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Pisapia ha ragione

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Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

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