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Una legge elettorale che funziona

in politica/società by

Ammettiamolo, siamo troppo abituati a vedere le cose che vanno male per accorgerci invece di quelle che funzionano.

Per esempio, dopo le elezioni di domenica tutti a spremersi le meningi sui pericoli che ci potrebbero essere dopo quel che è successo, quando invece la notizia più bella e sorprendente è che abbiamo una legge elettorale che funziona.

Cazzo, in Italia abbiamo una legge elettorale, quella dei Comuni appunto, che nessuno contesta, che nessuno dipinge come la plastificazione creatrice di un regime autoritario ed antidemocratico.

Garantisce la massima partecipazione di tutti i soggetti possibili ed immaginabili con soglie di sbarramento ragionevoli ed accettate da tutti, produce una buona affluenza elettorale, delinea, attraverso l’elezione diretta del sindaco, maggioranze che sono solide e durature per tutto l’arco del mandato. Nessuno ha invocato brogli e l’invio degli osservatori dell’Ocse.

Certo, ci possono essere situazioni limite come quelle avvenute a Roma con Marino o a Cosenza, dove i vertici nazionali dei partiti hanno imposto la fine anticipata del mandato elettorale attraverso nessun passaggio d’aula, ma con le dimissioni dei consiglieri di maggioranza davanti ad un notaio. Ma, appunto, sono casi limite ed eccezionali, e dal 1993 (anno dell’entrata in vigore della legge) ad oggi, sono più o meno gli unici.

Dove nessun candidato al primo turno ha vinto superando il 50%, ci sarà il ballottaggio.

Gli elettori dei candidati sindaci che non parteciperanno al secondo turno, potranno decidere se astenersi in quanto non adeguatamente rappresentati, o scegliere in base al principio del male minore o minor danno, o ricredersi e dare il voto ad uno dei candidati precedentemente ignorato.

Ed alla fine ogni città avrà un suo sindaco, eletto direttamente dai suoi cittadini con una maggioranza che ha lui come garante e centro di riferimento, in quanto se sfiduciano lui si torna direttamente al voto.

Cose normali, ovvie.

Ma non da noi, diciamolo, torturati da decenni di leggi elettorali nazionali illegittime o che non garantiscono spesso nè governabilità né un’accettabile rappresentanza .

Ho scritto un temino di terza media, lo so.

Ma l’urgenza di testimoniare che “oh cazzo, abbiamo una cosa che funziona e sulla quale non è scoppiata una guerra termonucleare tra bande e fazioni”, era troppo forte ed immediata.

La personalizzazione dello scontro, la delegittimazione dell’altro, il finto cinismo, le varie vanità mediatiche elettoralistiche, hanno,  almeno a me, un po’ stancato. Questo nascondere la propria impossibilità dietro l’impossibilità generale, non credere nelle possibilità degli altri, il sospetto come modo di essere, hanno un pochino rotto le balle (lo dico a me per primo).

Una sera, a cena con altri autori del blog, si parlava di Scalfari. Ad un certo punto dico che a casa possiedo i volumi usciti con la Repubblica di tutti gli editoriali dell’Eugenio nazionale. Un altro autore mi rimbrottava simpaticamente dicendo” Ma perché? E’ uno dei personaggi più sopravvalutati degli ultimi decenni. Non ne ha mai azzeccata una.”

Finita la cena, mentre tornavo a casa, la discussione mi è tornata in mente e mi ha fatto pensare. In effetti un po’ è vero. Ho letto molti editoriali di Scalfari, alcuni buoni, altri si potevano tranquillamente anche non leggere. Ma ce n’è uno, non so se buono o no, ovviamente impregnato di moralismo e senso di superiorità che sono quasi i suoi segni distintivi, che a me è sempre rimasto impresso (non so perchè), che ci paragona ad uno specchio rotto.

“A guardare con occhi distaccati (ma è possibile?) l’Italia di oggi viene in mente uno specchio rotto. Tanti specchi rotti e ridotti in frammenti che riflettono, ciascuno, un’immagine parziale e deformata della società. Un effetto di rifrazione.

In quella molteplicità di immagini si specchia una moltitudine di gruppi sociali grandi e piccoli; nei frammenti di minime dimensioni si specchiano singoli individui. Ciascun – gruppi e individui – guarda se stesso e se ne compiace, ma non c’è la visione di insieme. Si parla molto spesso di identità condivisa, di valori e di obiettivi condivisi, senza comprendere che la condivisione è diventata impossibile.”

Forse è così, siamo parti di uno specchio rotto, siamo diventati noi stessi uno specchio frantumato, e per questo non riusciamo più a guardare e vedere le cose che funzionano.

Ecco, sarebbe ora di cominciare ad usare una nuova e diversa prospettiva.

Soundatrack1:’Is It Because I’m Black’, Syl Johnson

Soundtrack2:’Shaft1′, Isaac Hayes

Tu chiamala se vuoi astensione

in politica by

Debbo fare una premessa importante: non sono, né ambisco a essere, un politologo.
Cionondimeno, giacché mi ostino a ritenermi un essere pensante, tutto ‘sto dibattito sull’astensione mi lascia parecchio perplesso.
Vedo di spiegarmi: con ogni evidenza il calo dell’affluenza alle urne, preso in sé e per sé, non è né una cosa positiva né una cosa negativa. Voglio dire: se per fare un’ipotesi di scuola dovessimo apprendere che non si sono recati a votare tutti quelli che alle tornate elettorali precedenti lo avevano fatto esclusivamente per ragioni di tipo clientelare, dovremmo salutare il boom dell’astensione come una delle notizie più entusiasmanti nella storia del paese; se viceversa dovessimo accertare che a disertare i seggi sono stati soprattutto gli altri, cioè quelli mossi dalla passione per la politica e per l’impegno civile, si tratterebbe di dover constatare la definitiva sconfitta della politica e la caduta del paese in un baratro dal quale non uscirà mai più.
Si tratta di due esempi accademici ed estremi, naturalmente, nessuno dei quali corrisponderà alla realtà dei fatti, ma che tuttavia mi sembrano utili a evidenziare il punto: commentare il fenomeno dell’astensione elettorale senza avere la minima idea di come sia composto non ha semplicemente alcun senso.
E noi, a quanto mi risulta, quell’idea non ce l’abbiamo. Neppure vaga. Non sappiamo chi siano, quelli che sono rimasti a casa, quanti anni abbiano, cosa avrebbero votato se fossero andati alle urne e perché. Non sappiamo come la pensino, che grado di istruzione abbiano, a che classe sociale appartengano. E non sappiamo quanti di questi, quanti di quelli e quanti di quegli altri.
Insomma, non sappiamo niente.
Epperò tutti commentano. Nessuno escluso. E si sa, quando si discute una cosa che nessuno conosce vale tutto, ma proprio tutto. L’astensione? Un dramma. No, un fatto trascurabile. No, una panacea. Una iattura. Un nostro trionfo. Una vostra disfatta. Il segno della nostra riscossa. L’emblema del vostro fallimento.
Commentano, e i giornali lo scrivono. Come se la cosa avesse un senso. Come se fosse minimamente significativa. Come se si trattasse di un argomento che davvero vale la pena di discutere, e non semplicemente tutto un pescare delle frasi dal buio e buttarle nel mezzo, visto che tanto nessuno può verificarle.
Ecco, io questo lo trovo inquietante.
Perché dà la misura di una propensione alla propaganda priva di sostanza divenuta ormai cronica, irreversibile, incancrenita: un teatrino elettorale permanente, nel quale ognuno dice la sua a proprio uso e consumo anche se (soprattutto se) non dispone di alcun elemento per farlo.
Questo, onestamente, mi pare davvero preoccupante.
Altro che l’astensione.

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