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Si fotta la famiglia tradizionale

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“Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,/Il falco non può udire il falconiere;/Le cose si dissociano; il centro non può reggere/E la pura anarchia si rovescia sul mondo” (W. B. Yeats, Il secondo avvento)

La famiglia tradizionale l’ha voluta Dio? O piuttosto ci ha pensato la Natura sulla base di un qualche principio darwiniano? L’ha detto Sant’Agostino nel De Civitate Dei?

Sapete cosa vi dico? Chissenefrega.

Non c’è scritto da nessuno parte che le regole vadano rispettate a tutti i costi. L’umanità è strisciata fuori dal fango di un’animalità mai del tutto repressa proprio infrangendo le regole. Dal frutto della conoscenza strappato all’albero dell’Eden, passando per la poesia (cosa c’è di più innaturale dello stravolgimento del linguaggio con versi e metafore?), fino alle moderne scoperte scientifiche, quel ci ha permesso di andare avanti è stato il fottersene allegramente dell’ordine prestabilito.

La gerarchia, la mancanza di iniziativa, la paura delle innovazioni, l’impulso a seguire il branco è roba da pecoroni – non è forse un caso che i preti amino così tanto definirsi “pastori”. Non vi è slancio verso il futuro se non si azzarda, non c’è presente davvero vissuto se non si ha un occhio sulla prospettiva.

Lottare per l’immobilismo invece che per l’evoluzione significa autocondannarsi a nutrirsi dei propri escrementi esistenziali, rimanere vittima di canoni il cui unico senso di esistere è la perpetuazione del canone in sé. L’umanesimo di cui si fa promotrice la Chiesa è una burla: l’essere umano sembra sempre e comunque assoggettato a un potere superiore, un ideale più grande, che di fatto ne annichilisce il potenziale e lo lega ai vincoli perversi della paura del domani.

Che la famiglia tradizionale esista o meno ha poca importanza. Nessuno ci dovrebbe obbligare a rispettarne a tutti i costi i fondamenti, come se l’esistenza dell’universo dipendesse dalle decisioni che prendiamo in materia di affettività e amore, dalle scelte che facciamo in maniera assolutamente consapevole sulle nostre vite. E se anche questo fosse il caso, non avrebbe comunque importanza: l’unico limite allo spazio di manovra della libertà è la nostra stessa coscienza. E che abbia pure luogo il Secondo Avvento, se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per poterci affermare su questo straccio di pianeta.

Tutto il resto è solo paura, torpore e intolleranza, unica e vera morte dell’anima.

Matrimoni gay. Se la Costituzione è un problema, cambiatela

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Poche sono le cose che arrivano puntuali in Italia. Tra queste, andranno sicuramente annoverate le immancabili perplessità dei ‘tecnici del Quirinale’ – queste figure umbratili e mitologiche, metà idraulici metà giuristi – ad ogni disegno di legge che si proponga di spostare un pochino in avanti l’asticella dei diritti in questo paese.

Dicono, i succitati esperti, che la proposta di legge Cirinnà forse non va bene. “I costituenti hanno stabilito che il matrimonio doveva essere tra persone di sesso diverso”. Ma la proposta in discussione al Parlamento concede alle coppie dello stesso sesso diritti che sembrano, se non proprio uguali (non sia mai!), tuttavia ancora un pochino troppo simili ai Diritti che ai costituenti, bontà loro, piacque evocare e far discendere dal cielo, come fiammelle di Spirito Santo, sui capi vergognosi e benedetti delle consacrate famiglie qua «società naturali».

Il problema, naturalmente, non sono i tecnici, i quali fanno il loro lavoro in maniera più o meno indipendente. (E sarà certamente nient’altro che una casualità che proprio ieri il Cardinal Bagnasco abbia espresso una considerazione non così distante dalla direttiva arrivata oggi dal Colle: “La famiglia non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione”).

Il problema, invece, è chi si ostina a voler tirare una coperta troppo corta da un lato all’altro del letto, nella speranza (sciocca o in malafede) che arrivi a coprire un po’ tutti. Ovviamente non è possibile. Ci sarà sempre un alluce, un orecchio, un pelo del naso che rimarrà al freddo. E uno zelante tecnico quirinalesco o un giudice costituzionale pronto a incardinarvi, su quel pelo del naso, un dotto parere, certamente ricco di riferimenti ai lavori preparatori dell’assemblea costituente. Ripulendo così la coscienza al caudillo di turno in carica a Palazzo Chigi, e offrendo in regalo alla maggioranza di governo la decennale scusante del ‘ci abbiamo provato’.

Fa sempre bene ricordare che, quanto a leggi costituzionali che più o meno esplicitamente limitano la libertà matrimoniale alle sole famiglie eterosessuali, l’Italia (nonostante l’ambiguità del testo costituzionale sul punto) è in ottima compagnia, al fianco di una manciata di paesi dell’ex blocco Sovietico (Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Moldavia, Montenegro, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina). E distante anni luce dal club dei paesi europei economicamente e politicamente più avanzati ai quali vanamente aspiriamo ad assomigliare, purché sia solo nella facciata (Svezia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania …).

La realtà è che non si può seriamente affrontare la sfida dei diritti civili, che ci vede tanto indietro in Europa e nel mondo, con disegni di legge tappabuchi che andranno sempre, per forza di cose, a scontrarsi con le ambiguità della carta costituzionale e con l’impostazione generale del nostro diritto civile. La contraddizione è alla fonte di proposte pensate, anche in buona fede, come escamotage legislativi per aggirare la norma, per mezzo di pignolissime quanto artificiali distinzioni lessicali.

La soluzione non è aggirare la legge, ma cambiarla. La politica, se davvero è interessata a muovere un passo in avanti su questi temi, dovrebbe avere il coraggio di ammettere candidamente che la costituzione italiana, se davvero è incompatibile con l’istituzione del matrimonio universale (ma anche solo se solleva il dubbio interpretativo che lo sia), è sul punto vecchia e datata, e in contraddizione con gli stessi principi fondativi di eguaglianza tra tutti i cittadini che essa sancisce. Lo è per comprensibilissime ragioni storiche, che tuttavia la rendono – ad oggi – un documento lontano dalla nostra sensibilità etica e giuridica e un’arma nelle mani dei fautori della conservazione.

Una speranza, temo, vana. Giacché ai parlamentari italiani si applica splendidamente l’aforisma di Gian Piero Alloisio (l’originale era su Berlusconi): “io non temo Bagnasco in sé; temo Bagnasco in me”.

La lista dei razzisti: una barbarie

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Cos’hanno in comune Stefano Dolce, Domenico Gabbana, Carlo Tavecchio, Angelino Alfano, Rosi Bindi, le sentinelle in piedi, Povia e Salvini? Sono iscritti a un club, stavolta per davvero a loro insaputa.

Capisco: i personaggi citati non sono simpatici, e poca simpatia riscuoterebbe ogni tentativo di difenderli, specialmente perchè vengono chiamati in causa per affermazioni stupide, sbagliate, odiose. Eppure. La crescita di un sito del genere presenta aspetti inquietanti: potrebbe bastare avere un minimo di notorietà, fare una battuta che irrita i gestori della lista, per trovarsi l’appartenenza a questi elenchi: e mancherebbe solo la lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla schiena, a quel punto. L’idea che sta alla base è la seguente: invece di criticare una idea, c’è bisogno di canalizzare odio verso chi è accusato di sposarla. Per intimorire chi sta nel mezzo, chi in fondo non lo pensa tanto ma a questo punto ha paura ad esprimersi per paura di irritare questi nuovi Torquemada. Perchè, alla fine, una dichiarazione estemporanea può essere equiparata ad una iscrizione al “partito dei cattivi”, esattamente come una reiterata abitudine a riversare odio contro determinate categorie.

La paura di essere associati alle Binetti, ai Tavecchio, ai Povia, è probabilmente sufficiente per prestare piú attenzione possibile ad esprimersi secondo i canoni del politicamente corretto. Ma questo, se all’inizio priva del gusto per il becero, nel lungo periodo finisce per rendere certi argomenti simili a un campo minato, perchè ogni affermazione (in un senso o nell’altro) può alla fine irritare qualcuno. Siamo, sempre e comunque, in un intorno della pretesa di un diritto a non sentirsi offesi, una pretesa assurda che ha conseguenze grottesche. Non auspico che sia un giudice a chiudere il RIRO: la libertà di espressione è appunto più importante anche delle preoccupazioni circa le sue conseguenze, e tanto mi basta. Ma spero che gli attivisti dei movimenti gay, i piú organizzati e visibili, dicano chiaramente che non è rispondendo all’odio di alcuni con odio cieco e indiscriminato che intendono vincere le loro battaglie.

Sarebbe molto facile stare dalla loro parte, a quel punto.

Quelli che puzzano

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La civiltà di un popolo, diceva un tale, si misura dal consumo del sapone.  Aggiungerei che pure il deodorante ha una sua certa importanza.

Mi son sempre considerato abbastanza liberale, perlomeno nei principi. Sigarette, alcol, consumo di droga, aborto, eutanasia, unioni omosessuali: tutti temi sui cui per me varrebbe la regola del “perché no?”, dato che il rispetto per la volontà di una persona adulta – qualunque siano le sue scelte – è innanzitutto rispetto per se stessi. Persino l’obbligo delle cinture di sicurezze mi crea un certo disagio: non abbiamo forse il diritto di mettere a repentaglio la nostra vita quando e come vogliamo?

Banalità per banalità, il contrappunto della libertà individuale assoluta è, chiaramente, la presenza di altre individualità e libertà: la mia libertà finisce dove comincia la tua, ovvero “tu non rompere il cazzo a me che io non lo rompo a te”.

Sappiamo perfettamente che la semplice ovvietà del ragionamento in questione risulta difficilissima da tradurre nel vivere quotidiano, soprattutto in una componente (maggioritaria?) della popolazione che non si pone minimamente il problema dell’auto-determinazione universale. Eppure, questa stessa componente non si fa problemi ad affermare la propria “individualità”, anche a discapito degli altri (leggasi: prepotenza).

Succede quindi che la maggior parte delle biblioteche italiane – ma vi assicuro che anche all’estero la situazione non è migliore – siano infestate da gente che puzza. Quante volte si è presentato al vostro tavolo il tizio (o la tizia) con l’ascella unta di un catrame dall’odore indescrivibile? Quanto avete stramaledetto lo stronzo dai calzini spaiati che sotto il tavolo, ogni volta, si toglie le scarpe  inondando così l’intera biblioteca di un tanfo orrifico di lovecraftiana memoria? Quanto avete odiato quelli che non ti devi voltare ma già li senti entrare, hanno una sorta di aura malefica, e tu preghi che non si siedano vicino a te, che vadano avanti in un’altra stanza, qui è tutto pieno cazzo, e puntualmente, proprio in quel momento, si libera il posto di fianco al vostro?

Non parlo certamente di situazioni limite, stanze affollate di gente e condizionatori rotti (a luglio si suda e si soffre in silenzio), ma di una tranquilla giornata qualunque con temperature accettabili. La vita dello studente – o del ricercatore – è un tragico destino di puzze immeritate.

Lo stesso discorso purtroppo vale per la maggior parte degli edifici pubblici (scuole, uffici, poste, banche, ecc.): la presenza di uno o più esseri umani dalle scarse abitudini igieniche rende la vita di tutti gli altri presenti un vero inferno. Il che ci porta a considerare quanto detto in precedenza: l’individuo liberissimo di puzzare quanto vuole in contesti privati tende ad estendere questo privilegio in contesti in cui, ahimè, quello che prima era un sacrosanta affermazione della propria individualità diventa fonte di disturbo per gli altri. Dal diritto si passa alla prepotenza.

Car@ amic@ puzzon@: la tua ascella smette di appartenerti nel momento stesso in cui esci di casa per unirti alla società degli uomini. Non ti odio perché puzzi (d’altronde puzziamo tutti), ma perché non ti curi minimamente del mio naso, che ha tanto valore quanto il tuo. E se non sei nemmeno in grado di fare questo piccolo sforzo, cioè di domandarti se il tuo comportamento stia recando o no disturbo al tuo prossimo, allora mi sa che pure per le questioni più grandi – quelle veramente importanti – rischi di reiterare un certo tipo di comportamento. E questo, per il vivere comune, è sicuramente un problema.

Il rispetto per gli altri passa (anche) attraverso il deodorante.

 

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