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Sofri, D’Elia, tutti gli altri e il tempo delle domande secche

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Mettiamoci d’accordo: o si decide che l’unico scopo del nostro sistema penale è di carattere “rieducativo” (anche se la parola non mi convince del tutto, ma di questo magari parliamo un’altra volta), vale a dire che il suo obiettivo è restituire chi ha “sbagliato” alla vita civile affinché possa tornare a contribuirvi in modo utile, e quindi ci si produce in copiosi salti di gioia ogni qual volta tale obiettivo viene realizzato; oppure ci si dice, guardandosi negli occhi e una volta per tutte, che la commissione di determinati delitti è riconducibile a fattori immutabili, di tal che un criminale non può che restare tale per tutta la vita, epperò, di conseguenza, non ci si può limitare a rammaricarsi, a indispettirsi e a indignarsi allorché un ministro sceglie un pregiudicato come consulente, ma si ha il dovere di adoperarsi per deporre ogni ipocrisia e promuovere l’applicazione della pena di morte a tappeto, per tutti i reati al di sopra di una certa soglia di gravità.
Tra queste due impostazioni, con ogni evidenza, non esiste alcun livello significativo di compromesso, giacché si tratta di punti di vista sul mondo diametralmente opposti e quindi intrinsecamente inconciliabili: o la si pensa in un modo o si è convinti del contrario, ed in entrambi i casi si deve essere pronti a portare fino alle estreme conseguenze ciò di cui si è convinti.
Di tal che, tanto per tornare a oggi, la domanda diventa questa: prescindendo dalla specificità e dalla peculiarità della sua vicenda giudiziaria, che pure avrebbe un’importanza enorme ma che in questa sede mi pare opportuno mettere da parte per scongiurare la deriva del dibattito in altre direzioni, dobbiamo augurarci che Adriano Sofri (o chiunque altro per lui, sottolineo di nuovo) possa tornare a rendersi utile alla collettività, e quindi gioire per l’incarico conferitogli e casomai limitarci, qualora ne dovessimo nutrire, alle eventuali perplessità sulle sue concrete capacità di svolgere il compito richiestogli, oppure dobbiamo stracciarci le vesti perché il suo nome non è stato definitivamente azzerato e cancellato dal registro dei vivi?
Ogni via di mezzo è un trucco dialettico privo di significato che non aiuta la discussione: le posizioni alla Augias, tanto per fare un esempio, secondo il quale Sergio D’Elia (ai tempi eletto segretario della Camera dei Deputati) non avrebbe dovuto certo scomparire (con a corredo un bel “ci mancherebbe altro” che non guasta mai), ma restare un tantino defilato invece sì, rappresentano un tentativo di mediazione magari animato da buone intenzioni, ma di fatto sterile, inutile, privo di senso: che non porta da nessuna parte se non a confondere le idee.
La domanda, in ultima analisi, mi pare questa: siamo per la pena di morte o per la cosiddetta “riabilitazione”?
Io, onestamente, non ne vedo altre.

Abbiate il coraggio di dirlo

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Ve lo spiego in modo sintetico, ché la logica è logica e su certe questioni c’è ben poco da sparpagliare fuffa: se mettere in carcere uno che ha commesso un reato per un numero limitato di anni ha un senso, quel senso dev’essere per forza l’idea di utilizzare gli anni in questione per provvedere alla sua “rieducazione”; in caso contrario, ne converrete, farlo uscire allo scadere della detenzione non avrebbe costrutto, poiché egli ricomincerebbe a delinquere punto e daccapo come prima, di tal che tanto varrebbe tenerlo dentro per evitare che commetta nuovi crimini.
Se, dunque, non credete alla cosiddetta “funzione rieducativa della pena” (il che, in sé e per sé, è perfino legittimo), e ritenete che l’unica funzione del carcere sia quella di mettere la comunità al riparo dalle azioni dei criminali, dovreste coerentemente sostenere che qualsiasi reato vada punito con l’ergastolo, giacché non si capisce la ragione per cui quei criminali, in mancanza di “recupero”, dovrebbero diventare meno “pericolosi” dopo un certo periodo di tempo.
Ne consegue, sempre che si abbia un minimo di rispetto per la logica, che chi considera il carcere un mero rimedio “punitivo” teso a preservare i “cittadini onesti” dai birbaccioni dovrebbe far pace col cervello, portare le proprie premesse alle ineludibili conclusioni e battersi affinché l’unica pena possibile sia il carcere a vita.
Abbiate il coraggio di dirlo, se vi rimane un briciolo di onestà intellettuale: e piantatela, una volta per tutte, di farci perdere tempo in discussioni interminabili sulla rava e sulla fava, il cui scopo esclusivo è quello di compiacervi e rassicurarvi adornando con un abito presentabile le vostre smanie da giustizieri della notte.
Grazie.

L’aggravante di essere maschio

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Mesi fa, a proposito delle proposte di aggravante per i cosiddetti femminicidi, mi chiedevo (qui) se non fosse contraddittorio per una femminista chiedere allo Stato una “protezione particolare” contro gli uomini violenti, laddove la violenza è già sanzionata di per sè ed il movente passionale è stato giustamente eliminato dalle attenuanti.

Ora, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne che si celebra domenica, un fronte trasversale di parlamentari capitanati da Giulia Bongiorno e Mara Carfagna ma che include larga parte del PD propone direttamente l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio.

Premesso che ritengo l’ergastolo non compatibile con la “funzione rieducativa della pena” costituzionalmente prevista, come ben spiega qui Roberto Sassi, nella fattispecie credo che l’aggravante di maschilismo sia difficilmente rilevabile da fatti concreti e finirebbe per essere applicata a tappeto a qualsiasi omicidio commesso da un uomo contro una donna (anche, mettiamo, qualora il movente fosse di estorsione, si potrebbe inferire che l’uomo pensava di prevalere sulla donna per sentimento di superiorità e dominio).

Di fatto si finirebbe per usare pesi diversi per reati uguali in base al sesso di chi li compie, quando – mi chiedo – non basterebbe considerare gelosia e desiderio di dominio come “futili motivi”, che sono già un’aggravante?

E magari, per una volta, immaginare qualcosa di più utile al condannato e alla società del “fine pena mai”?

Pisapia ha ragione

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Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

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