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Dignità umana ad intermittenza

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Tanti applausi al Ministro Alfano che improvvisamente si accorge che la Lega è perfettamente disposta a passare sui cadaveri degli immigrati clandestini pur di compiacere i suoi pochi elettori rimasti. Nel 2009, quando il Parlamento votava il Trattato di Amicizia Italia-Libia, Alfano era ministo del Governo Berlusconi. Chissà come mai, nel 2009 il fatto di sacrificare le vite degli immigrati per qualche voto della Lega pareva un’operazione molto piu’ accettabile. Attraverso il trattato infatti il nostro Governo pagava la Libia dell’ amico Gheddafi per impedire agli immigrati clandestini di partire verso l’Italia. Operazione che, a quanto dice Amnesty International, consisteva nel rinchiudere gli stessi in centri di detenzione dalle condizioni pessime, dove la Convenzione di Ginevra sui rifugiati veniva ignorata (la Libia di Gheddafi non l’hai mai sottoscritta) e dove i diritti umani fondamentali venivano beatamente violati. Insomma, il Ministro Alfano si è tranquillamente fatto andare giu’ un trattato secondo cui l’Italia pagava un dittatore sanguinario per toglierci di torno gli immigrati clandestini rinchiudendoli in centri di detenzione, privi di qualsiasi garanzia. Si vede che i morti di cui parla Alfano sono meno morti e la dignità umana un po’ piu’ derogabile quando la Lega è sua alleata.

Il paese dei tamponi

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In chimica una “soluzione tampone” serve per stabilizzare il pH su un valore desiderato attraverso l’aggiunta moderata di acidi o basi. Si tratta di un’operazione largamente impiegata nella chimica analitica, che serve ad opporsi alla variazione di quel valore, a renderlo cioè stabile nel tempo. L’efficacia, o meglio la capacità di opporsi alla variazione di pH, si misura con il cosiddetto “potere tamponante” (o capacità tampone).

In gergo si parla invece di “tampone” per descrivere una soluzione provvisoria e trovata con mezzi di fortuna, un rimedio che deve risolvere una situazione di emergenza: si può quindi mettere un tampone in un buco di una botte di vino; si può tamponare la falla di una canoa etc.

In politichese si parla spesso di “provvedimento – o decreto – tampone” per definire una misura necessaria per frenare una crisi di vario genere: da quelle occupazionali a quelle finanziarie, fino a quelle più strettamente sociali.

In questi giorni, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha presentato il suo piano per far fronte alla grave situazione delle carceri italiane, situazione per cui il nostro paese è stato condannato a più riprese dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, sia in termini politici che in termini economici (l’Italia è stata infatti condannata a pagare a diversi detenuti un risarcimento per danni morali). Giusto per dare un’idea: le persone risarcite avevano a disposizione meno di tre metri quadri a testa; non molto di più di quanto ha a disposizione un maiale in un allevamento intensivo.

Ebbene, il ministro sostiene che sabato il Cdm approverà nientepopodimenoche un “decreto tampone”, che dovrebbe alleggerire la pressione sulle carceri attraverso misure quali la detenzione domiciliare per coloro che devono scontare pene fino a sei anni (il giudice deciderà a seconda della gravità del reato) e l’assegnazione dei detenuti – soprattutto tossicodipendenti – ad attività in favore della collettività.

Voi direte: bene, sembrano misure efficaci. Manco per niente. A quanto pare, il provvedimento riguarderà tra i 3mila e i 4mila detenuti su un totale di circa 66mila (la capienza delle carceri italiane è di 40mila posti letto reali), quindi non risolverà neanche temporaneamente il problema del sovraffollamento, al massimo lo ridurrà leggermente. Inoltre, siamo sicuri che le forze di polizia giudiziaria siano realmente nelle condizioni numeriche, pratiche, di occuparsi di altri 3-4mila detenuti agli arresti domiciliari piovuti improvvisamente dal cielo? Io qualche dubbio ce l’ho.

Voi direte: ma sei un criticone, cos’altro vorresti? Cosa vorrei? L’abrogazione della Bossi-Fini (che ha introdotto il reato di clandestinità) e della Fini-Giovanardi (che riempie le carceri di tossicodipendenti e detentori di droghe leggere). Ecco cosa vorrei. E poi vorrei che si smettesse una buona volta di parlare di “decreti tampone” nell’accezione più diffusa e si cominciasse, col pur complicato linguaggio dei chimici, a discutere di “capacità tampone”. Che ci si decidesse insomma di risolverli davvero i problemi, di stabilizzargli il pH, senza fare melina.

Pisapia ha ragione

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Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

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