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Noi, gentili col bisogno di difendere gli ebrei

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Io sono un goy, un gentile, come viene spesso tradotto, cioè un non-ebreo. Non lo sono né di religione, né di discendenza: non ci ho proprio niente a che fare. Avverto però con preoccupazione, ultimamente crescente, un senso del dovere nel ribadire l’ovvio, un’esigenza di difesa della comunità ebraica e della sua cultura. Dopo la shoah, viene da pensare, non ci dovrebbero più essere certe preoccupazioni: qualcosa di così terribile non può che aver, per reazione, eradicato ogni forma d’intolleranza verso gli ebrei. È davvero così? Mi pare sempre più evidente, come se riemergesse da un nascondiglio temporaneo e non da un esilio permanente, un certo antisemitismo strisciante, quasi sussurrato, di una levità terribile e spaventosa.

Gli ebrei, dopotutto, sono una minoranza atipica. I guardiani del progressismo se ne curano poco, perché a loro il principio del buon selvaggio sembra proprio non riuscire applicarsi: sono mediamente benestanti, provengono da famiglie di ceto sociale elevato ed estrazione culturale profonda, ecco, non certo un gruppetto di disperati. Sono un gruppo culturale ben – anzi benissimo integrato: mantengono profonde e salde le proprie tradizioni e abitudini, non rinunciano a nessun costume, ma vivono perfettamente inseriti in un tessuto culturale e religioso che non è il loro. Una comunità fortissima e chiusa (talvolta troppo chiusa?), ma perfettamente a proprio agio, almeno nel contesto italiano. Insomma, prendersela con gli ebrei sembra molto meno grave che prendersela con qualsiasi altro sottogruppo etnico o religioso, perché si fa fatica a immaginarli con l’osso al naso. È proprio in questo non-detto che si nasconde la subdoleria del nuovo antisemitismo, nella sua attenuata gravità: un sentimento che trova una sua giustificazione taciuta nella posizione sociale degli ebrei. Laddove ogni attacco, fosse anche involontario, a una qualsiasi altra minoranza viene ormai stigmatizzato dalle reazioni indignate di stampa e commenti, ecco, più passa il tempo e più si avverte una direzione contraria se si parla di ebrei.

A concorrere, mi direte, c’è la questione israeliana, che è diventata un’altra piccola, striminzita foglia di fico sotto cui nascondere quel sentimento che vi dicevo. Perché tutti i distinguo secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo” lasciano il tempo che trovano davanti a un livore adottato contro Israele da molti, troppi, commentatori e intellò occidentali. Israele è l’unica oasi di democrazia a stampo liberale calata in una geografia che parla la lingua opposta. Tanto basterebbe a difenderla, in linea di principio, se uno crede che, sì, le democrazie da queste parti qualche granello di libertà l’hanno racimolato. Certo, nessuno qui sostiene che sia un coacervo di stinchi di santo oppressi dall’arabo con la sciabola affilata: la questione è complessa e spinosa, con migliaia di dinamiche (anche interne, che non consideriamo mai) a definire la risultante del conflitto. Ma la giustificazione latente dell’antisemitismo generalizzato e trasversale che l’Europa sembra vivere ancora, con ogni giorno un giorno di troppo, quella no.

A Marsiglia Zvi Ammar, il presidente del concistoro israelita della città, ha consigliato di non indossare la kippah per strada, per non provocare reazioni violente, in una città che nell’ultimo anno ha subito una trentina di episodi di aggressioni antisemite. Corsi e ricorsi storici: settant’anni fa era una stella gialla, adesso è un copricapo. Soprattutto oggi, non dimentichiamocelo.

La tolleranza che non ti aspetti

in religione by

A scanso di equivoci: Rohani non ci piace così come non ci piacciono i regimi totalitari in genere, non importa il colore politico o l’ideologia che li sorregge. E ancora meno ci dovrebbe piacere la religione, oppio dei popoli e aborto dell’immaginazione umana – abbiamo davvero bisogno di Dio per pensarci migliori? Sorprende però che nel clima attuale di “tensione fra civiltà” – non siamo ancora allo scontro, per fortuna – il presidente iraniano in visita a Roma abbia sottolineato un punto piuttosto importante, cioè che “il Corano insegna a rispettare chiesa e sinagoga”.

L’idea che il mondo islamico consideri gli appartenenti alle altre due grandi religioni monoteiste come “infedeli” è profondamente erronea – sebbene tale idea sia stata alimentata in buona parte proprio da alcune fra le correnti musulmane più radicali. Nel Corano infatti, Cristiani ed Ebrei vengono definiti “la gente del Libro”, in chiaro riferimento all’Antico e al Nuovo Testamento, nettamente distinta dai “pagani” veri e propri, cioè i politeisti. Pare anzi che tale definizione possa addirittura applicarsi a Induisti, Buddhisti e Zoroastriani, i cui testi sacri erano tenuti in grande considerazione dall’Islam delle origini.

Le genti del Libro sono miopi, ci dice il Corano, poiché fanno un po’ troppa confusione sull’idea di Messia, e, soprattutto, non riconoscono Maometto come profeta. Tuttavia, esse hanno la possibilità di salvarsi e di accedere al Paradiso, in virtù di un substrato monoteista fondamentalmente condiviso; una volta che ci si è messi d’accordo sull’esistenza di un unico Dio, sul resto si può (più o meno) chiudere un occhio. Ecco cosa dice la sura V (detta “della mensa”), versetto 48, a proposito dei differenti approcci alla Verità:

A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio, avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato.

Certo, Ebrei e Cristiani rimangono in errore nel momento in cui abbandonano la via che è stata loro indicata da Dio nella Torah e nei Vangeli – e questo, secondo il Corano, capita piuttosto spesso – , ma ciò non toglie che esista per loro, grazie a una sorta di potenzialità salvifica universale, la possibilità di godere “dei frutti che hanno sulle loro teste e sotto i loro piedi” (sura V, versetto 66). Insomma, un bell’esempio di tolleranza e relativismo religioso che, purtroppo, non trova uguali nel Vangelo o nelle parole di Gesù (su questo punto magari ritorneremo un’altra volta).

Tutto ciò non significa che dobbiamo per forza farci piacere l’Islam – e tanto meno Rohani. Si tratta però di considerare, almeno per un attimo, che l’alterità del Corano in quanto testo sacro non si traduce sempre e necessariamente in un invito alla violenza o alla persecuzione religiosa. C’è un mondo di complessità in quelle pagine che, per poter essere interpretato, andrebbe letto con una certa attenzione e, soprattutto, senza pregiudizi.

L’alternativa a questo metodo è Oriana Fallaci.

L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

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Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

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Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

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Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

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Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

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E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

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Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

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Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

Now, seriously, Coleman Silk

in politica/società by

Un professore universitario, innervosito dal fatto che due studenti non si sono presentati in classe per tutto il semestre, chiede in aula chi saranno mai questi “due zulú” che non si sono mai degnati di farsi vedere. Mal gliene incoglie: a sorpresa, i due studenti sono neri e lui si ritrova coinvolto in uno scandalo, gli è impossibile razionalizzare l’indignazione altrui, e finisce per perdere il lavoro e la moglie.

Questa è la trama de La Macchia Umana, un romanzo scritto meno di vent’anni fa da Philip Roth.

Ora, io non so come Roth la pensi sull’argomento e non ho idea se condividerebbe il parallelo, ma non credo di essere il solo che ha in testa il nome di Coleman Silk, il protagonista del romanzo, in un numero crescente di episodi degli ultimi anni.

C’è stato il caso del disgraziato che ha avuto la pessima idea di indossare la camicia con le donnine, di cui si è giá parlato qui, gli attacchi inveleniti a Barilla e Stefano Gabbana. Piú recentemente, la federazione americana di wrestling ha rescisso un contratto con Hulk Hogan per delle battute “razziste”. Ma è la storia di Tim Hunt, il “nobel maschilista”, che ricorda in assoluto di piú Coleman Silk. Crocifisso pubblicamente per aver affermato – pur avendo premesso che si trattasse di osservazioni non serie – che donne e uomini dovrebbero far ricerca in ambienti separati, se no “le donne piangono quando vengono criticate, o si innamorano”, Hunt è ancora un nemico pubblico: qualche giorno fa l’Università di Ferrara ha subito pressioni per ritirare l’invito a un convegno temendo l’assalto delle erinni.

Facciamo un passo indietro.

Di cosa parlerebbe Hunt a Ferrara? Di fisica, presumibilmente. Nessuno dei presenti, a parte le non invitate contestatrici, menzionerebbe l’episodio. La scelta piú razionale sembrerebbe quindi essere quella di mantenere l’invito e, semmai, rinforzare la sicurezza. Eppure, spesso non va cosí. Perchè?

Perchè oggi, ed è secondo me una tendenza molto pericolosa, l’ambizione a una esistenza pacifica, o anche solo ad essere valutati nel lavoro solo per quel che si produce, è sovrastata dal rumoroso incedere di chi invece ha in testa un modello totalitario della persona e delle sue opinioni. Il puritanesimo progressista oggi sanziona “privatamente”, cioè coi boicottaggi e la pressione, chi esprime pareri bigotti, ma travolge anche chi non li possiede: un nerd con una camicia, o un professore inglese che, in Korea, fa una affermazione volutamente paradossale. Non esistono, in questa visione, comportamenti che attengono a una sfera professionale e comportamenti “privati”: per conseguenza, non esistono nemmeno opinioni “private”. Nel momento in cui si lascia intendere di avere una opinione difforme, questo equivale giá ad aver dato prova di una disposizione psicologica a mettere in atto il comportamento incriminato: usi “zulú'” per parlare di due studenti neri? è come se li avessi già valutati, trattati, esaminati in modo diverso solo per il colore della pelle.

Inizia quindi a farsi strada l’idea che, se si associa un personaggio ad un marchio, il pubblico debba seguire quel personaggio in uno spettro di attività ben piú ampio di quella “caratterizzante”, e il possessore del marchio è costretto a scaricarlo per prevenire un danno quando questi esce dal recinto dell’accettabilitá sociale. Così è andata per Hulk Hogan. Il ragionamento è il seguente: un calciatore non aggiunge valore solo per le sue giocate, ma anche per il suo impegno a favore dei poveri,  uno stilista ha il diritto di lavorare in pace solo se dice le cose “giuste”  contro i disordini alimentari, uno scienziato deve dirsi preoccupato per lo stato dell’ambiente (e in particolare del riscaldamento globale, ça va sans dire), un manager deve adoperarsi contro la discriminazione dei gay, e cosí via.

Questa tendenza, ovviamente, ha forza solo perchè è un comportamento di gruppo: è la maggioranza , o quantomeno una massa critica, che rende rilevanti queste pretese.

Insomma, la mia preoccupazione è che molte anime candide sottovalutino la piega che questa cosa sta prendendo perchè, sostengono, si tratta di battaglie forse condotte con metodi individualmente un po’ estremi ma quantomeno a favore di cause giuste. Non dubito della buona fede. Faccio peró presente che certi comportamenti oggi tollerati e difesi erano ieri considerati devianti, ed è stata piú la cattolica ipocrisia, il non applicare al caso particolare il ragionamento generale, a salvare la qualità della vita di un travestito del 1950, che non il fervore fideista di chi allora applicava con altrettanto zelo la morale corrente. Un atteggiamento simile, d’altra parte, a quello di chi trent’anni prima costringeva la politica americana a imporre un insensato bando alla vendita di alcolici. Che, indubbiamente, fanno male.

Pensiamo che sanzionare le affermazioni omofobe, oggi, sia un accettabile compromesso rispetto alla libertà di espressione: in fin dei conti, chi esterna certe convinzioni è un retrogrado, un ignorante. Questo lo pensiamo oggi, quando, per coincidenza, le anime candide sono d’accordo con il pensiero della maggioranza. Chissà se, una volta che ne avremo avallato completamente il metodo, non arrivi una maggioranza diversa, ma con idee differenti. O quando faranno un passo in piú, perchè in fondo anche quella degli ayatollah è una forma di politicamente corretto. Chissà quanti si renderanno conto di aver contribuito alla deriva.

P.S. l’Università di Ferrara ha ritirato l’invito. Avesse voluto rimanere in piedi con dignitá, avrebbe invece potuto pubblicare il testo completo delle dichiarazioni di Tim Hunt. Che diceva, dopo le parole incriminate: “Now, seriously, I’m impressed by the economic development of Korea. And women scientists played, without doubt an important role in it. Science needs women and you should do science despite all the obstacles, and despite monsters like me.

Now, seriously.

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