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Diego Fusaro

L’insostenibile pesantezza di Diego Fusaro

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Learco Pignagnoli è un autore fittizio e geniale scrittore di aforismi, nato dalla penna di Daniele Benati. C’è un passo della sua Opera numero 100 che dice:

“Se andate a comprare un romanzo di Moravia, non comprate un romanzo, ma un mezzo chilo di carta. E allora, anziché chiedere al libraio di darvi un romanzo di Moravia, dovreste dire più onestamente: Mi dia mezzo chilo di carta di Moravia. Ma non lo dite perché siete schiavi delle apparenze. Volete comprare un chilo di carta? Va bene, comprate un chilo di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un romanzo.”

Ora, io vorrei scrivere una recensione al nuovo libro di Diego Fusaro Pensare altrimenti (Einaudi 2017) e mi piacerebbe poter dire: prendete questo testo di Pignagnoli, sostituite ‘Fusaro’ a ‘Moravia’ e ‘saggio’ a ‘romanzo’, e avrete la mia recensione. Ma purtroppo non si può.
Non si può per una ragione molto concreta: il libro l’ho acquistato in ebook, e perciò in cambio dei miei sette euro e novantanove non ho ricevuto neanche quei 181 grammi di carta – tanto pesa il libro vero – che avrei potuto magari riutilizzare per scopi più nobili che non la lettura di Pensare altrimenti. Oltre al danno, la beffa.

Devo confessare che la mia è stata una lettura tutt’altro che scevra di pregiudizi. Qui, per esempio, avevo già parlato di Fusaro, e la mia opinione nel tempo non è cambiata. Diego Fusaro (DF) e il suo (piccolo) successo accademico e mediatico continuano a rimanere per me, da anni, un grandissimo mistero.
Come sottolineavo in quell’articolo, DF ripete ossessivamente le stesse tre o quattro cose. Il risultato è un’antologia rimasticata di marxismo stilizzato, propaganda nazionalista-reazionaria e di pensiero anti-tecnica, caro a una certa tradizione filosofica europea. Con l’aggravante che lo stile di Fusaro è fatto di slogan iper-semplificati, che normalmente traveste di un pesante e pedante armatura di paroloni che dovrebbero suonare ‘filosofici’ (nel senso del manuale del liceo) e citazioni – anche qui quasi sempre le stesse – del tutto estrapolate dal contesto originale e piegate alla funzione di glosse autoritative a ciascun pensierino.

Questo libro non fa eccezione, purtroppo. La sensazione che si ha leggendo Pensare altrimenti è quella di testo strutturato per accumulo: ogni frase, ogni periodo, potrebbe essere spostato più o meno in qualunque altro punto senza che il senso complessivo ne risulti compromesso. Se c’è un motivo per ammirare profondamente Fusaro è proprio questa sua ostinata capacità di produrre ben diciotto brevi capitoli riuscendo a dire continuamente le stesse cose, ma con parole ogni volta (leggermente) diverse.

Il libro si propone come un’analisi della categoria di dissenso: Fusaro ci spiega che la società moderna – la società capitalista e neoliberale – ha annientato il dissenso. Lo ha fatto – dice – nella sua forma più estrema e, dunque, realmente totalitaria: ha cioè annullato la possibilità stessa di pensare al di fuori dell’ “ordine reale e simbolico dominante”. Si è così avverata, senza naturalmente che noi (ma Fusaro sì!) ce ne accorgessimo, la distopia orwelliana di 1984, dove il controllo del grande fratello sui cittadini ha raggiunto lo stadio perfetto, quello della manipolazione compiuta dei pensieri.
La società capitalistica, sostiene DF, rende impossibile il costituirsi stesso del dissenso, che dunque non è semplicemente silenziato o represso, come nei regimi autoritari classici. Insomma, per Fusaro viviamo in un totalitarismo al cui confronto quelli novecenteschi sono addirittura, in un certo senso, preferibili perché, pur nell’agire repressivo, garantiscono tuttavia che si creino le condizioni di possibilità per il dissenso. No, non è un’esagerazione, lo dice davvero.

Tutto questo, secondo lui, è reso possibile da un trucco del Potere che Fusaro ha però smascherato. Il ‘pensiero unico’ del capitalismo viene in realtà frammentato in una serie infinita di false dicotomie che, dice, non intaccano mai il nucleo totalitario del sistema di dominio globalista e capitalista. Tra le apparenti dicotomie che compongono il “falso pluralismo democratico della civiltà occidentale” ci sono, per DF, quella tra destra e sinistra, omosessuali e omofobi, atei e cattolici, veg(etari)ani e carnivori, esterofili e nazionalisti.

All’interno del programma di Rai3 Quante Storie, la scrittrice Michela Murgia ha “stroncato” il pamphlet di Fusaro, soffermandosi però esclusivamente sul giudizio approssimativo che DF dà della “ideologia gender”, che per l’autore altro non è che l’ennesima concreta manifestazione della tendenza, tipica del “mondialismo”, a livellare le differenze allo scopo di creare un’individuo-consumatore privo di identità.
Ma l’opinione della Murgia, pur giustificata, mi ha lasciato perplesso per quello che presuppone, più che per ciò che dice. Le parole di Fusaro sul gender occupano sì e no una paginetta. Concentrarsi su quelle poche righe per dare un giudizio negativo sul libro significa, in effetti, prendere altrimenti sul serio il contenuto di questo libretto. E infatti la Murgia fa una lunga premessa alla sua “stroncatura” per dire che le dispiace stroncare un autore di cui, tutto sommato, condivide i presupposti.

Com’è possibile?
Me lo chiedo onestamente, sconsolatamente. Com’è possibile, prima ancora di discordare con Fusaro, prendere sul serio quello che scrive? Per chiunque abbia un minimo di familiarità con il discorso scientifico, dovrebbe sembrare immediatamente chiaro che le affermazioni di Fusaro sono a) banalmente false, b) prive di senso, c) del tutto non verificabili/falsificabili. Come si fa a leggere un passaggio come questo, per esempio, e prenderlo sul serio?

“Del resto, a differenza delle società del passato, quella sussunta sotto il capitale non necessita più di essere fondata sulla normatività eteronoma di metafisiche veritative e sulla conseguente persecuzione dei dissidenti. Si regge unicamente sull’allargamento nichilistico onnilaterale della forma merce e sull’estensione infinita della norma del valore di scambio. Tale allargamento accetta ogni pensiero e ogni opinione, anche se apertamente contestativi, assimilandoli all’interno del circuito della produzione e dello scambio, secondo il modello del volto di Che Guevara ridotto a effigie rassicurante sulle magliette di marca.”

Come si può prendersela solo per quello che Fusaro scrive, ad esempio, degli studi di genere dimenticando che il medesimo giudizio è da lui riservato a tutto quello che gli passa sotto il naso? I movimenti di sinistra e quelli di destra, l’economia, le file ai supermercati, la matematica e le scienze, l’inglese, il terrorismo islamico, le magliette con l’effigie del Che? Pressoché tutto ciò che accade nel mondo è immediatamente analizzabile usando le categorie della neolingua orwelliana, dell’anticonformismo conformista, dell’onnimercificazione iperedonistica. In una parola, tutto è forma, manifestazione o momento del grande blob del capitalismo occidentale.

Nel libro Fusaro compie uno sforzo impressionante per chiamare con nomi diversi, senza mai dare uno straccio di definizione o di chiarificazione, questa cupola che quotidianamente ordisce il complotto planetario che Fusaro dice di aver scoperto. Io ne ho contati almeno quarantatrè:

1. ordine simbolico dominante 2. ordine simbolico imperante 3. pensiero unico mondializzato 4. pensiero unico neoliberista 5. neoliberismo 6. potere neoliberale 7. regime dell’apartheid planetario pudicamente chiamato capitalismo 8. Capitale 9. Monsieur Le Capital 10. Potere 11. Dominio 12. mondo della manipolazione organizzata e del «si dice» planetario 13. monoteismo del mercato 14. monoteismo idolatrico del mercato 15. fanatismo economico 16. integralismo economico 17. fanatismo economico-finanziario 18. fanatismo economico-finanziario globale 19. ordine entropico della mondializzazione 20. totalitarismo del mercato 21. sistema del fanatismo economico 22. oligarchia finanziaria 23. integralismo economico globale 24. teologia mercatistica 25. odierna civiltà della tecnica 26. tecnocapitalismo 27. odierna democrazia di massa della civiltà dei consumi 28. nuovo ordine mondiale classista planetario 29. nuovo ordine mondiale della società di mercato 30. nuovo ordine globale 31. ordine egemonico 32. ordine simbolico della civiltà dei consumi 33. ordine economico spoliticizzato 34. partito unico della produzione capitalistica 35. nuova élite neofeudale 36. astuzia della ragione capitalista 37. regime mondialistico della produzione e del consumo 38. dominio a stelle e strisce 39. signori del mondialismo 40. aristocrazia finanziaria 41. signore neo-oligarchico 42. signore globalista e neo-feudale 43. il nuovo ordine mondiale dell’economia classista spoliticizzata.

Come può una ‘teoria’ che pretende di spiegare qualunque cosa usando il medesimo meccanismo, cambiando solo di tanto in tanto l’ordine delle parole, sperare di spiegare qualcosa?

Bisogna dirlo una volta per tutte: Prendere sul serio Diego Fusaro è una stronzata. (Con buona pace di Andrea Coccia che ha scritto una bella recensione di questo libro per Linkiesta che si chiama proprio “Leggere Fusaro prendendolo sul serio”). E’ una stronzata perché la filosofia, per Fusaro, non è una cosa seria.
È piuttosto una posa. Un modo come un altro per conquistare la scena, per diventare personaggio. Chiunque abbia bazzicato almeno una volta i profili social pubblici e personali di Fusaro sa bene che sono letteralmente invasi da suoi primi piani quasi tutti identici. DF è ossessionato dagli autoritratti anche se, ironicamente, ha pubblicato un video in cui dice che i selfie sono una manifestazione (indovinate un po’!) del narcisismo atomizzante al quale ci costringe la società capitalistica.

Il discorso di Fusaro non è diverso dal discorso dei complottisti da bar, degli scie-chimicisti di Facebook, dei Salvini, Grillo, Barnard, Paragone. Non ha più valore di questi ultimi, non fornisce più dati su cui confrontarsi, non offre nuovi argomenti logici ai quali provare a controbattere. Se si sente l’esigenza di prenderlo sul serio – di amareggiarsi se la sua opinione sul gender non è quella che ci si aspetterebbe da un pensatore marxista – è perché la posa che Fusaro ha scelto è quella dell’intellettuale e del filosofo.

Ma travestire un discorso da bar – con i medesimi contenuti del discorso da bar – con qualche dotto riferimento storico-filosofico, non vuol dire essere un intellettuale. Sottrarlo alla comprensibilità immediata usando una sintassi e un lessico incredibilmente involuti, dove le parole sono scelte – spesso a sproposito – non per quello che significano, ma per via del registro alto o desueto al quale appartengono, non vuol dire essere un filosofo. Vuol dire, se possibile, l’esatto opposto.
Vuol dire giocare sporco, per indurre nel lettore o nell’interlocutore una forma di rispetto autoritario. Per creare, silenziosamente, una bugiarda gerarchia della conoscenza, che mira a suscitare il timore della propria ignoranza. (È lo stesso meccanismo per cui Fusaro si fa chiamare, in tv, professore pur essendo un ricercatore universitario a contratto). È un bluff. Tutto sommato innocuo, da ridere, ideale per le parodie come quella di Diego Fuffaro su Facebook.

Poco tempo fa, nel 2014, nella stessa collana Vele in cui è uscito il pamphlet di Fusaro, Einaudi ha pubblicato il libro di un altro filosofo, Diego Marconi, Il mestiere di pensare. I titoli dei due libri hanno in comune la parola chiave ‘pensare’, e non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro nel modo in cui traducono in pratica questo verbo filosofico per eccellenza.
Marconi insiste molto sulla umiltà della pratica filosofica, che non è diversa nei metodi e nei requisiti da quella di altre scienze pure. Per fare filosofia, come per fare matematica o linguistica teorica, è necessario innanzitutto acquisire gli strumenti del mestiere: la logica, il rigore argomentativo e la capacità di riconoscere le fallacie, di distinguere un argomento valido da uno che non lo è. E poi: la chiarezza dell’esposizione, la dimestichezza con le questioni aperte in un determinato settore, con le ‘soluzioni’ più influenti e i problemi più macroscopici di queste ultime. Secondo Marconi, di fronte a un testo o un discorso che si presenta come filosofico, anche il lettore non esperto dovrebbe porre a sé stesso una semplice domanda: “Che ragioni mi sono state offerte, a ben vedere, per credere tutto ciò?”

Regalatevi, se volete, il libretto di Fusaro e fatemi sapere. Poi però non dite che non vi avevo avvertito. Volete comprare centottantuno grammi di carta? Va bene, comprate centottantuno grammi di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un libro di filosofia!

Il Sistema Fusaro

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Ragionando di filosofia, uno che ne capiva abbastanza ha detto una volta che essa “è necessariamente sistema”. Ora, nell’Italia del 2015 pare che la filosofia sia tornata di moda: i festival a tema spuntano come funghi e non c’è talk televisivo che si faccia mancare la presenza fissa del filosofo in studio. Filosofi, insomma, come se piovesse. Di sistemi filosofici, tuttavia, neanche l’ombra.
Eppure, forse, non tutto è perduto! Fortuna vuole che, dallo schiamazzo del circo mediatico-filosofico, una voce si levi, forte e chiara, al di sopra delle altre. La voce di un giovane Filosofo (con la f maiuscola), un sistematico per vocazione, giacché – per sua stessa ammissione – ‘allievo indipendente’ di Hegel e di Marx. Il suo nome è Diego Fusaro.

È un Sistema, quello fusariano, che per rigore logico e ampiezza di Weltanschauung fa vacillare al confronto, come castelli di carte, le costruzioni dei suoi stessi maestri (indipendenti). Tutto si tiene, nella logica implacabile del Nostro. Di seguito, ecco un breve e inevitabilmente incompleto compendio del suo pensiero.

Il Sistema Fusaro muove da una transvalutazione di tutti i valori. In pratica, alcune cose sono buone e altre sono cattive, inerentemente. Tra le cose cattive figurano, in ordine sparso: i numeri, il calcolo, il metodo scientifico e la scienza e in particolare l’economia – ma ogni disciplina che faccia uso di strumenti matematici è guardata con sospetto, per ovvie ragioni (v. alla voce ‘numero’) – il capitalismo e il (neo-)liberismo, l’inglese, la teoria gender, due anni (ma solo questi due) del Novecento, vale a dire il 1968 e il 1989, e naturalmente l’Euro e l’Europa.

Tra le cose buone ci sono: la filosofia e la cultura umanistica, i selfie, l’abbronzatura, Giovanni Gentile e il liceo classico, il mare (“immagine mobile della libertà”), Marx, i festival filosofici, la Gabbia di Paragone, gli avverbi formati col nome di un filosofo tipo heideggerianamente.

A grandi linee, la logica del discorso fusariano procede come segue: si prende una cosa a caso (un fatto di cronaca, una persona, un’invenzione tecnologica, una teoria, una frase), meglio ancora se proveniente dal mondo della sinistra e del marxismo, e si mostra che – una volta squarciato il velo di Maya dell’illusione borghese – essa non è altro che l’ennesimo, maleodorante tentacolo della piovra capitalistica. La strategia si adatta, con lievi variazioni, ai casi più disparati, tipo Tsipras (qui), il gender (qui), o le proteste delle Femen (qui). Mirabolante, e meritevole di una citazione, è la sua applicazione al caso dell’iPhone:

L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.

Si noti qui come il tema del capitalismo cattivo si incroci al rifiuto della tecnica e soprattutto alla liberazione dall’oppressione del Dio-numero che tutti ci vuole asserviti alla ‘logica illogica’ neoliberista della sequenza per cui, ecco lo scandalo!, all’uno segue il due e al due il tre e così via, senza scampo. Un crescendo filosofico da capogiro.

Tornando alle cose cattive, particolarmente dannosi per Fusaro sono l’Euro e l’Inglese. Quanto al primo, il Nostro sostiene la tesi secondo la quale “[l]’euro non è una moneta: è un metodo di governo per rimuovere diritti sociali e del lavoro. E’ il trionfo del capitalismo assoluto”. A chi volesse alzare il proprio borghese ditino per sottolineare la contraddizione di una moneta che però non è una moneta, sfuggirebbe – suppongo – l’ovvietà per cui il principio di non contraddizione è esso stesso nient’altro che una delle maglie della camicia di forza neoliberista. E, si badi, Fusaro potrebbe tranquillamente darci una spiegazione tecnica del perché l’Euro è così letale per i popoli europei. Potrebbe, ma se ne astiene, poiché – rischiarato dal lume della filosofia – è cosciente che agitarsi nelle sabbie mobili del discorso economico non condurrebbe ad altro che a sprofondare ancora di più nei fanghi del capitalismo (qui il testo completo):

Cari amici e care amiche, prego tutti quanti di risparmiarmi le esortazioni allo studio dell’economia. … l’economia è il problema e non la soluzione: finché si permane nel “cretinismo economico” (Gramsci) non vi può essere salvezza, giacché si permane sul terreno della reificazione e della fascinazione per cifre, numeri e calcolo.… Lasciatemi proseguire nel cammino filosofico, re taumaturghi dell’economia! 

Quanto alla lingua inglese, quest’ultima – proprio come l’Euro – è pure essa uno strumento di dominio mondialista delle masse e di assuefazione all’ideologia consumistica. Fusaro è particolarmente intransigente contro l’uso dell’inglese nelle pubblicazioni scientifiche, paradigma della “adesione supina al nomos dell’economiada parte del “clero accademico”.
L’ignaro, lo stolto, il sempliciotto non filosoficamente avveduto, potrebbe obiettare che, tuttavia, a scrivere tutti nella stessa lingua forse ci si capisce meglio e si rende la propria ricerca accessibile a un numero molto più ampio di studiosi che potranno così avvalersene a vantaggio di quell’impresa intrinsecamente comunitaria che è la scienza. Di fronte a simili bestemmie, il Nostro non potrà che scuotere il capo in segno di rassegnazione al cospetto del cretinismo di chi, drogato di ideologia capitalistica, persegue “nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.”.
Pensateci: un mondo di fisici sperimentali che pubblicano articoli sui semiconduttori in terzine dantesche, di ingegneri aerospaziali che discettano di propulsione idraulica in perfetto inglese Shakespeariano. Davvero avete ancora dei dubbi sul mondo in cui preferireste vivere?

Diciamolo pure: il pensiero fusariano è una finestra verso l’abisso che è dentro e fuori di noi. Tale è la sua complessità, tante le sfaccettature, i temi, la profondità di vedute. Impossibile darne una visione comprensiva: non basta il post di un blog, non basterebbe un libro, persino un’enciclopedia. Speriamo almeno di aver reso al Nostro l’umile servigio di presentare le fondamenta del suo Sistema. D’altronde, scriveva Nietzsche: “Io non sono abbastanza ottuso per un sistema – e tanto meno per il mio sistema”. Fusaro, invece…

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