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eutanasia

Al posto di Fabo

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Già si sentono i rumori di fondo dell’esercito di fondamentalisti che si attiverà contro la libera scelta di Dj Fabo di trasferirsi in Svizzera per chiedere l’eutanasia. È uno strano Paese, il nostro, dove da un lato si chiede che le leggi vengano approvate senza stare a menarsela troppo col dibattito parlamentare, il bicameralismo e quella perdita di tempo della discussione politica però le scelte individuali necessiterebbero dell’approvazione collettiva, passando prima da una psicanalizzazione di massa del malcapitato di turno. Ma vabbè.

Ecco tuttavia, così, per sanità del dibattito sarebbe bello che a far campagna contro questa scelta fossero persone che sanno di cosa si parla. Ovvio che a nessuno si augura di stare come lui. Però, sarebbe bello che i censori sapessero cosa si prova. Perché non fare un bell’esperimento allora? Perché, prima di far proteste, veglie e lanci contundenti di preghiere non richieste, i censori non provano a rimanere a letto immobili, magari legati, con una bella benda attorno agli occhi?

Solo un mese, per capire di che si tratta. E poi parlare.

Nichi Vendola, un vero leader

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Se crediamo che un vero leader guidi non con le parole ma con l’esempio, Nichi Vendola, in queste ore, si è manifestato come leader più che in tutta la sua precedente carriera politica.

La nascita del figlio del proprio compagno, avvenuta grazie alla maternità surrogata, è, appunto, il perfetto esempio del fatto che, in un (mi scuso per i termini) “mondo globalizzato”, una legislazione restrittiva ha effetto solo su chi non può permettersi di aggirarla andando all’estero.

Perché sia chiaro a tutti che Vendola e il suo compagno non hanno violato alcuna legge visto che a) la normativa americana concede e regolamenta la gestazione conto terzi e b) il padre biologico del bambino è il compagno di Vendola (di cittadinanza canadese). Esattamente come tutti coloro che vanno a prostitute in Olanda, ad abortire in Svizzera, a fare la fecondazione assistita in Spagna e a suicidarsi (di nuovo) in Svizzera. Tutto questo in totale sicurezza fisica e sanitaria, con il necessario conforto psicologico e, sopratutto, in un clima di perfetta normalità lontana anni luce dagli inquisitori da operetta di casa nostra.

E invece i poveri si attaccano al cazzo (scusate per la parola “poveri”, so che non siete abituati): le loro prostitute sono delle schiave, farsi le canne arricchisce la mafia, l’aborto si fa nei cassonetti o in casa di qualche macellaio (a proposito, sapevate che il governo ha depenalizzato l’aborto clandestino ma ha alzato la sanzione amministrativa da 51 a 5000 euro PER LA GESTANTE?), se non puoi avere figli prendi il numeretto e aspetti (e aspetti, e aspetti, e aspetti), e se sei inchiodato al letto, non preoccuparti che qualcuno ti porterà da bere anche se non vuoi.

Metteteci anche che se puoi permetterti passaporto e albergo qualsiasi paese al mondo ti accoglierà a braccia aperte* ma se per caso non è così ti aspettano recinzioni e mazzate.

Quindi grazie mille Nichi: ci hai dimostrato meglio di chiunque altro che l’Italia non discrimina in base a religione, razza, nazionalità o orientamento sessuale ma solo in base al censo. Mi sa che è la cosa più di sinistra che hai fatto in vita tua.

*per modo di dire: mia moglie, cittadina russa trasferitasi in Italia per motivi di lavoro all’interno della stessa azienda multinazionale, è dovuta andare una volta l’anno qui per farsi prendere le impronte digitali nell’evenienza che accoltelli qualcuno.

Eutanasia, l’ABC dei diritti spacciato per frontiera estrema

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Vediamo di chiarire una cosa: non è una questione di retorica, di sentimenti, di belle parole. Quelli possono starci o non possono starci, a seconda dei gusti, ma il punto è un altro.
Il punto è che l’eutanasia, tra tutti i cosiddetti “temi etici”, è il meno controverso e controvertibile che si possa immaginare.
Niente presunti interessi di terzi, nati o nascituri, da tutelare, nessuna possibilità di imponderabili cambiamenti di idea in stato di incoscienza, nessun impatto su fantomatiche “sensibilità” potenzialmente suscettibili di “turbare” la convivenza civile: solo esseri umani, individui, la cui capacità di intendere e volere può essere accertata attraverso strumenti che possiamo ormai considerare banali, che decidono cosa fare della propria esistenza.
Nient’altro.
Meraviglia un po’, quindi, che nell’immaginario collettivo il tema dell’eutanasia sia tuttora considerato la frontiera più estrema delle battaglie per i diritti civili: mentre in realtà, date le premesse, non lo è affatto. Anzi, dovrebbe essere la più facile da vincere, quella più pacifica, quella su cui c’è meno da obiettare o da discutere.
Meraviglia un po’, da un lato. E dall’altro spaventa parecchio, perché continuare a negare il diritto all’eutanasia significa uscire definitivamente allo scoperto, senza neppure poter utilizzare i soliti alibi sbilenchi legati a agli “altri”, ai “terzi”, per dichiarare senza mezzi termini che no, in questo paese un individuo non è libero manco di decidere sulla propria vita o sulla propria morte.
Insomma, quando parliamo di eutanasia non siamo sul crinale audace e incerto delle avanguardie, ma all’abc del diritto all’autodeterminazione: chiediamo una cosa che dovrebbe essere scontata, la più scontata di tutte, e che diventa un tabù soltanto nella narrazione fumosa di chi si ostina a proibirla.
Davvero, siamo seri. Anche basta.

Calzini

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Immaginate la scena: vi svegliate, vi lavate i denti, vi fate la doccia, aprite l’armadio, decidete come vestirvi, pescate dal cassetto un paio di calzini verdi e a quel punto arriva uno, uno che non conoscete e vi dice no, i calzini verdi no.
Perché no?, fate voi. Perché ho detto di no, dice lui.
Siate sinceri: la mandereste giù volentieri? Oppure, come presumo, riterreste quella pretesa un’intollerabile intrusione nella vostra libertà di scelta?
Io, pur non conoscendovi ad uno ad uno, propenderei con una certa convinzione per la seconda ipotesi.
Insomma, secondo me diventereste delle bestie. Fareste fuoco e fiamme, proprio. Lo caccereste a calci in culo, quello sconosciuto, pronunciando ad alta voce improperi del tipo vattene da casa mia, non ti permettere, non farti vedere mai più, provaci un’altra volta e fai una brutta fine. E se si trattasse di un rappresentante dello stato gridereste al regime e alla dittatura.
Per un paio di calzini. Voglio dire: per una faccenda tutto sommato molto, molto marginale. Figurarsi per questioni un tantino, ma solo un tantino più importanti, tipo cosa mangiare a pranzo o che film andare a vedere la sera o dove trascorrere le vacanze di natale.
Nessuno, dico nessuno, accetterebbe che in uno stato di diritto avessero luogo simili intromissioni nelle scelte individuali.
Tranne che per la cosa più importante di tutte: la propria vita.
Su quella, che se permettete è appena appena più significativa di un paio di calzini o di un piatto di spaghetti, si accetta di buon grado che uno sconosciuto possa decidere al posto nostro.
Perfino, e addirittura a maggior ragione, se quello sconosciuto è lo stato in persona.
Allora, capirete, a me non tornano i conti: le stesse persone che si farebbero venire il fumo agli occhi se qualcuno volesse ficcare il naso nel colore dei loro calzini non battono ciglio quando c’è chi si arroga il diritto di decidere sulla loro vita e sulla loro morte? Oppure, peggio, pretendono loro stesse di farlo sulla vita e sulla morte degli altri? E’ strano, o sbaglio?
Fosse per me farei una prova: un mese, solo un mese, di “calzini forzati”. Decisi dallo stato. E dibattuti da sconosciuti soloni in patinati talk show televisivi, con cospicue enunciazioni di principio sul valore morale dei calzini rossi e sulla non negoziabilità di quelli blu. I vostri, di calzini, eh, mica i loro.
Un mese soltanto.
Poi, con calma, quando tutti avranno capito bene che significa, parliamo un attimo della legge sull’eutanasia.

considera l’uomo

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Subito prima di entrare nel capannone al centro dell’area della “Sagra della Carne Umana”, ci lasciamo tentare da un chioschetto di due metri per due che vende arrosticini di pastore sardo e crostini di pane spalmati con  pate’ di fegato di cirrotico. Prendiamo quaranta arrosticini che la titolare del chioschetto, una simpatica cicala di mare con forte accento siciliano, ci consegna in due cartocci separati. Abbiamo fame e la fila per entrare al “Grand Buffet” del capannone non promette niente di buono. Davanti a noi, un gruppo di astici della Costa Brava  sta facendo casino per forzare la fila. Dietro ai cordoni di velluto, un altero e sdegnato astice blu inarca il carapace con l’esperienza tipica di chi ha fatto “dell’inarcare il carapace” un gesto professionale.
Si narra che all’interno del “Grand Buffet” vengano servite prelibatezze assolute. Gia’ dalla nostra posizione, la fine di una fila di aragoste disordinatamente ammassate le une sulle altre, arriva un forte, pungente odore di carne umana grigliata. Armati di santa pazienza, mangiamo arrosticini e studiamo la moltitudine crostacica.
Finalmente riusciamo a entrare e subito ci piglia l’indecisione. Ci sono stand ogni due metri e ognuno di essi propone qualcosa che dobbiamo assaggiare a tutti i costi. Io mi faccio un vassoio con spaghetti con polpette di bolognese, tacos di bambino obeso messicano e una nunnata di aborti spontanei saltata in padella. Rita si fa una porzione di ascelle fritte con salsa al curry, una lombata di bambino obeso americano con pure’ all’aglio e una gligliata di costolette di caucasico.
Troviamo posto ad una tavolata parzialmente occupata da un gruppo di aragoste del Maine, tutte piuttosto alticce. Hanno davanti a se’ porzioni enormi di glutei di obeso americano adulto scaloppati al burro e limone, tutto intorno resti di bicchieri di vino in cartone, piatti usati e vassoi impilati uno sopra all’altro. Dalla distanza a cui ci troviamo, posso sentire l’odore dei loro succhi gastrici.
Al terzo boccone di gluteo di bambino obeso americano, Rita ha un moto di ribellione. Mi dice che finche’ e’ carne di maschio adulto o di bambino americano, purche’ obeso, lei ci sta, ma vedermi mangiare la nunnata di aborti spontanei le da il voltastomaco. Io dico che non caso si chiamano “aborti spontanei”, proprio perche’ avvengono spontanemente. E che se non ce li mangiassimo noi- e se non fossero cosi’ deliziosi- andrebbero semplicemente giu’ per lo scarico del cesso. Lei dice che non ci crede a questa storia degli aborti spontanei, che dietro c’e’ un giro di soldi tale, e una richiesta tale, che gli aborti spontanei non basterebbero per rispondere a tutta la domanda. E’ sicura che la maggior parte degli aborti siano indotti e che insomma e’ una cosa schifosa. Io provo a dirle che tutto sommato, che sara’ mai, pure che fosse, sono essere umani mica aragoste, lo sanno tutti che non provano dolore da adulti, figurati da feti.  Ma lei niente, e’ incagliata, dice che c’ha un’amica che lavora per una multinazionale specializzata in prodotti di origine umana e pare che le donne incinte stiano in batterie pressate e senza la possibilita’ di muoversi e che le farine che danno loro da mangiare siano piene di ossitocina e altre schifezze chimiche e gli aborti spontanei li raccolgono insieme alla merda e che la vera nunnata e’ solo quella delle donne allevate a terra, biologiche, ma figurati se qui alla “Sagra della Carne Umana” ti danno quella.
“La merda ti mangi.” Mi dice schifata, con quella sua espressione da aragosta ferita nell’orgoglio.
Non voglio litigare quindi mi taccio, altrimenti le farei notare che il pate’ di fegato se lo e’ gustato alla grande e lo sanno tutti che agli umani destinati alla produzione di pate’ la cirrosi gli viene indotta costringendoli a bere enormi quantita’ di grappa, manco barricata. E che pure sui glutei di bambino obeso americano che sta spappolando con le sue nobili chele di aragosta del mediterraneo ci sarebbe molto da dire. Ma lo sa cosa gli fanno mangiare, a quelli, per farli diventare cosi’ ciccioni? Roba di pancetta fritta, hamburger e ketchup, una merda a base di pomodoro, zucchero e aceto.
Ci alziamo e caracolliamo un po’ appesantiti verso il fondo del capannone, cosi’, per fare un giro. Passiamo accanto ad una tavolata di aragoste rosse che stanno facendo a gara di sibili, dopo che buttano giu’ grosse sorsate di una bevanda allo zenzero. Un chiosco interamente di legno propone tagliata di filetto di caucasico adulto su letto di rucola e pomodori pachino. Poi e’ la volta dei fritti:  Rita dice di avere un po’ di nausea, che l’odore della trippa di obeso americano in pastella proprio non lo regge. Minaccia persino di diventare vegetariana e di nutrirsi solo di alghe e rucola.
Usciamo fuori a prendere un po’ d’aria. L’astice blu ai cordoni di velluto ci saluta con una inarcata del carapace da manuale dell’inarcatore di carapace. Giriamo intorno al capannone, drenando la folla che vuole entrare nel capannnone del “Grand Buffet”. Sento due aragoste del Mediterrraneo sibilare qualcosa a proposito della possibilita’, nella prossima edizione, di aprire le porte alle aragostine. Se cosi’ fosse, a me, mi si possono scordare: una volta che le aragostine mettano le loro chele nei nostri piatti, chi potra’ fermare tutti gli altri, vale dire scampi, gobbetti e mazzancolle e soprattutto quegli zozzoni dei gamberoni rossi, che altro non fanno se non  andarsene in giro per le nostre citta’ con la loro camminata all’indietro e la merda attaccata dietro al carapace?
Dietro al capannone del “Grand Buffet” c’e’ un capanno piu’ piccolo, animato da un gran via vai di addetti ai lavori. Ci avviciniamo lentamente, con fare disinvolto. Ci sono aragoste in tuta da lavoro che trafficano con fare sbrigativo. E’ ovvio che siamo davanti al mattatoio.  Rita non fa in tempo ad attaccare con la sua solfa bio-minchio-sostenibile, che un carretto trainato da quaranta aragoste giganti dell’Atlantico ci taglia la strada. A gruppi di tre o quattro vengono scaricati umani semi-svenuti ma ancora presumibilmente vivi, ammassati gli uni sugli altri, nudi e con le zampe legate dietro la schiena. Ce ne sono alcuni con la pelle nera, destinati alla preparazione delle salsicce piccanti, c’e’ un bambino obeso americano con gli occhi chiusi che cammina sulle sue zampe, i glutei gia’ delimitati a pennarello per farne lombate. Alcuni esemplari femmina, sporchi di sangue e terra, ci passano davanti prima di venire inghiottiti dal mattatoio, da dove riusciamo a cogliere il suono di grida umane. Rita dice che quelle sono grida di dolore. Facciamo il giro largo e ci affacciamo al finestrone sul retro. Al centro della stanza c’e’ un enorme pentolone, pieno di acqua bollente. Pare che la prebollitura dell’essere umano, ne aiuti la conservazione, ne ammorbidisca le carni e ne faciliti il disossamento, prima di destinarne le carni alla griglia, alla padella o al forno che sia. Ed e’ piu’ igienico, che lo sanno tutti che gli umani portano un sacco di malattie. Gli umani vi vengono gettati da un trampolino mezzi addormantati ma inequivocabilmente vivi. Il contatto con l’acqua ha il potere di risvegliarli per quei pochi interminabili istanti che li separano dalla morte. Come gia’ detto, gridano.
“E’ un riflesso condizionato” faccio a Rita.
“No, e’ un grido di dolore”
“Ma gli umani non provano dolore. Hanno la pelle e l’assenza di peli signifca che non hanno terminazioni nervose” insisto, convinto. L’ho letto su Aquam, una rivista di divulgazione scientifica.
“E il grido allora?”
“E’ il suono dei polmoni che si svuotano. Si chiama pneumotorace del cazzo.”
“E se invece fossero grida di dolore? Sarebbe tanto assurdo farli secchi in maniera indolore prima di gettarli nella pentola di acqua bollente, magari con un colpo alla testa?”
“Ma sono cosi’ deliziosi, cotti vivi.”
“E ho capito, ma se uccisi un istante prima, non e’ che vanno in putrefazione istantanea.”
“Ma perche’ te la prendi tanto, scusa? In fin dei conti stiamo parlando di uomini…”
“Ecco. Appunto. Considera questo.”
“Considera cosa?”
“L’uomo, considera l’uomo”.

L’eutanasia clandestina nel paese di Pulcinella

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Vi confesso una cosa: a me piacerebbe tanto vivere in un posto serio.
Un posto serio, tanto per fare un esempio, è quello in cui se una persona importante, credibile e autorevole rivela pubblicamente che un comportamento pesantemente sanzionato dalla legge viene largamente e abitualmente praticato, alla faccia della legge stessa, succede una delle due seguenti cose:

  1. nel giro di due o tre giorni al massimo il Presidente del Consiglio (o chi per lui) convoca una conferenza stampa nella quale dichiara che di lì in avanti la pratica clandestina di quel comportamento verrà combattuta senza sosta e senza quartiere, finché non risulti completamente sradicata;
  2. nel giro di due o tre giorni al massimo il Presidente del Consiglio (o chi per lui) convoca una conferenza stampa nella quale dichiara che, poiché un comportamento vietato dalla legge è largamente diffuso nella società civile, occorre aprire immediatamente un ampio dibattito per capire se quel divieto abbia ancora un significato, oppure se sia il caso di andare incontro alle esigenze dei cittadini e rimuoverlo.

Un paese nel quale, in una circostanza simile, non dovesse avvenire alcuna di queste due cose, ed anzi la denuncia pubblica dell’uomo autorevole venisse completamente ignorata come se non fosse mai stata pronunciata, sarebbe con ogni evidenza un paese poco serio: vale a dire un paese in cui le cose non si affrontano, le questioni importanti vengono sistematicamente eluse, si tira campare e si fa finta di niente. Insomma, per usare un’espressione trita ma efficace, un paese del genere potrebbe essere definito, malgrado i proclami e le enunciazioni di principio, il classico “paese di Pulcinella”.
Ebbene, siccome dubito fortemente che Matteo Renzi (o chi per lui) convochi entro questa settimana una conferenza stampa per rispondere pubblicamente, in un modo o nell’altro, alle dichiarazioni di Umberto Veronesi sull’eutanasia clandestina, debbo dedurre (se mai ce ne fosse bisogno) che, malgrado i proclami e le enunciazioni di principio, questo è il classico “paese di Pulcinella”: il che mi addolora, perché come dicevo mi piacerebbe tanto vivere in un posto serio.
Resto in trepida attesa di essere smentito.

Frank Van Den Bleeken, il paradosso vivente

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Credo che il nome di Frank Van Den Bleeken non vi dica granché: del resto non diceva niente neppure a me, prima di leggere questo articolo sul Corriere.
Frank Van Den Bleeken, in estrema sintesi, è un paradosso (ancora per poco) vivente.
Belga, stupratore seriale e assassino in carcere da trent’anni, ha ottenuto l’eutanasia che chiedeva da un bel po’: badate, mica perché era un malato terminale, ma semplicemente perché aveva fatto quello che aveva fatto e non ci riusciva più a convivere senza soffrire come un cane.
Un paradosso vivente, dicevo: perché un cospicuo numero di individui, collocabili in un’area politico-culturale che potremmo definire ultra-conservatrice, un personaggio del genere lo manderebbe volentieri al patibolo; senonché le stesse persone, o perlomeno un insieme di persone ampiamente sovrapponibile al primo, normalmente si dichiarano contrarie all’eutanasia.
Di tal che verrebbe da chiedersi: come si regolerebbero, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, gli amici di Forza Nuova al posto dei belgi? Non so, magari gli risponderebbero di no, e immediatamente dopo ricomincerebbero a strillare che occorre farlo secco mediante boia: il che, effettivamente, sarebbe piuttosto curioso. O invece gli risponderebbero di sì, approfittando dell’occasione per toglierselo dai coglioni: il che sarebbe ancora più bizzarro, perché otterrebbe il paradossale effetto di concedere a un omicida seriale il sollievo (perché di sollievo si tratta) che ritengono di negare a dei malati innocenti senza speranza di guarigione in nome di un’imprecisata “indisponibilità della vita umana”.
Chissà. Del resto, come si usa dire, manca la controprova.
Però, concedetemelo, mi piacerebbe poterglielo chiedere. Li metterei seduti, ripeterei loro la domanda due o tre volte, con calma, finché non sono sicuro che abbiano capito bene. Poi mi godrei lo spettacolo della loro faccia che arrossisce mentre soppesano le conseguenze delle possibili risposte, e che impallidisce mentre si rendono conto che la risposta giusta per evitare una gran figura di merda non esiste.
Che volete, sono uno a cui piace sognare a occhi aperti.

Non c’è altro

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Del resto, riflettendoci bene, non si tratta mica del “diritto a morire” come si preferisce.
Messa giù così, tanto per cambiare, la questione rischia di diventare speciosa e apre la strada a una selva di interminabili e ridondanti discussioni.
Si tratta semplicemente del diritto spettante a ciascun individuo capace di intendere e volere di fare quello che gli pare e piace, con l’unico limite che ciò che fa non leda i diritti e la libertà altrui.
Se le suddette condizioni sono realizzate, quale sia l’oggetto di quella decisione è del tutto irrilevante, così com’è irrilevante l’atteggiamento personale e il personale punto di vista degli altri sulla questione.
Perché gli altri, beninteso individualmente, saranno liberissimi di declinare i loro convincimenti come meglio credono quando toccherà a loro, magari scegliendo una strada diversa e una diversa soluzione.
Non c’è altro, o non dovrebbe esserci altro, in uno stato di diritto.

Liberi tutti

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Sintetizzando, la questione si può ridurre ad una sola domanda, peraltro piuttosto semplice: in base a quale principio accettabile, nell’anno di grazia 2014 e in quello che -vuoi o non vuoi- si definisce uno stato di diritto, è plausibile impedire che un malato terminale o progressivo senza speranza di guarigione che sia stato dichiarato in pieno possesso delle sue facoltà mentali da una commissione di tecnici si avvalga dei servizi di un medico liberamente consenziente per porre fine alla sua esistenza?
Io, onestamente, non riesco a capirlo.
Non riesco a capire per quale motivo degli esseri umani consapevoli debbano essere letteralmente sequestrati nel proprio corpo, contro la loro volontà, e costretti a portare avanti un’esistenza che non intendono sopportare
Anzi, per dirla tutta trovo mostruoso e ripugnante il fatto che mentre quegli esseri umani chiedono disperatamente il diritto di poter disporre della propria vita, che è indiscutibilmente roba loro, capannelli di soloni si intrattengano a discettare della liceità di quelle richieste, come se li riguardassero in qualche modo misterioso; e che noi, nel tentativo di persuadere quei soloni a non mettere il becco nelle decisioni degli altri, ci si debba fare un mazzo così a forza di campagne, manifestazioni, raccolte firme e spot, con tanto di canzoni donate da artisti famosi che (bontà loro) ci aiutano come possono.
Tutto questo, ne converrete, è mortificante.
Eppure, nell’anno di grazia 2014 e in quello che -vuoi o non vuoi- si definisce uno stato di diritto, sarebbe sufficiente regolarsi così: quelli che intendono soffrire fino all’ultimo respiro, dedicando i propri patimenti a chi meglio credono e facendone il passaporto per l’approdo a vite eterne e resurrezioni di varia natura, lo facciano pure.
Gli altri, come si usa dire, liberi tutti.
Oppure vi viene troppo difficile, occuparvi della vostra vita e togliere le mani da quella degli altri?

La mia fine è solo mia

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Devo confessare una cosa: io quando leggo o sento la parola “eutanasia” ho l’istinto di girare la testa, di tapparmi le orecchie e non pensare. La parola eutanasia è come un pugno nello stomaco, lo è l’idea che qualcuno possa stare così male da preferire andare incontro alla morte invece di aspettarla. Tutto questo mi succede nonostante io sia radicale da sempre e a mente fredda io sostenga fermamente la legalizzazione dell’eutanasia. Poi però penso che è troppo facile essere tutti pimpanti e allegri mentre si raccolgono firme per il maggioritario, per cancellare finanziamenti pubblici ai partiti, contro la legge 40 e altre amenità varie. La battaglia per l’eutanasia non è una battaglia di cui parlare col sorriso, a cuor leggero, ma questo la rende forse ancora più giusta e importante. A me la voglia di girare la testa e tapparmi le orecchie passa appena ascolto le parole di chi vive l’esperienza della malattia terminale sulla sua pelle e mi dice che la sua scelta è di rocorrere all’eutanasia. La storia di Piera è una di queste. Ascoltando questa storia mi vergogno di quel mio primo istinto e l’unica cosa che rimane è voler dire a tutti che bisogna andare oltre e fare in modo che i malati terminali siano padroni della loro vita e della loro morte. In questi giorni l’Associazione Luca Coscioni raccoglie le firme per una proposta di legge sull’eutanasia e il fine vita. Spero che quandro vedrete un loro tavolino, vogliate firmare in tanti.

Liberi

in politica by

Non c’è niente da fare: quando sei per strada a raccogliere le firme e pronunci la parola “eutanasia” le persone si fermano. E se non si erano fermate tornano indietro. Si fermano e firmano. A decine. A centinaia. Roba che si forma la coda davanti ai tavoli. A volte una coda lunga così.
E’ la dimostrazione (se ce ne fosse bisogno) che certi temi vengono espulsi dal dibattito politico anche se non sono per niente minoritari. E’ la dimostrazione (se ce ne fosse bisogno) che l’adagio “lo facciamo perché ce lo chiede il popolo” è una stronzata fatta e finita, buona solo per produrre demagogia a manetta quando fa comodo.
E dire che la legalizzazione dell’eutanasia non metterebbe a repentaglio nessuno: si limiterebbe a rendere ciascun cittadino libero di sceglierla, senza obbligare gli altri a fare altrettanto.
Però, evidentemente, non basta.
Nessuno si azzarda ad affrontarlo, un argomento così. Tutti (e dico tutti) i politici (tranne i radicali, stavolta è proprio il caso di dirlo) si tirano indietro. Prendono le distanze. Distinguono. Spaccano il capello in quattro. Se ne lavano le mani.
Intanto, mentre loro ciurlano nel manico, le persone continuano a fermarsi ai tavoli. A frotte. Nonostante la crisi economica, che questi ciarlatani utilizzano come parafulmine per la loro vigliaccheria quando continuano a ripetere come pappagallini “ci sono problemi più importanti”. E allora, buoni a niente che non siete altro, com’è che le persone per strada continuano a darci retta? Com’è che non ci mandano a cagare? Com’è che non ci invitano ad occuparci di altro ma anzi ci ringraziano, ci dicono era ora, ci incoraggiano a non mollare?
Ve lo dico io, perché: perché la gente, quella che voi dite di ascoltare quando sparate le vostre fregnacce populiste, chiede di essere libera.
Libera, capite? Forse no. Forse non capite. Forse vi fa comodo non capire.
Servono cinquantamila firme, per depositare la proposta di legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione dell’eutanasia.
Io, di questi tempi, sto in mezzo alla strada perché ne voglio cinquecentomila. Un milione.
Io sto in mezzo alla strada perché con quelle firme voglio seppellire l’insipienza, l’indifferenza, l’ottusità bovina con cui ci rendete sudditi facendo finta di non sapere quello che vogliamo.
Ci vediamo il 15 settembre, quando quelle firme le avremo contate tutte.
E poi vedremo se riuscirete a ignorarle.

Fino alla fine

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Massì, mettetela un po’ giù come vi pare. Citatemi l’alleanza con Berlusconi, andate avanti con Cosentino, chiudete col taxi elettorale di Storace e nel mezzo metteteci tutti gli errori, tutte le incoerenze, tutte le cazzate che i radicali hanno fatto in sessant’anni di storia.
Fate pure l’elenco, e sappiate che per la maggior parte delle cose sarò d’accordo con voi: tant’è che da quando ho potuto sono stato il primo a denunciarle, là dentro, pigliandomi i rimbrotti degli ortodossi e sentendomi dire che ero un infiltrato del regime, uno che non aveva mai capito una sega, un radical chic.
Dopodiché, per favore, fatevi un giretto su questa pagina e date un’occhiata. E’ una legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia: quella roba indicibile su cui la maggioranza degli italiani è d’accordo ma della quale tutti gli partiti -per inerzia, miseria culturale, pochezza politica, vigliaccheria- si guardano bene dall’occuparsi.
La promuovono i radicali, un’iniziativa così. Una forza politica allo zerodue percento, fuori dal parlamento, fuori dai consigli regionali, fuori da tutto. Mica gli altri. Mica il PD, che si proclama progressista ma fa finta che certi argomenti non esistano. Mica quegli altri, che si dicono liberali ma la libertà non sanno manco dove sta di casa. Mica i grillini, quelli del popolo sovrano e delle azioni dal basso.
Nessuno. Solo i radicali.
I radicali, che forse stanno per morire: ma nel frattempo, nonostante Berlusconi e Cosentino e Storace e tutte le cazzate vere o presunte degli ultimi sessant’anni, continuano ad avere il coraggio di pronunciare parole che per tutti gli altri sono tabù.
Mai slogan fu più azzeccato. In tutti i sensi.
Liberi, fino alla fine.

Come siete moderni

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Il frammento che vedete qua sopra è tratto dalle “FAQ” che il Partito Democratico ha elaborato in vista delle imminenti elezioni.
Posizionato nella (scarna) sezione dedicata ai diritti civili, esso ci rivela in tutto il suo splendore il pensiero del PD sul cosiddetto “fine-vita”:
eutanasia
Fate attenzione alla finezza della formulazione: non c’è scritto “esclusa l’eutanasia” o “senza alcuna ipotesi di eutanasia”, ma “senza alcuna ipotesi che possa far pensare all’eutanasia”.
Allora, che volete, a uno che in quei giorni seguiva la vicenda molto da vicino viene da domandarsi: nel caso di Piergiorgio Welby qualcuno “potè pensare” all’eutanasia? Direi di sì. Eutanasia non fu, com’è stato sancito dal tribunale, ma che si trattasse di eutanasia lo “poterono pensare” in molti, al punto da accusare Mario Riccio di essere un assassino e noi dell’Associazione Coscioni una banda di complici.
Ragion per cui, secondo la formulazione del Partito Democratico, il caso Welby sarebbe evidentemente una delle ipotesi da scartare.
Per non parlare di Eluana, naturalmente: anche quella vicenda “poteva far pensare” ad un caso di eutanasia, tant’è che il senatore Quagliariello è ancora là che grida “assassini” con il volto deformato dall’ira.
Quindi, sempre attenendosi alla formulazione del PD, anche il caso Englaro sarebbe fuori.
Ebbene, a questo punto sarebbe appena il caso di domandare agli amici del PD: secondo voi, che vi professate progressisti, che cazzo dovrebbe essere consentito di fare per “preservare la dignità delle persone nella fase finale della loro vita”?
Quasi niente, direi.
Cioè, a me pare che alla fine della fiera e al di là delle supercazzole acrobatiche che continuate a concepire, il vostro punto di vista sia assai simile a quello degli altri: vale a dire a quello di chi almeno lo dichiara apertamente, di ispirarsi ai precetti di Santa Romana Chiesa e al noto assunto secondo il quale tocca soffrire fino all’ultimo perché la vita non ci appartiene.
Invece voi no. Voi siete i progressisti, scherziamo? Siete moderni, voi.
Tanto moderni da ignorare che la stragrande maggioranza della popolazione sarebbe favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia; e che gli altri, quelli che sono contrari, potrebbero tranquillamente far valere il loro convincimento evitando di adoperarla per se stessi, con ciò lasciando che chi invece se la sente crepi come gli pare e piace.
Tanto moderni da rintanarvi, come sempre, dietro queste formulazioni vaghe, incomprensibili, sibilline, che vi consentono (secondo voi) da un lato di proclamare la vostra attenzione per i diritti civili, e dall’altro di continuare a fare i baciapile senza colpo ferire.
Tanto moderni da non rendervi conto che siete peggio degli altri: perché gli altri, perlomeno, quello che sono lo rivendicano, mentre voi siete qualcosa ma fate finta di essere qualcos’altro. Con ciò finendo, tanto per cambiare, per non essere niente.
Il mio voto, se avessi avuto ancora qualche dubbio, ve lo scordate pure stavolta.

Eutanasia

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I cittadini italiani, com’è noto, non possono decidere di porre fine alla propria esistenza quando una malattia terminale se li mangia vivi e li sottopone a penose sofferenze, né quando una patologia degenerativa li costringe all’immobilità assoluta e li rende prigionieri del proprio corpo.
Badate, non sto parlando di testamento biologico, accanimento terapeutico, rinuncia alle cure e via discorrendo: mi riferisco proprio all’eutanasia e al suicidio assistito, vale a dire all’ipotesi che qualcuno chieda di essere letteralmente ucciso perché non intende portare avanti la propria vita nelle condizioni in cui si trova.
Ora, proviamo a chiederci razionalmente una cosa: perché mai ciò non dovrebbe essere consentito?
Perché la nostra vita, dicono alcuni, appartiene a Dio, e quindi soltanto lui può togliercela: ma si tratta di un precetto che vale soltanto per i credenti, i quali resterebbero liberissimi di obbedire al loro padreterno e di aspettare l’ultimo istante di agonia anche se agli altri, che non condividono lo stesso credo, fosse consentito di farla finita.
Perché i malati vanno accuditi e non eliminati, dicono altri, e io sono d’accordo: senonché, una legge che legalizzasse l’eutanasia riguarderebbe soltanto le persone che la chiedono, non anche gli altri, i quali continuerebbero ad essere curati fino alla fine nel migliore dei modi.
Perché chi sta così male potrebbe non essere in grado di intendere e volere, dicono altri ancora: e infatti nei paesi in cui l’eutanasia è legale sono previsti seri esami psicologici per accertare che al suicidio assistito possa accedere soltanto chi lo chiede nel pieno delle proprie facoltà.
Perché, dicono infine altri ancora, legalizzare l’eutanasia aprirebbe la porta agli abusi, alle falsificazioni, agli omicidi dettati dall’interesse: con ciò ignorando, o volendo ignorare, che l’eutanasia clandestina -come tutte le pratiche clandestine- viene praticata a maggior ragione e con minori controlli oggi, perché non esiste una legge che ne delinei giuridicamente i contorni tutelando al meglio tanto la vuole quanto chi non la vuole.
Insomma, se si escludono le ragioni prettamente religiose e quelle dettate da non meglio precisati timori irrazionali, non esiste alcun elemento concreto in base al quale l’eutanasia ed il suicidio assistito debbano essere vietati.
Eppure sono vietati. Il che equivale a dire che i cittadini italiani vengono privati del diritto più elementare e fondamentale: quello di disporre del proprio corpo e decidere liberamente della propria vita. Il tutto, com’è stato agevole dimostrare in poche righe, senza alcuna ragione.
Ebbene, vi pare serio negare un diritto del genere senza un motivo razionale? Vi pare coerente con l’idea di autodeterminazione, libertà individuale, stato di diritto, vale a dire con gli elementi che dovrebbero essere le pietre angolari di qualsiasi democrazia avanzata come la nostra?
A me no. A me pare un’assurdità senza precedenti. A me pare che dietro il tabù che è stato costruito intorno alla parola “eutanasia” si nasconda il marchio che accomuna qualsiasi tirannide: vietare qualcosa anche quando non c’è alcuna ragione di farlo.
Io vorrei tornare a pronunciarla, quella parola. Soprattutto, vorrei che tornasse a pronunciarla la politica, specie quella che si dichiara progressista e parla di “governo del cambiamento“.
Eutanasia.
Vedete? Non è mica difficile.

Facciamo “diversamente conservatore”, ok?

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Ci sarebbero tante cose ancora da dire, a freddo e a qualche settimana di distanza, su Carlo Maria Martini:

1) Abbiamo preso come esempio di progressismo un cardinale.

1a) Crescere con D’Artagnan non è servito a niente.

1b) Forse stiamo progredendo nella direzione sbagliata.

2) Un cardinale era effettivamente più progressista del principale partito sedicente progressista italiano.

3) Essere il più simpatico dei cardinali è un po’ come essere il meno fastidioso dei brufoli.

4) Come dice sempre Malvino, Martini era il poliziotto buono, Ruini quello cattivo.

4a) Con Ruini ormai a mezzo servizio, ci sono rimasti Bertone e Bagnasco, che al massimo possono essere il poliziotto Bud Spencer e quello Terence Hill.

5) Il Martini ha rifiutato le ultime cure. A chi si è incazzato per questo è stato risposto che dopotutto lui si era espresso contro l’accanimento terapeutico, quindi va bene. Perdonate il francesismo: non diciamo stronzate. Martini sarà anche stato di mentalità diversamente chiusa sul fine vita, ma il resto della gerarchia no. La stessa gerarchia che ha cercato di impedire ad altri quello che a Martini ha concesso senza fiatare; la stessa gerarchia di cui Martini faceva parte. Perché, nel caso fosse sfuggito, era un cardinale, non un pirla di sagrestia qualunque.

Martini non ha mai dichiarato nulla di contrario al Catechismo, a riguardo. Non ha mai detto, nel clamore del caso Welby, ai suoi pari grado e ai fedeli, da super Cardinale qual era, che so, oh ragazzi io non son mica d’accordo parliamone. Non ha spinto in nessun modo per modificare la posizione della comunità che lui guidava. Ha preteso in punto di morte il rispetto dei diritti che quelli come Welby hanno sempre invocato invano. Buon per lui, ma se non vi dispiace io mi incazzo lo stesso.

6) Si è anche detto, più o meno esplicitamente, che il caso di Martini era diverso: non attaccare il respiratore o il sondino nasogastrico va bene, staccarlo dopo averlo già attaccato no.

Io sinceramente non so da dove iniziare. Facciamo così, c’è una signora anziana che non può muoversi ed è la badante a darle da bere ogni tre ore. A un certo punto la signora non vuole più bere. Che si fa?

6a) La lasci morire di sete: hai interrotto un trattamento.

6b) La costringi: perché Martini no?

7) La mia impressione è che il punto, per “loro”, non sia nemmeno questo. Mi pare che, senza volerlo confessare chiaramente, la differenza sia nell’età. Martini poteva lasciarsi morire perché tanto gli restava poco, così come Wojtyla. Welby ed Englaro potevano sopravvivere nel loro stato ancora per chissà quanto, e quindi dovevano.

Il concetto base, presumo, è quello (ovviamente assurdo) del non interferire col disegno divino: c’è tipo un timer del microonde, il vecchietto ormai è pronto e lo puoi anche tirar fuori, ma il giovane deve aspettare altrimenti arriva da Gesù che non è ancora cotto a puntino.

Il concetto che invece viene fuori, mi pare, e che non ammetteranno mai, è che la vita di un giovane vale di più di quella di un vecchio. Poi dicono il relativismo.

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