il comunicato di Certi Diritti lo trovate invece qui.

Ora accade che Giorgio Lorenzo Codibue abbia mandato la sua foto in cui il cartello non è più all’altezza del bacino e quindi la foto è quella di un nudo integrale.

Le regole di Facebook parlano chiaro in materia. Quel nudo integrale non si può pubblicarlo e infatti la foto, che era già stata viralizzata e diffusa su molte pagine, è stata rimossa. Siamo del resto in una temperie culturale che trova offensiva la foto di una donna che allatta al seno. Evidentemente ci sono parecchie idee, e tutte diverse,  di “offensivo” in giro per il mondo della rete. I radicali di Certi Diritti insisteranno a chiamare questa cosa col suo nome: censura. Perché di questo si tratta . E siamo in questo caso in una tipica battaglia di diritti civili e in un tipico caso di coscienza tiepida dei media.

Perché il regolamento di Facebook risolve per via censoria –  a  tutti i livelli – un problema politico tecnologico: come si modera la discussione tra milioni di persone, quando le stesse regole, più o meno, debbano valere per paesi e culture diverse. E la foto di Certi Diritti, che col nudo richiama la sostanza della battaglia per i diritti: dare il proprio corpo per una battaglia di diritto che riguarda la libertà del corpo, pare fatta apposta per  aprire una falla dentro la pretesa del gigante di costruirsi un suo diritto autonomo e valido ovunque e verso chiunque. Una pretesa totalitaria che si applica oggi al nudo e domani ad un’altra espressione fuori dalla media della banalità repressiva: difficile che qualcuno nei nostri media lo capisca

(cross post con SabatoTrippa)

Go to Top