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Non Esame, non di Stato

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La Riforma della Scuola, dopo un primo anno incentrato sull’assumere tutti i precari delle graduatorie, si sposta ora sulle deleghe. Otto deleghe su otto temi importanti per la vita della scuola, dall’inclusione dei disabili alla formazione professionale, dal diritto allo studio alla formazione dei docenti. Di scuola, però, pochissimi si occupano e il dibattito finisce per concentrarsi sull’unico tema di cui tutti ritengono di avere un’informata opinione: l’Esame di Maturità, oggi Esame di Stato, certificazione conclusiva del ciclo di studi superiore.

Come detto, tutti pensano di saper qualcosa dell’Esame e questo si traduce in abbondanti articoli sul tema. Per chi si fosse perso tutto questo, i punti che hanno acceso l’interesse delle masse sono i seguenti: l’ammissione all’Esame non richiederà più la sufficienza in tutte le materie; aumenterà nel voto dell’Esame il peso dei voti ricevuti nei tre anni finali; nel colloquio orale lo studente presenterà una relazione sulla sua attività di Alternanza Scuola Lavoro e dovrà poi discutere un testo o un problema presentatogli dalla Commissione, dimostrando di aver acquisito le conoscenze previste e di saperle collegare e mettere in relazione. Grandi cambiamenti? Parliamone.

Prima di tutto, vi svelo un segreto: no, oggi non si viene ammessi all’Esame se si ha la sufficienza in tutte le materie. Quella è una regola formale, che viene scavalcata dalla regola sostanziale: durante lo scrutinio, i docenti del Consiglio di Classe decidono se lo studente sia da ammettere o meno all’Esame, votando per testa se in disaccordo. Qualora uno studente con una o più materie insufficienti venisse ritenuto idoneo, tutte le materie insufficienti vedono il voto alzato fino a 6. Pure lo scrivente, complice una brutta depressione, vide il suo voto in Fisica passare dall’8 al 4 nell’ultimo anno di liceo scientifico; la media restava alta, mi ritrovai il 6 e fui ammesso all’Esame. Oggi lo scrivente insegna e ammette abitualmente studenti con tre, quattro insufficienze “formali” (ossia, al netto di quei voti sufficienti assegnati da insegnanti compiacenti o semplicemente desiderosi di liberarsi di studenti tonti).

Quindi, paradossalmente, l’abbassamento dell’asticella dell’ammissione all’Esame previsto dal decreto non ha alcun effetto negativo. Tutti o quasi gli studenti vengono ammessi all’Esame, ma le medie non vengono più distorte: chi aveva un sette e un quattro finiva ad avere un sette e un sei, superando il compagno con due sei; oggi, chi ha un sette e un quattro si presenterà con quelli e avrà una media più bassa del compagno con due sei.

Passiamo ora all’Esame: due prove scritte, italiano e materia d’indirizzo, un colloquio orale. Dei cento punti possibili, quaranta dipendono dai voti ottenuti in terza, quarta e quinta. Non un esame, quindi. In buona parte, una semplice certificazione dell’opinione che hanno dello studente i suoi docenti. Di sicuro, non un Esame di Stato: non vi è nulla di ‘statale’ nell’usare voti e medie assegnati da docenti diversi, con metri diversi, diversi programmi e diverse capacità. Non è un caso che le università abbiano iniziato a considerare diversamente i voti delle matricole a seconda della scuola di provenienza. Anche qua vi svelo un segreto, magari un segreto di Pulcinella: in classe io sono il Re, io decido cosa si fa e io decido come valutare gli studenti. Se voglio riposarmi, mi basta lavorare meno e rendere più facili le valutazioni per vedere i voti lievitare. Nessuno ha tempo e modo di verificare lo svolgimento dei programmi, con una eccezione: il docente che si ritrova la classe l’anno seguente, avrà chiara evidenza di quanto gli studenti hanno davvero imparato. Qua interviene l’omertà, sostenuta dalla convinzione che non ci sia modo di intervenire e quindi non serva denunciare i pigri e gli incapaci.

Concludiamo con il colloquio orale. Venti punti al massimo, il momento in cui la commissione ha la massima discrezionalità. Il colloquio ha due facce: da un lato si presenta l’Alternanza Scuola Lavoro, dall’altro si dimostrano le conoscenze acquisite discutendo un testo o un problema proposto dalla commissione. Sull’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), vale quanto detto all’inizio: pochissimi si occupano di scuola, pochissimi hanno idea di cosa sia. L’ASL però accende gli animi, complici alcune campagne di disinformazione, e vede scontrarsi chi dice che l’ASL serva in primis a fornire alle aziende lavoro non pagato e a insegnare la subordinazione agli studenti, e chi dice che l’ASL sia invece una preziosa esperienza formativa, un primo sguardo nel mondo del lavoro. Io dico che è fuffa: si fa male, senza collegarla a quanto si fa in classe. Agli studenti piace molto, perché interrompe le lezioni. Ai docenti piace poco, perché interrompe le lezioni. La normativa vorrebbe che ogni stage aziendale fosse legato a un progetto formativo (ad esempio, “andrai alla Libreria Rossi e verificherai chi sono gli acquirenti dei libri di Storia, quali periodi vedono la maggior concentrazione di pubblicazioni, quale sia l’offerta di titoli stranieri nella libreria”), la realtà è che le scuole faticano a trovare stage per tutti e che i progetti non si fanno: vai, studente, e impara qualcosa osservando come lavora la gente che lavora. Posso immaginare che belle relazioni verranno fuori, all’Esame.

Dell’altra metà del colloquio non val la pena discutere: dopo cinque anni di studio tradizionale, mnemonico e ben incasellato tra materia e materia, si chiederebbe a uno studente un approccio critico e multidisciplinare nella lettura di un testo o nella gestione di un problema. Approccio che dovrebbe pure essere valutato da docenti che non lo praticano dai tempi dell’università. Prevedo che diventi un altro momento fuffoso, una gran chiacchierata per giustificare l’assegnazione dei punti necessari a promuovere o a premiare lo studente.

Il bilancio complessivo è neutro: il nuovo Esame di Stato non è un Esame e non è di Stato, in questo non è né migliore né peggiore dell’attuale. Si tiene la barra dritta: alle superiori si deve “includere”, a costo di abbassare l’asticella e di privare la scuola della sua funzione di ascensore sociale. Ci penserà la vita a mostrare agli studenti che le differenze, di ceto e di censo, esistono.

Il Pil, la maturità, il mio lanciafiamme

in economia by

(attenzione, il seguente articolo e’ stato scritto con una tastiera giapponese, quindi accenti e apostrofi sono messi a cazzo. Se l’ha accettato il nostro internal grammar nazi, potete farcela anche voi.)

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“Buongiorno, patente e libretto…lo sa a che velocita’ andava?”

“Non so, a PPP? Pro capite? Sia piu’ preciso, dannazione!”

Le indiscrezioni sulla prima prova di maturità che gli studenti italiani delle superiori stanno svolgendo in questo momento parlano di una traccia intitolata: “Il PIL come misura di tutto?”. Se vero, siamo di fronte ad una situazione ridicola, grave e imbarazzante.

Ridicola, perche’ gia’ il titolo (e i contenuti, ma entro piu’ avanti nel dettaglio) presuppone l’accettazione, anzi la legittimazione, di un errore grave da parte della cosiddetta societa’ civile, ossia l’utilizzo a sproposito del PIL come strumento di misura. In altre parole coloro che citano quotidianamente il PIL, soprattutto con declinazioni negative, sono coloro che non hanno nemmeno idea di che cosa sia tale indicatore, quali siano i suoi utilizzi, quali siano i suoi limiti.

Grave, perche’ nelle scuola (tranne forse ragioneria e qualche liceo scientifico) vengono raramente e troppo superficialmente insegnate materie economiche. Quindi, non si capisce perche’ chiedere agli studenti un parere su una cosa di cui non sanno se non per sentito dire. Io capisco che si voglia innanzitutto verificare le capacita’ analitiche e argumentative di uno studente, ma come si puo’ argomentare bene se la tesi e’ campata per aria?

Imbarazzante, perche’ e’ l’ennesimo campanello di allerta riguardo al disinteresse per una materia con la quale ogni cittadino e’ costretto a confrontarsi quasi quotidianamente una volta compiuti i 18 anni. E in una situazione di mancanza di una didattica solida non rimane allo studente che il messaggio di un’opinione pubblica che parla del PIL con la stessa bava alla bocca con cui parla di Soros e delle banghe.

Immancabile, ovviamente, il discorso di Bob Kennedy sul PIL, che e’ veramente l’esempio di un capolavoro di retorica. Cattiva retorica, ma politicamente un capolavoro. Quando lo leggo mi viene voglia di applaudire ma solitamente ho le mani impegnate dal lanciafiamme con cui appicco fuoco al foglio.

I liceali pero’ possono dirsi salvi. Per caso, 4 anni fa scrissi un articolo che calza a pennello per l’occasione, e che riporto qui. Se vogliono, possono copiarlo

Ee farsi bocciare.

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Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l’arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Ora.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani… “Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea”, scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l’anima e l’esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizione proposta a pagina 15 di un qualsiasi libro di macroeconomia.

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: “Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone”. Ma l’errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull’inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. “Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l’obiettivo principale è la crescita (del PIL)?”. Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; ci dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick.

I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d’informazione, per l’emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull’onestà della pubblica amministrazione, sull’intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l’orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere.

 

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