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Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

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Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

Eutanasia, l’ABC dei diritti spacciato per frontiera estrema

in politica/società by

Vediamo di chiarire una cosa: non è una questione di retorica, di sentimenti, di belle parole. Quelli possono starci o non possono starci, a seconda dei gusti, ma il punto è un altro.
Il punto è che l’eutanasia, tra tutti i cosiddetti “temi etici”, è il meno controverso e controvertibile che si possa immaginare.
Niente presunti interessi di terzi, nati o nascituri, da tutelare, nessuna possibilità di imponderabili cambiamenti di idea in stato di incoscienza, nessun impatto su fantomatiche “sensibilità” potenzialmente suscettibili di “turbare” la convivenza civile: solo esseri umani, individui, la cui capacità di intendere e volere può essere accertata attraverso strumenti che possiamo ormai considerare banali, che decidono cosa fare della propria esistenza.
Nient’altro.
Meraviglia un po’, quindi, che nell’immaginario collettivo il tema dell’eutanasia sia tuttora considerato la frontiera più estrema delle battaglie per i diritti civili: mentre in realtà, date le premesse, non lo è affatto. Anzi, dovrebbe essere la più facile da vincere, quella più pacifica, quella su cui c’è meno da obiettare o da discutere.
Meraviglia un po’, da un lato. E dall’altro spaventa parecchio, perché continuare a negare il diritto all’eutanasia significa uscire definitivamente allo scoperto, senza neppure poter utilizzare i soliti alibi sbilenchi legati a agli “altri”, ai “terzi”, per dichiarare senza mezzi termini che no, in questo paese un individuo non è libero manco di decidere sulla propria vita o sulla propria morte.
Insomma, quando parliamo di eutanasia non siamo sul crinale audace e incerto delle avanguardie, ma all’abc del diritto all’autodeterminazione: chiediamo una cosa che dovrebbe essere scontata, la più scontata di tutte, e che diventa un tabù soltanto nella narrazione fumosa di chi si ostina a proibirla.
Davvero, siamo seri. Anche basta.

No. Nessuna funzionaria americana è stata arrestata in nome del matrimonio gay

in giornalismo/società by

Probabilmente sarete già stati subissati, come me, dalle grida allarmate sulla povera funzionaria del Kentucky arrestata perché si rifiutava di mettere in atto la decisione della Corte Suprema, che rende legale il matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti.

Sentiremo reazioni isteriche di allarme contro lo Stato Etico, la “Dittatura-del-politicamente-corretto”™, i progressisti che in realtà sono fascisti perché impongono con la forza le proprie idee agli altri.

Negli Stati Uniti chi non vuole i matrimoni gay va in galera…

Ovviamente si tratta di una cazzata: la tizia non è stata arrestata perché non gli piace il matrimonio omosessuale, è stata arrestata perché non ha rispettato l’ordine di un tribunale. A differenza che in Italia e in altri Paesi di civil law, negli Stati Uniti si può essere sanzionati anche con la galera per contempt of court.

Avete presente quando nei film americani il giudice minaccia: “la faccio arrestare per oltraggio alla corte”? Ecco, il contempt of court è questa cosa qui: è un illecito grave mancare di rispetto a un tribunale, come ad esempio nel video qui sotto, dove un imputato in un processo ha insultato il giudice e per questo è stato seduta stante condannato a 60 giorni di carcere per contempt.

https://www.youtube.com/watch?v=woT39N57pcY

Ma si può essere condannati per contempt of court non solo per aver presto a maleparole il giudice ma anche perché ci si rifiuta di obbedire a un ordine legittimo di una corte. Ed è esattamente quello che è successo alla funzionaria del Kentucky. Nessuna dittatura, insomma, ma semplice rispetto della legge. Ditelo a il Foglio prima che facciano un inserto speciale su questa nuova eroina della libertà di pensiero.

Santé

 

Matrimoni egualitari? Adda passà ‘a nuttata…

in politica/religione/società by

Il buon Luca Sofri ed il mio degno complice Tad sono più o meno concordi nell’asserire che il (lol) milione di tizi di Piazza San Giovanni sono dei poveracci che strepitano perché si rendono conto che la loro posizione è destinata a diventare minoritaria e financo a estinguersi: in soldoni, scrivono, cari omosessuali, non dovete preoccuparvi perché alla fine, fosse pure tra due/tre/cinque/dieci anni, la battaglia la vincerete.

Ciò è sicuramente vero e risulta, almeno a primo impatto, piuttosto confortante: ci pone dal lato “giusto” della storia, ci prefigura il lieto fine e, addirittura, ci rassicura che tutto questo avverrà automaticamente, senza alcuno sforzo da parte nostra. Tuttavia tale linea di pensiero rischia, a mio avviso, di sottovalutare l’importanza sociale e culturale della questione.

Vedete, la domanda chiave di tutta la faccenda è questa: il diritto al matrimonio è o no uno dei diritti fondamentali di un cittadino?

Risposta A – SI, è un diritto fondamentale: benissimo, allora è equiparabile a, per esempio, il diritto di voto. Se agli omosessuali ad oggi fosse proibito votare, direste “Si, lo so che è brutto ma tra un po’ la risolviamo: magari non si riesce per questa elezione ma alla prossima andate tranquilli.”? Se fossero, sempre per esempio, gli ebrei a non potersi sposare direste loro che si vive benissimo anche da non sposati? Se un diritto è fondamentale tutti lo devono avere, punto. E ogni istante che a qualcuno è negato questo diritto viene imposta una sofferenza a lui e alla comunità intera. E, sopratutto, tutto questo deve (dovrebbe) prescindere dal voto popolare ma essere dato per scontato e, eventualmente, difeso contro tutti coloro che cercano di limitare o estinguere tale diritto. È chiaro che, se questo è il caso, “eh, adda passà ‘a nuttata” non può essere la risposta da dare a quella che è, a tutti gli effetti, una minoranza oppressa.

Risposta B – NO, non è un diritto fondamentale: la sua estensione a tutti è solo uno tra gli obiettivi da raggiungere per migliorare il livello di civiltà del paese. Questa pare essere la risposta sottesa al “alla lunga si farà, non c’è problema”. Sarà la mio indole pessimista ma ho dei dubbi anche su questo. La mia impressione è che questo tema, come anche altri temi relativi a diritti civili, in Italia non solo non sposti voti (per dire questo è il video del dibattito delle primarie del PD, com’è andata a finire lo sapete) ma, al contrario, rischi di essere controproducente. Dire “nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili” è sicuramente vero ma “non opporsi” non significa “essere favorevoli” ma “essere indifferenti”: se le unioni civili si fanno ok, altrimenti non c’è da perderci il sonno. Infatti il sonno lo si perde talmente poco che il DDL Cirinnà, in discussione in questi giorni, era stato presentato appena 2 anni e 3 mesi fa, verrà approvato (se tutto va bene) non prima di ottobre e ha lo scopo non di introdurre l’uguaglianza (ovvero eliminare il “tra un uomo e una donna” nella definizione di matrimonio), ma di creare una forma di unione civile “dedicata” agli omosessuali lasciando agli eterosessuali l’esclusiva del matrimonio. Meglio di un calcio nei denti ma il risultato sarà comunque discriminatorio visto che, alla fine della fiera, gli eterosessuali avranno alcuni diritti e gli omosessuali ne avranno di meno.

Sono piuttosto convinto che la forma mentis sottesa alla Risposta B dipenda, almeno in parte, dall’idea, molto italiana, che la minoranza (sia essa politica, etnica, religiosa o sessuale) non sia una risorsa da preservare e sfruttare, ma una seccatura da sopportare e, qualora possible, ignorare mentre ci si occupa di “cose serie”: un atteggiamento che cozza ferocemente con l’idea stessa di democrazia liberale. Come molti dei problemi di questo paese la radice è, innanzitutto, culturale e mi sa che prima di vedere miglioramenti in tal senso ann passà assai nuttate.

SESSISMO ALLO CHAMPAGNE

in humor/società by

Mi ha molto appassionato la polemica su Hamilton che spruzza di sciampagna una valletta ed è conseguentemente accusato di sessismo, anche se io avrei preferito che venisse usata la parola “strupro”, così, per levarsi il pensiero.
Devo purtroppo rilevare, come ogni appassionato di gare automobilistiche e motociclistiche vi confermerà, che il problema non è nuovo e, au contraire, si ripete da anni col medesimo rituale barbaro, vile e ignorante.

È bene precisare che i primi a subirne le drammatiche conseguenze sono gli altri piloti di sesso maschile ma anche in questo caso – visto che non possiamo in alcun modo certificare che abbiano richiesto un tale trattamento – si può parlare di barbarie, di sevizie e ovviamente di stupro oltre che di classismo, sessismo, bullismo, priapismo, prepotentismo, soggiogantismo, sottosoprismo, colonscopismo e infine addirittura proprio lui, il prismo.

prismOecco un grazioso prismO

È un tristo fatto che i piloti, per salvaguardare un vetusto concetto di virilità, in tali frangenti fingano di divertirsi.
L’osservatore non superficiale però, fissando quelle smorfie e i ghigni, noterà che nascondono una sofferenza tale che nessuna doccia bollente sarà mai capace di mondare.

Vi lascio con alcune testimonianze poco adatte ai deboli di cuore.

Lewis Hamilton on AlonsoIl brutto vizio di Hamilton (che ricordiamolo È PURE NEGRO) questa volta su un rassegnato e mesto Alonso.

Lewis Hamilton Jason Button on Sebastian VettelLewis Hamilton (ALLORA BASTARDO INSISTI) e Jenson Button sull’orripilato e sorpreso Sebastian Vettel

Nico Rosberg e Romain Grosjean on Sebastian VettelSebastian Vettel di nuovo umiliato, questa volta da Nico Rosberg e Romain Grosjean.

Jorge Lorenzo e Valentino Rossi on Marc MarquezJorge Lorenzo e quell’infame di Valentino Rossi (non dimentichiamo la storiaccia dell’evasione fiscale) su uno spaventato e tremante Marc Marquez.

Jorge Lorenzo on Casey StonerAncora Jorge Lorenzo su un allibito Casey Stoner (che infatti ha somatizzato e perso le tre gare successive, bravo Lorenzo clap clap clap).

Valentino Rossi on EVERYBODY

Un noto evasore fiscale (che poi si è accordato con l’AdE ehehehehehehehehe) arriva a spruzzare il mesto pubblico che tanto è schiacciato lì sotto e non può far altro che subire l’incivile trattamento, così, alla traditora.

Squadra Speciale Preservativo

in politica/religione/società by
Questa storia è la dimostrazione che tutte le obiezioni ai matrimoni egualitari e alla restrizione delle adozioni siano delle cagate pazzesche e chiunque le tiri fuori sia una spaventosa testa di cazzo (ciao a tutti, sono El Presidente questo è il mio primo post).
E il bello è che la questione è piuttosto banale perché da dovunque si guardi la faccenda esistono solo due possibilità:
1) Il gentiluomo in questione, quando asserisce che si trattasse di uno scherzo, mente per tentare di alleggerire la propria posizione mentre era perfettamente conscio di stare stuprando e brutalizzando, sia fisicamente che psicologicamente, un altro essere umano.
2) Il gentiluomo in questione, quando asserisce che si trattasse di uno scherzo, dice la verità e non pensava di fare (troppo) male alla sua vittima: in pratica la sua linea di difesa è che da piccolo ha visto troppi cartoni di Wile E. Coyote.
maledetta tv, smettila di traviare i nostri giovani

Ed ora, signore e signori, la domanda da un milione di dollari: ad un tizio così affidereste un bambino? Riformulo: ritenete che un sociopatico e/o un deficiente come il nostro eroe possa assumersi la responsabilità di crescere un figlio?

La risposta esatta, e sono costernato per il sacro fuoco della vostra indignazione, è “questa è una domanda del cazzo”.

“Ma i bambini…”
I bambini un cazzo: state seriamente dicendo che secondo voi c’è gente che non dovrebbe fare figli?
E come pensate di selezionarli?
Un bel test di attitudine alla genitorialità? Obbligatorio su scala nazionale? Magari con un bel periodo di prova sotto supervisione?
E che criteri utilizzereste per la selezione?
L’attitudine alla violenza? L’intelligenza? L’empatia?
E perché non il reddito? La religione? Il colore della pelle? La squadra di calcio?

Occhio, tutto questo non significa che, nel caso di riscontrati abusi e/o inadempienze, i servizi sociali non debbano intervenire di conseguenza: stiamo dicendo che a certa gente andrebbe a priori impedito di avere figli (non suona più tanto bene, eh?).

Ma c’è di più: anche ammesso che esistano dei criteri universali di selezione dei genitori idonei  (che, comunque la si metta, fa tanto razza ariana), che vorreste fare con i non idonei? Impedire loro di riprodursi? E come? Castrazione chimica? Cintura di castità? Sesso sicuro obbligatorio? Pillola anticoncezionale sciolta nell’acqua del rubinetto? Ogni volta che qualcuno scopa senza preservativo arriva la SWAT e gonfia tutti di botte? La SWAT la avvisiamo grazie ai microchip impiantati nel cazzo? Siamo d’accordo che quella di prima era una domanda del cazzo o devo continuare?

La verità è che in qualsiasi posto che non sia la Corea del Nord, impedire a qualcuno di avere figli è naturalmente considerato sia orrendo che impraticabile; la diretta conseguenza di ciò è che si accetta comunemente che i peggiori di noi possano crescere dei figli nonostante possano essere del tutto inadatti al compito o persino dannosi per i poveri pargoli.

Ed ora dite pure che l’adozione da parte dei gay e/o dei conviventi e/o dei single è dannosa per la psiche del bambino: ricordatevi però di preavvisare la SWAT per tutte le teste di cazzo sposate.

P.S. il buon (si fa per dire) Capriccioli qui, qui e qui affronta l’argomento molto meglio di come abbia fatto io.

No, non puoi mangiare quanta carne vuoi

in società by

Disclaimer: uno dei vantaggi di un blog canaglia è poter pubblicare sulla stessa pagina, a distanza di pochi giorni e di pochi centimetri, una feroce presa per il culo ai vegetariani e la pippa pseudovegana che state per sorbirvi. Rassegnatevi, noi siamo fatti così.

Quand’è che a qualcuno può essere vietato di fare qualcosa?
La domanda, ne convengo, è fin troppo secca: ma la risposta, forse, è meno difficile di quanto si potrebbe pensare.
E’ lecito vietare a qualcuno di fare qualcosa, per come la vedo io, quando quel qualcosa è suscettibile di arrecare un danno agli altri; e quando quel danno è oggettivo, dimostrabile e quantificabile.
Quindi, tanto per fare un paio di esempi facili facili, a me pare ineccepibile il divieto di fumare nei locali pubblici, giacché il fumo passivo nuoce alla salute di terzi incolpevoli in modo scientificamente dimostrato; mentre sarebbe assai discutibile proibire, che so io, agli omosessuali di baciarsi per strada, non soltanto perché il lamentato vulnus alla “sensibilità” di chi assiste allo spettacolo non è misurabile, ma soprattutto perché esso è soggettivo; di tal che, con questo principio e tenendo conto di tutti i possibili e diversi punti di vista (a quello dà fastidio chi ha i baffi spioventi, a quell’altro chi porta i calzini corti e via discorrendo) si finirebbe ben presto per proteggere la “sensibilità” di tutti vietando tutto.
Ciò premesso, veniamo al punto.
C’è chi rivendica, non senza una certa forza dialettica specie se sollecitato al dibattito da un vegetariano, da un vegano o da un onnivoro selettivo come me, il diritto di mangiare carne anche tutti i giorni due volte al giorno, adducendo la non peregrina motivazione che i danni alla salute procurati dall’eccessivo consumo di proteine animali, ancorché scientificamente dimostrati, si producono in capo a lui, mica agli altri: e che, quindi, un provvedimento un modo o nell’altro limitativo della sua facoltà di consumare bistecche a rotta di collo sarebbe degno del più illiberale dei regimi.
Sta di fatto, tuttavia, che per consentire a chiunque di consumare quanta carne vuole l’allevamento tradizionalmente inteso non è affatto sufficiente: di tal che, allo scopo di rispondere all’imperversante domanda di costolette, braciole e spiedini è indispensabile ricorrere a metodi di allevamento industriale, o intensivo che dir si voglia.
Orbene, lasciamo da parte il fatto che simili metodi possano essere giudicati orribili in relazione al trattamento subito dagli animali che ne formano oggetto: e ammettiamo, per amor di discussione, che come nell’esempio dei baci tra gay, dei baffi spioventi e dei calzini corti anche le sofferenze di mucche, polli e maiali possano legittimamente essere giudicate in modo completamente diverso dalle diverse “sensibilità” individuali; non sarebbe giusto, in quest’ottica, che uno soltanto dei punti di vista, ad esempio quello “animalista”, prevalesse su quello degli altri e imponesse loro la propria visione del mondo.
Sta di fatto, però, che gli allevamenti intensivi inquinano. E inquinano parecchio, se è vero (come mi pare sia indubitabilmente vero) che essi, tanto per fare alcuni esempi, sono responsabili dell’effetto serra in misura più o meno equivalente alle emissioni delle automobili; che l’enorme quantità delle deiezioni animali derivanti da tali allevamenti rappresenta un’enorme massa di rifiuti non utilizzabili come fertilizzanti ricchi di sostanze azotate che avvelenano ovunque le falde acquifere; che il sempre crescente impiego dei prodotti chimici necessari a far funzionare in modo efficiente tali allevamenti si traduce nella produzione di scorie tossiche difficilmente smaltibili.
Ebbene, amici: queste sono conseguenze che si producono in capo a tutti, mica soltanto a quelli che mangiano arrosto a quattro palmenti. E allora, probabilmente, tutto ‘sto diritto di ingozzarsi di carne senza colpo ferire andrebbe un attimino discusso. O meglio: andrebbe discussa, e successivamente limitata o addirittura vietata, la possibilità di allevare gli animali in modo intensivo, il che si rifletterebbe inevitabilmente sulla quantità di carne disponibile sul mercato e di conseguenza sulla possibilità della gente di mangiarne quanta ne vuole.
Una decisione del genere, una volta confermate e condivise le ricerche relative all’inquinamento che pure provengono già oggi da fonti decisamente attendibili, sarebbe tutt’altro che illiberale: a meno che non si voglia sostenere che sia illiberale vietare di fumare al ristorante, di vaporizzare l’amianto nelle strade o di sparare al primo che passa perché ci sta sul cazzo.
Insomma: forse sarebbe davvero il caso di discuterne seriamente e di provvedere.
Senza menarla con l’autodeterminazione e la libertà di scelta individuale, però: perché nel caso di specie, dati alla mano, c’entrano poco e niente.

L’Italia a due velocità

in politica by

A 5 anni dalla scomparsa di Piergiorgio Welby è possibile affermare che sono stati fatti numerosi passi su quel sentiero virtuoso che dovrebbe coniugare il progresso in campo scientifico con il dibattito pubblico sull’ estensione dei benefici della scienza al più ampio numero di cittadini possibile. Sono stati fatti, ma in direzione contraria. 

I più ottimisti pensarono che mai, dopo Welby, si sarebbero raggiunte le vette di violenza verbale che una certa parte della politica e della cittadinanza usarono in quei giorni.   Io, tra questi, mi sbagliavo: doveva ancora scoppiare il caso Englaro per farci prendere coscienza  di questo paese.

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Se vogliamo trovare una comoda data di partenza, si potrebbe cominciare dal referendum abrogativo sulla legge 40/2004 che disciplina in materia di procreazione assistita. Perché da qui in avanti (leggasi: disposizione di fine vita, e ricerca sulle staminali, solo per citare gli argomenti più noti) il dibattito scientifico in Italia ha assunto contorni grotteschi, ed è diventato un terreno di riflessione dove chiunque e a qualunque titolo ha il diritto di far valere la propria opinione. Un terreno di gioco dove confutare senza portare prove a supporto, o negare in nome di principi e convinzioni politico/religiose, non squalifica nessuno dal dibattito. Anzi.

È difficile capire i motivi che hanno consentito ad una legge come la 40/2004 di affermarsi in Italia e di resistere al referendum abrogativo, eppure è successo. A dispetto di quello che si può pensare il dibattito sul referendum non è stato incentrato sulla spiegazione dei contenuti scientifici riportati sulle schede per meglio guidare i cittadini al voto, tutt’altro. Gli scienziati sono stati tenuti ai margini del dibattito. Quando erano presenti (rari casi) erano messi sullo stesso piano di politici, ed opinionisti di vario genere. La divulgazione scientifica e relativi dati di supporto veniva (e viene, e verrà) banalizzata da generici slogan e circondata da un tifo da stadio, come se la veridicità di una affermazione si rafforzasse quanto più grande è il consenso che la circonda. Politica e scienza sono diventati per buona parte dei cittadini italiani, due facce della stessa medaglia. Poco più di un italiano su 4 vota. Gli altri 3 decidono di godersi una bella domenica di sole, e il referendum viene affossato.

4 anni dopo (sentenza n. 151/2009 della Corte Costituzionale) buona parte di questa legge viene considerata incostituzionale. I tribunali regionali la smontano quasi quotidianamente in seguito ai ricorsi dei cittadini. La legge 40 è ad oggi un simulacro vuoto, che ha contribuito a creare l’Italia a 2 velocità. Quello che questa legge non ha impedito è stato l’esodo di chi, potendoselo permettere, continua ad emigrare verso i nostri più liberali vicini di casa per accedere (a pagamento) a queste terapie.

E chi non può permetterselo?

Chi non può permetterselo può appellarsi al TAR e alla Corte Costituzionale e sentirsi dire che si, in effetti ha ragione, salvo poi non trovare nessun centro ospedaliero in grado di dare seguito a quanto espresso. Un Italia a 2 velocità appunto, dove chi può permetterselo aggira l’ostacolo e chi non può soccombe. Tutto quello che è stato detto e fatto per la Legge 40, può essere considerato solo una prova generale di quello a cui si è assistito durante il gli ultimi giorni di Piergiorgio Welby. Welby chiedeva semplicemente di poter decidere, a fronte di una malattia dalla quale non sarebbe mai potuto guarire, quando porre fine alla sua vita. Chiedeva una fine dignitosa, accompagnato da un medico che gli evitasse inutili sofferenze. Nell’ Italia a 2 velocità, la scelta  di Welby è stata quella di non andare in Svizzera a porre fine alle proprie sofferenze, ma di rimanere e fare del proprio caso una battaglia civile. 5 anni dopo la lezione di Welby è più attuale che mai : inaccettabile godere per sé di un diritto che ad altri viene negato.

Contro la volontà di Welby sono scesi in piazza politici e predicatori, cittadini ed associazioni, ciascuno perfettamente in grado di convincere una cittadinanza/pubblico anestetizzata, della legittimità della pretesa di decidere oltre e contro la volontà di un individuo. Mai come negli ultimi giorni di vita di Welby si è assistito alla totale abdicazione di una intera classe politica, fatta eccezione per i radicali e pochi liberali sparsi, di fronte a questa prevaricazione. 5 anni dopo la scomparsa di Welby, i sondaggi dicono che gli italiani sono favorevoli alla disposizione di fine vita (83%) e eutanasia (un italiano su due). Eppure  gli italiani avranno a breve una legge che nega alla radice queste espressioni di libertà imponendo ad esempio la nutrizione e l’idratazione artificiale, al di là della libera e consapevole scelta di rifiutarli.

Su tutto quanto riguarda la fine vita (e la bioetica, e la scienza in generale) la politica sembra preferire dogmi e soluzioni semplicistiche, rifiutando il confronto con la cittadinanza e il mondo accademico: lo stesso populismo degli slogan usati in politica è stato preso di peso e trasportato nel dibattito scientifico applicato alla società civile. Inoltre la paura del moderno e del progresso scientifico, tipici di un paese che invecchia, e una cittadinanza disinteressata e disinformata, creano un terreno perfetto per l’affermarsi e il diffondersi di idee balzane rifiutate dalla comunità scientifica internazionale.

È la tempesta perfetta che condanna un intero paese all’ arretratezza economica (si pensi al danno generato dall’opposizione alle colture OGM), oltre che civile.

 

L’avevo scritto più di due anni fa.

Nel frattempo sono passati 5 anni anche dalla scomparsa di Eluana Englaro, ed è morto Paolo Ravasin.

Vietare i baffi a chi non ha i baffi perché non ha i baffi

in società by

In buona sostanza, se la logica non è un’opinione, dicendo di no alle unioni civili (e al matrimonio gay, aggiungo io) si intende impedire che quelle forme di unione, diverse dal cosiddetto “matrimonio tradizionale”, assumano una qualche forma di “rilevanza pubblica”.
Fin qui ci siamo, o sbaglio?
Bene, perché il bello viene quando qualcuno, incredibilmente, ha l’alzata d’ingegno di motivare il proprio no alle unioni civili (e al matrimonio gay) adducendo, paradossalmente, il fatto che non sarebbe giusto riconoscere le stesse “tutele” del matrimonio a forme di unione che non comportano “precisi diritti e doveri di fronte alla legge con rilevanza negoziale pubblica”.
Allora, per favore, mettiamo un po’ d’ordine e vediamo di non ciurlare nel manico: quando qualcuno chiede l’istituzione delle unioni civili (e del matrimonio gay, insisto) lo fa proprio per conferire alla propria unione una rilevanza “pubblica” superiore a quella che ha già: altrimenti, con ogni evidenza, non chiederebbe un bel niente e se ne resterebbe tranquillo e beato così com’è, stante il fatto che per essere fidanzati con chi ci pare e piace, per fortuna, non c’è (ancora) bisogno di chiedere il permesso agli altri.
Sono proprio coloro che si oppongono al riconoscimento di quelle unioni, invece, a fare in modo che esse restino prive di qualsivoglia rilevanza “pubblica”: e poi, come se niente fosse, hanno la faccia tosta di utilizzare tale mancanza, da loro stessi provocata, come argomentazione per continuare ad opporsi al riconoscimento.

Come dire: vuoi farti crescere i baffi? Be’, non puoi. E sai perché? Perché non hai i baffi.

Suvvia, mi pare un tantino troppo, o sbaglio?

Diritti, non chiacchiere

in società by

Poiché oggi ricorre la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, mi corre l’obbligo di ricordare a tutti i politici che in queste ore si rincorrono producendo dichiarazioni a manetta che in buona sostanza si tratterebbe di fare due cose: istituire al volo il matrimonio tra persone omosessuali, che al di là dei tiramenti personali dei singoli non arrecherebbe danni ad alcuno, e mettere subito in piedi una commissione scientificamente qualificata che si prenda due o tre mesi per stabilire se crescere con genitori dello stesso sesso possa oggettivamente nuocere allo sviluppo di un bambino, e in caso negativo -come mi pare molto probabile- provvedere immediatamente ad estendere alle coppie omosessuali la possibilità di adottare.
Tutto il resto non significa “impegnarsi”, “vigilare”, “esprimere vicinanza”, “stigmatizzare”, “esprimere ferma condanna” ma chiacchierare.
E le discriminazioni, com’è noto, non si combattono chiacchierando, ma riconoscendo alle persone i diritti di cui sono titolari.
Altrimenti tra vent’anni saremo ancora qui a discutere.

08.03.2014

in società by

Può darsi che mi sbagli, ma secondo me il modo migliore di festeggiare l’otto marzo consisterebbe nel chiacchierare un po’ meno, e invece di chiacchierare mettere in piedi un servizio di asili nido decente, abrogare la legge 40, assicurare l’accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione d’emergenza limitando al minimo l’ostruzionismo degli obiettori fondamentalisti, potenziare i centri antiviolenza, riattivare i consultori che sono caduti in disgrazia e aprirne di nuovi laddove non ce ne sono.
Un anno di lavoro, ma lavoro serio, basterebbe: da domani fino all’otto marzo del 2014.
Dopodiché, vedrete che l’otto marzo potremo quasi abrogarlo.

I problemi del paese

in politica/società by

Sono stufo marcio di ascoltare l’adagio secondo il quale in un momento di crisi economica bisognerebbe mettere da parte le discussioni sui diritti civili perché “i problemi del paese sono altri”: e ciò, badate, non perché ritenga il cosiddetto “benaltrismo” un atteggiamento negativo tout court, ma proprio perché mi pare che un’affermazione del genere sia concretamente priva di fondamento.
Abbiate pazienza: a voi risulta che quando il PIL decresce le persone smettano di ammalarsi e non avvertano la necessità di poter scegliere come morire? Vi pare che si astengano dall’innamorarsi -se del caso di una persona del loro stesso sesso- e non coltivino l’idea di sposarsi? Credete che dimentichino il sesso e perciò siano al riparo dalle gravidanze indesiderate? Immaginate che smettano di essere bianche, nere, gialle, cattoliche, islamiche o atee, e che da un momento all’altro non debbano più trovare il modo di convivere? Siete convinti che tutta la loro vita, improvvisamente, si riduca al conteggio dei soldi che hanno in tasca e al controllo quotidiano dello spread?
Be’, sbagliate. E sbagliate di brutto.
La gente continua ad averli, quei problemi, anche nel bel mezzo di una recessione: e siccome quella gente appartiene al paese, quei problemi continuano a far parte, a pieno titolo e a tutti gli effetti, di quelli che voi chiamate “problemi del paese”.
Non trovo per niente inappropriato, quindi, che nel valutare i programmi dei  candidati alle primarie o dei partiti alle elezioni le posizioni sui diritti civili siano importanti esattamente come gli altri argomenti: e mi pare che sospendere il giudizio su quelle questioni in ragione della crisi economica galoppante sia una fregnaccia che non ha il minimo motivo di esistere, visto e considerato che per fortuna gli esseri umani sono multitasking e possono agevolmente tenere in testa tre o quattro cose allo stesso tempo.
Un’ultima -ma niente affatto marginale- considerazione: a forza di ripetere ‘sto mantra senza sottoporlo a uno straccio di giudizio critico, è andata a finire che nei momenti di crisi economica i diritti civili dei cittadini sono stati sistematicamente compressi -e talora letteralmente azzerati- ogni volta che si è verificata una recessione; basta guardarsi indietro per accorgersi che ad ogni crisi economica corrisponde una contrazione delle libertà individuali, un inasprimento del proibizionismo e quindi, in definitiva, un arretramento sul fronte dei diritti civili.
Piantatela, per carità, di ripetere che “i problemi del paese sono altri”: altrimenti, date retta e me, finiranno per portarvi via pure quei quattro diritti in croce che avete.
E il bello è che non ve ne accorgerete neppure.

Trattativa o Waterboarding?

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C’è una frase che mi è sempre rimasta impressa nella mente quando da ragazzetto facevo le mie ricognizioni sul lungomare del mio paese con la mia Bmx: “Dopo il gelo degli anni di piombo, godetevi il calduccio di questi anni di merda“. Di scritte scolorite quelle mura e pareti di cemento erano piene: “W Stalin“,  “Autonomia Operaia“, “Onore al camerata Delle Chiaie” , “Il popolo non vota il popolo lotta“. Oggi quando ci passo, senza Bmx, trovo frasi tipo “Italian Boy“, “Stella… la mia vita non esiste senza di te“, “W il pulcino pio pio” e altra roba simile. Seguendo a tratti la recente questione delle intercettazioni del Colle e della trattativa Stato/Mafia, quella frase è tornata ad intermittenza a frullarmi la testa. “Dopo il gelo degli anni di piombo godetevi il calduccio di questi anni di merda“.

Il 17 Dicembre 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano James Lee Dozier. La squadra messa in campo dal ministero dell’Interno, guidato dal democristiano Virginio Rognoni, convocata presso la questura di Verona dal prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos), è composta da Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. Racconta Salvatore Genova: “Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato.
(…)
Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata.
(…)
Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli. Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier
“.*

Anche questo era il gelo degli anni di piombo. Il calduccio degli anni di merda narra invece di una trattativa tra lo stato e la mafia. Nell’estate del 1992, subito dopo l’uccisione del giudice Giovanni Falcone, alcuni ufficiali facenti parte del ROS dei Carabinieri avrebbero intentato una trattativa con i vertici di Cosa nostra per fermare l’ondata di attentati e per giungere ad un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis. Si tende a ritenere che Paolo Borsellino possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla buona riuscita di tale trattativa.

Sono sicuro che tra qualche decennio di questa vergognosa minchia di trattativa che coinvolge i vertici istituzionali e militari di questo Paese, rimarrà stupefacentemente predominante, nel dibattito storico dell’editorialismo onanistico della sinistra riformista, la pseudofrattura tra Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari sulla linea che Repubblica ha adottato in merito alla questione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e al connesso editoriale di Zagrebelsky, e, come corollario, la lite tra Giuliano Ferrara e Travaglio in una trasmissione di fine agosto condotta da Enrico Mentana con un Emanuele Macaluso più pimpante che mai, su chi sia un irresponsabile neogiacobino eversivo e giustizialista e chi invece un opportunista garantista a guardia della ragion di stato e della tenuta democratica dell’intero sistema che fa gli accordi con la mafia. Alla faccia dei morti ammazzati, giudici e non.

Ma nessuno scioglierà mai il dubbio se sia meglio la trattativa o il waterboarding. Se sia stato meglio il gelo degli anni di piombo o il calduccio di questi anni di merda. L’unica cosa che posso fare è andare a vedere, appena torno a casa, che fine abbia fatto la mia vecchia Bmx.

Soundtrack 1): ‘Pogo’, Digitalism
Soundtrack 2): ‘Dark city, dead man’, Cult of luna

*http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-torturavamo-i-brigatisti/2178029

 

Contro le “forti identità culturali”

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Sono in vacanza per qualche giorno in Carinzia: tutti la conoscono per il suo defunto governatore Jeorg Haider, non proprio un`anima pura. Ma leggendo la guida che mi sono portato dietro, mi si sono rizzati i peli sulla nuca (in mancanza di capelli…). Secondo la mia Routard del 2010, la Carinzia, in Austria, rappresenta un´eccezione, in quanto i suoi cittadini si sentono praticamente tedeschi: tanto e` vero, che quando Hilter proclamo l´infame “annessione” alla Germania, gli abitanti della Carinzia non videro la cosa troppo male. Inoltre, cosa che ignoravo completamente, in Carinzia la maggioranza e`protestante. La guida spiega diplomaticamente che, tra le gesta “discutibili” di Haider, vi fu quella di farsi paladino della opposizione alla costruzione di moschee nel “sacro suolo” della sua Carinzia, aggiungendo che il 6o% dei suoi abitanti indosserebbe un costume tipico. Questa mi pare una favolosa cazzata, dal momento che in tre giorni, ho avvistato un solo giovane con addosso un magnifico paio di pantaloncini corti marroni di camoscio… Pero` bisogna dire che, in tutti i negozi di abbigliamento, senza eccezioni, si puo´ trovare ogni possibile declinazione del costume tipico femminile che si usa da queste parti (a me sembra quello che indossano le ampezzane, per dire). Unico segno di identita´, tuttavia, l´incredibile difficoltà a trovare qualcuno che parli inglese (in una zona in cui immagino che il turismo dia da mangiare a molte famiglie). A parte la presenza massiccia di brand internazionali (McDonald, A&O, H&M, Mediaworld), basta dirigersi verso l´autostrada che porta a Salisburgo per imbattersi in un´area che mi ha ricordato in modo incredibile gli Stati Uniti: spazi vuoti rubati a boschi letteralmente da favola, punteggiati da hangar adibiti ad attivita´ commerciali: ristoranti, gommisti, superstore… Da turista, non ho modo di misurare quanto forte sia questa identita´culturale, ma, se devo dare retta al francese che ha scritto la guida Austria del Routard, posso concludere alternativamente: che essa si e´ diluita parecchio; oppure che c´e´ ben poco che possa fare il sentimento di cio´ che si e´come popolo (o meglio quello che si vorrebbe essere), quando il nemico sono i dollari della globalizzazione forzata. Non che siano pensieri tanto originali, me ne rendo conto, ma dato che odio con uguale ardore i nazionalismi e l´omogeneizzazione imposta dal commercio made in USA, queste cose me le sono annotate mentalmente.

Una cosa l´ho notata, perche´ mi ha dato da pensare. A proposito di islamici, per ben due volte ho incontrato due persone, un uomo ed una donna, vestiti come vuole la tradizione del loro paese di origine (o del paese di origine del loro marito, nel caso specifico): un giovane straniero magrissimo, con una barba molto rada, che pero` si era fatto crescere a dispetto della micragna, con un paio di pantaloni chiari, un camiciotto largo che gli arrivava alle ginocchia, e un gilet, sempre dello stesso colore. La donna, invece, l´ho incrociata al supermercato: portava uno di quei vestiti informi che cui le islamiche si autocondannano (o sono condannate dai loro uomini), che le lasciava libero solo il volto, peraltro molto bello: un naso sottile, importante, arricchito da una curva elegante, labbra sottili e occhi grigi (in effetti, facendo scattare il solito pregiudizio idiota, ho pensato che fosse la moglie europea di un islamico, ma dove sta scritto che gli islamici sono tutti scuri di pelle e con gli occhi scuri?). Ora, a parte a Londra, a me non credo sia mai capitato a Roma di vedere delle persone vestite in quel modo… Quindi mi e´venuto questo pensiero: non e´ che chi pretende di rimarcare la sua identita´ a dispetto di tutto e di tutti, anche calpestando i diritti degli altri, finisce per rafforzare sentimenti uguali e contrari anche negli altri. Insomma non e´che il lederhosen creano i caffetani o i jilbab? Giusto per essere chiari, non condivido alcuna prescrizione di legge che intervenga sul modo in cui la gente vuole andare in giro vestita o addobbata. C´e`da capire se tale comportamento e´ frutto di una libera scelta, ma le leggi che sono state emanate in materia ad esempio in Francia non mi sembra che risolvano il problema: solo una forma di accanimento contro una singola comunita`. Tuttavia, sono molto critico con tutte quelle forme di affiliazione il cui obiettivo e` rivendicare di essere qualcosa d`altro rispetto al resto del mondo. Perche´, e`un attimo, e da diverso, si comincia a dire “migliore”; dopo, solo guai…

Ipocriti e vigliacchi

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Segnalo a quella -cospicua- porzione della sinistra italiana che vuole introdurre l’aggravante di omofobia, ma allo stesso tempo si rifiuta di riconoscere agli omosessuali gli stessi diritti degli altri, che relegare alcuni esseri umani al rango di cittadini di serie B, e poi pretendere di punire più severamente chi li picchia perché li ritiene cittadini di serie B, è un’operazione di un’ipocrisia e di una vigliaccheria senza uguali.
Da che esiste lo stato di diritto, le aggressioni si combattono con l’ordine pubblico, le discriminazioni con la politica. Per cui, per favore, prendetevi le vostre responsabilità, anziché ciurlare nel manico e cercare di scaricarle tutte sulla magistratura e sulle forze dell’ordine: oppure ammettete, senza tanti giri di parole, che degli omosessuali ve ne frega tanto quanto agli altri.
Cioè niente, o giù di lì.

Dio che fastidio signora mia

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Vediamo se ho capito: viviamo in un paese in cui i diritti di sposarsi con chi si sceglie, di decidere se sottoporsi o non sottoporsi ai trattamenti medici, di morire come si preferisce, di concepire un figlio vincendo la sterilità, di farsi una canna in santa pace nel giardino di casa non sono considerati abbastanza rilevanti da essere riconosciuti: mentre si reputa che vada tutelato il diritto a non vedere -dio che fastidio signora mia- un pisello -leggasi pene, membro, cazzo eccetera- o una vagina -leggasi fica, cinciallegra, pucchiacca e via discorrendo-, pur essendo ben noto che chiunque sa bene come quelle parti anatomiche siano fatte -avendone presa visione in numerose circostanze-, in omaggio ad un “senso del pudore” non meglio precisato ancorché considerato così essenziale da non consentire a chi sente minacciato il proprio non dico di farsi una ragione dello spettacolo, ma perfino di voltarsi dall’altra parte.

Cioè, non so se mi sono spiegato: se uno lotta contro una terribile malattia progressiva e chiede di porre fine all’inenarrabile sofferenza che sta provando lo stato arriva e gli dice che non può; se un altro ha il desiderio di lasciare la propria eredità al compagno che gli è stato accanto per tutta la vita lo stato irrompe e glielo impedisce; invece se uno si lamenta perché la visione di un uccello -dio che fastidio signora mia- l’ha profondamente turbato lo stato si arma e si schiera al suo fianco, gli dice non preoccuparti caro so quanto stai soffrendo, adesso a quel cattivone con la minchia di fuori lo puniamo severamente, così non sarai più costretto a provare -dio che fastidio signora mia- quel senso di disgusto che ti invalida come nessun’altra cosa al mondo potrebbe fare.

Ma andate a cagare.

La panzana delle priorità

in politica by

Ieri ho dovuto preparare le dichiarazioni dei redditi per quattro clienti, chiudere un ricorso che stava per scadere, finire il conteggio dell’IVA trimestrale per un paio di società e correggere alcune pratiche telematiche presso la Camera di Commercio. E così ho fatto.

Cioè: non è, per dire, che siccome le dichiarazioni dei redditi erano più importanti ho telefonato a quello del ricorso dicendogli mi spiace, ti toccherà pagare perché non posso presentarlo; o che l’IVA trimestrale non l’ho calcolata perché le pratiche telematiche erano prioritarie. Insomma, dovevo fare quattro cose e quattro ne ho fatte: come capita tutti i giorni, credo, a chiunque sia costretto a lavorare per  vivere.

Tutto questo per dire che quando i soliti fenomeni ci avvertono che del matrimonio gay, o dell’eutanasia, o dei diritti civili in generale non ci si può occupare adesso perché le priorità sono altre, tipo la crisi economica, mi viene da pensare che le due cose potrebbero benissimo essere portate avanti entrambe, senza alcuna necessità di posticiparne una per poter completare l’altra.

A meno di non voler concludere che mentre tutti gli italiani, per mangiare, sono costretti ad essere multitasking, i cervelloni che guidano il paese debbono fare una cosa per volta, altrimenti si incasinano, si confondono, si impappinano. Poveracci.

Che dite, volete continuare a raccontarci la solita panzana delle priorità, oppure fate un saltino a studio da me e ci restate una settimanella, così magari vi esercitate?

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