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Economia

Il Pil, la maturità, il mio lanciafiamme

in economia by

(attenzione, il seguente articolo e’ stato scritto con una tastiera giapponese, quindi accenti e apostrofi sono messi a cazzo. Se l’ha accettato il nostro internal grammar nazi, potete farcela anche voi.)

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“Buongiorno, patente e libretto…lo sa a che velocita’ andava?”

“Non so, a PPP? Pro capite? Sia piu’ preciso, dannazione!”

Le indiscrezioni sulla prima prova di maturità che gli studenti italiani delle superiori stanno svolgendo in questo momento parlano di una traccia intitolata: “Il PIL come misura di tutto?”. Se vero, siamo di fronte ad una situazione ridicola, grave e imbarazzante.

Ridicola, perche’ gia’ il titolo (e i contenuti, ma entro piu’ avanti nel dettaglio) presuppone l’accettazione, anzi la legittimazione, di un errore grave da parte della cosiddetta societa’ civile, ossia l’utilizzo a sproposito del PIL come strumento di misura. In altre parole coloro che citano quotidianamente il PIL, soprattutto con declinazioni negative, sono coloro che non hanno nemmeno idea di che cosa sia tale indicatore, quali siano i suoi utilizzi, quali siano i suoi limiti.

Grave, perche’ nelle scuola (tranne forse ragioneria e qualche liceo scientifico) vengono raramente e troppo superficialmente insegnate materie economiche. Quindi, non si capisce perche’ chiedere agli studenti un parere su una cosa di cui non sanno se non per sentito dire. Io capisco che si voglia innanzitutto verificare le capacita’ analitiche e argumentative di uno studente, ma come si puo’ argomentare bene se la tesi e’ campata per aria?

Imbarazzante, perche’ e’ l’ennesimo campanello di allerta riguardo al disinteresse per una materia con la quale ogni cittadino e’ costretto a confrontarsi quasi quotidianamente una volta compiuti i 18 anni. E in una situazione di mancanza di una didattica solida non rimane allo studente che il messaggio di un’opinione pubblica che parla del PIL con la stessa bava alla bocca con cui parla di Soros e delle banghe.

Immancabile, ovviamente, il discorso di Bob Kennedy sul PIL, che e’ veramente l’esempio di un capolavoro di retorica. Cattiva retorica, ma politicamente un capolavoro. Quando lo leggo mi viene voglia di applaudire ma solitamente ho le mani impegnate dal lanciafiamme con cui appicco fuoco al foglio.

I liceali pero’ possono dirsi salvi. Per caso, 4 anni fa scrissi un articolo che calza a pennello per l’occasione, e che riporto qui. Se vogliono, possono copiarlo

Ee farsi bocciare.

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Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l’arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Ora.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani… “Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea”, scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l’anima e l’esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizione proposta a pagina 15 di un qualsiasi libro di macroeconomia.

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: “Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone”. Ma l’errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull’inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. “Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l’obiettivo principale è la crescita (del PIL)?”. Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; ci dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick.

I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d’informazione, per l’emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull’onestà della pubblica amministrazione, sull’intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l’orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere.

 

Notai, shampisti e intellettuali

in società by

La prima scena è questa, dovete immaginarvela. Interno giorno. Sala operatoria di un grande ospedale del nord-Italia. Pareti bianche e verdi, pavimenti di linoleum. Ciabatte traforate. Chirurgo, assistenti di sala e infermieri sono intenti in un delicato intervento di duodenocefalopancreasectomia laparotomica a un paziente anziano e sofferente. La tensione è palpabile, la posta in gioco altissima. Nel momento di massima concentrazione, dal cespuglio di cuffiette sterili intente sul lettino operatorio sbuca la faccia di un uomo barbuto: ha i denti sporchi e la barba folta. Non indossa mascherina, guanti, né protezioni di altro tipo. Con una mano si tormenta i peli del mento lasciando cadere sulle interiora dell’uomo anziano una generosa spolverata di forfora bianca. Poi, sgomitando per farsi spazio, affonda un dito sulla milza del paziente ed esclama: “Come notaio, vorrei suggerire di togliere anche un pezzettino di questa roba qui, mi sembra marcia!”

Seconda scena: Esterno notte. Marte. Più o meno la scena iniziale di The Martian, per chi l’ha visto. Gruppo di astronauti NASA che campionano reperti del suolo marziano, clima rilassato, tipico umorismo da astronauti (che pare non sia così diverso dall’umorismo da preti). A un certo punto, arriva la classica tromba d’aria marziana. Sono terribili, quelle. Peggio delle bombe d’acqua d’autunno in Liguria. Gli astronauti scappano, si rifugiano dentro lo shuttle, allacciano le cinture, stanno per partire. Ma c’è un tale, magro magro, calvo e pieno di anelli, non ha la tuta da astronauta, ma indossa un paio di leggins leopardati e una camicia di pelle di coccodrillo. Guarda il quadro di comando con evidente scetticismo, poi – rivolto al comandante: “Piacere, sono un hair fashion stylist. Non so tu, ma io non premerei quel bottone lì, piuttosto quest’altro. E’ più liscio, più glamour, mi pare più adeguato alla situazione.”

Infine, terza scena. Interno notte. Studio televisivo di un qualunque talk show di un paese immaginario. Gente seduta su sgabelli di cartone, gente che annuisce con convinzione, gente che fa no con la testa con la faccia di uno a cui hanno appena proposto di mangiare la placenta di Giulia Innocenzi. Si discute di una recente proposta avanzata da una corrente minoritaria in seno alla minoranza del gruppo parlamentare a sua volta fuoriuscito dalla minoranza del partito di governo. La proposta è di aumentare le tasse sui capitali. In studio, un professore di economia alla London School of Economics, con la cravatta e la erre moscia, sostiene che si tratta di una proposta stupida e argomenta che una misura di questo tipo comporterebbe un calo della crescita economica e dunque meno benessere per tutti. Dall’altra parte, un secondo economista che ha un blog di successo e la giacca di tweed con le toppe ai gomiti, disegna un grafico alla lavagna per spiegare come, al contrario, una misura del genere aiuterebbe a ridurre le diseguaglianze. Sbadigli tra il pubblico. All’improvviso una donna dentro una tunica rosa, centodue bracciali e un paio di occhiali con la montatura nera spessissima prende la parola e dice: “In quanto esperta della filosofia dei gimnosofisti indiani, io sono a favore di questa proposta perché sono convinta che essa restituirebbe dignità profonda all’umanità derelitta di questo Paese, nonché una progettualità nuova per risolvere le criticità dell’oggi”. Applausi scroscianti, standing ovation del pubblico, qualcuno lancia ortaggi sui due economisti, che sono costretti a scappare dietro le quinte dove vengono malmenati dagli operatori cassintegrati.

Se la scena numero tre vi sembra familiare, forse è perché nella vostra vita avete almeno una volta aperto un quotidiano nazionale o guardato di sfuggita un programma di approfondimento politico. La cosa strana è che sembrano esserci una miriade di situazioni, contesti, problemi delicati rispetto ai quali l’opinione di un non specialista sembrerebbe grottescamente fuori posto. Non ammetteremmo mai un parrucchiere in una missione spaziale, ma non abbiamo problemi a consentire a orde di scrittori, sociologi, psicoterapeuti, filosofi, performance artists, contrabbassisti jazz (ciascuno dei quali senza dubbio molto competente nel proprio campo) di intervenire su argomenti spesso estremamente tecnici dell’attualità economico-politica (la crisi greca, l’emergenza migratoria, le politiche di austerità, la sovranità monetaria, …).

E tutto questo in nome di concetti sufficientemente vaghi da puzzare di truffa, tipo il sempreverde ‘spirito critico’ o la ‘coscienza storica’. Dico tutto questo non per negare che la professoressa gimnosofistica potrebbe, sul problema in discussione, avere tutta la ragione del mondo. Tuttavia, mancando degli strumenti minimi per analizzare la situazione del caso nella sua complessità, il vero problema è che, se pure ci avesse visto giusto, tutt’al più avrebbe avuto ragione per puro caso!

Un po’ come se il notaio della scena numero uno avesse davvero, con il suo gesto, attirato l’attenzione del chirurgo su un tumore trascurato da tutti i medici prima di lui. Vi pare un buon motivo per richiedere, d’ora in avanti, la presenza fissa di un notaio con la forfora in ogni sala operatoria?

A casa loro!

in Articolo by

In questi giorni Salvini ha annunciato un viaggio in Nigeria assieme al fido Toni Iwobi, nigeritaliano responsabile delle politiche di immigrazione di Via Bellerio. Porterà con sé un gruppo di imprenditori italiani, interessati ai potenziali investimenti nella nazione con la più alta crescita economica in Africa. L’obbiettivo non è altro che uno degli slogan storici della Lega: “Aiutiamoli a casa loro”. Uno slogan che, nella storia trentennale del partito, non aveva mai portato a risvolti pratici: tolti i diamanti in Tanzania, non ho memoria di un solo euro (o lira) leghista destinata a favore dei Paesi sottosviluppati. Del resto, dei quattro governi Berlusconi durante i quali il Ministero degli Interni era quasi sempre presidiato da Maroni, non è stato promosso alcunché volto ad “aiutarli a casa loro”; in compenso ci ricordiamo tutti quanto fatto per “rovinarli a casa nostra”.

Eppure lo slogan ha una logica efficace: lo scenario migliore sarebbe quello di rendere ogni luogo del mondo un posto dove vivere serenamente. Per questo vedere Salvini fare un primo passo per ridurre l’immigrazione attraverso un sensibile miglioramento dei luoghi di origine, appare cosa buona e giusta. Mi si perdonerà tuttavia la scarsa fiducia che ripongo nel leader del Carroccio, considerando che è dal 1983 che la Lega dice “Aiutiamoli a casa loro”, e solo 32 anni dopo affronta un viaggio per capire di cosa hanno bisogno.

Per quanto concerne gli slogan la Lega è a mio parere insuperabile rispetto a qualsiasi altro partito italiano. Il suo responsabile marketing meriterebbe un premio anche solo per la foto dell’indiano d’america con sotto scritto: Loro hanno subito l’immigrazione / ora vivono nelle riserve”. Purtroppo l’opposizione del partito non è mai andata oltre queste poesie, e mai una volta che le abbia trasformate in proposte precise e dettagliate. Un esempio su tutti è l’idea di Salvini di fare come l’Australia, ovvero convogliare tutti i migranti in un’isola del Mediterraneo. Quale sia questa isola, ovviamente, non è dato sapere.

Per fortuna che la direzione delle politiche estere in Via Bellerio è affidata a Iwobi, il quale afferma su Facebook che 1.5 milioni di Nigeriani sfollati scappano da Boko Haram per cui – deduce secondo un percorso logico che mi lascia un po’ “WTF I DON’T EVEN” –  i migranti nigeriani che arrivano in Italia sono secondo Iwobi “al 90% migranti economici”.

A questo punto, ritengo che il contributo migliore che Salvini e Iwobi possano dare è quello di fermarsi in Nigeria, zappa e cazzuola in mano, per qualche mese. Aiuteranno loro a casa loro, e noi a casa nostra.

 

 

 

Ps: per i più coraggiosi qui c’è l’intervista in cui Salvini dice che “la reaganomics resta il riferimento fondamentale sui temi delle tasse e della concorrenza, e che il riferimento della Lega va a chi pensa l’economia in questo modo.”

La morte dell’Homo oeconomicus

in economia/politica/società by

Spero mi si perdonerà la provocazione, ma io ho l’impressione che quello che sta succedendo in Europa con la crisi della Grecia segni, paradossalmente, la fine dell’Homo oeconomicus.

Non voglio ora sbilanciarmi su una posizione o sull’altra, pro-Tsipras o pro-Troika – sinceramente non avrei nemmeno i mezzi per farlo. Tuttavia, l’impressione è davvero quella di una partita che va ben al di là della pura questione economica, sebbene questa rimanga, almeno apparentemente, centrale. Anzi, credo proprio che l’idea di un’economia come espressione unica e assoluta della vita umana in Occidente, una volta giunta al suo massimo apice, sia destinata a subire un tracollo da cui non potrà facilmente riprendersi.

Mi spiego: l’altro giorno ho seguito in diretta l’appello (definito da più osservatori “accorato”) di Juncker al governo greco per una ripresa in extremis delle trattative. Juncker appariva davvero onesto e sincero nelle sue intenzioni di apertura invitando, quasi sull’orlo delle lacrime, il governo e il popolo greco alla ragione. Eppure, a seguito di una risposta, seppure tardiva, della Grecia, vi è stata una chiusura prima da parte della Germania e poi dallo stesso Juncker, che ha letteralmente stoppato i commissari europei fino al voto del referendum il 5 luglio. Un cambio di atteggiamento davvero sorprendente e radicale.

In questo gioco di rimbalzi è allora facile vedere logiche e non-logiche strategiche che vanno ben al di là di un calcolo di pure interesse economico: siamo nel pieno campo della politica e, forse, persino in quello dell’ideologia. Attenzione, sto parlando di entrambi i campi, Eurogruppo da un lato e SYRIZA dall’altro: mi sembra davvero che il movente di molte delle decisioni delle ultime ore siano avulsi dal puro calcolo di opportunità/opportunismo economica/o.

D’altronde, questa posizione è stata espressa da economisti premi Nobel sicuramente molto più competenti di me in materia, i quali hanno a più riprese denunciato le manovre squisitamente politiche di certi poteri europei a danno dell’autonomia greca. Aggiungerei, però, che le considerazioni di questi stessi economisti hanno molto spesso il sentore della presa di posizione politica (ancora una volta: ideologica?), nei confronti di una situazione che è in realtà lo specchio di un problema persino più vasto – riguardante in ultima analisi la natura dell’Unione Europea.

Ognuno è poi libero di fare le considerazioni che vuole sulle varie responsabilità nel merito della questione. Vorrei sottolineare soltanto il fatto che l’economia come griglia interpretativa definitiva, totalizzante, quasi molochiana della realtà pare in questi giorni capitolare a fronte di un universo così ampio di fattori e variabili umane che gli stessi analisti sembrano ammutolire in un fremito di inadeguatezza.

L’Homo oeconomicus sta morendo. O perlomeno non si sente molto bene.

L’equilibrio funebre su John Nash

in economia by

E’ morto John Nash e tutti gli studenti di economia stanno delirando in citazioni cinematografiche e sentenze argute. Ma qual è il comportamento corretto? Questo test ci aiuta a scoprirlo.

 

Alla morte di Nash, due studenti di economia vorrebbero ricordare su Facebook il grande matematico.

Postando una foto di “A beautiful mind”, prenderebbero entrambi due like; ma se uno dei due non lo facesse, scrivendo invece “Nash non era affatto quello di A beautiful mind, capre!”, la sua argutezza lo premierebbe con 5 like e sbugiarderebbe l’altro studente, azzerandogli i like.
Tuttavia, se entrambi perculassero chi posta “A beautiful mind”, ebbene prenderebbero solo 1 like, perché la rete non premierebbe così tanta aggressività di fronte alla morte.

Dica lo studente: qual è l’equilibrio?

 

 

 

 

 

Soluzione: miao

 

 

 

Mangino informazione (distorta)

in talent by

di Ilario D’Amato

È uno scandalo, una vera vergogna.

C’è un popolo che soffre la fame. Un popolo tenuto in scacco dai suoi governanti. No, non parlo dell’Italia: è la Corea del Nord. Quei comunisti da operetta sono così malvagi che una decina d’anni fa avrebbero chiesto “ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza”.

Parallelamente, lo scorso ottobre i governanti greci (che non sono comunisti, ma sono cattivi ugualmente) avrebbero “autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti”. Ma mentre per i nordcoreani tutti si sono scandalizzati, nessuno ha difeso i poveri greci.

O almeno, questo è quanto ci dice Absinthe nel suo post “Mangino brioches (scadute!)”. Ma è davvero uno scandalo, una vergogna, la pistola fumante delle “fallimentari teorie e pratiche economiche” dei due paesi?

Vi sollevo subito dal dubbio: no. La conclusione dell’articolo può essere condivisibile o meno, ma non per le premesse da cui parte. E come insegna Aristotele con il suo sillogismo, questo manda a puttane tutto il ragionamento.

I nordcoreani avranno pensato “meglio rischiare l’intossicazione che morire di fame”, dice Absinthe. E cita questo articolo di Gabriella Mironi su ‘Vita’, “I coreani affamati vogliono mangiare la mucca pazza”. Fa impressione, eh? Già immaginiamo la disperazione di quel popolo, tenuto in scacco da quei “carcerieri”. Già si affollano nella nostra mente le immagini dei bambini denutriti, delle madri disperate, e di tutto l’armamentario di dolore cui siamo sottoposti ogni giorno (tanto che ormai ci sembra perfettamente normale).

Il punto è che quella disperazione è reale. La richiesta di carne di ‘mucca pazza’ no. “La Corea del Nord chiede al governo della Germania di donare a Pyongyang 400.000 capi di bestiame destinati al macello perché a rischio di mucca pazza”, ci dice la Mironi. La fonte sarebbe la televisione tedesca ARD, secondo la quale le autorità nordcoreane avrebbero chiesto ad un’agenzia umanitaria tedesca di intercedere presso il Ministero dell’agricoltura di Berlino. Macchinoso, vero? Forse i coreani non sapevano tradurre la loro lettera, o forse avevano troppa vergogna.

Cerchiamo nuove conferme nello stesso articolo, allora. Una arriva da Käthi Zellweger, direttore dei progetti della Caritas Hong Kong, secondo cui “macellare migliaia di capi di bestiame, mentre la gente muore di fame, è un peccato: bisogna invece controllare i capi e utilizzare quelli non infetti”.

Un momento, come ‘non infetti’. Ma non dovevano inviare quelli con la ‘mucca pazza’? Duncan Mac Laren, Segretario generale della Caritas Internationalis, affonda: “vi è stata la proposta di destinare parte di questa carne, ritenuta sicura, alle fasce più povere della popolazione in Europa”. Come ‘ritenuta sicura’. Come ‘popolazione in Europa’. Ma allora di che stiamo parlando?

Ce lo spiega la CNN che, a differenza del nostro Corriere della Sera (“La Corea del Nord chiede alla Germania le bestie malate: una soluzione alla fame”), fa la cosa più ovvia: cita le fonti dirette. Rupert Neudeck, a capo della “Cap Anamur” – l’organizzazione umanitaria che avrebbe dovuto intercedere tra i coreani ed i tedeschi – ci dice che “da quando si è diffusa la notizia della ‘mucca pazza’, nessuno osa più comprare carne di manzo”. Ed allora l’Europa ha approvato un piano per rilanciare i consumi: comprare oltre un milione di mucche dagli allevatori per poi abbatterle ed incenerirle.

Niente a che vedere con il rischio di malattie, dunque, ma una semplice operazione di mercato. Che ha suscitato addirittura le proteste degli stessi allevatori, come ci informa lo Shiller Institute, grati per il supporto economico ma tormentati dai dubbi morali: “Qui bruciamo le le mucche mentre lì i bambini muoiono di fame, non è giusto!”. La risposta del Ministero è stata che i coreani “non hanno bisogno di carne, ma di frumento e riso”, che questo aiuto sarebbe logisticamente troppo difficile e dispendioso, e che “distorcerebbe il mercato interno della Corea del Nord”.

Se c’è un motivo per indignarsi, dunque, è perché l’Europa ha coscientemente deciso di mettere la propria economia davanti alla possibilità di aiutare delle persone affamate. Sorpresi? Benvenuti nel mondo reale.

Il secondo punto è molto meno affascinante, ma va comunque chiarito. È vero che i greci hanno tecnicamente permesso la vendita di cibi “scaduti”, ma bisogna intenderci sul significato del termine. Se su un prodotto c’è scritto “da consumarsi entro”, significa che dopo quella data potrebbero proliferare i batteri e l’alimento potrebbe essere non più sicuro. Ma se c’è scritto “da consumarsi PREFERIBILMENTE entro”, significa che dopo quella data l’alimento avrà perso parte delle sue caratteristiche di qualità, ma si può ancora mangiare senza problemi per un bel po’ di tempo. C’è da dire poi che le date sono sempre molto arretrate per il principio di precauzione.

La differenza è tutta in quel “preferibilmente”. E come osserva Repubblica, la legge riguarderebbe “la data entro cui devono essere ‘preferibilmente consumati’ i prodotti”. Ed inoltre “la norma è in apparenza in linea con le raccomandazioni europee in tema di sicurezza alimentare”.

Molto si può (e si deve) discutere su questi temi, che per quanto possano sembrare lontani -geograficamente e non- in realtà ci riguardano molto da vicino, così vicino da far parte della nostra stessa umanità. Il sistema economico è tutt’altro che perfetto, e queste sono solo un infinitesimo delle storture che produce ogni giorno, ogni secondo. Come individui possiamo fare ben poco? Probabilmente. Ma abbiamo un’arma fondamentale: la conoscenza, l’informazione corretta. Usiamola per argomentare correttamente, per discutere con raziocinio, e magari immaginare insieme qualche via d’uscita.

Mangino brioches (scadute)!

in economia/giornalismo/mondo/politica by

Più di dieci anni fa, alcuni lo ricorderanno, le geniali autorità della Corea del Nord chiesero ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza: “meglio rischiare l”intossicazione che morire di fame”, pensavano i nordcoreani. O meglio, lo pensavano i loro carcerieri, alias le menzionate geniali autorità nordcoreane.

La Germania rifiutò; ricordo innumerevoli voci alzate contro la gestione fallimentare dell”economia comunista che costringeva i nordcoreani a scegliere tra carestia e possibile contagio “da mucca pazza”.

Bene: il 12 ottobre 2012, le geniali autorità Greche hanno autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti, salvo il rispetto – ci informano i geniali media italiani – di “alcuni paletti chiari” (NIENTEMENO!): “i prodotti che hanno una data di scadenza che precisa giorno e mese, potranno rimanere sugli scaffali fino a un massimo di una settimana in più. Quello dove sono indicati solo mese e anno, 30 giorni oltre la scadenza. Dove invece è riportato solo l”anno oltre il quale è sconsigliata la consumazione, verranno garantiti tre mesi in più di vita commerciale“.

Ora, sicuramente altre geniali menti troveranno modo di esercitare il loro cinismo in susseguiosi distinguo, blaterando che le due vicende non hanno niente in comune.

Sarà per questo che non si alzano – contro le politiche economiche greche – le voci indignate che giustamente condannavano le geniali politiche nordcoreane.

Io invece penso che la testardaggine con cui le geniali autorità nordcoreane e le altrettanto geniali autorità greche (ed europee, trattandosi la Grecia di un paese commissariato) difendono le proprie fallimentari teorie e pratiche economiche, incuranti degli effetti che queste hanno sulle popolazioni dei propri Paesi, costringendole a scegliere tra fame e rischio di malattia, abbiano in comune la stessa feudale noncuranza del benessere dei propri cittadini (pardon, volevo dire “sudditi”!). Ma probabilmente accade perché non sono abbastanza geniale! Santè

La panzana delle priorità

in politica by

Ieri ho dovuto preparare le dichiarazioni dei redditi per quattro clienti, chiudere un ricorso che stava per scadere, finire il conteggio dell’IVA trimestrale per un paio di società e correggere alcune pratiche telematiche presso la Camera di Commercio. E così ho fatto.

Cioè: non è, per dire, che siccome le dichiarazioni dei redditi erano più importanti ho telefonato a quello del ricorso dicendogli mi spiace, ti toccherà pagare perché non posso presentarlo; o che l’IVA trimestrale non l’ho calcolata perché le pratiche telematiche erano prioritarie. Insomma, dovevo fare quattro cose e quattro ne ho fatte: come capita tutti i giorni, credo, a chiunque sia costretto a lavorare per  vivere.

Tutto questo per dire che quando i soliti fenomeni ci avvertono che del matrimonio gay, o dell’eutanasia, o dei diritti civili in generale non ci si può occupare adesso perché le priorità sono altre, tipo la crisi economica, mi viene da pensare che le due cose potrebbero benissimo essere portate avanti entrambe, senza alcuna necessità di posticiparne una per poter completare l’altra.

A meno di non voler concludere che mentre tutti gli italiani, per mangiare, sono costretti ad essere multitasking, i cervelloni che guidano il paese debbono fare una cosa per volta, altrimenti si incasinano, si confondono, si impappinano. Poveracci.

Che dite, volete continuare a raccontarci la solita panzana delle priorità, oppure fate un saltino a studio da me e ci restate una settimanella, così magari vi esercitate?

L’alibi della pseudonecessità

in economia/mondo/politica by

Secondo varie concezioni filosofiche, la necessità è il non poter essere   diversamente di una cosa, al contrario del concetto di contingenza che si basa sul poter essere diversamente. Ad esempio,se io dico”se non respiri morirai”sto pronunciando un’affermazione necessaria, se io dico “la mela è rossa” l’affermazione sarà contingente perchè la mela può essere rossa, verde, gialla. La contingenza è il carattere di ciò che può essere o può non essere. La necessità, al contrario, è il carattere di ciò che è e non può non essere.

Questo tema, apparentemente relegabile in uno scantinato pieno di polvere e dimenticato da dio e dagli uomini, al contrario sta acquistando una sua inedita attualità in quanto l’aggettivo ‘necessario’rientra nella top ten dei termini ultimamente più strausati sia nell’ambito politico, italiano ed europeo, che nella quotidianità mediatica e cronistica in genere. Appare però a volte utile verificare se chi lo utilizza ed i contesti in cui viene utilizzato, in sostanza siano correttamente conformi e rimandabili al vero significato del concetto di cui sopra.

Ad esempio, lo stragista norvegese Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia che hanno provocato la morte di 77 persone, a giustificazione dell’eccidio, definì la sua azione «un gesto atroce ma necessario, per fermare i danni del partito laburista e per fermare una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani». Ammazzare 77 persone non ha avuto alcun effetto reale e quindi si dovrebbe, tra le tante cose, far sapere a Breivik che ha utilizzato in modo inopportuno il concetto di necessario.

Prendiamo il piano europeo per salvare le banche spagnole, 100 miliardi di euro, anch’esso spacciato per necessario e del quale anche l’Italia darà il suo contributo intorno al 20%. Anche il più imbranato e maldestro analista finanziario sa che per rimettere quel sistemo appena in salute di miliardi ce ne vorrebbero almeno 400, che tale intervento farà aumentare il debito pubblico spagnolo del 10 per cento, non porterà nessun beneficio reale all’economia iberica, diretta verso una bancarotta lenta ed inevitabile. Anche qui vale, per le alte teste politiche e finanziarie dell’Unione Europea, l’ammonimento che dovrebbe essere fatto a Breivik nell’utilizzare i termini linguistici appropriati.

Per giustificare il loro appoggio al Governo Monti, Pd Pdl e Terzo Polo il concetto di ‘fatto necessario ed indispensabile’ lo utilizzano sempre e lo tirano in ballo costantemente, così come lo stesso Monti e molti dei suoi competentissimi ministri tecnici esponenti dell’alta borghesia illuminata del Paese hanno spesso parlato, preannunciando i loro provvedimenti, di scelte difficili ma necessarie per la salvezza del paese, per la riduzione dello spread, per riconquistare credibilità internazionale e per l’ingresso nel regno della gioia.

Ora, appare chiaro che qui di necessario l’unica cosa plausibile sia l’abolizione del suffragio universale, perché che ci siano state milioni di persone che hanno creduto che mettendo Monti si abbassasse lo spread, è una roba pateticamente allucinante e di una ridicolaggine assoluta. Tra l’altro, se 1) lo spread si e’ abbassato solo dopo i due interventi della Bce a dicembre e febbraio, 2) parallelamente agli interventi del Governo Monti la tendenza del differenziale è stata crescente e presto pari se non superiore agli standard del precedente governo, 3) il Governatore della Banca d’Italia Visco ha affermato che lo stato Italiano può reggere per due anni livelli di spread a quota 800, beh allora anche questo benedetto Governo Monti non era affatto necessario. Magari contingente si, ma necessario proprio no.

L’ultima cosa per freschezza spacciata per necessaria e’ il fiscal compact di recente approvazione parlamentare. Si tratta di un accordo europeo che rende più stretti i vincoli di bilancio, imponendo a tutti i paesi dell’eurozona in cui il rapporto debito/Pil superi il 60%, un rientro in 20 anni nei parametri previsti. L’Italia che ha un rapporto pari al 120% dovrà rientrare con il 3% annuo, circa 45 miliardi, pari a 900 miliardi di euro ventennali, che si andranno a sommare alle manovre finanziarie ed al pagamento degli interessi sul debito che attualmente ammontano a 80 miliardi all’anno. Anche tale provvedimento, secondo tutti i testi scientifici di economia descritto come portatore di effetti recessivi, simile a quelli adottabili in tempi di guerra e carestia quando una nazione ha come punti forti e fiori all’occhiello della propria esportazione le piattole e la dissenteria, e’ stato definito necessario da Monti e dalla maggioranza che lo sorregge, perché indispensabile all’ingresso dell’Italia nel regno della gioia. Di quale gioia ancora non si e’ capito.

Ora, siccome non sono persone pazze assassine come Breivik, e siccome fanno pure parte dell’alta borghesia aristocratica illuminata del paese e quindi capaci di maneggiare i termini linguistici nel loro significato reale, forse bastava dire un iperminimo di verità, e cioè che questi provvedimenti non sono affatto necessari ma al contrario funzionali ad un’unica contingenza rappresentata dal fatto che Monti serviva come uomo di garanzia per le ‘dinamiche’ finanziare che ci tengono per le palle ed a cui noi per ragioni di realpolitik dobbiamo appecorinarci perche’ cosi’ va il mondo ed i rapporti di forza sono questi. L’andazzo attuale consiste in una formale e definitiva stabilizzazione di questi rapporti di forza, con una zona forte e sviluppata tedesco-franco ed una necessariamente sottosviluppata, l’europa ‘meridionale’, meridionale per italico rimando (perché e’matematico che se ci sta lo sviluppo ci devono stare anche il sottosviluppo e le aree di sofferenza, un po’ come il bene ed il male, un po’come con l’unità d’Italia). Nei fatti questo è e questo sarà, iniziando un lentissimo e lungo cammino che ci porterà inevitabilmente verso la ripetizione su scala continentale dell’esperienza che la Jugoslavia visse negli anni ’90.

Soundtrack:’Cortez the killer’, Neil Young/Pearl Jam ( live Hasselt, Belgium 1995 )

Spread for dummies

in economia by
Kermit

(disclaimer: quando ho pensato di scrivere questo post, mi sono detto “vabbe’, ma è un anno che se ne parla, ti pare che c’è ancora bisogno di un post del genere?”. Poi ho parlato con un tassista.)

Per spread si intende differenziale. Dato un determinato punto di riferimento, lo spread indica quanto diverge dal punto di riferimento un determinato fenomeno. Tale definizione vale quindi per qualsiasi tipo di differenziale. Qualcuno di voi si ricorderà, per esempio, che il tasso di interesse del proprio mutuo casa è “euribor più spread dello X%”.

Il famoso spread di cui sentite parlare tutti i giorni in tv, sui giornali e sull’Internet da gente la cui maggiore preoccupazione è che si veda che la propria cravatta è di Marinella, non è altro che il differenziale tra il rendimento dei titoli di stato italiani a dieci anni e i titoli di stato tedeschi a dieci anni.

Aggiungiamo qualche concetto per rendere più chiaro quanto appena esposto.

Ogni Paese del mondo (tranne qualche sfigato paese africano) emette titoli di debito. Ovvero, fa quello che fa ognuno di voi quando per esempio acquista una motocicletta o una automobile: si fa prestare dei soldi. Qui si potrebbe già notare qualcosa di molto divertente: voi quando prendete i danari, di solito, dovete dimostrare che vi servono a qualcosa. Lo Stato no, lo Stato intanto se li prende, poi vede cosa deve farne. Ma questo è un altro discorso, non divaghiamo.

Quando si prendono soldi in prestito, di solito, bisogna pagare un interesse, dato dal tasso di interesse moltiplicato per il capitale residuo da rimborsare. Il tasso di interesse, a grandi linee, è dato da due variabili fondamentali e in qualche modo connesse: il rendimento privo rischio (risk free rate) che è un valore abbastanza rigido, dato da una formula, e il premio per il rischio, che invece dipende in massima parte dal merito creditizio (ovvero: rischiosità) di chi prende i soldi in prestito. Quindi, per esempio, se prendete un mutuo e vi propongono un tasso di interesse del 6%, tale 6% si compone come segue: un 2% circa è il prezzo che dovete pagare per prendere i soldi in prestito, dato da una formula che tiene conto dell’ammontare che avete richiesto, del tempo per il quale prenderete in prestito i danari, della frequenza delle rate con la quale rimborserete il prestito (dati, converrete con me, abbastanza neutri e pacifici). Il rimanente 4%, invece, dipende dalla vostra rischiosità. Per rischiosità si intende la probabilità che voi non rimborsiate in tutto o in parte il capitale che avete preso in prestito. La vostra rischiosità è data da molteplici fattori, in questo caso un po’ più “aleatori” rispetto a quelli del rendimento privo di rischio. Essi possono essere i più diversi (il vostro paese di origine, la vostra professione, la vostra età, il fatto che il siete governati da una entità nella quale prende le decisioni Scilipoti, il modo in cui in passato vi siete comportati nel rimborsare un prestito e chi più ne ha più ne metta. Volendo, anche il vostro colore di capelli, se solo le statistiche avessero dimostrato che i biondi sono più affidabili dei rossi. E’ la statistica, baby). Anche qui il risultato di tale percentuale è frutto di una formula, certo, ma le variabili che si possono inserire nella formula sono, tendenzialmente, infinite.

Se state ancora leggendo e non avete invece cominciato una partita di Angry Birds, possiamo tornare al famoso differenziale tra titoli italiani a 10 anni e titoli tedeschi a 10 anni.

Per convenzione, negli ambienti economici, si tende a prendere come riferimento del risk free rate un titolo emesso da un debitore particolarmente solido, talmente solido che il suo premio per il rischio è zero o comunque tende a zero. Si suppone quindi, nel caso di tale debitore, che il rendimento atteso del prestargli danari sia dato esclusivamente dal risk free rate, e che il premio per il rischio sia zero.

Come i più attenti di voi avranno già intuito, nell’anno di grazia 2012 il titolo considerato risk free è il famigerato Bund tedesco a 10 anni. Di conseguenza, ogni variazione dal rendimento del Bund (o anche: ogni soldino in più che un debitore debba pagare rispetto a quanto paga il glorioso popolo tedesco) è da considerarsi come, appunto, un premio per il rischio.

Lo spread, quindi, non è un Moloch o un Leviatano, non è un oscuro oggetto misterioso che sta a Bruxelles o Francoforte e che, se solleticato, in qualche modo può aumentare o diminuire. No. Lo spread misura la differenza di rendimento che il mercato chiede all’Italia (o alla Spagna, o al Portogallo, o a chiunque altro -se il tuo fruttivendolo chiedesse un prestito per 10 anni e l’interesse che gli venisse chiesto fosse 7.5%, lo spread tra il fruttivendolo e il Bund tedesco a dieci anni sarebbe all’incirca 600 punti base) per prestare ad essa del danaro. E, posto che il rendimento del Bund è da considerarsi privo di rischio, ogni singolo punto in più di quel rendimento è in qualche modo da considerarsi come un termometro che misura la maggiore o minore rischiosità.

Senza queste basilari conoscenze non si può in nessun modo ragionare sul perché si sia alzato tale differenziale, su quali siano le misure adatte a farlo scendere (ovvero: ad essere meno rischiosi) e su tutto il resto, cosa che farò in un altro post perché vi ho distratto fin troppo dalla Fico e da Balotelli.

Kermit

Fine curioso

in società by
von hayek

Il fine curioso dell’economia è di dimostrare agli uomini quanto poco essi conoscano di ciò che pensano di poter pianificare.

(Friedrich August von Hayek)

von hayek

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