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Il terrorismo della depressione

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L’Occidente da ieri ha un nuovo nemico, il terrorismo della depressione. E’ una forza oscura, sordida e camuffata, insospettabile, che si mimetizza ed insinua con facilità. Può colpire in qualsiasi posto, non si fa scrupoli, non ha coscienza, non ha ideologia, non ha la barba lunga, ne fa rivendicazioni eclatanti. Non prende ostaggi e non tratta il rilascio di prigionieri.

Al momento anche i governi dei paesi più avanzati non hanno le armi adeguate a contrastare tale fenomeno, ma bisogna reagire nel modo più fermo e risoluto possibile, anche con lo spiegamento di forze militari e di una diplomazia intransigente che non ceda ai ricatti di questi terroristi che minacciano le basi democratiche ed ogni regola basilare della convivenza civile.

Per maggiori indicazioni sul da farsi attendiamo gli editoriali di Giuliano Ferrara e Magdi Cristiano Allam ed i proclami decisionisti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Soundtrack1:’La polizia sta a guardare’, Stelvio Cipriani

Soundtrack2:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack3:’La belva col mitra’, Umberto Smaila

 

Hurt – Nine Inch Nails

in musica by

Provincia. Periferia di provincia. Periferia psichica. La periferia di una ragnatela che disinnesca ogni tipo d’approccio. Buco del culo del mondo. Sentirsi addosso un drone ossessivo che ti condanna. L’inflessibilità di miliardi di porte chiuse e sbattute in faccia. L’inaccessibilità di una qualche via d’uscita. L’irrequieto e mai accettato tornare a casa con un pugno di mosche in mano. L’aria che manca. La solitudine che succhia il sangue, certe giorni, certe sere. Vergognarsi di tutto questo.

Per non sprofondare nell’angoscia, raccontarsi di giorni migliori futuri, che questo sia un allenamento per diventare più forte. Consapevole che l’allenamento sarebbe diventato la cosa più crudele, si sarebbe cioè trasformato in abitudine. E sempre più spesso il piano sequenza che ti avvolge in una cucina vuota, a fissare il silenzio, i piatti sporchi, il frigorifero, le mattonelle.

In questa zona della tua esistenza che ad un certo punto si installa The Downward Spiral dei Nine Inch Nails (NIN), uno degli album che più ti appartengono visceralmente e che senti di crocifiggerti addosso più eterno di un tatuaggio. Perché sai che c’è una parte di te che è stata amputata o non c’è mai stata. Ma sai, o meglio scopri, che quella roba che non sai come risolvere, non ce l’hai solo tu. In una parte più remota del pianeta, in un altro buco del culo del mondo, nella periferia più isolata di un’altra ragnatela, c’è qualcun altro che quella condanna da suicidio assistito la sta scontando quanto te. E questo non è poco. Questo non risolve un bel niente. Ma ti porta un po’ di ossigeno.

Perché quando parliamo di Hurt non ci riferiamo alle cover più o meno imborghesite ed edulcorate di David Bowie, Johnny Cash, Eddie Vedder e Leona Lewis (tutte comunque bellissime). E neppure delle versioni più recenti che Reznor ha proposto live trasformandola da enigmatica confessione in hit ‘necessario’ da ammannire a legioni di  groupie e giovanotti pronti ad indossare un malessere esistenziale posticcio come una felpa da preppy.

No. Qui stiamo parlando dell’ultimo brano di The Downward Spiral, terzo lavoro in studio e capolavoro assoluto dei NIN. L’album esce a marzo del 1994 e, sorprendendo tutti, anche Trent Reznor, diventa un immediatamente un successo (quattro milioni di copie vendute nel solo anno di lancio). Fino ad allora si riteneva inconcepibile il fatto che un disco decisamente lontano dai canoni ufficiali del mainstream potesse vendere più di una manciata di dischi, collocati principalmente presso parenti ed amici. Il successo di The Downward Spiral dimostra che esiste un pubblico nutrito molto ben disposto verso la musica di derivazione industrial – si tratta principalmente di giovani che vivono in grandi città e per nulla intimoriti da suoni anche molto abrasivi e da lyrics infette, traboccanti alienazione e disperazione esistenziale. Lo stesso Reznor, in un’intervista a Rolling Stone, racconta:”quando è uscito The Downward Spiral, ho detto a quelli dell’etichetta: ‘Sentite – mi spiace, ma non credo che qui dentro ci sia anche un fottuto singolo [Ne vennero fatti invece uscire ben quattro, invece, ovvero March of the pigs, Closer, Piggy e Hurt – NdR). Credo che non venderà un cazzo, ma questo album l’ho dovuto fare, perché rappresenta bene quello che sono in questo momento; ci credo al cento per cento. Solo mi rincresce che non contenga niente tale da giustificare il denaro che mi avete dato per farlo. E poi invece esce Closer, e d’un colpo l’album vende 2 o 3 milioni di copie. Mi ha sorpreso perché – non vorrei sembrare altezzoso, ma proprio non pensavo che la gente lo capisse, sai?”.

Reznor scrive, suona quasi tutti gli strumenti a parte la batteria, produce e mixa, coadiuvato da professionisti del calibro di Mark Ellis, Aka Flood (U2, Depeche Mode, The Smashing Pumpkins), Adrian Belew (chitarrista per Frank Zappa, Bowie, Talking Heads e King Crimson), Chris Vrenna (Marilyn Manson), Stephen Perkins (Jane’s Addiction) e Sean Beavan (ingegnere del suono e produttore di Guns N’ Roses, Marilyn Manson, God Lives Underwater e Slayer). Trent si installa con l’allegra combriccola in una grande casa al 10050 di Cielo Drive a Benedict Canyon (Los Angeles), ignorando a quanto pare che è stata teatro del brutale omicidio di Sharon Tate e dei suoi amici per mano della banda di pazzi capitanati da Charlie Manson. La leggenda vuole che la scritta “Pig” sulla porta di casa, vergata da uno degli assassini, sia ancora visibile a dispetto dei numerosi strati di vernice quando Reznor e C. la occupano – per la cronaca la Trent la smonterà e la farà risistemare nei suoi nuovi Nothing Studios di New Orleans.

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10050, Cielo Drive, la casa di Sharon Tate (è stata demolita)

La mansion, ribattezzata studio “Le Pig” viene riempita di strumenti di ogni genere: console, sampler, minimoog, sequencer, drum machine, un mellotron appartenuto a John Lennon, un bel numero di chitarre Jackson e Gibson. Reznor è in piena crisi esistenziale e creativa, ascolta a nastro Low di David Bowie (un disco in cui “Bowie ha esorcizzato i suoi demoni realizzando una musica pacata ma allo stesso tempo intensa”) e The Idiot di Iggy Pop (pare sia l’ultimo disco ascoltato da Ian Curtis prima di impiccarsi). Assieme a Chris Vrenna affitta film dai quali estrae sample che trasforma in paesaggi sonori, droni, e hook di synth. Il processo creativo è discontinuo e un po’ caotico: Trent gira per la casa alla ricerca dell’emozione giusta – quando arriva il momento, “il Vietnam” lo chiamano, deve trovare un microfono entro un minuto e mezzo, altrimenti esce dalla stanza, e con lui se ne va anche l’ispirazione.

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Trent lavora così…

Spesso comincia a vocalizzare sulla base di un sample di batteria – è così che nasce ad esempio Closer, ovvero partendo dal campionamento della grancassa di Nightclubbing di Iggy Pop. “Il 99% delle cose che facciamo finisce nell’hard drive di un computer, e solo dopo innumerevoli rielaborazioni, trattamenti, taglia-e-cuci, finisce su nastro”. Spesso Reznor registra parti di chitarra da 20 / 25 minuti, da cui finisce per estrarre solo alcuni segmenti, gettando via il resto. Si stanca rapidamente, e allora passa ore ai videogiochi, riemergendo fresco e riposato, pronto per una nuova sessione.

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Sean Beavan è un bravissimo ingegnere del suono, ma ha pessime frequentazioni, come potete constatare.

L’album

The Downward Spiral è “un concept album sul controllo: dominazione fisica, sesso come forma di controllo, schiavitù mentale: in ogni relazione umana, qualcuno vuole prendere il controllo, io lo so, voglio affrontare questa cosa, la voglio mettere in discussione. Non so perché sia così, ma ogni volta che mi viene detto che non posso fare qualcosa o di farla in un certo modo, io voglio saperne le ragioni. Mettiamola così: [nella vita] sono [come] uno che al lavoro rende poco, non perché non lavori sodo, quanto perché gli ordinano di fare un mucchio di cazzate“.

A mettere subito in chiaro in che tipo di inferno dantesco si ritrovi l’ascoltatore arriva il brano iniziale, Mr. Self Destruct, introdotto dal sample di una scena di tortura presa da THX 1138 di George Lucas (L’uomo che fuggì dal futuro); segue una devastante cacofonia di riff di chitarre, sfrenati percussionismi digitali e rumorismi industriali. Il bridge, invece, è melodico, canto pulito su basso e tastiere. Questo alternarsi di violenza e dolcezza è in effetti la cifra stilistica più caraterizzante dell’arte di NIN, ed in particolare di questo album. Tale alternanza si adatta perfettamente agli scopi espressivi del concept Downward Spiral: una discesa a spirale verso il nichilismo e le pulsioni autodistruttive, discesa inesorabile, ma lenta ed intervallata da brevi sprazzi di umanità. Il protagonista di Mr Self Destruct si trova a fare i conti con quella “voce nella sua testa”, così come con il sesso, la religione, la droga e la violenza – tutte forme di controllo. Ma il problema è che la voce nella testa lo spinge proprio “dove desidera andare, gli dà tutto quello che deve sapere, lo trascina verso l’abisso e lo usa”. Infatti, il seme della rovina dell’uomo risiede nelle sue stesse pulsioni.

Sui loop di chitarra e rumorismi di Mr Self Destruct viene introdotta Piggy, un pezzo quasi jazzy, scandito da un portentoso loop di batteria e da una linea di basso semplice ed efficace. Piggy è l’amante del protagonista, che lo ha lasciato, perché “bisognosa di novità”. L’ultimo argine che tiene insieme l’uomo, l’amore, è abbattuto, e ora egli è libero, anche se nel modo più pericoloso: “Nothing can stop me now / ‘Cause I don’t care.” Il rutilante crollo di tutte le certezze è ben commentato dal crescendo di batteria che pian piano si conquista il suo spazio in totale autonomia con il beat primario del pezzo – la leggenda vuole che questa parte ritmica sia soundcheck fatto da Reznor in studio.

La prima vittima del percorso di liberazione / autodistruzione è Dio. Heresy è un grido di rabbia e di dolore diretto contro la divinità e contro gli uomini che l’hanno creata (“si sono cuciti gli occhi perché hanno paura di guardare in faccia la realtà, hanno confezionato delle risposte per smorzare la mia curiosità, hanno sognato un Dio, e lo hanno chiamato Cristianesimo“). Per una divinità che “ha fabbricato” un virus in grado di ammazzare tutto il gregge (l’AIDS),  che domina sul suo regno con l’omicidio e la sofferenza e che si compiace di atti di devozione atroci, non si può che provare odio. Per questa ragione nel 1994 la morte di Dio proclamata Nietzsche poco più di un secolo prima lascia indifferenti (“God is dead and no-one cares”).

March of the Pigs, con le sue metriche insolite (tre in 7/8 e una in 4/4, con ritornello in 4/4) e il ritmo indiavolato tra speed metal e techno, esprime la rabbia di Reznor nei confronti di tutti quelli che lo coccolavano quando era solo un brillante giovane musicista underground e che hanno preso ad “augurargli il peggio, plagiarlo e tentare di usarlo” non appena ha cominciato a vendere qualche disco.

Ed è la volta di Closer, un pezzo basato su un semplice beat disco con riflessi black ed industriali, scandito dal romantico ritornello “I wanna fuck you like an animal” (che inizialmente a Trent non piaceva perché troppo trito). Qui il sesso viene visto nella sua dimensione di dominio / controllo: non è congiungimento carnale tra esseri consenzienti, ma ad un tempo fuga dalla realtà (“help me get away from myself“) e strumento per mettere in atto la narrazione di un dio che usa violenza alle sue creature. “Mi hai concesso di profanarti, penetrarti, complicarti“, sussurra soavemente Trent all’amante. La sottomissione dell’altro diventa rappresentazione rituale dell’abuso sistematicamente perpetrato sull’uomo da questo cattivo demiurgo: ecco perché nell’atto sessuale l’uomo si sente quasi come Dio (“closer to god“).

La rivolta continua con Ruiner, altro durissimo attacco alla divinità cui qui Reznor si rivolge con l’epiteto di “distruttore”, “untore” (ancora riferimento all’AIDS), in grado di “servire merda alle sue mosche”, ladro d’anime. Come in Closer, anche qui l’aggressione del demiurgo assume connotazioni sessuali: di qui i (solo apparentemente incongrui) riferimenti fallici: “how did you get so big? / how did you get so strong? / how did it get so hard? /how did it get so long?”.

Sistemato Dio una volta per tutte, il protagonista viene liberato della sua morale e dalla sua umanità: è di questo che si parla in The Becoming. La defenestrazione del dio creato dall’uomo non produce una nuova rifondazione di valori, solo macerie. Non c’è più dolore, certo, ma con esso è svanita ogni parvenza di anima, sostituita da circuiti elettrici (“all pain disappears it’s the nature of my circuitry / drowns out all I hear there’s no escape from this my new consciousness“). La disumanizzazione è avviata, ma non completa: al pestare furioso di suoni e rumori industriali, infatti, si interpongono in felice distonia parti di chitarra acustica e cantato pulito; addirittura viene invocata una certa “Annie”, cui l’uomo chiede di essere abbracciato più forte – teme infatti di scivolare nel baratro – quello che egli stesso ha scavato.

L’uomo continua a resistere in I Do Not Want This, con il suo incipit malinconico e morbido e la sua melodia cui si interpongono urla disperate e esplosive deflagrazioni chitarristiche. Una diatriba che si conclude con un messaggio superomistico: “I want to know everything / I want to be everywhere / I want to fuck everyone in the world / I want to do something that matters“. Ma la volontà di potenza del nuovo uomo depurato dalla fede e dalle emozioni non è altro che A Big Man With A Gun. Quel desiderio di mettere in atto il controllo divino sull’uomo diventa possibile, non più e non solo con la mediazione del sesso, ma con anche attraverso la violenza. L’uomo non usa la sua rinnovata libertà per dotarsi di una nuova morale: preferisce abbandonarsi a fantasticherie violente nelle quali terrorizza il prossimo puntandogli contro la sua pistola e costringendolo a succhiarla come un fallo di acciaio.

In A Warm Place l’uomo si rende conto di come la sua umanità sia svilita e di come la sua condanna del distruttore lo abbia infine trasformato in qualcosa di molto simile al nemico: è una ballata strumentale dolce e triste, un clone di Cristal Japan di David Bowie, che a quanto pare non se l’è presa troppo per il plagio. I sentimenti dell’uomo in questa fase della discesa agli inferi vengono chiariti nella successiva Eraser. Con la consueta dinamica bipolare, vengono dapprima descritte le varie forme di interazione dell’uomo con il suo prossimo  (Ho bisogno di te / ti sogno / ti trovo / ti assaggio / di scopo / ti uso / ti lascio delle cicatrici / ti distruggo) e la conseguente cupio dissolvi dell’uomo (lascia che mi perda / odiami / distruggimi / cancellami / uccidimi / uccidimi …). Ormai l’obiettivo del viaggio è chiaro: farla finita. Ma ancora manca il coraggio di agire – per questo l’uomo invoca la fine per mano di un altro.

A questo punto l’uomo si concede un rapporto sessuale con una prostituta, o comunque con una donna similmente indifferente (non a caso viene definita Reptile). Non si possono immaginare immagini più poeticamente decadenti: il sesso squadernato di questa donna è un ricettacolo di insetti, traboccante i liquidi organici di migliaia di altri uomini: “Devils speak of the ways in which she’ll manifest / Angels bleed from the tainted touch of my caress“. Quest’ultima degradante esperienza è l’autostrada verso i pensieri più autodistruttivi. A Downward Spiral si apre con caos di ronzare di mosche e rumori meccanici, cui si sovrappone, in un arrangiamento semplificato, la melodia di Closer e l’apparente rumore di una persona che dorme, insieme a campionamenti di archi presi da chissà dove. Intorno ai due minuti dall’inizio, la canzone inizia a prendere una forma: sullo sfondo di urla di Trent Reznor e di potenti riff di chitarra e note di piano registrati come se fossero dietro ad una parete isolante, lo spoken word di Reznor beffardamente nota come il suicidio che qui rappresenta simbolicamente a sé stesso sia alla fine incredibilmente semplice: “A lifetime of fucking things up fixed in one determined flash” – il flash è quello prodotto dal colpo di pistola.

L’album si chiude con Hurt, pezzo toccante ed enigmatico, legato alle canzoni precedenti come una placenta. Hurt contiene riferimenti espliciti alla dipendenza dalle droghe e all’autolesionismo – il dolore come ricerca di senso in un individuo anestetizzato, piazzato sulla sua “sedia da bugiardo” a contemplare i suoi pensieri difettosi ed impossibili da recuperare. Quello che ha da offrire quest’uomo lesionato (hurt) è un impero di polvere, e l’amore che lo lega alla tenera amica non gli impedirà di farle del male e di abbandonarla. Eppure il messaggio finale è positivo – o sono talmente provato dalla nera disperazione e dai contorsionismi autolesionisti di The Downward Spiral che non posso fare a meno di vedere uno sprazzo di luce al termine di questo cunicolo umido? In fondo, anche dovendo ricomiciare “a mille miglia da qui”, continuerebbe a voler essere sé stesso pur non sapendo come venire a capo della propria natura (auto)distruttiva. Ma sono sempre possibili intepretazioni meno benevole: dopo i pensieri suicidi, che paradossalmente rappresentano la tutela malata di un umanesimo corroso, l’individuo si sottopone al dominio in una sorta di stato vegetativo semicosciente. Una voce dal coma quella che racconta Reznor, il quale con questo album magistrale tenta di liberarsi dei suoi traumi di bambino abbandonato a Mercer, in Pennsylvania, e da quelle ‘infezioni’ sociali che lo porteranno a comprare una Porsche d’argento per sperare di fare una fine alla James Dean (“non crediate che l’abbia comprata per portare modelle alle prime cinematografiche“).

Grazie, capo. Ciao.

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Grazie, Capo: sono preziosi, dal punto di vista umano e professionale, gli insegnamenti che hai creduto di impartirmi in questi irripetibili cinque anni. Sei proprio una persona speciale.

L’abito non fa il monaco, si dice, ma come dimenticare quelle tue scarpe dai colori improbabili, i jeans sempre troppo grandi, le camicie difettose che finivano sempre per lasciare scoperti ettari di pelle bianca e flaccida. Si fa l’abitudine a tutto, o almeno così dicono quelli che hanno la sindrome di Stoccolma. Forse quindi arriverò a sentire la mancanza del tuo blaterare mattutino su questa o quella band: “è il massimo”, “seminale”, “definitiva”, “incredibilmente influente”.  E della domanda ricorrente: “Ma lo sai di che anno è questo pezzo?”. Hai sempre saputo che non me ne fregava un cazzo, di quelle band. Senza menzionare il fatto che te ne piacevano troppe, troppe: mi piacerebbe chiederti quali sono le cinque più importanti per te, solo per vederti macerare per un quarto d’ora nel tentativo di generare una lista ideale, cancellando e riscrivendo mentalmente cento volte le righe.

E’ È stato interessante, anche se in un modo un po’ decadente, certo, testimoniare della tua parabola discendente all’interno dell’organizzazione, da capetto rampante ad ameba. Il massimo dell’imbarazzo si è toccato quando sono arrivato a girarti gli annunci di lavoro adatti a te, o meglio coerenti con quello che eri fino a qualche anno fa. Non so se hai poi mandato curriculum; se lo hai fatto, nessuno si è disturbato a chiamarti per un colloquio. Non puoi vivere, né qui, né altrove.

Ti vedo passare le giornate a guardare lo schermo con espressione concentrata, anche se è chiarissimo che stai bruciando il tempo in qualcuna delle attività variamente  improduttive in cui ti diluisci ogni giorno. Tiro ad indovinare: sul monitor si avvicendano, anziché contratti e fogli di calcolo, rare performance live di band oscure e tutorial di basso. Quando vengo a farti firmare qualcosa, in modo alquanto comico, ti preoccupi di cambiare la schermata. E tutte quelle immagini pornografiche, naturalmente. A proposito, grazie per aver condiviso con me le tue fantasie sessuali su ogni donna passabile che ci è capitato di incrociare, in ufficio, al bar, in giro. Fantasie che sono diventate, con il passare degli anni, sempre più stravaganti.

A proposito di fantasie, mi sento un po’ tuo complice per aver testimoniato alle tue dettagliate esternazioni sulle torture,”simboliche” le chiamavi tu, cui progettavi di sottoporre moltissime persone con cui eravamo costretti a lavorare, ascoltato le terribili maledizioni di cui le facevi oggetto, le pratiche sessuali innominabili cui a tuo dire si abbandonavano; nonché  i tuoi deliranti progetti finalizzati a danneggiare nel modo più disastroso e definitivo l’organizzazione che ti impiega e i tuoi colleghi (truffe informatiche, ricatti, pestaggi commissionati a homeless alcolisti).

Da te ho imparato molto, e ti sono grato per questo. Sei una persona caratterizzata da un encomiabile autocontrollo: ormai da qualche mese bestemmi pubblicamente senza un briciolo di ritegno, e più volte, per cortesia o per pietà, sono andato a raccogliere il tuo cellulare dopo che, in un tiro di nervi, lo avevi scagliato contro il muro. Mi mancherà quel clima lavorativo sereno e controllato che solo tu riuscivi a creare. E no, non ti venderò mai droga, anche se me lo hai chiesto più volte.

Quando penserò agli anni che abbiamo passato insieme, ricorderò sempre con un tuffo al cuore la raffinata parabola “dello stronzo sotto la neve” con cui, citando Er Monnezza, hai incantato il piccolo pollaio costretto ad ascoltare le tue cazzate. Grazie Capo. E buona fortuna.

 

Pattumiera umana (*)

in scrivere/ by

Mi ha svegliato il dolore alla schiena, verso le tre e mezza. A quanto sembra, mi ero addormentato a pancia in sotto sul mio fantastico divano italiano, con gli arti in posizioni innaturali, come se fossi una bambola disarticolata: faceva schifo, era pieno di bruciature di sigaretta e di macchie equivoche. Mi faceva male il naso, la mia maglietta bianca era decorata di gocce irregolari, larghe, di sangue marrone: ne ho contate diciassette. Qualcuno aveva danneggiato irreparabilmente il tavolino: nascosto malamente da una bottiglia di Wild Turkey, potevo vedere il disegno astratto di una ragnatela disegnata dal cristallo fratturato. Residui di cocaina dappertutto, una banconota da 50 dollari arrotolata, riviste, giornali, confezioni di tranquillanti, una scatola di preservativi aperta, da cui sporgeva una confezione a nastro di colore argenteo. Qualcuno l’aveva lacerata per estrarrne uno, ma poi doveva essere successo qualche cosa, e la gomma trasparente ed oleosa era rimasta mezza dentro e mezza fuori. Faceva un caldo fottuto e l’aria era viziata, impregnata di odori umani, anche genitali, e di fumo di sigaretta. Mi tirai a sedere, presi il primo dei bicchieri che mi capitò a tiro, tirai fuori dalla confezione un paio di Xanax, e li buttai giù con il whisky. Con lo sguardo fisso sulla portafinesta che conduceva in giardino, cercai a tentoni il mio giacchetto, dove ricordavo di aver messo un paio di spinelli già confezionati per le emergenze: ne trovai uno, e me lo accesi. Ero pieno di odio e di dolore, avevo voglia di prendere a calci qualcuno. Fui fortunato, perché ruotando leggermente la testa, intercettai il corpo immobile di Lucertola: seduto nella posizione del loto, rimirava il mio ritratto di Allan Poe. Non si muoveva, estasiato, fulminato. Trovai un po’ di energia per alzarmi, gli andai sotto, e gli tirai un calcio sulla schiena. Lucertola bestemmiò, e mi urlò che ero impazzito. Lo tirai su per la cresta e lo trascinai fino alla porta, si lamentava, ma in effetti mi seguiva abbastanza di buon grado: girai la maniglia, sempre con il ciuffo ossigenato tra le mani, e lo buttai fuori, sbattendo la porta. Black-out. I denti sulla moquette macchiata e bruciacchiata dalle cicche, un incisivo spezzato: lo sforzo di usare Lucertola come punching-ball doveva essere stato troppo. O forse lo Xanax, l’alcol e l’hashish avevano giocato qualche brutto scherzo alla mia pressione sanguigna. Avevo la tachicardia, poi il cuore cominciò a fare qualche giochino tipo extrasistole: quando il disturbo passò, pensai che non era bello quello che avevo fatto a Lucertola; forse era l’unico amico che avevo. Era venuto la sera, mi aveva tenuto compagnia, mi sa che aveva fatto un giretto dietro la mia zip, almeno così mi sembrava di ricordare. Mi alzai, aprii la porta, e, in preda ad un atroce pentimento, davvero più grande della realtà, e decisamente melodrammatico, presi a chiamarlo: “Lucertola, cazzo, torna indietro, mi dispiace, non volevo romperti la schiena a calci”. Caddi in ginocchio, piangendo, e pensando a Gesù Cristo sudato sul Golgota. Rientrai, e mi misi a cercare il cellulare. Non trovandolo, mi lanciai sul portatile, fortuna che il numero di Lucertola era memorizzato nella posizione 1. Non rispondeva. “Il Reverendo non fa più paura”: vedevo il maledetto titolo della merdosissima rivista. Era vero? Davvero il Reverendo era morto? La mia arte non intratteneva, non provocava più? Ero finito, come scriveva quello stupido giornalista venduto? In camera dormivano le due troie che avevo preso la sera precedente. Le avevo scelte belle e fredde, altezzose, proprio come quella puttana della mia ex moglie. Una dormiva a pancia in sotto, completamente nuda. L’altra era in posizione fetale. Cacciai un urlo che le riportò entrambe nel mondo dei vivi. Quando cominciai a lanciare le loro cose (vestiti, telefonini, beautycase, sigarette) fuori dalla finestra, capirono che era il momento di fare ciao ciao. Aprii tutte le finestre, presi due grandi sacchi della spazzatura da 15 litri e cominciai a fare pulizia: via i bicchieri rotti, le cicche di sigaretta e gli spinelli, via gli avanzi di cibo e i preservativi. A metà del lavoro, mi dovetti fermare: avevo il fiatone come se avessi corso per dieci chilometri. Passai l’aspirapolvere e perfino la schiuma per la moquette. Alle sette e mezzo circa il mio appartamento di West Hollywood sembrava un altro: le macchie e le bruciature rimanevano, ma adesso sembrava quasi una casa, invece che un porcile. Passai una mezz’ora nella doccia e quando uscii mi sentii un altro. “Non mi importa se il mondo finisce oggi stesso / non ero invitato in ogni caso”. Annotai le parole su un pezzo di carta, e mi misi al computer a giocare con Garage. In meno di due ore la canzone era pronta: melodia, ritmo, linee di basso, e quasi tutte le parole. Se solo Lucertola fosse stato qui con me. Quando riuscivo a produrre qualche cosa che mi soddisfaceva, mi assaliva l’euforia del bipolare. Lea sarebbe tornata da me la sera stessa, avremmo scopato sul letto cui avevo perfino cambiato le lenzuola, e la vita sarebbe andata avanti come prima che le se ne andasse portando con sé, oltre al mio cuore, anche la mia arte, l’unica cosa che so fare. Ostaggio di questa irragionevole speranza, sospeso in questo limbo perfetto, mi misi a guardare la TV, alzandomi solo per pisciare e per prendere del gelato dal freezer. Alle 11 di sera ero ancora sul divano, le mani strette attorno al cordless, in attesa di quella chiamata che non sarebbe arrivata. Né quella sera, né per i successivi quattro anni, per l’esattezza.

(*) ovviamente ispirato al video s’Aint di Marilyn Manson

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