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Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

Referendum costituzionale e dimissioni

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Come ci fa notare oggi Nagasaki, a ottobre si vota sulla Costituzione e non su Renzi e Boschi. Che la scheda del referendum costutuzionale contenesse al suo interno un sì o un no alla riforma costituzionale non dovrebbe sorprendere l’elettore medio. Quello che va tenuto presente è però che voteremo sulla modifica della Costituzione che è stata al centro dell’azione del Governo Renzi fin dalla sua nascita ed è dunque del tutto logico che se questa venisse respinta Renzi e Boschi dovrebbero andare a casa. È anche del tutto logico che chi ritenesse quella riforma sbagliata non boccerebbe solo la riforma ma anche chi l’ha scritta. Non è chiaro infatti come potrebbe procedere l’azione di un governo dopo che una parte così consistente del suo operato venisse rigettata dagli elettori. Per non parlare del fatto che se il governo dovesse continuare, sarebbero proprio i Nagasaki di turno i primi a lamentarsene suonando la campana a morto per la nostra democrazia.

Da che mondo è mondo, i governi vivono e muoiono a seconda del loro operato senza che ciò venga considerato un ricatto. Viene quasi il sospetto che quelli del fronte del NO, che ora si affannano a dire che il voto non riguarda il governo, abbiano paura di scoprire che la riforma Boschi risponde a molte richieste dei cittadini, la gran parte dei quali non ha particolarmente a cuore il futuro politico di Renzi o Boschi, nel bene e nel male. Sai che tragedia se un vittoria dei SÌ fosse dovuta non a cieca partigianeria ma a una valutazione della riforma nel merito?

Andiamo dunque tutti a esprimere la nostra serena opinione sulla riforma senza far finta che sia stata portata dalla cicogna e senza cascare dal pero se chi l’ha scritta si prenderà le sue responsabilità in caso di bocciatura.

Once upon a time in Rome

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Nel narcisismo esasperato di Marino c’è, bisogna ammetterlo, una certa dose di eroismo. E gli eroi, si sa, sono per loro stessa natura degli idioti.

Come un Giapponese sull’atollo sperduto in attesa degli Yankee a guerra finita, al pari un Dodo ostinato che non vuole cedere alle fauci dell’estinzione, il Nostro ha voluto allungare un piedino sul baratro e tastare il terreno, per poi ritirarlo subito dopo. Un superuomo nietzschiano traballante, esempio di ostinazione disperata e assolutamente autoreferenziale. Come se tutto questo avesse un senso…anzi, forse un senso c’è: il piacere stesso della futilità.

Nella logica mercenaria della politica italiana, il gesto di Marino ha il gusto romantico dell’onore d’antan, quell’epica imbecille perfettamente raccontata da Ridley Scott ne I duellanti: uno scontro senza fine in cui la figura dell’antagonista si fonde completamente con quella del personaggio principale, tanto quello che davvero conta è il delirio guerriero in sé, l’affermazione dell’ego sull’ego stesso.

Il balletto è parte integrante di questa poetica: non ci può essere un assalto finale, suicida, se prima non ha luogo una ritirata parziale. L’eroe china la testa, esita persino, prima di gettarsi in una mischia il cui unico risultato non può essere altro che la disfatta totale. Il cliché in questo modo è rispettato, e per un attimo anche la più delirante delle insensatezze assume i toni e le sfumature della grandeur postuma: Roma deve bruciare affinché Nerone venga ricordato.

Quel che rimane sono ovviamente solo ceneri, d’altronde è su polvere e resti fossili che certe azioni si fondano. Achille, cretino supremo, cerca la morte gloriosa in battaglia pur sapendo che la sua anima marcirà nell’Ade esattamente come quella dell’ultimo degli Achei: la cocciutaggine eroica è figlia di se stessa, gli ideali tutt’al più vengono dopo, in un secondo momento, per giustificare a posteriori decisioni che erano state prese da tempo.

In tutto ciò, Marino ha perso qualsiasi credibilità politica nel momento stesso in cui si è deciso a entrare nella dimensione incerta della narrativa. Continueremo a parlare di lui e il suo nome sarà sulla bocca di tutti, ma quello che ora rimane non è più una persona reale, un individuo concreto dall’indubitabile spessore istituzionale (se non altro per il ruolo che ricopre), bensì un semplice personaggio, una marionetta avviluppatasi inconsapevolmente nei propri fili.

E come per tutti i personaggi, ce lo ricorda il poeta Nazim Hikmet, l’obbligo dell’azione viene ben prima del significato delle scelte intraprese: “non c’è niente da fare, Don Chisciotte,/niente da fare/è necessario battersi/contro i mulini a vento.”

Lunga e morbida

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Regolamento della Camera dei Deputati, articolo 17 comma 2:

Il Presidente comunica all’Assemblea, che ne prende atto senza procedere a votazioni, le dimissioni dal mandato parlamentare motivate in relazione alla volontà di optare per una carica o per un ufficio con esso incompatibile

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Regolamento della Camera dei Deputati, articolo 49 comma 1:

Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti le persone

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Regolamento del Senato della Repubblica, articolo 113 comma 3:

Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni comunque riguardanti persone e le elezioni mediante schede

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Orbene, posto che le dimissioni dei parlamentari non sono soltanto un “atto di coscienza individuale” sul piano politico, come dice Lupi, ma un atto individuale sul piano giuridico, la minaccia del PdL si sostanzia nell’ipotesi che ciascun deputato e ciascun senatore del gruppo presenti individualmente le proprie dimissioni, che esse vengano accettate o respinte individualmente a scrutinio segreto, che qualora vengano accettate vi sia il subentro dei primi non eletti, che costoro a loro volta presentino individualmente le proprie dimissioni, che esse vengano accettate o respinte individualmente a scrutinio segreto, che qualora vengano accettate vi sia il subentro degli ulteriori non eletti e così via discorrendo.
Ammesso e non concesso che uno scenario simile possa materialmente verificarsi in tempi non biblici (ci saranno cose più importanti da mettere all’ordine del giorno prima di tutta ‘sta tiritera i votazioni?), considerato lo scrutinio segreto, tenuto conto del fatto che molti dei non eletti in fondo alle liste chissà chi sono, e magari potrebbero pure fare un pernacchione e rifiutarsi di dimettersi, mi pare che la minaccia del PdL possa qualificarsi senza troppi dubbi alla stregua della carta igienica.
Lunga, e soprattutto morbida.

Fare i conti con la logica

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Oggi è giornata di spread molto alto (in questo momento Bloomberg mi informa che è a 492), quindi riparte la consueta sinfonia

Avete visto? Dicevate che lo spread era tutta colpa di Berlusconi! E adesso? Se ne è andato, ma non scende! Ah-ha!

Che è un po’ come dire

Avete visto? Dicevate che la macchina non partiva per colpa di Berlusconi! E adesso? Se ne è andato, ma non riparte! Ah-ha!

Che potrebbe anche avere un suo senso. Il problema è che la macchina non riparte non perché chi c’era prima non era bravo a guidare. La macchina non riparte perché chi c’era prima l’ha sfracellata contro un muro, sin dal 2001, governando per 8 lunghi anni su 10 (nei due in cui non ha governato ha ben pensato di spernacchiare Tommaso Padoa Schioppa e la sua manovra da 35 miliardi di euro) (Tommaso, perdonali perché non sapevano cosa dicevano).

PS: ma se era in grado di governare agevolmente e tirarci fuori dalla crisi, perché si è dimesso?

Siccome vi vedo distratti

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Vi segnalo che Rosi Mauro è ancora Vice Presidente del Senato della Repubblica Italiana.

(Per quanto mi riguarda, Rosi Mauro si sarebbe dovuta dimettere -o meglio, proprio non avrebbe più dovuto mettere piede nel Senato della Repubblica Italiana- dopo questo scempio qui, ma questo è un altro discorso.)

 

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