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Di Battista

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

in giornalismo/politica by

Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

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Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

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Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

L’olio tunisino e qualche notizia dall’Ottocento

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Come al solito un argomento piuttosto interessante viene sputtanato dal fatto che i partecipanti che pesano di più nel dibattito sono gli urlatori del mercato che non si vergognano né di fronte alla falsità né all’assurdità dei loro ragionamenti. La decisione del Parlamento Europeo di alzare le tonnellate di olio tunisino esenti dal dazio da 57mila a 90mila tonnellate avrebbe dovuto favorire analisi intelligenti per meglio ponderare gli effetti positivi con i rischi potenziali. Invece le considerazioni più manifestate sono le bestialità di chi ha sempre parlato di “aiutarli a casa loro” e di chi propone un piano nazionale quinquennale per le olive (se Dibba fosse stato leader dell URSS, la guerra fredda sarebbe durata quanto un raffreddore).

In questi giorni in cui – nel 2016! – si sente parlare di autarchia, mi sono venuti in mente alcuni paragrafi de L’Età degli imperi di Hobsbawm (capitolo II, L’economia che cambia). Parlano della situazione europea nella seconda metà dell’Ottocento, quando tutti gli Stati sperimentavano l’aumento di produzione nonostante mercati interni piccoli e chiusi nelle dogane (non solo nazionali ma anche regionali, se non provinciali o comunali), e del ruolo della liberista Gran Bretagna come elemento stabilizzante per l’economia. Li lascio qua, che li trovo molto interessanti e ho la certezza siano più decenti del Dibba.

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“I governi erano molto più inclini a dare ascolto agli assai consistenti gruppi di interesse e strati elettorali che li sollecitavano a proteggere il produttore nazionale dalla concorrenza delle merci d’importazione. Queste categorie infatti non comprendevano soltanto, come prevedibile, le foltissime schiere degli agricoltori, ma anche una massa ingente di industriali nazionali che miravano a ridurre al minimo la “sovrapproduzione” escludendo almeno i rivali stranieri. La “Grande Depressione” mise fine alla lunga era liberistica, almeno nella sfera del movimento delle merci.

[…]

Fra tutti i principali paesi industriali soltanto l’Inghilterra rimase fedele al liberismo puro, nonostante le forti pressioni esercitate di quando in quando dai protezionisti. Ciò per ovvie ragioni, del tutto indipendenti dall’assenza di un numeroso ceto contadino, e quindi di un largo suffragio automaticamente protezionistico. L’Inghilterra era di gran lunga la massima esportatrice di prodotti industriali, e nel corso del secolo si era venuta sempre più orientando verso l’esportazione […] Era l’esportatrice maggiore di capitali, di servizi commerciali e finanziari “invisibili”, e di servizi di trasporto.

[…]

D’altronde, anche se di questo dato ci si dimentica spesso, L’Inghilterra era di gran lunga il massimo sbocco delle esportazioni primarie mondiali, e dominava – potremmo dire costituiva – il mercato mondiale di alcune di queste, come lo zucchero di canna, il tè e il frumento, di cui nel 1880 acquistava circa la metà del totale commerciato internazionalmente. Nel 1881 gli inglesi compravano quasi la metà delle esportazioni mondiali di carne, e molta più lana e cotone di chiunque altro. E quando l’Inghilterra, durante la depressione, lasciò declinare la propria produzione alimentare, la sua propensione a importare si accentuò ulteriormente. Nel 1905-09 essa importava non solo il 56 per cento dei cereali che consumava, il 76 per cento del formaggio e il 68 per cento delle uova.

La libertà di commercio appariva indispensabile, perché consentiva ai produttori primari d’oltremare di scambiare i loro prodotti con quelli industriali britannici, e rafforzava quindi quella simbiosi

[…]

Per l’Inghilterra i costi non erano trascurabili. Il libero scambio comportava la decisione di lasciare che l’agricoltura inglese, se non riusciva a stare a galla, colasse a picco. L’Inghilterra era il solo paese in cui anche i politici conservatori, nonostante l’antico impegno protezionistico di simili partiti, erano disposti ad abbandonare l’agricoltura.

[…]

Ma il liberoscambismo non rischiava di sacrificare altresì l’industria britannica, come temevano i protezionisti? Considerando le cose da un secolo di distanza, quel timore non appare del tutto infondato. Il capitalismo in fin dei conti esiste per fabbricare soldi e non questo o quel determinato prodotto. Ma se già era chiaro che l’opinione della City londinese contava assai più di quella degli industriali di provincia, per allora gli interessi della City bnon apparivano ancora in contrasto con quelli del grosso dell’industria. L’Inghilterra rimase liberista (tranne riguardo all’immigrazione: fu infatti uno dei primi paesi che introdusse nel 1905 norme discriminatorie contro l’afflusso massiccio di stranieri – ebrei).

[…]

Ma qual’era il suo [del protezionismo] effetto? Possiamo ritenere acquisito che un eccesso di protezionismo generalizzato, che cerchi di barricare contro gli stranieri ogni economia nazional-statale dietro un apparato di fortificazioni politiche, è dannoso per la crescita economica mondiale; cosa sufficientemente dimostrata nel periodo fra le due guerre mondiali. Ma nel 1880-1914 il protezionismo non era né generale né, salvo occasionali eccezioni, proibitivo; e come abbiamo visto si limitava all’ambito dello scambio di merci, senza toccare il movimento della forza lavoro e le transazioni finanziarie. Il protezionismo agricolo, nel complesso, funzionò in Francia, fallì in Italia (dove la risposta fu un’emigrazione massiccia) e funse da riparo per i grandi agrari in Germania.

[…]

Di fatto la centralità britannica fu per il momento rafforzata dallo sviluppo del pluralismo mondiale. Le economie neoindustrializzate, comprando dal mondo sottosviluppato una quantità maggiore di prodotti primari, cumulavano infatti farà loro un deficit cospicuo nell’interscambio con quel mondo. Soltanto l’Inghilterra ristabiliva un equilibrio globale, con l’importare una quantità maggiore di manufatti dai propri rivali, con le sue esportazioni industriali verso il mondo dipendente, e soprattutto con le massicce entrate invisibili provenienti sia dai suoi servizi finanziari internazionali sia dal reddito fornito al massimo creditore mondiale dai suoi enormi investimenti esteri. Il relativo declino industriale dell’Inghilterra ne rafforzava così la ricchezza e la posizione finanziaria.

La Cirinnà e le critiche dell’Italia Migliore

in politica by

Neanche il tempo di approvarla, questa “mezza Cirinnà” che già ovunque è tutto un fiorire di dotte analisi politologiche, critiche feroci, aggressioni verso i protagonisti: Alfano, Verdini, Renzi, il Governo, il PD – e un’inspiegabile, vi giuro inspiegabile, santificazione dei Cinque Stelle.

Insomma, il mostro di tutta la faccenda è chi, alla fine, questa legge l’ha approvata. Non è un granché, certo, ci piaceva di più prima, certo, ma è un primo passo. C’è una leggina sulle unioni civili che è passata al Senato. Per molto meno è caduto più di un governo. Però, addosso. Altrimenti non siete sufficientemente progressisti, ché l’importante è ribadire che Alfano è retrogrado e puzza – e invece pensate un po’ ha votato la fiducia sul provvedimento. Ha chiesto qualcosa in cambio? Certo, così funzionano i parlamenti. Sapete chi invece non ha fatto proprio nulla per questo piccolo traguardo, se non un mortale, micidiale, continuo e inarrestabile casino, come da copione? Il MoVimento 5 Stelle. Che però erano a favore, eh, ci mancherebbe. Però sì, poi no, poi il canguro, l’sms, il controcanguro, mi si nota di più se vengo o non vengo, ma la democrazia signora mia, e le analisi di Dibba secondo cui è tutto un modo per nascondere il dissenso interno al PD (nascondere a chi, Dibba, che lo sanno pure le pietre?). Però, non si capisce come, secondo molti di questa storia non c’è niente per cui rallegrarsi, manco una briciola, e i grillini sono gli integerrimi salvatori della Coerenza, con la “C” maiuscola.

Verdini non è simpatico a nessuno, vi assicuro, è un politicante della peggior specie, ed è anche piuttosto abile nel fare questo mestiere. Però, sapete, la politica è anche (proprio?) questo: è compromesso. È continuo compromesso e mediazione – io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me, però prima lascia che ti convinca della bontà della mia idea e tu mi dirai della tua. I governi, ripeto, cadono su provvedimenti come questo in paesi come questo. Questo ha tenuto, e ha portato a casa il risultato. Non è il risultato migliore? Capita. Spesso, in politica. Se non vi sta bene, in effetti, l’approccio squadrista del MoVimento è ottimo per voi, lì si mantiene barra a dritta e pedalare.

Che poi alla fine, a chi oggi critica il PD per esaltare i 5 stelle, di fondo, delle unioni civili non gliene importa proprio nulla. L’importante è sentirsi persone migliori di Renzi e Alfano e dare addosso al Partito Democratico, alla politica brutta brutta del compromesso, mentre si sta comodi nei propri divani. È l’Italia Migliore, amici miei: c’era con Berlusconi e non se n’è ancora andata.

Di Maio, ma che stai a di’?

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Dopo averci rifilato una dose di schizofrenia niente male sulla questione banche – passando con un’elegante piroetta dagli strepiti di un tempo per l’impiego di denaro pubblico nei salvataggi agli strepiti di oggi per il non-impiego di denaro pubblico negli (stessi) salvataggi –, i grillini oggi ci hanno regalato un’altra notevole serie di castronerie, inesattezze e imprudenze sul medesimo tema.

Il cittadino portavoce on. Luigi Di Maio (con un post su Facebook) e il suo collega cittadino portavoce on. Girgis Giorgio Sorial (con un intervento in Parlamento questa mattina) ci hanno resi edotti dell’ennesimo scandalo di questo governo amico delle banche. Scrive Di Maio su Facebook:

Schermata 2015-12-22 alle 21.16.00

Capisco che non sia mestiere del grillino leggersi le carte, dal momento in cui è impegnato a riportare Ordine e Onestà e Sovranità Popolare nella Repubblica, ma è altresì notevole infilare un così cospicuo numero di inesattezze. Vediamo.

  1. Come ha fatto notare puntualmente Mario Seminerio qui, il “fondo interbancario” non c’entra un tubo. Innanzitutto perché si chiama Fondo di Risoluzione, che è un’altra cosa, e in seconda battuta perché concorre al salvataggio con circa 500 milioni di euro. Contro gli 1,7 miliardi di intervento statale.
  2. I trattamenti riservati al caso italiano e a quello portoghese, stando al comunicato della Commissione Europea sull’operazione, sono stati dello stesso tipo. Si legge infatti:Schermata 2015-12-22 alle 17.01.59
    Questo significa che azionisti e obbligazionisti subordinati hanno contribuito fino in fondo al sostenimento dei costi della risoluzione. Vi ricorda qualcosa? Quindi, stando alle informazioni disponibili finora, i “risparmi” non sono stati salvati. Proprio come in Italia.
  3. Si legge che il governo portoghese ha impiegato 1,7 miliardi di fondi pubblici per salvare Banif. È vero, ed è successo perché l’intervento del Fondo di Risoluzione non è stato sufficiente. In Italia il circuito bancario ha sborsato, per il salvataggio delle 4 banche, circa 3,6 miliardi di euro. In proporzione al PIL dei due paesi, però, Banif è una banca molto più grossa e importante delle quattro italiane (ha attivi per circa il 7% del PIL): i soldi del Fondo non sono bastati, e quindi si è deciso di utilizzare denari pubblici. Da noi questo non è successo, perché i soldi messi dalle altre banche sono stati sufficienti, e non vedo proprio cosa ci sia da lamentarsi. Ribadisco anche qui: stando al comunicato della CE, questo intervento non è stato sostitutivo dell’aggressione di azioni e obbligazioni subordinate.
  4. L’UE non ha effettivamente permesso l’utilizzo del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi, com’è scritto nero su bianco in più di un documento, non ultima l’audizione di Carmelo Barbagallo (capo del dip. di vigilanza bancaria e finanziaria della BdI) in Commissione Finanze alla Camera del 9 dicembre scorso. Quindi, per semplice conseguenza logica, è falso dire che questo non sia vero.

Insomma, un gran pasticcio. Il problema è che nessuno si assumerà, ancora una volta, la responsabilità della disinformazione, pericolosa e dannosa, fatta anche in questo contesto. Capisco le esigenze politiche, ma servirebbe decisamente più cautela da chi si fa paladino della trasparenza: ché tra dire le cose sbagliate e non dirle, bisognerebbe pensare bene a cosa scegliere.

Politici Primi (o il gioco delle frasi fatte)

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Avete presente quella puntata dei Simpson in cui, il giorno del matrimonio di Homer, nonno Abe lascia al figlio l’assurda ma provvidenziale raccomandazione di mai, mai e poi mai interferire con ciò che è intorno a lui nel caso dovesse viaggiare nel tempo? Beh, tempo fa uno dei miei colleghi qui a Libernazione mi diede un consiglio che potremmo ascrivere tra le perle di saggezza geniali ma ben poco utilizzabili nella quotidianità. Mi disse infatti che per capire se un opinionista contribuisce alla formazione di un pensiero critico basta prendere le sue frasi, numerarle, fare una selezione casuale (solo le frasi pari, la successione di Fibonacci, la Tetranacci…) e leggere quanto ne risulta. Se il discorso appare comunque logico e si comprende il messaggio, allora significa che l’opinionista usa frasi fatte, cioè inutili concetti spot del tutto adattabili in qualsiasi contesto.

L’idea in realtà risale a un articolo del 2009 di Noise from Amerika, che sperimentò il metodo su un articolo di Alberoni, con risultati significativi. Come si fa tra accademici, io stesso testai il metodo ripetendo l’esperimento su Alberoni, Gramellini, Severgnini, Rodotà (figlia), e Facci, tutti giornalisti o quasi. Anche nel mio caso i risultati furono soddisfacenti, e quindi quest’anno voglio provare ad alzare il tiro, rifacendo l’analisi sui discorsi dei politici.

Sappiamo benissimo che i politici usano frasi ad effetto quando parlano, visto che la loro funzione è di conquistare prima di spiegare, o analizzare, o criticare costruttivamente (cosa che ci si aspetta invece da un serio opinionista). Tuttavia non voglio – ma credo di trovarmi d’accordo con voi lettori – arrendermi ad una visione della retorica come puro sollazzo per mancati teleimbonitori, e per questo motivo eccovi il metodo applicato su alcuni monologhi o risposte rilasciate in televisione (senza altre persone in studio oltre all’intervistatore) dai principali politici italiani del momento: Salvini, Renzi, e un misterioso membro del M5S (il perché del mistero ve lo spiego dopo). Riporterò direttamente la sequenza di frasi selezionate, con un link che rimanda all’intervista. La serie matematica scelta è quella dei numeri primi; in altre parole, vi riporto soltanto la 2a, 3a, 5a, 7a, 11a, 13a (eccetera) frase della parte d’intervista selezionata. L’effetto è che per un discorso di 30 frasi, ne ho selezionate solo 10. In uno di 40, soltanto 12. Se prendeste un discorso accademico o un’analisi critica di un problema sociale non capireste nulla. Coi politici invece…

Piccola nota (poi partiamo, ve lo prometto). La complicazione nell’applicare il metodo alle interviste dei politici è che non si sa quando finiscono le frasi (non c’è effettiva punteggiatura). Lo ammetto, sono andato ad orecchio e ciò non vota alla scientificità dell’esperimento. Avevo chiesto a Capriccioli di usare i fondi di Libernazione per comprare un software per il riconoscimento vocale ma lui se l’era già speso in cibo per gatti.

Quindi! Pronti, partenza, via…

 

Matteo Salvini (prima parte dell’intervista a Porta a Porta, 12 novembre 2014, 34 frasi di cui 11 selezionate, cioè il 32% del discorso).

L’anno scorso seduto su questa poltrona mai mi sarei sognato di commentare una Lega al 10% / Stando ai sondaggi / C’è un centro destra fermo che io mi propongo di rilanciare da nord a sud perché non mi piace che ci sia qualcuno a casa che dice o Renzi o niente / E io dico che c’è un’alternativa più seria di Renzi. Non penso che i francesi siano impazziti / Ora per la prima volta gli italiani secondo un sondaggio europeo hanno capito in maggioranza che l’euro è un problema / Non è semplice, ci sono dei rischi / penso alla gran bretagna, sarà un caso che in nove paesi che crescono di meno al mondo hanno l’euro in tasca / Ma è una moneta tarata per il nord europa, per i tedeschi / tutta l’europa è disegnata su, sulle multinazionali, sulle banche. 

 

Matteo Renzi (parte a caso del monologo al convegno dei Giovani Democratici, minuto 11:00, 12 frasi su 39, il 31%).

Perché? / Perché? Adesso attraverso gli strumenti di comunicazione e tecnologia tu adesso puoi essere il padrone. / You. L’uomo dell’anno sei tu. /Non potete far finta di non vedere cosa sta accadendo in Libia / Che oggi vede situazioni diversificate / Quella che noi riteniamo periferia del mondo / Ecco perché in questo anno abbiamo scelto innanzitutto di stare in una grande famiglia europea / Non perché non ne vediamo i limiti / Come si combatte il terrorismo islamico? / “Non sono le bombe, sono le scuole, e l’educazione”. / Come fanno i nostri soldati in Afghanistan / A livello politico e diplomatico innanzitutto.

 

Il misterioso politico del M5S (44 frasi, 13 scelte, quasi il 30%). Qui la questione è seria, perché il metodo non solo vuole verificare il livello di frasi fatte all’interno del discorso, ma anche un’altra cosa. Quale? Voi leggetevi la selezione di frasi qui sotto, e fatevi un’idea. Più sotto – un bel po’ più sotto, così nello scrolling avete il tempo di riflettere – vi spiego la peculiarità della questione.

Adesso miriamo a vincere le elezioni europee con un programma di rottura che porterà in parlamento uno tsunami / Certamente esiste una differenza di trattamento riservato a Renzi e ad altri esponenti del potere costituito rispetto a noi / Ci siamo stati nella chiusura della campagna elettorale delle nazionali / Così anche la Bignardi, che gli ha dato quello spazio / Evidentemente è un po’ frustrato per il fatto che lui e la sua generazione di intellettuali non ha minimamente inciso sul bene collettivo / Grillo è così da trent’anni, io sono così anche da prima di questa esperienza/ Il punto è che con Grillo c’è un ottimo rapporto perché siamo due persone sincere / in rete funziona cosi / Io ho visto Grillo in giacca e cravatta, e io senza né giacca né cravatta / ma uno vale uno non significa che siamo tutti uguali / No assolutamente questo è un movimento postideologico che ha scelto di stare dalla parte delle persone oneste / però ci sono molto nostri colleghi, cito sempre Vincenzo Caso, della commissione bilancio, è lui che ha scoperto la presenza dei lobbisti nella commissione / Si ricorda quando parlava di Parmalat e tutti lo prendevano in giro e poi aveva ragione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci siete ancora? Beh, il mistero è subito svelato. Il discorso appena letto è l’unione di due interviste, fatte rispettivamente da Di Maio (a Porta a Porta, pubblicata il 1 maggio 2014, 20 frasi) e Di Battista (rilasciata a Scanzi e pubblicata il 25 marzo 2014, 24 frasi). La selezione è avvenuta unendo tutte le frasi su Excel, elencandole per ordine alfabetico (cosa che faciliterebbe l’uscita di un discorso sconclusionato) e applicando la solita serie dei numeri primi. In particolare l’ordine è il seguente (Di Maio = DM, Di Battista = DB)

DM / DB / DM / DB / DB / DB / DM / DM / DB / DM / DB / DM / DB / DM

Vi erano sembrate la stessa persona? Ah, non guardate me, lo state dicendo voi, mica io!

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