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Educazione

Cattivi maestri

in società/sport/ by

In tutta la vicenda dello scontro tra Valentino Rossi e Marc Marquez, che sembra essersi conclusa oggi con il rigetto da parte del Tas del ricorso presentato dal Dottore, solo una cosa è sicura: lo sport professionistico è altamente diseducativo.

Poco importa chi avesse ragione tra i due motociclisti: entrambi si sono resi responsabili di comportamenti estremamente pericolosi, e la diatriba che ne è seguita ha dimostrato ulteriormente quanto questi due campioni fossero lontani dalla realtà – se non addirittura inconsapevoli delle proprie azioni. Nelle piccole risse tra bambini, non insegniamo forse che non ha importanza chi ha iniziato la lotta, chi ha dato il primo morso? Non insegniamo loro ad assumersi le proprie responsabilità, persino a chiedere scusa, indipendentemente da come si sono svolti i fatti? Mi chiedo allora perché quello che sembra essere un principio fondante dei nostri metodi educativi non dovrebbe essere valido anche nella vita adulta, tanto più in un contesto (come quello del motociclismo) dove certi comportamenti possono mettere a repentaglio la vita stessa dei contendenti.

Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni è stata una presa di posizione da parte di personaggi più o meno noti a favore di Marquez o Rossi, come se la questione potesse essere risolta, il potenziale rischio cancellato, semplicemente entrando a far parte di una fazione piuttosto che un’altra. Sempre usando la metafora dei bambini litiganti, tutto ciò ricorda un gruppo di pre-adolescenti urlanti che fa cerchio attorno agli amichetti rissosi, incitandoli a calciare più forte o a mirare alle parti basse. Al tifo salutare della competizione agonistica si è aggiunto l’incitamento abbietto della rissa da bar.

Quel che è successo nel GP di Malesia è purtroppo solo lo specchio di una situazione di maggiore portata – per quanto nel caso specifico la gravità sia particolarmente accentuata dal rischio incorso dai motociclisti. Siam fin troppo abituati ad assistere in campi, piste e piscine a comportamenti che nella vita reale considereremmo a malapena tollerabili: sputi, offese pesanti, falli pericolosi, sabotaggi pirateschi. Certo, la violenza è una componente imprescindibile dell’attività sportiva, ma in quanto tale dovrebbe essere circoscritta, appunto, al momento agonistico. Il caso Marquez-Rossi mostra invece chiaramente come certe situazioni si trascinino ben al di fuori del circuito (o del campo, della corsia), al punto che sarebbe lecito domandarsi che interesse abbiamo nel sostenere, supportare, personaggi e comportamenti che niente hanno da spartire con le regole base del vivere civile.

Se questo è lo sport che ci meritiamo, preferisco decisamente un mondo pantofolaio.

Piccoli omofobi crescono

in società by

Non so se l’episodio riportato nelle ultime ore dai giornali, in merito alla presunta discriminazione di un ragazzo omosessuale all’interno di un istituto cattolico di Monza, risponda o meno a verità. Saranno le autorità competenti (immagino che in questo caso si tratti del rettorato, perlomeno sul piano “disciplinare”) ad accertare la verità dei fatti, in un evento che rischia di essere un scusa come un’altra per fare un po’ di casino e giocare agli indignati.

Ma chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo, dall’elementari in su, sa perfettamente che la vita di bambini e adolescenti timidi, effemminati, o persino omosessuali in nuce è caratterizzata da una discriminazione costante  – non saprei come chiamarla altrimenti – da parte dei compagni di classe, sempre pronti a deridere il “diverso” di turno per il solo fatto di essere, appunto, diverso – un discorso che vale anche per le ragazzine “maschiaccio”, quelle che non vogliono vestirsi da fatina e preferiscono giocare a calcetto. L’odio dei bambini è purissimo proprio perché fondato su un’ignoranza assoluta, incontaminata: “frocio”, “finocchio”, “culattone” e varianti varie sono appellativi costanti in quella jungla istituzionalizzata chiamata ricreazione.

Senza voler scadere negli estremi (a volte pretestuosi) dell’ideologia gender, rimane comunque lecito domandarsi da dove provenga tale atteggiamento discriminatorio. Affermare che questo sia insito nel bambino è abbastanza assurdo, così come sarebbe insensato riportare tutto a un semplice discorso di propensione: i bambini sono malvagi, lo sappiamo, ma perché la loro cattiveria si indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra? Supporre che vi sia qualcos’altro dietro, che alla base vi sia un discorso più grande che coinvolge, guarda un po’, gli adulti, è tanto scontato quanto inevitabile. Il che ci dovrebbe spingere a considerare il presunto episodio del ragazzo di Monza come la manifestazione caciarona e un po’ grottesca di una situazione generalizzata che, purtroppo, non riguarda solamente le solite teste di cazzo cattoliche. L’ignoranza incontaminata di cui  sopra forse tanto incontaminata non è, soprattutto più in considerazione del fatto che bambini e ragazzi sono sottoposti a un processo di socializzazione costante che continua fino alla fine dell’adolescenza, al termine delle scuole superiori.

Bisognerebbe dunque rivedere il problema dell’omofobia come un discorso più ampio, una questione che coinvolge una fetta della popolazione di portata decisamente maggiore rispetto alla tanto criticata minoranza bigotta – le sentinelle in piedi o i pretucoli infervorati di campagna. Considerazioni che si dovrebbero fare a scanso di qualsiasi umanesimo di facciata: non si tratta di insegnare ai nostri figli ad amare i gay (come non dovremmo insegnare loro a piangere per i negretti che muoiono di fame, gli handicappati dal visino triste o la mamma di Bambi; queste puttanate dell’amore universale lasciamole a Gesù),  quando di educare alla rispetto della diversità, nell’ottica di un rispetto più generale nei confronti delle scelte altrui. Piccolo mio, se al tuo compagno di classe piace giocare alle Barbie e un giorno gli piacerà pure prenderlo in culo, lascialo fare che tanto a te non cambia nulla. E vedi di non scassargli la minchia.

Dietro ogni scemo c’è un villaggio, diceva il poeta. E dietro ogni piccolo omofobo c’è una comunità.

Questioni di genere

in cultura/società by

Ogni volta che si solleva il problema del “genere” o “gender” (non importa se per discutere le affermazioni di Papa Francesco o per ragionare sulla politiche scolastiche svedesi), si dà per scontato di aver bene in mente di cosa si parla quando si usa il termine in questione – o la sua variante britannica.

Il dizionario, apparentemente, sembra aiutarci. Dice lo Zanichelli (edizione 2005): “Appartenenza all’uno o all’altro sesso, spec. con riferimento al contesto culturale e professionale dell’individuo”. Prendendo un dizionario inglese on-line a caso (http://dictionary.reference.com/browse/gender) la definizione di gender è fondamentalmente la stessa: “either the male or female division of a species, especially as differentiated by social and cultural roles and behavior.” Anzi, il sito britannico entra ancor più nello specifico: “Although it is possible to define gender as “sex,” indicating that the term can be used when differentiating male creatures from female ones biologically, the concept of gender, a word primarily applied to human beings, has additional connotations—more rich and more amorphous—having to do with general behavior, social interactions, and most importantly, one’s fundamental sense of self.”

Il che potrebbe facilmente chiudere la questione, catalogando il concetto di genere/gender come un semplice dato addizionale al substrato biologico: si prende un individuo alla nascita culturalmente spurio ma biologicamente definito (maschile o femminile), si aggiungono un pizzico di cultura, un pizzico di influenze comportamentali, un pizzichino di individualità, e il risultato finale è appunto il genere – e tutto ciò che, da un punto di vista socio-culturale, ne consegue.

Le discussioni, seguendo dunque tale linea di pensiero, vertono quasi sempre sul ruolo effettivo di questa (presunta) gendrificazione: l’individuo gendrificato si stacca veramente da quello biologico? Se sì, è giusto che questo accada o meno? In che direzione va pilotato questo processo?

Ovvero, prendendo un esempio banale ma immediato: alla femminuccia va regalata la bambola che fa ruttini e scoregge? Le risposte possibili a questa domanda sono tre: a) sì, perché di fatto il genere non esiste, è una questione di istinti “naturali”; b) sì, perché il genere esiste ed è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: questa è la nostra cultura e deve rimanere tale); c) no, perché il genere esiste e non è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: la nostra cultura va cambiata).

Tutte e tre le risposte, sebbene ideologicamente distanti, partono da una premessa comune a cui ho accennato in precedenza: l’esistenza di un individuo spurio, allo stato “naturale”, destinato con la crescita ad evolversi in una direzione piuttosto che in un’altra. Il che ci porta a dare per assodata una dicotomia profonda tra natura e cultura, laddove il genere rappresenta – secondo alcuni – l’espressione per eccellenza di quest’ultima istanza.

Ed è proprio su tale punto che si pone la difficoltà nel definire il concetto di “genere”: risulta infatti davvero difficile immaginarci questo individuo culturalmente spurio, un essere oltre qualsiasi contesto sociale. Al di fuori dell’utero, persino il neonato reagisce a degli stimoli che sono già di per sé “culturali” (le parole articolate della madre o il suono artificiale prodotto da un sonaglino). Lo stesso vale per i famosi casi dei bambini-lupo cresciuti dagli animali in stile Libro della jungla: da tempo gli etologi ci dicono che la socialità di certi mammiferi evoluti presenta dei tratti di “culturizzazione” difficilmente distinguibili dai nostri. Insomma, anche Mowgli è immerso nella cultura.

Per semplificare, potremmo dire che la natura dell’uomo è la cultura. Il che rende abbastanza ridondante l’idea di “genere” come aggiunta al presunto substrato biologico di cui sopra. Nella realtà sociale, non vi sono gameti, ma solo interazioni tra persone. Da questo punto di vista, il genere non dice nulla di più di quello che viviamo, su base quotidiana, per il fatto stesso di essere umani.

È impossibile culturalizzare ulteriormente la nostra cultura-natura. Il problema non è dunque se e in che misura plasmare gli individui (questo è un processo continuamente in atto, la base stessa della nostra umanità), quanto che senso dare alla realtà in cui viviamo. Se si tratta di crescere ed educare i nostri figli, smettiamo allora di nasconderci dietro certi reificazioni inutili e tautologiche, e facciamo invece appello ai nostri desideri, alla nostra visione del mondo, alla nostra personalissima idea di felicità.

Il genere non è tanto una questione di educazione, ma piuttosto di interpretazione.

 

Nota finale: per evitare di appesantire un post già di per sé non particolarmente accattivamente, ho omesso i riferimenti bibliografici. Se volete qualsiasi chiarimento o indicazione in proposito, chiedete e vi sarà dato.

Mani in tasca

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Scena: un infante di tre mesi, gattonando, si avvia verso il ciglio di un burrone. La madre se ne accorge giusto in tempo per salvarlo dall’orribile caduta, lo afferra, lo trae in salvo e poi gli molla una bella sculacciata.
Quella sculacciata, dicono i sostenitori dello “scappellotto educativo”, serve a fare in modo che il piccolo non ci provi più: giacché sarebbe assai arduo, aggiungono, riuscire ad illustrargli a parole il pericolo rappresentato da un burrone. Un po’ come si fa coi cagnolini, insomma: si associa la situazione rischiosa alla percossa, affinché in futuro il brutto ricordo della prima induca il marmocchio ad evitare la seconda.
A me pare che nell’esempio in questione la sculacciata serva più che altro a far sfogare la madre e a “liberarla” catarticamente dagli attimi di terrore appena vissuti e dal senso di colpa per non aver sorvegliato il figlio in modo adeguato, e che non abbia alcun effetto significativo sul bimbo se non quello di fargli fare un bel pianto: tuttavia, per amor di discussione, facciamo finta che nel caso di un essere umano molto piccolo, in mancanza dello strumento rappresentato dal linguaggio, uno scappellotto qua e là possa effettivamente fungere da “orientamento”.
Dopodiché, gli infanti crescono. E quando crescono ci si può parlare.
Ecco, mi sfugge del tutto il senso di voler “educare” a ceffoni uno con cui puoi parlare.
Se ci prendiamo cura delle parole per quello che vogliono dire, dare uno schiaffo a qualcuno per indurlo a fare ciò che vogliamo significa, letteralmente, utilizzare le percosse come mezzo di persuasione: significa, cioè, fargli del male affinché egli, in ragione del dolore fisico che prova, si determini a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.
Si chiama sopraffazione. Si chiama violenza. Si chiama brutalità.
Che poi nell’immaginario collettivo questa brutalità, qualora sia contenuta entro “certi limiti”, si sia collocata in una posizione “socialmente accettabile” è tutto un altro paio di maniche: ma mi pare evidente il fatto che essa rappresenti più la misura dell’incapacità di chi la pratica che un effettivo ed efficace strumento educativo.
Non credo che le persone, sia pure giovani, possano essere educate a forza di botte: e non mi pare che le botte possano essere considerate con indulgenza se sono contenute entro “certi limiti”.
Le botte sono botte, e il loro utilizzo, fatta salva la manciata di casi di scuola che ciascuno può benissimo immaginare da sé, è un’abitudine da stigmatizzare, non da tollerare facendo spallucce: insomma, secondo me i ceffoni accettabili, semplicemente, non esistono. Mai, e per nessuna ragione al mondo.
Del resto nessuno ha mai sostenuto che il mestiere di genitore sia un’impresa facile: sarebbe il caso di dedicarcisi seriamente, con la paziente consapevolezza che si conviene alle faccende complicate.
E soprattutto, rigorosamente, con le mani in tasca.

Fenomenologia delle file

in società by

Disclaimer: se qualcuno volesse fare dietrologia in base al mio paese di residenza sappia che questo post lo avrei potuto scrivere tale e quale prima di vivere per 5 anni a Londra. Chiunque mi conosca da piu’ di 5 anni puo’ testimoniarlo.

Sei in fila per il bagno. Lei arriva, ti ignora e prova ad aprire la porta, facendo la faccia da babbuino a cui hanno rubato la banana quando scopre che ohibo’, la porta e’ chiusa. C’e’ qualcuno nel bagno. Ohibo’. Allora a quel punto agiti la manina le fai notare che non stai mica li’ in fila ad ammazzare il tempo, anche a te tiene un filino di pipi’. Quelle ancora piu’ hard core provano pure entrare nel bagno quando (dopo mezz’ora) si libera. Stesse scene al supermercato, quando la fila alla cassa sconfina in una corsia e gli impazienti si fanno finta di niente e si immettono nella fila lateralmente, creando una specie di albero di Natale. Poi quando c’e’ piu’ spazio si creano le file rotonde, che ad occhi inesperti potrebbero sembrare una massa di disperati che corrono verso un tozzo di pane. Vai tu a spiegargli che le file dovrebbero essere perpendicolari all’oggetto della fila. Poi ci sono quelli che quando arrivano guardano la fila e cominciano con le domande: “e’ questa la fila?”. “No, signore, e’ un trenino dell’amore, proprio qui, alla posta. Vuole unirsi?” “Da quanto siete qui?” “Da tre giorni e tre notti”. “Ma Lei e’ in fila?” “Vedi risposta alla signora incontinente”. Poi si rassegnano ad aspettare, ma non lo fanno in fila dietro all’ultima persona, ma vagando come una molecola di sodio dentro l’acqua Lete, costringendoti a tenerli d’occhio come borseggiatori per evitare che passino avanti. Poi ci sono quelli che arrivano con l’aria trafelata e ti dicono “Devo solo chiedere una cosa, faccio subito”. “Buon per Lei che fara’ in fretta quando arrivera’ il suo turno”. Sono inflessibile, poco piacevole, acida? Si’, e’ vero, se qualcuno cerca di passarmi in fila si ritrova oggetto di un cazziatone in mezzo alla posta o al supermercato. Se mi vedete in fila mettetevi al vostro posto, non chiedetemi da quanto sono li’, se sto davvero facendo la fila e aspettate da bravi. Vi conviene.

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