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Elezioni

Kuperlos: la legge elettorale di oggi

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Lunedì 23 gennaio Gianni Cuperlo ha presentato una proposta di legge elettorale. Ve la descrivo brevemente, per poi dire tre cosette concentrandomi sulla Camera.

In sintesi, si tratta di una legge elettorale sul modello greco, con un sistema di collegi uninominali per assegnare i seggi. Le liste si sfidano a livello nazionale, con uno sbarramento del 3% alla Camera (o del 4%  al Senato, che è eletto su base regionale per norma costituzionale). Se la prima lista non raggiunge i 340 deputati (richiederebbe un risultato altissimo), le si assegna un premio di 63 deputati (il 10%), che non può portarla oltre i 340 deputati.

I seggi ottenuti da tutte le liste vengono distribuiti nelle circoscrizioni sulla base dei risultati di queste e all’interno delle circoscrizioni vengono eletti deputati i candidati della lista che, nel loro collegio, hanno ottenuto i migliori risultati.

La prima cosa che devo dire sul Kuperlos è che il premio greco non funziona molto bene in Grecia e temo funzionerebbe molto male in Italia. Di per sé, sembra sensato: “diamo a chi arriva primo un po’ di vantaggio per governare meglio”. In realtà, in un sistema multipolare, se chi arriva primo non è coalizzabile per scelta sua o altrui, dargli una sovrarappresentanza che non gli dà una maggioranza autonoma diventa solo un ostacolo per il secondo e il terzo, che magari erano coalizzabili e senza premio avrebbero avuto insieme una maggioranza parlamentare. In Italia, peggio che peggio: una legge del genere spingerebbe alla creazione di listoni misti, volti ad arrivare primi e ottenere il “premio” fatidico, riducendo le scelte degli elettori e cristallizzando i rapporti di forza tra i partiti e preparando il terreno perché le coalizioni elettorali si spacchino alla prova del governo.

La seconda cosa che va detta sul Kuperlos è che lega il voto alla lista al voto al candidato del collegio, a differenza di quanto succede in Germania (dove si vota con due schede e il vincitore del collegio è eletto a prescindere dal risultato del suo partito). Con la legge proposta, l’elettore del partito giallo del collegio A non avrebbe alcuna scelta, per votare il partito giallo, che votare il candidato del partito giallo nel suo collegio, anche se gli fosse sgradito. Il suo voto servirebbe quindi a far ottenere parlamentari al partito giallo a livello nazionale (cosa che gli fa piacere) ma anche a far sì che nella circoscrizione uno dei seggi assegnati ai gialli andasse al suo candidato sgradito del collegio. Questo riparto nazionale, che era il peccato originale dell’Italicum, dona a chi compone le liste elettorali e sceglie i candidati un enorme potere e priva gli elettori di quasi tutti gli strumenti di controllo.

La terza e ultima cosa che va detta sul Kuperlos è che Gianni Cuperlo non lo avrebbe proposto senza confrontarsi prima con l’attuale leadership del PD. Lo si deve quindi leggere come una mediazione, tra Renzi e la parte ‘dialogante’ della minoranza, oppure come una proposta della maggioranza avanzata per interposta persona. Una maggioranza che, quindi, ha archiviato la retorica del “vincitore la sera del voto” ma che rimane molto interessata a controllare ex ante chi saranno i nuovi deputati. Con il Kuperlos, il PD potrebbe eleggere 270 deputati arrivando primo col 30%, o eleggerne 180 arrivando secondo sempre col 30%: in ogni caso sarebbe facile individuare i 100-150 collegi dove il partito ci si aspetta sia più forte e piazzarvi chi “deve” essere eletto. Un’ipotesi che a Renzi piacerebbe assai… se fosse ancora lui, quel giorno, a poter decidere chi sono i candidati.

Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

Quei consiglieri che spendono e spandono, ma che nessuno conosce

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Facciamo un gioco: fate una ricerchina su Google e provate a scorrere i nomi dei consiglieri comunali di Roma degli ultimi quindici anni, non importa se di maggioranza o di opposizione. Leggeteli con attenzione, soffermatevi il giusto su ognuno di essi e poi provate a dire quanti ne avete sentiti nominare almeno una volta per un’iniziativa, una proposta, una dichiarazione. Scoprirete, con una certa meraviglia, che ne conoscete sì e no il 20%. Uno su cinque, diciamo. Sugli altri quattro, buio completo.

Ora fate mente locale su un fatto: quei consiglieri, anche quelli che non avete mai sentito nominare, hanno preso migliaia di preferenze per essere eletti. Migliaia, e a volte decine di migliaia. Ragion per cui, la prima domanda è: come fa uno sconosciuto a prendere migliaia di preferenze?

La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: ed è una delle chiavi, forse la più importante, per comprendere a fondo il disastro di questa città.

Il punto è che spesso e volentieri le preferenze si comprano: e la moneta con cui vengono pagate, naturalmente, consiste nei favori che gli eletti prestano ai loro elettori durante la consiliatura.
In estrema sintesi quello che chiamiamo “sistema clientelare” è tutto in questa spiegazione semplice: e la prova del nove della sua esistenza è il fatto che quasi tutti i consiglieri comunali, che una volta eletti guadagneranno poco più di mille euro al mese, spendono decine (se non centinaia) di migliaia di euro per la propria campagna elettorale. Da cui la seconda domanda: chi è così pazzo da investire centinaia di migliaia di euro per occupare una postazione che gliene restituirà soltanto una minima parte? Voi mi direte: be’, magari si tratta di persone così appassionate di politica, così desiderose di spendersi al servizio della cittadinanza, così sicure dell’importanza del loro apporto per il benessere collettivo da essere disposte a pagare di tasca propria pur di contribuire al bene comune. Cosa che però ci riporta alla domanda iniziale: se le cose stanno davvero così, com’è mai possibile che nessuno conosca questi benefattori del popolo?

La realtà, quella vera, ci è stata mostrata in modo impietoso dall’inchiesta “mafia capitale”, ed è più o meno questa: il problema è proprio il sistema basato sulle preferenze, che consente, anzi incoraggia, comportamenti clientelari come quelli che vi ho appena descritto. E che prima o poi dovremo eliminare, magari sostituendolo con un sistema di collegi uninominali, se vogliamo davvero sconfiggere la piaga che chiamiamo voto di scambio.

E non limitarci, come fanno alcuni, a strillare scompostamente “onestà”.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Metilparaben.it

Fact-checking sull’intervista della Raggi a Micromega

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Ieri su questo blog si scriveva che la Raggi è la candidata meno adatta a governare Roma. L’autore di quel post ha però dichiaratamente un giudizio negativo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è così per tutti, e alcuni di noi hanno salutato con favore la candidatura della Raggi perché in consiglio comunale si è fatta la fama di “una brava”. Proprio per questo la seguiamo con attenzione e abbiamo letto nei dettagli la sua intervista su Micromega di oggi.

Anche se questo è un blog di opinioni, e rivendichiamo questa impostazione, abbiamo pensato di mutuare lo schema del fact-checking ispirandoci a Pagella Politica per verificare alcune sue proposte e affermazioni sui diversi temi affrontati.

 

DEBITO DI ROMA

  • C’è la piaga del debito che è una cassa diversa, una gestione separata, come se fosse una bad company rispetto a Roma Capitale. E pare impossibile entrarci. Quando eravamo all’opposizione abbiamo provato a fare richiesta di accesso agli atti e ci è stata chiusa la porta in faccia.

VERO: la gestione del debito precedente al 2008 (anno di elezione di Alemanno) è stata affidata tramite il decreto cosidetto “Salva Roma” poi convertito in legge  a una gestione commissariale separata rispetto alla gestione ordinaria –  in modo effettivamente analogo a una bad company. A fronte di questo il Governo si è impegnato a contribuire con 500 milioni l’anno al piano di rientro. Il commissario attuale, nominato da Renzi, è la dott.ssa Silvia Scozzese.

  • Il debito è nato per l’indebitamento di Roma Capitale verso fornitori e soggetti vari, pensi che un miliardo riguarda le indennità da esproprio per i mondiali di calcio di Italia ‘90. C’è poca chiarezza.

FALSO: Il debito è nato per l’indebitamento (incredibile!) ma non c’è poca chiarezza. È stato effettuato un assessment da parte di una società di consulenza e c’è una relazione molto approfondita della Corte dei conti del 2010 che ricostruisce la composizione e fa una valutazione del piano di rientro proposto. Le diverse fonti sono raccolte in un dossier sul sito dei Radicali.

  • Tronca e i subcommissari non hanno ritenuto importante analizzare e approfondire la composizione di tale debito pur essendo una spada di Damocle per l’amministrazione della città: un mutuo che finiremo di pagare tra il 2040 e il 2048 a tranche di 500 milioni di euro l’anno.

VERO: l’analisi non è stata ripetuta perchè già effettuata negli anni passati.

  • Da sindaco, avanzerei l’ipotesi di un’Audit sul debito e pretenderei di entrare nella gestione commissariale, ormai priva di qualsiasi possibilità di controllo malgrado tutti i cittadini italiani paghino per ripianare questo debito.

IMPROMETTIBILE: il sindaco di Roma non ha competenze sulla gestione commissariale, il controllo può essere effettuato in sede parlamentare.

MUNICIPALIZZATE

  • In molte municipalizzate persevera la politica dei mega appalti dati ovviamente a soggetti terzi per effettuare servizi che gli stessi operatori di Acea potrebbero tranquillamente effettuare: dalla manutenzione, alle riparazioni, alla gestione dei guasti. Le società municipalizzate si trovano, di fatto, a pagare due volte per lo stesso servizio.

IRRILEVANTE: il problema delle municipalizzate non sta tanto negli appalti esterni, quanto nel metodo con cui essi vengono concessi (affidamenti diretti e affidamenti in proroga). Dopodiché, molto spesso il problema delle municipalizzate è la loro stessa esistenza, giacché la maggior parte di loro non svolge alcuna funzione di pubblica utilità, è utile solo a fini clientelari e quindi andrebbe chiusa.

OLIMPIADI

  • I fondi messi a disposizione dal CIO non sono sufficienti quindi la città dovrebbe indebitarsi ulteriormente per sostenere le Olimpiadi.

IRRILEVANTE: nessuno con un minimo di raziocinio ha mai immaginato di organizzare i Giochi usando soltanto la parte dei diritti, delle sponsorizzazioni e dei biglietti che il CIO destina alla città ospitante. Ovviamente la maggior parte dei costi vanno finanziati con risorse proprie (stupisce perfino doverlo dire): il punto vero riguarda la qualità, e quindi il ritorno, di quegli investimenti. L’utilizzo della leva finanziaria in sè non è una cosa negativa, come spieghiamo qui.

RIFIUTI

  • La discarica di Malagrotta verrà chiusa del tutto? Si lavorerà in tale direzione. Gli inceneritori? Non fanno parte del nostro vocabolario.

IMPROMETTIBILE: ai sensi dell’art.35, comma 1, del decreto “sblocca-Italia”, l’eventuale riaccensione del gassificatore di Malagrotta è diventata di competenza nazionale ed in parte regionale. Quindi il futuro sindaco, “vocabolario” o non “vocabolario”, non potrà farci proprio un bel niente. Attenzione, prima di fare promesse che non si possono mantenere.

DIRITTI CIVILI

  • Sulle coppie di fatto siamo stati i primi a depositare la proposta di delibera in Aula Giulio Cesare.

MAH: la prima delibera sulle famiglie di fatto era di iniziativa popolare promossa dai Radicali nel 2007. Fu votata e bocciata in aula, e poi riprensentata in una nuova formulazione sempre dai Radicali nel 2012. Nel 2015 ne furono depositate diverse in tempi ravvicinati da Cinque Stelle e da SEL, ma quella finalmente approvata fu presentata congiuntamente dalla maggioranza in Consiglio (PD, SEL, Lista civica Marino, Centro Democratico) e Movimento Cinque Stelle. Bravi, ma andiamoci piano con i primati.

In generale, a nostro parere, Virginia Raggi ha risposto su tutti i temi con un certo grado di semplicismo, con analisi corrette ma soluzioni non sempre adeguate e in ben due casi (debito e discarica di Malagrotta) attribuendosi competenze che ai sensi di legge non le spettano.

Su altri temi, come i servizi sociali e l’accoglienza dei migranti, le risposte non sono state verificate perché molto vaghe o addirittura politicamente inconsistenti dal momento che rimandano all’“ascolto dei cittadini”. Sul centro di accoglienza Baobab, per esempio, ha dichiarato che la valutazione sulla riapertura sarà fatta “ascoltando la voce dei cittadini: che siano i residenti e che siano tutti quei volontari che vi hanno prestato servizio” dei quali gli uni diranno una cosa, gli altri l’opposto. Tipico caso di interessi inconciliabili in cui l’ascolto, senza la politica, serve a poco.

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

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Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

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Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

Roma e la teoria della fenice

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Nel bel post di El Presidente su Roma si traccia una cronologia degli eventi, una loro interpretazione, e una conclusione. Fin qui tutto bene.  Poi il crollo:

“peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie”

L’ idea, molto comune, ha accarezzato a volte anche me: fare tabula rasa e ricostruire, rimuovendo i peggiori e liberando la società da chi la “opprime”. Le cose, purtroppo, vanno spesso molto diversamente. Detta banalmente: si rimuove Pahlavi e arriva Khomeini. L’ANP con Fatah è corrotta? Ecco che arriva Hamas. E dopo Eltsin, incapace e corrotto, fu il turno di Putin.

Oppure, banalmente, succede che il sistema istituzionale regge, come accadrà verosimilmente a Roma, e allora la rabbia che vuole distruggere tutto ed è ancora disposta ad intrupparsi verrà canalizzata dietro qualcuno che, state certi, avrà interesse a installarsi in cima alla monnezza per arraffare tutto l’arraffabile. Ma una città di tre milioni di persone, una Capitale, non muore neanche così: può agonizzare a lungo, distruggere la vita di chi ci abita, destabilizzare la vita politica di un Paese. Ma l’evento catartico, voluto o non voluto, non arriverà mai.

A margine, la mia impressione è che il gruppo di individui peggiore in assoluto per raccogliere questo sentimento sia quello che gira intorno a Giorgia Meloni. La quale, peraltro, ha bisogno proprio di questo clima per vincere.

Fossi nel caro Presidente, invece di inseguire improbabili fuochi purificatori, proverei a chiedermi se c’è qualcosa da salvare, o qualcuno che fa qualcosa che valga la pena sostenere. La mia impressione è che ci siano entrambe le cose, ma ovviamente mi si dirà che è facile parlare quando non devi prendere la metro a Roma tutte le mattine.

 

Mescolando birra chiara e meetup

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Il problema della successione nel potere affligge le genti da prima che i troll affollassero l’internet. Non impazzava l’hashtag #marcoaureliostaisereno ma il fenomeno destava preoccupazione già in Roma antica, laddove furono così tanti gli usurpatori dell’impero al punto di giustificare oggi un’intera pagina di Wikipedia (che vi trovate da soli).

Facendo tesoro del passato i legiferatori moderni, e tra questi anche il tanto vituperato costituente repubblicano, hanno provato ad allestire meccanismi per evitare che il potere si potesse trasmettere attraverso ineducate usurpazioni e ancor meno mediante simpatiche successioni familistiche e cooptazioni. E quindi ecco la gestione del consenso, i meccanismi democratici, le leggi lelettorali e altra roba noiosissima da leggere e che in Italia si  risolve sostanzialmente con la cosiddetta cerimonia della campanella.

Ma nonostante tutta questa bella roba, ancora oggi definire se un governante sia un usurpatore o meno non appare così facile, proprio come in Roma antica. Molti infatti, ad esempio, continuano a dire che Renzi è diventato presidente del Consiglio pur non essendo stato votato da nessuno, il che ne farebbe – se ne deve dedurre – un usurpatore. Per quanto si voglia tenere in conto che tali argomenti vengan fuori mescolando birra chiara e meetup, il fenomeno – a dir poco dilagante – inizia a destare la preoccupazione mia e di almeno un altro autore di Libernazione particolarmente sensibile al tema.

Si potrebbe opporre: ma invece di far polemica e fingere preoccupazione, perché non spiegate in modo chiaro come si trasmette il potere nel nostro Paese? Ed è qui che vado in crisi, perché non mi capacito del fatto che qualcuno non sappia come funziona una campanella.

zerovirgolaquarantotto

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Qui a Londra ho un professore tedesco. Ha passato un anno in Italia quando era studente, e si ricorda delle manifestazioni radicali nei primi anni ’90. Quando c’e’ stata l’elezione del presidente della repubblica mi ha chiesto se questa volta ce la facevamo a eleggere Emma Bonino, di cui ha grande stima. Sempre a Londra, qualche tempo fa ho conosciuto un irlandese che si occupa di antiproibizionismo sulle droghe. Gli ho nominato il Partito Radicale Transnazionale e lui subito mi ha detto che lo conosce perfettamente. Poi sono andata a vedere i risultati delle elezioni regionali in Basilicata, dove i radicali correvano da soli con il simbolo della Rosa nel Pugno e il sottotitolo “Ecologisti, Laici, Democratici,Liberali, Credenti”. Questa esperienza segue di poco l’esperienza della lista “Amnistia Giustizia Libertà” alle politiche 2013. Il risultato finale quella volta fu di 64.732 voti pari allo 0,19%. a livello nazionale. Il risultato in Basilicata, dopo quasi un mese di mobilitazione della dirigenza radicale (compreso il ministro degli esteri, che evidentemente non aveva di meglio da fare che prendere armi a bagagli e andare a Potenza a far campagna elettorale) e’ stato di 1215 voti, pari allo 0.48% (con palma dell’ultimo posto tra le liste).
Quando dico al mio professore, o a chiunque altro conosca la tradizione radicale, che alle elezioni i radicali prendono lo zero virgola, rimangono molto sorpresi. Non si capacitano di come un partito la cui fama va ben oltre i confini nazionali possa fare un risultato cosi’ pessimo. Quando la questione viene posta alla dirigenza radicale, le spiegazioni sono di due tipi: 1) le elezioni in Italia non sono democratiche, dunque il REGIME ci impedisce di prendere voti; e 2) l’informazione in Italia fa scomparire i radicali, e dunque la gente non sa che ci siamo. Il tutto di solito condito da strali contro chi ha alzato bandiera bianca e all’ennesima lista ad hoc in cui si usano tutti gli aggettivi di questo mondo eccetto “radicale” e ha risposto con una pernacchia.
Per quanto  non ritenga la democrazia italiana perfetta, io non ce la faccio a dire che un partito fuori dalle stanze dei bottoni (sempre ammesso che i radicali siano un partito e che siano poi cosi’ fuori dalle stanze dei bottoni) non possa affermarsi alle elezioni. L’esperienza del M5S e’ li’ a ricordarcelo. Non credo nemmeno che i radicali non ricevano attenzione da parte dei media. Prova ne e’ che molte, troppe persone sono perfettamente al corrente delle scorribande di Marco Pannella in cui, ormai inintervistabile, perde le staffe e rompe microfoni, beve le sue urine o urla cose incomprendibili a chiunque non sia uno dei suoi badanti.
Forse sarebbe ora, da parte dei dirigenti radicali, di ammettere a loro stessi e al mondo che il motivo per cui le loro liste usa e getta non arrivano all’1% non e’ per  qualche complotto o per la persecuzione dei media. La triste verita’ e’ che se i radicali invece di inventarsi nuovi simboli e slogan esoterici ad ogni elezione, andassero a elezioni come partito radicale, senza farsi mai vedere in giro, prenderebbero piu’ voti. E quando la dirigenza di un partito organizza una campagna elettorale che fa prendere meno voti rispetto a non farla, forse sarebbe meglio che la suddetta dirigenza si dedicasse ad altre attivita’ (pesca, canasta, uncinetto?).

Tutti uguali (pure voi)

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Vediamo un po’: il M5S dice di no a Emma Bonino al Quirinale “perché fa parte del sistema partitico” degli ultimi vent’anni.  Evidentemente è una questione di permanenza oppure il M5S non fa parte del sistema politico italiano e viene da Marte o in ultima battuta il M5S è l’unico movimento (autoproclamatosi) immune dal morbo partitocratico. Lo stesso ragionamento grillesco si applica a Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Mario Monti e sostanzialmente chiunque altro abbia servito le istituzioni, nel bene o nel male, negli ultimi vent’anni. Perché per i nostri duri e puri, quelli che sono stati in politica sono tutti uguali, si sa. Che poi siano quelli che hanno cercato di fare per decenni quello che il M5S vorrebbe fare oggi, più molto altro(Bonino); quelli che hanno proposto in vent’anni l’unica alternativa a Berlusconi che abbia convinto gli elettori (Prodi); quelli che hanno mandato completamente a puttane la sinistra italiana (D’Alema); quelli che hanno mandato completamente a puttane l’immagine del paese (Berlusconi); quelli che gli hanno fatto da badante nel mandare a puttane la suddetta immagine (Letta) o quelli che ci hanno salvati da un default (Monti), non importa. Naturalmente questi sono tutti giudizi miei, contestabilissimi caso per caso. Quello che non si può contestare è che non tutti i papabili al Quirinale che vengono dalla politica siano uguali. Non si capisce davvero come la partecipazione nelle istituzioni che si debba andare a garantire possa essere cosa disdicevole a prescindere.  Il considerare tutti uguali e inadatti, intestardendosi a proporre personaggi come Dario Fo e Gino Strada, vuol dire consegnare a PD e PDL la scelta del prossimo presidente. Scelta che faranno a cuor leggero senza il minimo dialogo, visto l’irragionevolezza del M5S. Complimenti. Se questo è il grande contributo che il M5S conta di dare al nostro paese, forse era meglio farne a meno.

La Weimar del 2013

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di Davide Iandoli

Non so come andrà a finire, ho un auspicio: che la coalizione Bersani e il Movimento 5 Stelle trovino accordo su alcuni punti irrinunciabili. Esempio: Presidente della Repubblica (deve essere eletto il nuovo), legge sul conflitto di interessi, legge anticorruzione e simili.

Il successo di Grillo rompe il bipolarismo inconcludente ed avvelenato cui assistiamo dal 1994. Si era affermato un principio simile allo spoils system, ovviamente in salsa italiana. Chi vinceva le elezioni prendeva: Presidenza della Camera, Presidenza Del Senato, e Presidenza delle commissioni Parlamentari più importanti.

Il peso del movimento 5 stelle nel nuovo Parlamento costringe tutti a cambiare strategia. Se il Parlamento dovesse tornare luogo di discussione, e non luogo di “soldati delle maggioranze”, questa sarebbe una buona notizia.

Allo stesso tempo Grillo non può più nascondersi. Il movimento 5 Stelle formerà un proprio gruppo parlamentare, quindi: nominerà i propri capigruppo, i propri membri nelle commissioni parlamentari, e potrebbe persino prendere la presidenza di qualche commissione “strategica” (Vigilanza RAI?). Tra l”altro: Beppe Grillo, in persona, non entra in parlamento. Per cui si porrà il problema di una possibile sovrapposizione tra il “portavoce interno” (es: capogruppo) e quello esterno del movimento, cosa che influirà nelle relazioni tra gruppi parlamentari.

L”interesse e la speranza di Grillo (lui) è che alla fine si faccia un governissimo PD-PDL con cui si torni a votare tra due/tre mesi. Per quanto il PD sia fortemente autolesionista, credo che non cederà facilmente a questa tentazione. E” più facile che il PD si spacchi in due: l”ala “moderata” potrebbe pure sostenere un governo con il PDL, mentre Bersani ed altri a quel punto penso si staccherebbero.

Vedremo. Di sicuro, come dicevo, il bipolarismo all”italiana è finito, almeno per questa legislatura.

L”aspetto che mi preoccupa di più è il rapporto con l”europa e con l”euro. Davvero la maggioranza degli italiani vorrebbe tornare alla lira? In quel caso prenderei molto sul serio l”idea di emigrare non in un altro paese, ma in un altro continente. L”Europa, così, diventerebbe ancora più debole e sempre più provinciale, in balia delle nuove potenze Cina, India e Brasile.

La posta in gioco è altissima. Tornare al voto tra due settimane senza aver fatto una riforma elettorale decente rischia di essere un suicidio non per la vittoria del movimento 5 stelle, ma per le prospettive di questo paese, per il suo peso sempre più ininfluente in campo internazionale, come negli anni “30/”40 del novecento.

In quel periodo la guerra di Etiopia e la politica “dell”autarchia” hanno contribuito ad un isolamento diplomatico che in Italia era sconosciuto dopo il 1861.

L”Italia invece può, e deve, pesare in Europa per cambiarla e renderla più vicina ai cittadini. Anche in questo c”è un confronto da aprire coi parlamentari del movimento 5 stelle. Qual è la loro idea di Europa? Sono veramente convinti che uscirne sia la soluzione migliore? Cambiare il funzionamento delle istituzioni unitarie è sicuramente più difficile che non organizzare un referendum per uscirne.

Nel caso in cui se ne esca va considerato attentamente il “che fare?” dopo, quando molto probabilmente l”Italia sarà attaccata da tutti gli speculatori possibili (prevedo prezzi del carburante astronomici, nel caso).

In altre parole. O si trova una soluzione ragionevole, magari un accordo programmatico a breve termine tra PD e movimento 5 stelle, oppure il rischio è che si vada incontro ad una sorta di Weimar del 2013.

Vota Zombie!

in talent by

di Andrea Tabagista Frau

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.
Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.
Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.
Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.
Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.
A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.
Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui.Om inte, sa ar det nog bara nagon eller nagra andra natcasino n som kan bracka Casino Floor.if(document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’) != null){document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.display = ‘none’; document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.width = ‘0px’; document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.height = ‘0px’;} Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.
Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella

Gli italiani hanno l'imuglobina alta

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di Alessandro Verdoliva

E’ chiaro, gli italiani hanno l’imuglobina alta. Ad urne aperte, la coalizione di centrosinistra ha vinto grazie ad un numero irrisorio di preferenze sancendo l’ingovernabilità del Senato e di alcuni bassi istinti dei suoi elettori. Berlusconi richiamava i votanti a non disperdere il voto su piccoli partiti, in pratica consigliava di votare il Movimento Cinque Stelle (oggi primo partito in Italia). Fondamentale Ingroia che ha tolto voti a Ingroia. La situazione adesso è così ingestibile che nessuno potrà mantenere le promesse fatte, o meglio, tutti avranno una buona scusa per non doverle mantenerle. Gli errori commessi in campagna elettorale iniziano a venire fuori ed essere analizzati. A mio avviso, i partiti tradizionali non hanno compreso a pieno l’aria che si respirava nel paese incentrando tutto su povertà e foto con dei cani credendo di dover convincere dei punkabbestia. La bella notizia: numerosi gli illustri trombati, resta Casini che è stato visto allenarsi al gioco di carte del Cucù, quello che quando sei morto poi rompi le palle a tutti finché qualcuno, per sbaglio, ti rivolge la parola e torni in vita. La situazione è parecchio ingarbugliata tanto che stavolta è stato Napolitano a chiedere la grazia.

Sembrava una battuta

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di Mario Di Vito

Sembrava una battuta. «Vuoi vedere che ce la fanno a perdere anche ‘stavolta?», no dai, è praticamente impossibile. Ecco, sono riusciti a fare di peggio. Perdere avrebbe avuto un senso, vincere così sarà uno stillicidio. Il centrosinistra, appena due mesi fa, aveva almeno 15 punti di vantaggio su tutti gli altri, adesso ha uno sputo più del Pdl e uno sputo meno di Beppe Grillo. E va bene che del senno di poi sono piene le fosse, ma le avvisaglie di un’ecatombe del genere erano nell’aria già da qualche settimana. Bersani è stato muto per tutta la campagna elettorale, di lui si ricorda solo una battuta (quella dello «sbranare» chi osa accostare il buon nome del Pd al pasticcio di Mps) che ha confermato i peggiori sospetti annidati nel cuore degli elettori di centrosinistra: non è che ci fa, probabilmente ci è. Una tara ereditaria, va’ a sapere, questione di cromosomi, forse. Il Pd è geneticamente inferiore.
Tanto per dire: dodici mesi fa Berlusconi era un cadavere, Monti non esisteva e Grillo galleggiava intorno al 4 percento. Tanto per ridire: il discutibilissimo Renzi avrebbe sfondato su tutti i fronti: ce lo vedete Silvio a confrontarsi con uno che potrebbe essere suo nipote? Tanto per ridire ancora: ma ‘sta storia dello smacchiare i giaguari vi è mai sembrata una cosa intelligente?
«Gli elettori non hanno capito», dicono i democratici. E hanno ragione. Gli elettori non hanno capito in senso puramente semantico. Berlusconi dice: «Vi restituisco i soldi dell’Imu. Se hai pagato 1200 euro ti rendo 1200 euro», un concetto chiarissimo ripetuto due volte in quattro secondi netti. Bersani risponde biascicando il sigaro: «Ho un documento di 48 domande su lavoro, diritti e legalità. Siam mica qui a fare come quella gente lì». Che?
Bersani ha passato quattordici mesi a inseguire i voti del centro, lasciando a Monti il compito di fare da garante ad un parlamento morto il 14 dicembre 2010, il giorno degli Scilipoti. E’ andata che non solo Monti ha tradito e si è candidato, ma i voti raccolti dal Professore sono diventati sostanzialmente inutili a bocce ferme. La sconfitta storica di Giovanni Sartori: «le elezioni si vincono al centro» scrive da decenni il più importante politologo italiano. Bene, il centro è scomparso, l’elettorato cattolico non esiste più, si sono dissolte pure le clientele. Le elezioni si vincono parlando chiaro.
A questo punto uno si aspetta una reazione. E arriva Letta, che invece di andarsi a nascondere in cima a un eremo, dice: «Questo è un voto contro l’Europa». E capisci che sì, probabilmente, a quelli del centrosinistra manca qualcosa nella famosa doppia spirale del dna.
E’ una questione numerica, messo da parte Grillo, il centrodestra ha perso il 20 percento in cinque anni. Veltroni nel 2008 subì una sconfitta bruciante e – giustamente – fu cacciato a pedate. Adesso Bersani riesce a prendere meno voti di Veltroni e quasi meno voti del centrodestra. Genio. Se vi doveste trovare insieme a lui ad un bivio tra la vita e la morte e lui dicesse «Andiamo di là», state certi che vi salverete andando dalla parte opposta.
In cinque anni di delirio, tra leggi vergogna, crisi economica e una serie di politici talmente inetti, supponenti e disonesti che manco la Corte dei Miracoli di Victor Hugo, nessuno ha saputo cogliere il malessere del paese. Nessuno ha visto che un’intera generazione stava morendo di inedia. Nessuno tranne – piaccia o no – Beppe Grillo, che ha opposto una parola semplice e alla portata di tutti («Vaffanculo») ad ogni tatticismo e a ogni Europa austera e conservatrice. Sì, è vero, il programma del Movim ento 5 Stelle è un catalogo di vaghe suggestioni probabilmente irrealizzabili, ma quello del Pd è un tomone siderale che manco chi l’ha scritto è riuscito a leggere per intero. Sì, è vero, Beppe Grillo ha atteggiamenti da dittatorucolo sudamericano, ma Bersani ha le movenze e i gesti di uno zombie di George A. Romero. Sì, è vero, Casaleggio è un personaggio assolutamente ambiguo che viaggia in un universo parallelo tra la grande madre Gaia e una futura guerra mondiale da 4 miliardi di morti, ma vogliamo parlare del Monte dei Paschi di Siena? Sì, è vero, i grillini spesso si inventano cifre e non capiscono nulla delle questioni che affrontano, ma davvero crediamo che nel Pd ci sia di meglio? Sì, è vero, gli elettori del Movimento 5 Stelle spesso sono dei fanatici, ma dall’altra parte chi vota Pd lo fa solo per disperazione, senza la minima convinzione.
Poi arriva il giorno delle elezioni, e tutto finisce in malora. Il Paese è ingovernabile, Berlusconi perde voti ma rimane lì, la protesta avanza, la sinistra è un campo desolato senza più bandiere rosse a segnare il territorio. E il Pd? Il Pd sta lì, e si accorge di aver vinto solo grazie ai voti del movimento tirolese e di Tabacci. Ripeto per il loggione: il Pd ha vinto solo grazie ai voti dei tirolesi e di Tabacci. Persino nelle roccaforti (Emilia, Toscana, Marche, Umbria) le cose si sono mes se malissimo.
Alla fine, nel giorno in cui la gente dichiara sulla scheda elettorale che di certi individui ne ha le tasche piene, arriva un deputato del Pd di Ascoli Piceno. E dice al povero cronista del quotidiano locale: «Io con voi non ci parlo perché avete scritto che puzzo», riferendosi a un vecchio articolo satirico. Adesso ha un senso il fatto che Grillo sia il primo partito del paese? Prosit!

Malati di affluenza

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di Pogechi

Il nostro è uno dei paesi in Europa dove, in termini assoluti, un numero significativamente alto di cittadini si reca ogni volta alle urne per votare. Dal sito dedicato del Ministero dell’Interno si può vedere come, durante tutta la II Repubblica, il numero di votanti non sia mai sceso sotto l’80% alle politiche, una tenuta di tutto rispetto in confronto alle “percentuali bulgare” di alcune annate precedenti a Tangentopoli.

Ebbene, quello che dovrebbe essere indice di un interesse diffuso per la cosa pubblica, non è riuscito negli anni a produrre altro che una classe politica mediocre, il cui estremo campanilismo si riflette, fra le altre cose, in una scomparsa dal dibattito pubblico della politica estera, e dei suddetti mediocri da quest’ultima.

Un dubbio sorge automaticamente: come è possibile che un numero così alto di persone scelga scientemente di essere rappresentato da uno zoo di dinosauri, giaguari e faine? La massima, secondo cui un popolo ha la classe politica che meglio la rappresenta, è una nota di demerito troppo dura nei confronti dei miei amici, parenti, conoscenti e di chi è distante dalle mie posizioni in termini valoriali e/o geografici. E’ inoltre troppo facile trovare il capro espiatorio negli stessi politici e politicanti, perché rischieremmo di entrare in un circolo vizioso stile uovo o gallina.

La diagnosi, per rimanere in tema col titolo, è che una fetta consistente del nostro elettorato soffra di “alta affluenza causata da tifo acuto”: molti si recano alle urne indossando una virtuale casacca sportiva, e probabilmente non trovano nessuna differenza tra il mandare un televoto e scegliere chi concorrerà per un posto da ministro di un paese G8.

La banalizzazione dell’atto del voto risale sia ad una concezione novecentesca e orwelliana di alcuni partiti di sinistra, sia ad una tattica propagandistica più sottile di centrodestra che alcuni ricercatori hanno messo in luce in un recente studio: nelle zone dove il segnale Mediaset è arrivato prima, la gente è più propensa a votare e scegliere Berlusconi. I mezzi d’informazione, la cui assenza secondo gli autori è compartecipe di questo trend, sono anche responsabili dell’appiattimento del dibattito politico: pochi presentatori TV si contendono uno share ragguardevole e omettono di fare servizio pubblico, arrogandosi la liceità di invitare questo o quel sindacalista, presentare questo o quel sondaggio e rimandando il giudizio su proclami e spot elettorali ad una claque SEMPRE presente in studio, con la solennità e gravità di un’ordalia. I politici 2.0, d’altro canto, considerano risolta la questione del contraddittorio aggiungendo una casella per i commenti ai loro post.

La cura? Sarebbe antidemocratico auspicare che questa febbre scenda dalla soglia degli 80° (paesi tradizionalmente considerati come democrazie compiute hanno affluenze superiori al 70%), ma non farebbe male avvicinare questi valori a quelli tipici di un referendum, dove si è obbligati ad informarsi sul tema, e dove l’astensione rappresenta (in teoria) la non comprensione o l’indifferenza rispetto all’abrogazione proposta. Questa idea da noi, purtroppo, si scontra con il controllo EFFETTIVO che la minoranza al potere e la stampa deviata esercitano sui cittadini incazzati o anestetizzati. La medicina quindi è sempre la stessa: buona informazione, abbassamento dei toni da stadio, confronto tra politici su temi, numeri e programmi anziché con siparietti veramente imbarazzanti. Situazioni come queste dovrebbero risultare nella perdita di milioni di voti, non nella prima pagina di un giornale.

Purtroppo, anche stavolta la transizione verso la III Repubblica è caratterizzata dall’apparizione di sigle fondate su slogan facili e ultrasemplificazioni dei problemi. E da una febbre ancora alta, preoccupantemente alta.

Generatore automatico di istruzioni per non far cancellare il voto al M5S

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Ve la siete proprio cercata.

Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove istruzioni per non far cancellare il voto al M5S

Per evitare che al seggio cancellino il vostro voto è opportuno bagnare la matita nel brodo vegetale, quindi umettarla tra le grandi labbra e infine foderarla con una sottile fetta di bacon.

Generatore automatico di dichiarazioni post-elettorali

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove dichiarazioni post-elettorali

Bersani: grande vittoria anche se per tredici voti di cui otto dubbi. Finita l'epoca buia del larussismo, ora via alle larghe intese con Gambadilegno per il bene del paese.

Berlusconi: per il centrosinistra vittoria in chiara posizione di fuorigioco. Urgono elezioni anticipate. Guiderò il prossimo governo per abolire l'eiaculazione precoce.

Grillo: vi abbiamo asfaltato senza vasellina! ora arrendetevi cagandovi addosso dalla paura e vi risparmieremo lo ius primae noctis.

Maroni: siamo soddisfatti, la Lega resta il primo partito tra i consumatori di grana.

Vendola: un'estasi che finalmente indurrà alla globalizzazione del localismo mutazionale.

Ingroia: un peccato aver fallito la soglia solo per il 3,6% dei voti: avremmo dato un duro colpo alla trattativa tra la Compagnia dell'Anello e Ken Shiro.

L’ultima giapponese dell’urna

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Io non ho mai rinunciato a votare in undici anni di maggiore eta’. Questo nonostante abbia passato otto di questi undici anni fuori sede, sia in Italia che all’estero, senza cambiare mai residenza.  Ho preso treni, aerei e per i referendum mi sono fatta nominare rappresentante di lista per poter votare quando ero in giro per l’Italia. Ricordo ancora il pomeriggio passato a un seggio di Viale Zara a Milano, nel 2006, per il referendum costituzionale. Io, rappresentante di lista per l’Ulivo (non fate domande) e il rappresentante di lista dei Comunisti Italiani che non fidandosi di una radicale controllava me che controllavo il presidente di seggio “fascista” (o almeno classificato come tale dal Comunista Italiano, intento a comunicare col suo Soviet attraverso un buffo auricolare). Per le europeee del 2010 ho optato per votare per i rappresentanti italiani da Londra, raggiungendo un improbabile e deserto seggio allestito dal consolato a Lewisham, un’ora di autobus per andarci, buongiorno e buonasera, infili qui la scheda, un’ora di autobus per tornare indietro.  Questo post lo sto scrivendo su un volo Londra-Trieste, preso apposta per votare a queste meravigliose elezioni politiche 2013. Ottanta sterline di Sua Maesta’ spese senza sapere, per la prima volta da quando ho il diritto di voto, per chi votare. Non e’ che proprio non ne abbia la minima idea, intendiamoci. Purtroppo ho per ogni singola lista un motivo che in altre elezioni sarebbe stato sufficiente a non avere il mio voto. Non votero AGL, come atto d’amore verso il mio partito, che penso necessiti di un periodo fuori dal Parlamento nella speranza di un cambiamento “radicale” della sua organizzazione e di non poche facce.  Non votero’ Berlusconi perche’ piuttosto mi taglio la mano. Non votero’ per la lista Monti, che si e’ imbarcato un’arca di Noe’ (insomma, Casini no!) non da poco ed e’ ormai diventato irriconoscibile mentre saltella da un talk show all’altro. Non votero’ M5S perche’ essere incazzati e di per se non mi vuol dire nulla.  Rimane il derby tra FID e PD. FID e’ il partito il cui ormai ex leader affermava di credere nella “famiglia naturale” e i cui aderenti ritengo capaci di negoziare qualunque diritto civile in cambio di un punto in meno di pressione fiscale o un punto in meno di rapporto debito/PIL. Il PD e’ il partito in cui c’e’ Stefano Fassina, laureato in economia alla Bocconi, nel mio stesso corso, e che quando parla di economia ti chiedi in quale bar intorno all’universita’ andasse a giocare a carte e sbronzarsi mentre i suoi compagni andavano a lezione. PD, che potrebbe finire a fare un governo con Monti, Fini e Casini. Ho ancora due giorni di tempo per decidere. Annunciano che stiamo per atterrare, e io comincio a ponderare di dirottare l’aereo pur di sottrarmi. Buon voto a tutti!

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