un blog canaglia

Tag archive

donne

La cacca del Dalai Lama

in religione/società by

Nel suo Dizionario filosofico (1764) Voltaire racconta, alla voce “Religione”, dell’acerrima lotta fra due scuole teologiche dell’estremo Oriente, le quali, per risolvere un’antica disputa, decisero di rivolgersi al Dalai Lama. Questi, come prima cosa, distribuì la cacca raccolta nella sua seggetta, e attese che entrambe le fazioni dessero vita a un vera e propria adorazione della divina merda; una volta stabilito il culto, il Dalai Lama si sbilanciò a favore di una delle fazioni, mentre l’altra, adirata, se la prese col feticcio del Buddha vivente. Quella che ne seguì fu una tremenda guerra fatti di assassini, morte e violenze di ogni tipo, con i due campi intenti a sterminarsi vicendevolmente in nome del responso fecale. Il Dalai Lama, conclude Voltaire, essendo molto divertito dalla situazione, decise di continuare a distribuire cacca a tutti i fedeli e devoti in cerca di verità.

Il messaggio del grande filosofo francese è decisamente chiaro: la religione teologica, con i suoi dogmi e verità universali, non è altro che il prodotto di una manciata di individui capricciosi che amano divertirsi alle nostre spalle. La Ragione, unico vero mezzo per giungere a Dio, è la sola strada percorribile in un mondo infestato da stupidità e menzogne, superstizioni e intolleranza.

Nella giornata di ieri, il solito intervistatore medio americano ossessionato dalle stronzate del politically correct ha interrogato l’attuale Dalai Lama sulla possibilità di un successore donna. La risposta, decisamente inaspettata, sta facendo il giro dei media internazionali: “Certo, e questa donna dovrà essere molto attraente”. Al giornalista stupefatto che chiedeva conferma a tale affermazione, il monaco, ridacchiando proprio come nella storiella di Voltaire, ha ribadito, deciso, il concetto.

Lo stupore dell’intervistatore e, più in generale, del pubblico Occidentale, dà la misura dell’importanza che attribuiamo all’opinione di personaggi la cui presunta saggezza è solo una conseguenza del ruolo che ricoprono. Cerchiamo conferme alle nostre idee, ai nostri valori, in figure che non possono fare altro che confermarci quel che già sappiamo (un’attitudine, fra l’altro, molto spesso ammantata di piaggeria), o sconvolgerci con affermazioni di una povertà umana e intellettuale disarmante. La gaffe del Dalai Lama sulle donne è sullo stesso piano della presunta apertura mentale di Papa Francesco, a quanto pare degno delle più grandi lodi per aver esortato i vescovi americani a porre un freno alla pedofilia del clero – come se questo non fosse un atto (come minimo) dovuto. Il buon senso e la morale non sono appannaggio esclusivo della religione; eppure, la voce potente degli uomini di Dio è un balsamo che le nostre menti e le nostre coscienze – evidentemente incapaci di funzionare in maniera autonoma – non rinunciano a cercare, a invocare persino.

250 anni dopo la pubblicazione del Dizionario Filosofico, continuiamo ancora a prestare orecchio e attenzione alle puttanate del Dalai Lama.

Addio Postalmarket

in società by

È un pomeriggio di luglio del 1998, mi sono chiuso a chiave nel bagno, sul termosifone ho poggiato in equilibrio precario il catalogo primavera-estate di Postalmarket. È aperto alla sezione “intimo” e sulla pagina campeggiano le chiappe perizomate di una modella brunetta. La guardo inebetito e immagino come potrebbe essere toccarla e farci cose.

Bussano alla porta. «Che stai a fa’?» chiede la voce acuta della sorellina. «Niente…» rispondo. «E allora esci che giochiamo» ribatte lei. «Oh, non rompere le palle» urlo cercando di usare il tono più minaccioso possibile nella speranza di essere finalmente lasciato in pace.

Torno a guardare la brunetta. Passo dal sorriso splendente alle chiappe: sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe. Ho undici anni, quasi dodici, e penso che la sensualità sia tutta sorriso-chiappe (oggi, a ventinove, penso più o meno la stessa cosa).

Niente, non funziona, ho perso il ritmo. “Basta, questa m’ha stufato” mi dico. Allora sfoglio una, due, tre pagine; nel frattempo il catalogo scivola lentamente, cade sul pavimento. Lo raccolgo, riesco con difficoltà a rimetterlo nella stessa posizione di prima. Sfoglio con delicatezza per trovare un’immagine adeguata. Mi soffermo su una riccia rossa con occhi verdi e carnagione piuttosto pallida. È bella, non faccio fatica a riprendere il ritmo. Dal vetro satinato della finestra penetra una luce pomeridiana, fuori fa caldo ma in bagno c’è fresco. Sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe.

Addio Postalmarket. Grazie di tutto.

Poche autrici, pochissime protagoniste

in cultura/scrivere/società by

E’ difficile scrivere qualcosa su cui non si è d’accordo. Quantomeno, istintivamente. A me, per esempio, risulta complicato scrivere riguardo al gender gap. Non perché non credo nell’esistenza del problema, anzi; ma perché quasi sempre trovo l’approccio degli articoli ad esso dedicati completamente sbagliato. Veniamo bombardati quotidianamente da indagini spesso banali e approssimative sul tema della disparità di genere, dalle quote rosa al femminicidio (giusto ieri la home page di Repubblica dedica un articolo al mancato pareggio maschio-femmina nelle elezioni regionali, e ha tristemente battezzato un’intera sezione “Speciale Femminicidio”). Di conseguenza, per chi come me trova controproducenti le quote rosa e non ritiene il femminicidio un’emergenza, leggere che c’è un gender gap nei libri più premiati – non tanto a livello di autore, ma soprattutto di personaggi! – fa venire da sorridere.

Già, perché proprio ieri Quartz ha pubblicato un post che analizza il sesso dei protagonisti degli ultimi 15 vincitori del premio Pulitzer. Dal 2000 al 2015 nessuno dei libri premiati è incentrato principalmente su un personaggio femminile, nonostante ben 6 detentori del titolo siano donne. L’autrice inglese Nicola Griffith ha effettuato uno studio estendendo il campione ad altri premi, osservando sostanzialmente lo stesso effetto: parità di genere tra vincitori, forte disparità tra i protagonisti.

Winners-of-major-literary-prizes-2000-2015-Totals-across-six-prizes_chartbuilder

Nonostante un sostanziale pareggio tra il totale degli scrittori e delle scrittrici, su 89 romanzi solo 15 (il 17%) hanno le donne protagoniste. Di questi, 12 sono stati scritti da donne, 3 da uomini. Griffith deduce che più il premio è prestigioso (in termini di successo e di soldi), più è improbabile che il vincitore parli di donne: “Ciò significa o che le scrittrici si autocensurano, o che la critica ritiene le donne spaventose, orribili o noiose […] ergo che il punto di vista femminile non è interessante o non ha valore”. In un appendice all’articolo, l’autrice sostiene che grazie alla mole di dati che stanno raccogliendo diversi istituti (tra  cui la VIDA: Women in Literary Arts), questi stessi dati “ci daranno sentieri. I sentieri ci daranno connessioni. Le connessioni ci aiuteranno a discriminare tra causa ed effetto, e una volta trovate le prime potremo trovare le soluzioni”. Di fronte a queste affermazioni piene di belle speranze, mi sento di dover raffreddare gli entusiasmi ricordando che non è così facile discriminare cause ed effetto, soprattutto in quei casi (e questo, lo è) particolarmente a rischio di correlazioni spurie. La mia perplessità si fa ancora più forte di fronte all’ingenua affermazione di Griffith: “Abbiamo ora gli strumenti per analizzare e mostrare masse di informazioni in modi che le rendano FACILI (caps lock mio) da capire”.

Ripeto: bisogna fare molta, molta attenzione a maneggiare dati, soprattutto in ambito qualitativo/categorico. La correlazione spuria è dietro l’angolo e non aspetta altro che essere sbattuta sulla prima pagina del Corriere o di Repubblica (si veda qua per un breve sunto sull’amore dei giornali per tali assurdità). Allo stesso modo bisogna cercare di inquadrare le dimensioni del problema e i pericoli che ne derivano per la società. E’ possibile, come dice Griffith, che il fatto che i critici premino solo romanzi aventi protagonisti maschili possa traviare negativamente il comportamento delle persone? “Stories subtly influence attitudes. If women’s perspectives aren’t folded into the mix, attitudes don’t move with the whole human race—just half of it”. Non staremo esagerando? E non sbaglia di grosso Quartz quando dice che questo non accadeva in passato? Dice: “Anecdotally, it’s hard to argue that the world’s greatest novels, whether by men or women, are skewed away from a female perspective (though an analysis might prove otherwise). Books like Anna Karenina,Jane Eyre, Clarissa, Mrs. Dalloway, To Kill a Mockingbird, The God of Small Things, The Portrait of a Lady, and The Handmaid’s Tale offer some of art’s richest depictions of the lives of girls and women across centuries and cultures.” Peccato che non solo potremmo citare un miliardo di romanzi dello stesso periodo aventi protagonisti maschili, ma anche che spesso quelli che oggi consideriamo capolavori erano del tutto ignorati dai lettori contemporanei.

Se il problema dei gusti dei critici permeasse in maniera così significativa il mondo reale, probabilmente non esisterebbero i Vanzina. Per mettermi il cuore in pace, sono andato su amazon.com a vedere quali fossero i bestseller del periodo 2000-2015 ed – escludendo quegli orribili libri che insegnano a diventare manager di sé stessi o peggio ancora a trovare Gesù – ho scoperto quanto segue:

tab1 gender gap
Indovinello: i 4 libri con autore “f” e protagonista “m” sono scritti dalla stessa autrice e hanno lo stesso protagonista. Chi?

 Di nuovo, negli ultimi 15 anni i bestseller su amazon.com sono equamente divisi tra autori ed autrici. Tuttavia, solo 4 libri (il 27%) sono incentrati sulle donne. Per quanto la percentuale sia più alta rispetto ai libri vincitori di premi, sembra che il gender gap nella trama permane anche tra i libri più commerciali. Ha quindi ragione Griffith? Prima di trarre le conclusioni, facciamo un paio di prove cambiando prima mercato e poi settore culturale.

La tabella che segue riguarda il mercato italiano. Ho confrontato i libri vincitori del premio Strega e del premio Bancarella nel periodo 2000-2015. Ecco il risultato:

tab2 gender gap
Gli “n.a.” hanno protagonisti non classificabili, nel senso che sono incentrati su una coppia, su una comunità, o su un bel fico secco di niente

Grazie soprattutto agli “n.a” la percentuale “f” sale al 20%, non distante dal campione della Griffith (che, tra l’altro, ha il triplo della dimensione del mio). Tuttavia, scompare l’equilibrio di genere tra gli autori: molto male. E per quanto riguarda i più letti in Italia? Purtroppo non ho trovato un sito affidabile come Amazon, e quindi mi sono dovuto appoggiare alle informazioni di questo articolo, da cui si deduce che:

tab3 gender gap

ben il 33% dei libri più venduti nell’ultimo quindicennio hanno protagoniste femminili. Non è il pareggio, ma nemmeno le basse percentuali di prima. Tuttavia, come per i vincitori dello Strega e del Bancarella, sparisce l’equilibrio di genere tra gli autori.

Un’altra domanda che mi sono posto è stata: “Ok, questo accade nei libri. Ma cosa dire riguardo ai film? Anche loro hanno registi e registe, anche loro hanno protagonisti e protagoniste, e posso analizzare i più premiati e i più venduti”.

Questi i risultati:

tab4 gender gap
Film vincitori dell’Oscar, della Palma d’oro e dell’Orso d’oro. “f” è il 27% del totale.
tab5 gender gap
“f” è il 7% del totale
tab6 gender gap
Film vincitori del Leone d’Oro. Ok, avrei dovuto usare il Donatello (che ha giudici italiani per film italiani) ma oramai ho fatto la tabella. E poi il Bancarella premia anche gli stranieri. Comunque, “f” è il 27%
tab7 gender gap
come per il mondo, “f” è il 7%

Ricapitolando:

graf 2 gender gap

graf 1 gender gap

 

Il mondo del cinema è ancora più impietoso di quello dei libri. Non solo si ribalta il rapporto premi VS vendite (cioè i critici danno più spazio a protagoniste femminili di quanto poi faccia il pubblico in sala), ma addirittura spariscono, sia tra i premi che tra le vendite, i film con registe femmine.

E ora, le conclusioni. Visti questi dati, si può dire che c’è un problema importante per quanto riguarda le trame più lette e meglio valutate nell’ultimo quindicennio. Questo basandoci sul presupposto del tutto intuitivo (in quanto difficile da negare ma allo stesso tempo impossibile da dimostrare) che il sesso del protagonista non possa essere la discriminante che fa di un libro o di un film un capolavoro o uno spreco di soldi. Purtroppo, l’unica cosa certa è che questo tipo di analisi sia del tutto insufficiente. Il campione andrebbe esteso nel tempo considerato e nel numero di vincitori e di libri letti. Andrebbero considerate le nomination, e non solo i vincitori. Andrebbero considerati i 10 libri più letti nell’anno, e non soltanto il primo. Dopodiché potremmo trarre le dovute conclusioni, che poi probabilmente non saranno molto lontane dai numeri mostrati in queste tabelle. E magari, potremmo altresì vedere un lento ma costante aumento della quota femminile lungo i decenni, segnale positivo di un processo che – senza quote rosa – si sta aggiustando da solo.

 

Una giornata per convincere le donne a volersi più bene

in società by

Disclaimer numero 1: qui nessuno, e dico nessuno, intende giustificare i criminali che picchiano e ammazzano chicchessia, ivi comprese le donne e tantomeno se le percosse e gli omicidi in questione si riconducono a motivi futilmente abietti -mi si perdoni l’ossimoro- quali gelosia, storie d’amore che finiscono o separazioni.
Però vediamo di metterci d’accordo: se si tratta di fare un po’ di cagnara e basta facciamolo pure, così ci sentiamo un po’ meglio e da domani ricominciamo a occuparci di altro; se invece, come io credo sarebbe opportuno e direi necessario, il problema è capire cosa possiamo fare affinché queste nefandezze “non accadano più”, sarà il caso di dirci la verità.
Ebbene, una parte non indifferente della verità è che nessuno, fatte salve le rare eccezioni che confermano ogni regola, impazzisce da un momento all’altro, senza alcun segnale premonitore, e sgozza la sua ex fidanzata perché lo ha lasciato o perché si scambiava degli sms con un altro.
Una parte non indifferente della verità è che spesso, molto spesso, i “segnali premonitori” sono tanti e concordanti, e generalmente seguono una progressione di violenza chiarissima, dalla piccola scenata di gelosia per lo sguardo fugace lanciato a un passante fino alle liti, agli insulti, allo stalking e infine alle botte, o nei casi più drammatici all’omicidio: e che le piccole sopraffazioni iniziali, quelle più “blande”, col passare degli anni conducono all’escalation fatale se e nella misura in cui vengono ignorate, o peggio accettate, in primo luogo dalle donne che le subiscono.
Disclaimer numero 2: sono consapevole di “essere un uomo”, ma non credo che ciò implichi, come spesso viene rilevato in questi casi, che io “non possa capire”. Al contrario, sono abbastanza sicuro di sapere quello che dico. Perché ne ho avute tante, ma tante, di amiche che hanno smesso di uscire la sera perché il loro ragazzo “non voleva”; che hanno cambiato modo di vestire, frequentazioni e abitudini per andare dietro ai tiramenti del fidanzato un po’ “fumantino”; che si sono ingoiate senza colpo ferire quelle intollerabili violenze -perché di violenze, ancorché non fisiche, si trattava- anche se avrebbero potuto rifiutarle, decidendo consapevolmente che per qualche motivo fosse ragionevole subirle.
Disclaimer numero 3: so perfettamente che questa analisi non esaurisce il problema. Ma credo sia una parte del problema di cui si parla poco. Molto poco. Molto meno di quanto si dovrebbe. Ebbene, io ho la nitida sensazione che -in un numero di casi che non esauriscono il problema, ma che ne costituiscono una parte decisamente sostanziosa- se le donne mandassero a fare in culo questi ominidi -perché di ominidi si tratta- ai primi, timidi segnali della loro violenza ottusa, anziché giustificarli e sopportarli in nome di un concetto di “amore” non meglio precisato che con l’amore non c’entra niente, finché pian piano quelli non si prendono il dito, poi la mano e alla fine tutto il braccio, alzando progressivamente il tiro e trasformandosi in mostri assassini da cui -a quel punto davvero- non si riesce più a fuggire, la stragrande maggioranza delle tragedie che ci tocca leggere sui giornali non avrebbero mai luogo.
Dice: è una questione culturale, bisognerebbe cambiare la mentalità.
Sono d’accordo. Sono molto d’accordo. Ma probabilmente il discorso non si limita ai maschi. Andrebbe cambiata, credo, anche la mentalità di certe donne, aiutandole a convincersi che un minus habens con il vezzo di metterle in croce per una gonna troppo corta o per una serata in discoteca con le amiche è lontano dal meglio quanto io sono lontano dal record mondiale dei cento metri piani; che quel meglio loro lo meritano, sempre; che tutta la merda che con quel meglio non ha nulla a che vedere è roba che va gettata via subito -perché gettarla via subito si può, in modo quasi indolore, mentre se si lasciano passare anni diventa una tragedia-, e per ogni imbecille che si manda a cagare ci sono decine di persone gentili e amorevoli da conoscere e frequentare al posto suo.
Come dicevo, qui nessuno intende giustificare chi picchia o ammazza chicchessia, ivi comprese le donne: ecco, se anche certe donne (molte, troppe donne) smettessero di farlo sarebbe davvero un toccasana.
E se magari la “giornata contro la violenza sulle donne” si trasformasse costruttivamente nella “giornata per convincere le donne a volersi più bene” saremmo un passo avanti.
Un gran bel passo avanti.

Bambole senza peli

in società by

Debbo dirvi la verità: io a questa cosa penso molto spesso.
Penso spesso, cioè, al fatto che mentre si additano ostacoli di ogni sorta, veri o presunti, alla concreta possibilità che uomini e donne abbiano le stesse possibilità, vale a dire che si consegua la cosiddetta “parità tra i sessi”, si ignora completamente il capitolo “bellezza”, che invece secondo me è uno dei fattori decisivi.
Voglio dire: è scritto da qualche parte che le donne, in media, debbano dedicare al proprio aspetto fisico una quota di tempo e di risorse infinitamente superiore a quella degli uomini? E’ scritto da qualche parte che in un modo o nell’altro debbano impreziosirsi con orecchini, bracciali, collane, unghie laccate, messe in piega, depilazioni, trattamenti di bellezza e via discorrendo?
No. Eppure questo, normalmente, succede: e ha almeno un paio di risvolti importanti, per come la vedo io.
Il primo, che volendo è anche il meno cruciale, riguarda il tempo. Quanto tempo ci vuole per truccarsi ogni mattina? Dice, io non mi trucco. E ok, tu non ti trucchi. Ma in genere le donne si truccano. O perlomeno si tolgono i peli, no? Ebbene, quanto tempo ci vuole per depilarsi le gambe, l’inguine e le braccia, comprendendo nel computo l’organizzazione, gli appuntamenti con l’estetista e il diabolico incastro con tutti gli altri impegni? Quanto per andare dal parrucchiere? Quanto per vestirsi, ché volendolo fare in modo decente, tra vestiti e accessori vari, c’è da combinare tra loro almeno il doppio delle cose che ha addosso un uomo? E quanto costa star dietro a tutta questa roba? Tanto, mi pare. Tanto tempo, e tanti soldi.
Ma il punto vero, abbiate pazienza, non è neppure questo.
Il punto vero mi pare possa coincidere con una domanda alla quale fatico a rispondere: perché, nel 2014, è ancora largamente condivisa l’idea che le donne, in un modo o nell’altro, debbano essere “belle”? Badate: a tutti i livelli, dico. Perché a me pare che è fin troppo facile scassare la minchia quando a una viene dato un incarico importante perché è avvenente. Cioè, ci sta. Ma se poi, nel proprio piccolo, si continua a declinare lo stesso principio agghindandosi di ninnoli come delle bamboline, lisciandosi le cosce, ritoccandosi le sopracciglia, arrampicandosi su tacchi scomodissimi e chi più ne ha più ne metta, stiamo parlando grosso modo dello stesso campo di gioco. O perlomeno dello stesso sport.
Alcune amiche mi dicono: guarda che noi siamo costrette. Ed è vero. Ché oggi come oggi una donna coi peli sulle gambe farebbe senso un po’ a tutti. Ma, voglio dire, è una convenzione. E’ un gusto, che ha un retroterra meramente culturale e in quanto tale si può cambiare: magari piano piano. Eppure a me non sembra che si vada in quella direzione. Anzi, mi pare di intravedere quasi la tendenza opposta.
Altre amiche osservano: che cazzo vuoi, a me piace esaltare la mia “femminilità”. Come se la femminilità fosse un concetto intrinsecamente connesso a farsi belle a tutto beneficio dei maschi (perché in ultima analisi è per piacere ai maschi, che questa cosa avviene, giacché è per questo, mica per altro, che è stata codificata nel tempo): dal che, ragionando a spanne, si potrebbe desumere la pericolosa conclusione che femminilità e maschilismo siano più o meno la stessa faccenda; cosa che io non credo, nonostante il condizionamento culturale che inevitabilmente travolge anche me.
Ecco, io penso che tra le polemiche sulle tette in tv, sulle donne avvenenti che ottengono posizioni sociali di spicco e sulle barzellette sessiste questo argomento venga clamorosamente trascurato. Come se non esistesse. Mentre mi sembrerebbe (davvero) decisivo almeno discuterne.
Perciò queste ragazze, che si lasciano allegramente crescere i peli senza tirarli via, mi suscitano simpatia e stima: perché mi pare che abbiano colto, magari in certi casi senza neppure volerlo, un pezzetto di questo tema importantissimo.
Lo dico apertamente: non mi piacciono per niente. Proprio per niente. Ma so, lo so, che il fatto che non mi piacciono non è altro che un condizionamento, dal quale -temo- non sarò mai libero.
Però, abbiate pazienza: lasciatemi sperare che tra qualche decina d’anni ragazze così possano piacere ai miei nipoti, o ai nipoti dei miei nipoti.
Per come la vedo io, vorrà dire che avremo fatto un passo avanti mica da ridere.

Dove sono, oggi, le biancovestite?

in politica by

In Italia, nella capitale dell’Italia, è possibile che a una donna venga sequestrato il corpo due volte: la prima perché non può accedere alla diagnosi pre-impianto pur essendo potenzialmente portatrice di una terribile malattia genetica, e la seconda perché dopo aver scoperto che il feto che porta in grembo è affetto da quella malattia l’obiezione di coscienza la costringe ad abortire come un animale, in un cesso, tra conati di vomito e svenimenti.
Ecco, a questo punto mi sorge una curiosità: cosa dovremmo aspettarci che facessero, oggi, le parlamentari che ieri si sono vestite di bianco per difendere le quote rosa nella legge elettorale?
Come minimo, se nella vasta gamma delle vicende umane esiste un minimo di proporzione, che accorressero davanti a quell’ospedale coi vestiti bianchi ancora addosso e se li stracciassero gridando fino a restare ignude e senza voce, finché qualcuno non si presentasse a dar loro conto di come sia potuto avvenire un abominio del genere.
Invece, a quanto mi risulta, davanti all’ospedale quelle parlamentari non ci sono andate: né vestite, né ignude; e mi premetto di dubitare che lo facciano nelle prossime ore.
Fate il favore: abbiate almeno la decenza di non venirci a raccontare ancora che il problema è la parità di genere nella legge elettorale.

Ringraziare no?

in società by

Fatemi capire una cosa: quando lo dicevate voi che le deputate, le assessore e le ministre dell’altra parte politica occupavano quei ruoli soltanto perché abili nell’arte del pompino – ebbene sì, in senso tecnico è un’arte – andava tutto bene? Adesso che un grillino esagitato ve lo grida a piena voce sarebbe un insulto, hate speech, discorso dell’odio, come dice la Marzano? Fatemi capire perché questa logica dell’indignazione mi sembra richiamare una presunta superiorità morale accompagnata da abbondante puritanesimo. “Noi, donne del Pd, non solo siamo qui perché brave, ma certe cose non le facciamo” sembra il succo delle dichiarazioni di queste ore. La Marzano dice di aver smesso per qualche secondo di respirare. Manco le avessero investito il cane. Alessandra Moretti si scusa in tv perché costretta a riportare la presunta frase pronunciata dal deputato del M5S De Rosa, una frase che contiene la parola pompini. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità dei bambini. E ci posso stare. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle famiglie. E ci posso stare, anche se non capisco cosa significhi urtare la sensibilità di una intera famiglia. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle donne. E qui non ci sto. Ma perché la parola pompino dovrebbe urtare la sensibilità femminile? Ma santo cielo, siete pazze? Solo a me pare che sia una potenziale forma di potere?

Lo so che adesso molte di voi saranno incazzate. Non dovreste, perché sto dalla vostra parte: vorrei che non ci fosse una questione femminile da discutere. Però, a differenza vostra, ritengo che per ottenere una parità effettiva, occorra essere disposti a parlare di pompini. E ritengo che, se qualcuno vi grida che siete brave a fare solo quello, invece di sporgere denuncia, potreste rispondere “Sì, grazie, anni di pratica”.

Sta a noi

in religione/società by

L’aborto è un diritto fondamentale che non c’entra nulla con la concezione cattolica della sacralità della vita, né con quella laica che si richiama alla qualità dell’esistenza.

Questa posizione non toglie nessun diritto a quanti la pensano in modo diverso, e mi sembra che il concetto che molte donne stanno esprimendo in questi giorni – in Spagna e in tutto il mondo – sia piuttosto chiaro e semplice: «decido io se, quando e quanti figli avere».
Decido io, appunto.

Non pretendo di convincere nessuno, ma vorrei che sia chiaro che anche in Italia c’è da combattere un sistema di pensiero, una mentalità che ci colpevolizza, che vuole  impedire una nostra libera scelta. Sta a noi vigilare e agire perché i nostri diritti non vengano calpestati e perché qualcun altro non decida delle nostre vite; sta a noi decidere di non assistere inermi mentre passano sopra alla nostra salute.

Detto questo, c’è da dire che la questione centrale non è aborto sì/aborto no, ma scegliere tra legalità o illegalità, perché una donna che non può portare a termine una gravidanza “semplicemente” non la porterà a termine. E se potrà permetterselo andrà all’estero – nei paesi dove è consentito – oppure si recherà presso strutture non autorizzate, o clandestine, con il rischio di gravi danni per la sua salute. Non si elimina il problema vietando o proibendo, piuttosto lo si amplifica perché si alimenta un mercato nero dove a rischio ci sono vite umane (quelle che i pro-life tanto difendono).

Quello che è successo in Spagna deve servirci da monito, perché potrebbe avvenire anche in Italia.
A conferma che i diritti non si acquisiscono una volta per tutte, ma, ottenuti, vanno continuamente difesi. E la difesa, come giustamente afferma Loredana Lipperini, non può essere di maniera, non basta più la petizione, né il post. Bisogna trovare altre riforme, e appunto altre parole. La narrazione fondamentalista è stata fino ad ora, purtroppo, molto efficace. Non serve censurarla ed è folle ignorarla: va contrastata e bene.
Dobbiamo opporci con un altro tipo di narrazione, in modo non violento, ma non possiamo più restare a guardare.

Ora sta a noi.

Mi preoccupa

in società by

I punti veri della questione non sono neppure il lessico, la retorica, le iniziative che, per come la vedo io, non servono a niente: voglio dire, se degli uomini famosi ritengono di farsi fotografare accanto a slogan variamente assortiti che condannano la violenza sulle donne, se la Comencini ha l’alzata d’ingegno di scrivere una lettera gonfia di citazioni e luoghi comuni indirizzandola “agli uomini” per comunicare loro non si capisce bene cosa, se un certo numero di politici, intellettuali e opinionisti sono davvero convinti che la parola “femminicidio” abbia un briciolo di senso, o perlomeno che possa avere una qualche forma di utilità, fatti loro.
Dopodiché, è possibile che ci sia chi non è d’accordo.
E’ possibile, ad esempio, che ci sia chi pensa che la violenza sulle donne debba essere affrontata in altro modo: con le riforme politiche vere, tanto per cominciare, che forniscano alle donne gli strumenti concreti per rendersi effettivamente e definitivamente indipendenti, e quindi “invulnerabili” rispetto alla condizione di subalternità che insiste alla radice di molti, moltissimi episodi che vengono rubricati alla voce “femminicidio”.
Ed è anche possibile che ci sia chi ritiene che quella retorica, più o meno consapevolmente, finisca per dare l’illusione che la questione possa essere davvero risolta a colpi di slogan, di “basta”, di frasi fatte, fornendo un alibi formidabile a chi quelle riforme si ostina a non compierle.
Ma non è tutto.
E’ perfino possibile, pensate, che ci sia chi si è ficcato in testa che quel lessico e quella retorica siano essi stessi intrisi di segregazione e subalternità: che quel lessico e quella retorica non facciano altro che declinare, in modo diverso, gli stessi strumenti di quelli che vorrebbero combattere; che quel lessico e quella retorica, insomma, siano una parte -niente affatto marginale- del problema, anziché una possibile via d’uscita. E che quindi, oltre ad essere inutili, finiscano per diventare addirittura controproducenti.
Ecco, io sono uno che la pensa così: di tal che quello che vedo e che leggo in queste ore non si limita a infastidirmi.
Mi preoccupa.
Con buona pace di chi, come al solito, riterrà di inquadrarmi ancora una volta nella casella dei maschilisti cattivi.

Speriamo sia Emma, non donna

in politica by

Si dice che i gatti abbiano sette vite, ma anche Emma Bonino non scherza. Ogni sette anni, a prescindere dai risultati elettorali dei Radicali, salta fuori puntualmente il suo nome per la Presidenza della Repubblica. Da quando ho memoria politica, non ricordo sondaggio che non la piazzi tra i primissimi nomi. Nomi che ogni sette anni cambiano tutti, a parte il suo. Ci sono molte ragioni per cui Emma piace a una maggioranza relativa degli italiani: i più anziani ricordano le sue battaglie storiche, gli europeisti vedono in lei un ottimo commissario europeo, quelli che ci tengono all’immagine dell’Italia all’estero pensano alla stima di cui gode a livello internazionale, gli antiproibizionisti sperano che da presidente fermi leggi quali la Fini-Giovanardi, ecc, ecc. Ma il motivo che mi pare più frequente per dare sostegno alla sua candidatura fuori dalla ristretta (cavoli se è ristretta!) cerchia radicale  è che Emma  è donna. Io non voglio certo stare qui a rovinare la festa ai vari signori e signore del ci-vuole-una-donna-al-Quirinale: si’ Emma è donna, questo  è innegabile, e se il vostro obiettivo  è “avere una donna al Quirinale” e basta, con lei sarete soddisfatti. Sommessamente però vi ricorderei che Emma, pur essendo donna,  è contraria alle quote rosa e alle preferenze di genere ed è favorevole alla parificazione dell’eta’ pensionabile tra uomini e donne. Tutte cose su cui non va d’accordo con la maggioranza di quelli (o quelle) che tendono a voler dare cariche alle donne in quanto donne e non in quanto persone. Emma invece sarebbe un ottimo Presidente in virtu’ del suo curriculum: vi sfido a trovarmi un altro profilo come il suo in termini di indipendenza, esperienza e credibilita’ intenazionale tra tutti gli uomini che si sono mai avvicinati alla politica negli ultimi decenni. Siamo seri, Emma va sostenuta perché  è Emma, e non ha bisogno di ricordarci che  è donna per essere il miglior candidato sulla piazza.

08.03.2014

in società by

Può darsi che mi sbagli, ma secondo me il modo migliore di festeggiare l’otto marzo consisterebbe nel chiacchierare un po’ meno, e invece di chiacchierare mettere in piedi un servizio di asili nido decente, abrogare la legge 40, assicurare l’accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione d’emergenza limitando al minimo l’ostruzionismo degli obiettori fondamentalisti, potenziare i centri antiviolenza, riattivare i consultori che sono caduti in disgrazia e aprirne di nuovi laddove non ce ne sono.
Un anno di lavoro, ma lavoro serio, basterebbe: da domani fino all’otto marzo del 2014.
Dopodiché, vedrete che l’otto marzo potremo quasi abrogarlo.

La mattanza delle donne

in talent by

di SmxWorld

In preda ad un raptus di follia uccide la fidanzata”, “In uno scatto di gelosia accoltella la moglie”.

Titoli di questo genere se ne leggono a cadenza quasi quotidiana, ogni anno sono centinaia le donne che vengono ferite, mutilate, o peggio ancora uccise dai propri partners.

Ci deve essere qualcosa nell’aria, o nell’acqua, se ci sono così tanti “attacchi d’ira”, “scatti di gelosia”, “raptus di follia”. O forse no? O c’è qualcos’altro?

E’ evidente che il problema è di ben altra natura: culturale! Qui da noi il femminicidio (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome, avremo già fatto un passo avanti) è un fenomeno tristemente diffuso che trova linfa in un maschilismo molto radicato.

E’ l’idea del possesso, del comando, che porta molto spesso ad uccidere una donna che si rende protagonista di un tradimento, o che semplicemente lascia il suo partner per le più svariate ragioni.

Se non sta con me, allora non deve stare con nessuno” è una frase tristemente nota, così come “ha disonorato la famiglia”. Altrettanto spesso capita di sentire frasi del tipo “la mia donna fa quello che dico io”, “qualunque cosa debba fare, deve chiederla a me”. Queste frasi dovrebbero rappresentare un fortissimo campanello d’allarme, e invece passano inosservate nelle risate generali o, peggio ancora, nell’ammirazione: perché, diciamocelo chiaro, quasi sempre l’uomo che comanda la propria donna è ammirato. E’ un duro, un vero uomo. E pazienza se un giorno si macchierà del sangue di quella donna.

E’ un problema di cultura, dicevo. Se non si educa la gente al rispetto, non si risolverà mai. Fino a quando i telegiornali parleranno di scatti d’ira e menate varie, senza chiamare il fenomeno col suo vero nome, il problema non verrà portato chiaramente alla luce. Fino a quando si avrà l’idea che un uomo che fa sesso con 20 donne è un macho, e una donna che fa sesso con 20 uomini è una puttana, non ci saranno manco le basi per crescere. E non basta inasprire le pene per spaventare un malintezionato.

Infatti, fino a pochi anni fa , in caso di omicidio, c’era l’attenuante per delitto d’onore. L’articolo del codice penale recitava:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Da notare che, benchè parli della morte “del coniuge”, poi parla “della figlia o della sorella”. Sempre al femminile. Sono la figlia o la sorella che possono arrecare disonore alla famiglia. Non il figlio o il fratello.

Oggi quell’articolo non esiste più nel codice penale, ma l’unica cosa che è cambiata nella società italiana è che chi commette un delitto d’onore non ha attenuanti e va in carcere per omicidio premeditato.

Come spesso succede in Italia, si è creduto che un inasprimento della pena fosse sufficiente a spaventare i male intenzionati. Come se un uomo che sta per uccidere una donna pensasse “mmmh, col delitto d’onore me la cavavo con tre anni, ma ora non mi conviene più”. Ma dai, ma non scherziamo! L’abolizione di quest’articolo è stato il classico lavarsene le mani e la coscienza tipico di chi vuol far finta di occuparsi di un problema scomodo. Noi ci interessiamo ai problemi solo se li vediamo lontani dalla nostra realtà, perché così possiamo fare i moralisti senza sporcarci le mani.

Non molto tempo fa, da noi in molti si stracciavano le vesti, si battevano, per difendere le sorti di Sakineh: una donna iraniana condannata a morte per lapidazione per aver commesso il reato di adulterio.

Come sempre, siamo bravi a guardare i problemi degli altri e cercare di nascondere i nostri. Perché, se è vero che non siamo a livello dell’Iran come legislazione, è altrettanto vero che come idea non ci allontaniamo molto, visto quanto è diffusa l’idea dell’omicidio giusto.

La strada per uscire da questa arretratezza è lunghissima. E’ impossibile far cambiare idea ad una persona adulta, quindi la speranza è che le prossime generazioni crescano con l’idea del rispetto della donna, compagna e non subordinata.

Siamo già in terribile e colpevole ritardo, ma se non si porta il problema alla luce quotidiana, finiremo per rimandare la sua soluzione di altre due o tre generazioni.

Le donne vengono da venere e gli uomini da dove vengono non se lo ricordano

in talent by

di Barbara Bussolotti

Lei.
Esce in ritardo ed incontra la vicina di casa. La saluta allegramente e, mentre corre velocemente per le scale, le augura un’ottima giornata, pure se fuori piove a dirotto ed è ancora semi-buio, perché sono da poco passate le sette.
S’infila in macchina svelta, i capelli già inumiditi perché l’ombrello… Già, dov’è l’ombrello? Ecco, l’ha dimenticato nella borsa nera, l’ombrello, ché pioveva l’ultima volta che ha messo orgogliosa il suo impermeabile comprato col cinquanta percento di sconto.
Conta fino a cinque, mette la retromarcia ed enuncia a voce alta:
“Oggi è una bellissima giornata!”
E sorride mentre lo dice, se no non vale uguale. Mette la musica col volume a ventisei e lo stereo grida una stra-bellissima canzone rock piena di energia propulsiva, un po’ canta, un po’ guarda curiosa il telefono in attesa che lui, sì lui proprio, le mandi un buongiorno col cuore disegnato.
Si butta sulla strada principale in quinta e va diritta. Sposta il retrovisore su di sé e si stende orgogliosa l’ultimo gloss zeppo di luccichini, che le accende due labbra paurose color rosa pallido. Manca qualcosa, si dice. Osserva la strada, controlla lo spazio che la accoglie ben oltre i centottanta gradi di visuale che qualsiasi essere umano avrebbe di fronte e s’illumina: le manca il mascara nero! ché dove caspita te ne vai senza?
Cerca spasmodicamente con la mano destra nei pertugi bui, bu-issimi, della gigante borsa marrone alla ricerca della pochette perduta. Ma sì, quella fucsia da tre euro del mercatino, con dentro i segreti inconfessabili dei barba-trucchi delle donne!
Intanto va dritta, non sbaglia strada ed è perfettamente in orario con la tabella di marcia, che la vuole fresca e leggermente truccata nella sua femminilissima postazione di lavoro. Ma eccolo qui: il mascara. Guida con la sinistra e intanto lo svita, tirando fuori il magico pennello attorciglia-ciglia. Si protende appena in avanti, in modo da centrare perfettamente il retrovisore ancora puntato su di lei, non perde mai di vista la strada e le macchine e… Via! Si stende alla perfezione e senza tocchi schifosi e non districabili il suo favoloso mascara nero non resistente all’acqua. Ché se devi piangere, piangi, chi se ne frega che poi ti scivola e ti crea due strisce nere poco simmetriche sulle guance arrossite dallo sfogo. Se devi piangere, piangi e ne mostri orgogliosa i segni sul volto e ciao.
L’opera è conclusa. Mancherebbe solo lui. Lui, quello del messaggio col buongiorno e coi cuori. Ah sì? Afferra d’istinto il cellulare ed inizia a comporre lei stessa il suo breve ma efficace messaggio per lui:
“Li senti i miei baci che ti danno il buongiorno, amore?”.
Intanto guarda avanti, guida perfettamente, senza mai esitare in uno sbandamento a destra.
(Tutte cose assolutamente da non imitare, che sia chiaro, per amore del cielo, per-carità-diddio!)
Arriva in ufficio precisa e puntuale, bella come una dea dipinta da uno street artist sui muri di Lisbona.
Viene da Venere, questo è inconfutabile.

Lui.
Esce in ritardo ed incontra il vicino di casa. Lo saluta a malapena, con un “Salve…” ibrido ed esitante e, mentre corre velocemente per le scale, si chiede come si chiami, ché tutte le volte proprio (boh?) se lo scorda.
Fuori piove a dirotto e tira fuori orgoglioso il suo ombrello over-size di un nero da impiegato triste e mesto. Eppure non si bagna manco con una goccia di striscio. S’infila in macchina un po’ goffo e, per chiudere perbene l’ombrello nero over-size, si bagna tutti i pantaloni e sgocciola in cima al sedile vuoto del passeggero. Tira giù un morto.
Accende la macchina e attende certosino che salga la temperatura quel po’ che faccia scaldare il motore e che lo faccia vivere più a lungo possibile ed in salute (il motore, dico), così come gli ha consigliato il suo irruento amico meccanico.
Accende la radio e ascolta i commenti di quei tipi che parlano di calcio poco dopo le sette di mattina e che giurano eterna fedeltà alle maglie rigate e sponsorizzate delle loro squadre superfiche. La musica no, si ascolta pure le previsioni del tempo, ma la musica gli fa perdere tempo e gli fa mancare anche il TG con le ultimissime notizie dei cruenti fatti accaduti nella notte.
Si butta sulla strada principale in quinta e va diritto, senza accorgersi del panorama ingrigito e delle grosse buche a terra, nascoste malvagiamente dalla pioggia. Ne prende una, di buca. Tira giù il secondo morto.
Continua dritto, un po’ più incavolato di prima. Guarda il retrovisore per tenere sotto controllo la strada anche dietro e s’accorge che è spostato. L’avrà spostato la sua morosa la sera prima per stendersi orgogliosa il suo splendido gloss rosa tenue, mentre stavano andando al cinema.
Continua diritto, il cellulare ben nascosto nella tasca del piumino. Suona. Il cellulare ben nascosto nella tasca del piumino annuncia l’arrivo di un messaggio. Sussulta e s’agita nervosamente, cercando di ricordare quale fosse la tasca in cui l’aveva fatto tuffare. La sinistra? No, non è la sinistra, lì ci sono le chiavi casa, che lancia stizzito nel sedile vuoto del passeggero. Sì, è la destra, quella tutta bella compressa sotto le morse della cintura di sicurezza.
Allenta la cintura e intanto la macchina, guidata con la mano sinistra, s’allarga sulla corsia di sorpasso e si becca il clacson impaurito ed isterico di quello che gli sfreccia accanto. Tira giù il terzo morto.
Il cellulare sta sempre là, nella irraggiungibile tasca destra, soffocato e quasi paonazzo per la mancanza d’ossigeno. Lo prende, lo acchiappa deciso con la mano destra e se lo mette davanti al volante. Si chiede come facciano gli altri a fare due cose messe insieme, cioè guidare andando dritti e in modo fatto bene e aprire un messaggio sul cellulare. E gli altri, generalmente, sono donne.
Intanto goffo e mezzo tremolante apre il messaggio.
“Li senti i miei baci che ti danno il buongiorno, amore?”
– I baci? Li sento? Che sento? Dovrei fermare l’orologio per fermare il tempo che mi serve per: a) accostare b) leggere e capire il senso del messaggio c) riflettere su una risposta all’altezza degli ammiccamenti della morosa d) scrivere il messaggio e) rileggerlo per scovare i maledetti refusi f) inviarlo.
La ama, moltissimo, ma non ci riesce proprio a fare due cose insieme e rimanda di un’oretta la sua dolce, dolcissima risposta col cuore, al suo arrivo sano e salvo in ufficio.
Arriva trafelato, i capelli spettinati con un leggero buco aperto sul capo da una vertigine perenne e comincia la sua giornata, già stressato.
(Tutte cose assolutamente da non imitare, che sia chiaro, per amore del cielo, per-carità-diddio!)
Ancora a chiederci dunque delle donne, degli uomini, delle similitudini, delle differenze, delle simmetrie, delle asimmetrie, degli anagrammi e degli ossimori?
Suvvia, gli uomini a mala pena si ricordano il nome del vicino di casa, anzi che no, figuriamoci se si ricordano se vengono da Marte, Venere, Urano o Saturno…
Ed in ogni caso quello, Saturno, ce l’hanno tutti i santi giorni contro.

One Billion rising

in società by
Stop alla violenza sulle donne

 

                                Stop alla violenza sulle donne!

                                Ma quindi sugli uomini, se po fa?

Stop alla violenza sulle donne
Annarita Digiorgio
stop alla violenza sulle donne

I particolari che fanno la differenza

in mondo/società by

Spesso sono i particolari, a fare la differenza.
Prendete il papa, per esempio: leggere che Benedetto XVI considera l’aborto “gravemente contrario alla legge morale“, ne converrete con me, non desta alcuna meraviglia; però dover prendere atto che secondo il pontefice l’aborto stesso può essere “voluto come un fine o come un mezzo” è un particolare che a volercisi soffermare fa saltare sulla sedia.
Fateci caso: quel particolare è messo là come se niente fosse, come un inciso qualunque:

L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale.

Ora, mentre è piuttosto chiaro cosa debba intendersi quando si parla di aborto perseguito come un mezzo, viene da domandarsi in quali casi l’interruzione della gravidanza possa diventare un fine in sé e per sé.
Rifletteteci un attimo. Se ammettiamo per amor di discussione che il fine possa essere l’aborto dobbiamo prenderci la responsabilità di esplicitare il mezzo attraverso cui quel fine viene realizzato: ed attenendosi alla logica quel mezzo non può che essere la gravidanza.
Dal che dovrebbe desumersi che secondo il papa alcune donne restano incinte allo scopo di poter abortire.
Spesso sono i particolari, come dicevo, a fare la differenza.
E la differenza, in questo caso, consiste nel suggerire un’idea delle donne che definire aberrante sarebbe un eufemismo: a meno che, naturalmente, non si tratti di parole buttate là alla rinfusa.
Circostanza che in un discorso del papa mi pare tanto improbabile da poter essere tranquillamente esclusa.

Berlusconi e la dignità delle donne

in politica/società by

Visto che è passato qualche mese, e che gli animi -o dovrei dire gli ormoni?- dell’opinione pubblica si sono raffreddati, colgo l’occasione per precisare una cosetta che mi sta sul gozzo da un bel po’: mi perdonerete, ne sono certo, se la dico dritta come la penso, al fine di evitare inutili giri di parole e arrivare subito al punto.

Con le sue feste, di qualunque genere esse fossero, Silvio Berlusconi non ha mai offeso la dignità delle donne.

Le ragazze che frequentavano casa sua, stando alle cronache ampiamente disponibili sui giornali, lo facevano consapevolmente, e non mi pare di aver letto che ve ne siano state di costrette con la forza, né tantomeno che alcune di loro abbiano ricevuto un euro in meno di quanto pattuito.

Avrà fatto delle cose poco dignitose per un presidente del consiglio, Berlusconi, si sarà reso ridicolo agli occhi degli osservatori internazionali, avrà spalancato le porte di casa a persone che potenzialmente avrebbero potuto ricattarlo: ma che ci azzecca questo con la dignità delle donne, a difesa della quale milioni di nostre concittadine scesero in piazza con tanto di cartelli, slogan e striscioni?

Mi trovo spesso a riflettere sul fatto che se quelle schiere di fiere sostenitrici della propria integrità -peraltro non minacciata da Berlusconi, che non mi risulta averle mai invitate- si fossero sentite analogamente offese -armando analogo casino- dalla legge 40, che effettivamente metteva le mani nelle parti intime di tutte -e non solo della manciata di partecipanti a qualche serata-, per giunta a prescindere dalla loro volontà -e non solo, come in quelle feste, nel caso in cui fossero consenzienti-, quel referendum l’avremmo vinto a mani basse.

Cos’è, costoro non sopportavano l’idea che delle donne, contrariamente a loro, avessero deciso di guadagnare due soldi usando il proprio corpo? Ritenevano inaudito che quelle donne seguissero delle linee di condotta e dei principi morali diversi dai loro? Si sentivano le sole depositarie della dignità perfetta, le interpreti incontrastate del corretto modello di virtù femminile, le titolari uniche dell’integrità esemplare?

Temo di sì. Al punto da arrivare a teorizzare che le donne in questione, quelle che andavano alle feste, non sapevano quello che facevano, non ne comprendevano appieno la portata, credevano di essere consapevoli mentre non lo erano affatto.

Cioè, in sostanza, dando loro -chiaro e tondo- delle deficienti.

E poi sarebbe stato Berlusconi, a offendere la loro dignità.

Go to Top