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A Roma hanno privatizzato la democrazia

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Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 6:

Nella presentazione delle proposte di atti politici e/o amministrativi, dovrà essere data preferenza a quelli diretti al conseguimento degli obbiettivi indicati nel programma del M5S per Roma Capitale e a quelli idonei a incidere in senso favorevole alle indicazioni emerse in seguito alle espressioni di voto in Rete degli iscritti al M5S.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 7, lettera b):

Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 9, lettera b):

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 10:

Ciascun candidato si dichiara consapevole che la violazione di detti principi comporta l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S e che pertanto a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5S subira’ un grave danno alla propria immagine,che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000.

Ricapitolando:

  • il governo di Roma dovrà andare nella direzione indicata da un numero imprecisato di soggetti sconosciuti iscritti a un sito privato;
  • non si potrà procedere a nomine senza aver consultato lo “staff”, anch’esso di natura privata e ovviamente non eletto da alcuno;
  • il sindaco, gli assessori e i consiglieri dovranno dimettersi se lo decideranno arbitrariamente Beppe Grillo (e Gianroberto Casaleggio, ora deceduto), che è un soggetto privato non eletto dal alcuno, o gli iscritti del movimento mediante votazione online effettuata sul sito privato di cui sopra;
  • in ragione di tale insindacabile giudizio i candidati, oltre ad avere l’obbligo “etico” di dimettersi, dovranno pagare almeno 150mila euro di risarcimento danni.

Delle due l’una: o quello che c’è scritto in questo “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” non vale neppure il costo della carta su cui è stato stampato, oppure siamo di fronte alla più singolare operazione di privatizzazione di tutti i tempi: non la privatizzazione di un servizio, non la privatizzazione di un ente e neppure quella di una funzione, ma una vera e propria privatizzazione della democrazia, il cui esercizio e le cui conseguenze su tutti i cittadini vengono di fatto appaltate a singoli soggetti non eletti, a società commerciali, a persone pressoché sconosciute e scelte da terzi con criteri arbitrari.
Roba che il celeberrimo “conflitto d’interessi” di Berlusconi, al confronto, era una carezza, una cacatina, una sciocchezzuola da terza elementare.
A far venir meno la surreale situazione che in questo modo si viene a creare, perdonatemi, non valgono le solite infantili argomentazioni tipo “ah, allora era meglio quando si governava mettendosi d’accordo coi mafiosi”, o “ah, allora era meglio quando si andava avanti a forza di mazzette”, o ancora “ah, allora erano meglio Buzzi e Carminati”: perché è fin troppo evidente che se l’asservimento alla criminalità non è certo un buon modo per governare la cosa pubblica, allo stesso modo non lo è questa bizzarra democrazia privata, nella quale le decisioni cruciali sono sistematicamente affidate, in ultima analisi, a persone fisiche o giuridiche che non sono state elette, delle quali neppure si conosce il nome, o a consultazioni effettuate sì con meccanismi democratici, ma riservate a un insieme di persone che afferiscono a contesti non soltanto privati, ma spesso e volentieri perfino di carattere commerciale. Con buona pace della democrazia (quella vera) e dei “sarò il sindaco di tutti”.
Datemi retta: con queste premesse, vi conviene davvero dire che quel pezzo di carta non vale niente.

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

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Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

I carabinieri per Padre Pio: una esigenza democratica

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Ho sentito dire in questi giorni che la presenza di forze dell’ordine durante il corteo della salma di Padre Pio sarebbe uno scandalo. Seguono, ovviamente, giudizi sull’arretratezza culturale dei partecipanti all’iniziativa, accusati di vivere “nel Medioevo”. Premesso che la cosa andrebbe analizzata più con Ernesto de Martino che con categorie inopportune (che c’entra il Medioevo?), vorrei discutere dell’idea per cui, se i preti organizzano un corteo del genere, le spese dovrebbero essere a carico loro.

La confusione nasce dalla presenza di uno Stato, il Vaticano, che è dentro l’Italia e ha con essa uno status particolare. Ma rimane il fatto che ad organizzare la manifestazione sono stati cittadini italiani, non stranieri. La manifestazione è autorizzata, e il percorso presumibilmente concordato con le autorità competenti. Non è, quindi, assolutamente normale che lo Stato provveda ad uno dei suoi compiti irrinunciabili, ossia la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza?
Quali altri compiti dovrebbe assolvere uno Stato, se non questo? Possedere immobili in centro da distribuire con criteri opachi, per non dire altro, è più importante che garantire lo svolgimento pacifico di un corteo?

Ovviamente si può sempre rispondere di sì, che essendo un corteo la manifestazione di una idea di parte, le spese che lo Stato sostiene per garantirne la sicurezza vadano accollate a chi lo promuove. Piaccia o no, però, anche nel più miniarchico degli ordinamenti c’è del valore nel consentire un dibattito democratico, senza che la disponibilità di mezzi dei promotori di qualsivoglia istanza diventi un fattore condizionante la possibilità di esprimerla. Si dirà che la Chiesa di mezzi ne ha: peccato che princìpi del genere vadano applicati a tutti nello stesso modo. Un altro tassello di minima convivenza democratica che gli anticlericali di professione hanno imparato a disimparare.

Nutrire il pianeta… di cazzate

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Lasciamo da parte per un momento le polemiche in merito ai tempi di costruzione dell’Expo, i suoi costi e un futuro incerto fatto di smantellamenti e/o riconversioni. Così come eviterei qualsiasi bilancio sul successo o meno di tale evento, dato che le porte non sono ancora state chiuse ed è un po’ presto per fare i conti.

D’altronde, in molti casi si tratta di una pura questione di gusti: Expo 2015 può piacere o meno, si passa dalle reazioni entusiastiche degli amanti dei parchi giochi alle lamentele di chi le file di sette ore proprio non le può proprio sopportare, figuriamoci poi per una baracconata del genere. Baracconata che però, ad essere sinceri, è parte integrante della natura delle esposizioni universali da sempre. Torre Eiffel, Atomium, Albero della vita: celodurismo e gusto per l’osceno fanno parte di questa grande competizione egotica internazionale sin dagli albori, e le regole del gioco sono ben chiare a tutti i partecipanti.

Il punto riguarda piuttosto il nome dato all’evento italiano, un titolo che, in considerazione delle dinamiche economiche dell’Expo, suona tanto di presa per il culo. Chiamare “Nutrire il pianeta” una struttura a cielo aperto dove il cibo più economico è rappresentato dalle patatine a 8 euro (fritte male) in vendita di fronte al padiglione Irlanda sembra…beh, ci siamo capiti.

Lo slogan di Milano, molto bello in verità, pare perdersi totalmente in un progetto che di fatto non permette al visitatore medio di interagire con l’oggetto stesso della manifestazione, ovvero il cibo. Non mi metterò ora ad elencare i costi di bar e ristoranti all’interno dei vari padiglioni, ormai celeberrimi. Se la qualità c’è, di certo non è a portata di tutti, e anche un normale approvvigionamento risulta impossibile a fronte della scarsa offerta – in termini di accessibilità monetaria – dei punti di ristoro minori. Tanto vale portarsi il panino da casa.

Attenzione, in discussione non vi è il principio (sacrosanto) per il quale a maggiore qualità deve necessariamente corrispondere un costo maggiore. Il cibo buono si paga caro, mi sembra ovvio, ma forse la vera sfida per Expo, al di là del numero di visitatori, poteva proprio consistere nel permettere l’accesso ad alimenti sani e nutrienti al maggior numero di persone possibili. Invece, ad eccezione del caso virtuoso del padiglione Svizzera, si è preferito puntare sulle strutture sbalorditive, le presentazioni virtuali e i grandi slogan.

Insomma, sentire il presidente Mattarella affermare che nutrire il pianeta rappresenta oggi “un ideale inseparabile dalla pace” sembra sottintendere che noi, in Italia, abbiamo preferito scendere in guerra. Una guerra dei bottoni direi, dove il ridicolo involontario si mischia alla consapevolezza, ancor più sconsolante, dei limiti di proposte sociali totalmente incoerenti con la realtà dei fatti.

Ancora una volta, abbiamo perso il treno per il futuro.

Qualcosa di sinistro

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Disclaimer: il blog “Qualcosa di Sinistra”, che in un raro momento di lucidità Leonardo Blogspot ha preso per il culo per il buffo feticismo Pertin-Berlingueriano, è un avversario di Libernazione come candidato a miglior blog di opinione ai Macchianera Awards.

Disclaimer-II: anche Leonardo Blogspot è un altro candidato alla tenzone.

Insomma, com’è come non è, ricevo un indizio circa il modo in cui i nostri amici intendono la convivenza civile e democratica da un post molto, molto evocativo. Vi offro la visione dello screenshot per evitare che il post venga rimosso senza le dovute scuse, ma fino ad ora è qui:

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Appartengo a quella schiera di illusi che pensano che non vi sia merito nè gioia nel maramaldeggiare il nemico sconfitto, ma sopratutto che non vi sia spazio in una democrazia liberale – stabilita o in costruzione – per esecuzioni sommarie, vendette fuori dalla legge e omicidi politici. L’Italia ha una macchia, cioè quella di non aver processato ed eventualmente esiliato Mussolini e la sua cerchia. Utilizzare un errore come simbolo, o considerarlo un mito, provoca in me un sentimento che i tedeschi chiamano fremdschämen, cioè la vergogna per il gesto di qualcun altro. In questo caso, il senso di vergogna è rafforzato dal fatto che queste persone concorrono per qualcosa cui concorro anch’io, e sono quindi in qualche modo a me associate.

Se mi leggono, raccolgano il mio invito a rimuovere e scusarsi. Farebbero una figura migliore, e mostrerebbero tanta “superioritá morale” da non poter essere contenuta in cento figurine di Gramsci, Pertini, e Berlinguer.

 

L’occupazione delle scuole e le palestre della politica

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Ricordo che qualche anno fa, ai tempi della vicenda Englaro, noi radicali ci recammo sotto alla Camera dei Deputati per un presidio: insieme a noi manifestavano anche gli amici di SEL, che a un certo punto, forse nel tentativo di dare maggiore evidenza all’iniziativa, proposero di bloccare il traffico. Noi radicali, ovviamente, ci dichiarammo contrari: e anzi cercammo di impedire l’occupazione della strada, al punto che ne seguì un diverbio piuttosto acceso e volò anche qualche parola non precisamente gentile.
Racconto questo episodio per premettere una cosa: da nonviolento sono contrario a qualsiasi forma di lotta politica che pregiudichi l’esercizio di diritti da parte degli altri; e sono convinto, per averlo sperimentato, che si possano far valere efficacemente -anzi, direi ancora più efficacemente- le proprie ragioni senza per questo dover rompere i coglioni al prossimo.
Senonché mio figlio grande, quello che ha quindici anni, è uno dei ragazzi che ieri ha partecipato all’occupazione del liceo Tasso.
Naturalmente lo scorso fine settimana, quando mi ha raccontato che la faccenda era nella fase di progettazione, ne abbiamo parlato un bel po’: sia delle motivazioni della protesta, sia dello strumento con cui essa si sarebbe svolta. E io, che sono abituato a dire quello che penso anche -e a maggior ragione- ai miei figli, non ho potuto fare a meno di comunicargli due cose: primo, che i motivi per cui aderiva all’iniziativa mi parevano deboli, vale a dire che secondo me non ne era sufficientemente informato; secondo, che non ritenevo l’occupazione uno strumento adeguato, giacché avrebbe inciso anche su quelli che non erano d’accordo, impedendo loro di andare a scuola.
Dopodiché, quando ci ha chiesto il “permesso” di farlo comunque, io e sua madre ci siamo sentiti al telefono e glielo abbiamo accordato; anzi, per dirla tutta ci ho tenuto a precisare che non era neppure una questione di “permettere”, ma di pura e semplice autodeterminazione: insomma, io ti ho detto come la penso, poi se vuoi andare a occupare lo stesso vacci e basta.
Ma non è ancora tutto. Voglio dire: il profilo della responsabilità individuale non esaurisce le ragioni per cui ho ritenuto opportuno consentire a mio figlio di fare quello che aveva intenzione di fare.
Credo, infatti, che a elaborare e a fare propri concetti obiettivamente complessi come la nonviolenza ci si debba arrivare; che il percorso per arrivarci sia lungo, e tutt’altro che agevole; che per iniziare a compiere quel percorso sia pressoché ineludibile imparare a relazionarsi anche con strumenti diversi, conoscerli e metterli in discussione dopo averli praticati.
Insomma: io non penso, come il sottosegretario Faraone, che l’occupazione delle scuole sia una “grande esperienza di partecipazione democratica”; anzi, credo sia uno strumento che per certi versi, nel suo piccolo, procede in una direzione opposta a quella della democrazia. Sono convinto, tuttavia, che allo stesso tempo possa rappresentare una preziosissima palestra politica: cioè un’esperienza che avvicina i ragazzi all’idea che occuparsi di politica sia una cosa gratificante, utile, nobile, perfino se alcuni elementi determinanti per quell’avvicinamento con la politica non hanno niente a che fare.
Ecco, io credo che bisognerà spiegarlo, a quei ragazzi, perché l’occupazione è uno strumento da abbandonare: ma credo che lo si potrà fare in modo molto più efficace quando quei ragazzi, anche attraverso iniziative discutibili come l’occupazione, avranno acquisito un’alfabetizzazione politica sufficiente per comprenderne le ragioni, metabolizzarle e poi operare delle scelte consapevoli.
L’occupazione è un “grande sviluppo per la coscienza politica di ognuno di noi”, hanno detto gli studenti del Tasso in un comunicato: usando una parola un tantino ingenua, che fa un po’ tenerezza e che oltretutto è insidiosa, ma tuttavia dimostrando di aver colto nel segno ancora più del sottosegretario Faraone.
Mi piacerebbe discuterne con loro, di quella parola, così come mi piacerebbe ragionare insieme sugli strumenti che utilizzano, sulle possibili alternative e su quanto i mezzi, per dirla come va detta, prefigurino i fini: ed è una cosa che farò, con mio figlio e con i suoi amici che mi capiterà di incontrare.
Nel frattempo, però, sono felice che quella “coscienza” ci sia. O perlomeno che loro ne percepiscano l’importanza e l’urgenza: perché col tempo quel desiderio di partecipazione potrebbe trasformarsi in una ricchezza non soltanto per loro, ma anche -e soprattutto- per il paese in cui vivono.
Il resto, se lo lasciamo crescere adoperando un minimo di comprensione, crescerà.

Beppe Grillo e la democrazia diretta delle investiture

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Oggi sul blog di Beppe Grillo (e nella casella e-mail degli iscritti al M5S) è apparso questo interessante messaggio:

Quando abbiamo intrapreso l’appassionante percorso del MoVimento 5 Stelle, ho assunto il ruolo di garante per assicurare il rispetto dei valori fondanti di questa comunità

Bene. E’ il garante. Io pensavo che fosse il capo, ma vabbe’, fa niente.

Oggi, se vogliamo che questo diventi un Paese migliore, dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo

Dai, entusiasmiamoci!

Il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump

Fermi, fermi. Vediamo se ho capito: siccome lui, che è il garante (mica il capo, eh), non basta più e per giunta è stanco, il Movimento ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia. Quindi: per sopperire alla stanchezza di uno che non si capisce se sia un capo o un garante, servono dei rappresentanti. Tutto molto chiaro.

Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5S ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento

Ah. Ok. Non sono proprio rappresentanti, ma punti di “riferimento più ampio” sul territorio e in parlamento. Insomma: capo, garante, rappresentanti, punti di riferimento, territorio. Un guazzabuglio. Ma vabbe’, vediamo come verranno scelte, queste persone che “servono”. Dalla piattaforma, immagino. Dagli iscritti. Dalla gente, no?

Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:
– Alessandro Di Battista
– Luigi Di Maio
– Roberto Fico
– Carla Ruocco
– Carlo Sibilia

Ah, ecco. Li propone lui. Monocraticamente. E in ordine alfabetico. Li propone lui “in questo ruolo”, che tra parentesi non si capisce che ruolo sia. Anzi no, aspettate, forse qua sotto c’è scritto.

Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 Stelle

Ah, be’. Eccoci. I rappresentanti, o punti di riferimento, in sostanza avranno il compito di prendere “le decisioni più urgenti” (cioè potenzialmente tutte) insieme a lui (che però è solo un garante, eh) “con l’aiuto di tutti”. Poi cosa faranno ‘sti “tutti” per “aiutare” non è dato sapere. Vabbe’, direte voi, almeno gli iscritti li voteranno: se uno gli piace diranno di sì, se non gli piace diranno di no. Invece guardate che bella sorpresa:

consulta
In blocco. Gli iscritti devono votare in blocco cinque persone scelte dal capo (pardon, garante) non si capisce bene in base a quale criterio, se non quello di essere le più “visibili” e avere delle non meglio precisate “diverse storie e competenze”, per fare una cosa che nella migliore delle interpretazioni non si capisce cosa sia, e nella peggiore consiste sostanzialmente nell’incontrarsi regolarmente col capo (ops, garante) stesso allo scopo di decidere tutto.
Ora, io dico una sola cosa: Beppe Grillo è lo stesso che faceva fuoco e fiamme perché i candidati alla segreteria del PD venivano “calati dall’alto”, proposti “per grazia di partito”, di tal che dette primarie non erano altro che una farsa, al punto da ribattezzarle “buffonarie“? Era lui, vero, oppure mi sbaglio?
Ecco, la “democrazia” interna del partito (pardon, scusate, “movimento”) che mette alla frusta gli altri per il suo “verticismo” è tutta qua: in cinque nomi proposti dal capo, che possono essere votati solo in blocco allo scopo di formare una specie di “gran consiglio” con il capo stesso.
Siamo al livello delle investiture medievali, e questi ancora parlano di democrazia diretta.

Il cittadino è minorenne

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Quindi, a conti fatti, senza entrare nei dettagli, il riassunto delle riforme in corso pare essere questo: il Senato viene nominato dai consigli regionali, la Camera per buona parte dai vertici dei partiti e le Province dai sindaci e dai consiglieri comunali.
Il cittadino diventa di fatto una specie di minorenne limitato. Il suo voto ha un peso essenzialmente ratificante, non partecipante. Come se votasse ‘Si’ o ‘No’ ad un referendum.
Attenzione, non voglio dire che ciò sia un bene o un male. Scatto solamente una fotografia. Non è che adesso o negli ultimi 40 anni la ‘partecipazione del cittadino’ abbia apportato chissà quali cambiamenti epocali e garantito miglioramenti della vita civile. Assolutamente. Anzi, considerati gli standard attuali, il contrario. Quindi che si cambi rotta è inevitabile. Succede. Qualcuno urlerà allo scandalo ed al solito “è un Colpo di Stato”. Qualcuno farà le primarie, aperte, chiuse, di coalizione etc etc. Altri diranno che la non partecipazione al voto sia un segnale di progresso civile in linea con l’affluenza bassa di tutto (quasi) il mondo occidentale. Che nei paesi ricchi emergenti le elezioni nemmeno ci stanno e si vive lo stesso, a volte anche meglio. Che l’astinenza dal voto sia un successo messianico, perché la democrazia rappresentativa ha fallito. Si dirà che questo sia il modo indispensabile per modernizzare il paese. Si dirà:”e che pensi che la democrazia diretta dei voti online sia meglio?”. Per l’amor di dio, lasciamo perdere proprio. “La città è malata, il popolo è minorenne”. Alessandra Moretti e Deborah Serracchiani sono maggiorenni. Tu cittadino sei limitato invece, pussa via cittadino, vatti a sfogare con i raid contro gli immigrati, così ti senti attivo e politicamente protagonista.

Probabilmente se il Parlamento chiudesse domattina nessuno ne sentirebbe la mancanza, tanto poco risulta incidente se non nell’introdurre tasse e burocrazia.

Probabilmente, come direbbero gli esperti ed i demagoghi, siamo in una fase di democrazia plebiscitaria ratificante che si adegua alle necessità della competizione globale dei tempi che corrono, dove l’eventuale agibilità del voto deve servire solamente a confermare cose già decise a tavolino da altri soggetti ‘veramente’ competenti ed in sedi più ristrette e ‘prestigiose’.

Ma va tutto bene. Non è assolutamente un problema. Fate tranquilli. Fate queste benedette riforme perché come ci ripetete a manetta ‘una democrazia che non decide non è una democrazia.’ L’importante è che si sappia. Perché se prima ci siete stati e poi però, se non vi conviene più, cominciate ad indignarvi, ecco, l’indignazione postuma evitatecela. “L’abbiamo sbagliato” risparmiatecelo. Piuttosto sparatevi via endovenosa dosi massicce di dexedrina, riutilizzate autisticamente i Lego, ritornate nei quartieri della vostra infanzia e rigiocate a nascondino, andate a puttane o a caccia di cervi, iscrivetevi a corsi di sub, dedicatevi al baratto, non lavatevi più e grattatevi tutto il giorno, immaginatevi sognanti che in caso di morte vi dedicheranno un film dal titolo ‘Non escludo il ritorno’. (Escludetelo invece). E, cosa fondamentale per il bene vostro e di chi vi sta vicino, la conseguente sovraeccitazione anfetaminica scaricatela, con la costanza adeguata, in modo brutale e senza titubanze di alcun tipo, violentemente su voi stessi, se volete anche a telecamere accese su La7. Ve ne saremo sicuramente ed immensamente grati.

Soundtrack1:’Stellina’, Edda

Soundtrack2:’ Stand Behind The Man Behind The Wire’ Stefano Pilia

Soundtrack3:‘On the water’, Future Islands

Film1:‘Italia ultimo atto’, Massimo Pirri

Perché non voto Grillo

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In questi giorni ho potuto constatare che ci sono almeno una dozzina di motivi diversi per cui le persone voteranno Grillo alle europee: non soltanto gli attivisti della prima, della seconda e della terza ora, i consueti appassionati del qualunquismo e i sempre più numerosi delusi dai partiti: parlo di gente che la politica l’ha masticata, e in certi casi la mastica ancora; spesso e volentieri in posti molto lontani dal Movimento, per cultura, principi e pratiche.
Dicono: costringeranno questi politici imbelli e immobili a darsi una mossa. Tra i tanti, ne eleggeranno sicuramente qualcuno in gamba. Susciteranno perlomeno un dibattito nel paese. Sfasceranno tutto, eppoi si vedrà come ricostruire.
Ebbene, io alcune di queste motivazioni le capisco. A volte, perfino, le condivido nell’analisi.
Però, perdonatemi, non mi bastano.
Non ce la faccio, non ce la faccio proprio a sparare nel mucchio, a far saltare tutto e poi starmene a guardare quello che succede dopo la catastrofe: perché dei poi vediamo, dei ci si penserà dopo, dei tanto peggio tanto meglio non mi fido per niente; perché quello che abbiamo, anche se spesso è corrotto e marcio e certe volte perfino putrefatto, non è per niente poco (ma proprio per niente), e prima di cambiarlo con qualcosa di diverso vorrei capire con un certo dettaglio di che si tratta, come verrà declinato e con quali strumenti lo vogliono implementare.
Io vi capisco, cosa credete? Riparare le cose che non funzionano costa fatica, tempo e dedizione: con un tasso di insuccesso altissimo, molto vicino al cento per cento. Mentre sfasciare tutto e poi vediamo è una tentazione che più di una volta è venuta anche a me: è facile, non impegna e apre la strada a un luminoso futuro che assume i contorni del mitologico, per quanto è indefinito.
Però sapete che c’è? E’ proprio questo futuro indefinito, che mi spaventa; molto più della merda in cui stiamo per annegare. Perché ci sono stati tempi in cui quel futuro è diventato una carogna, quando si è cominciato a intravedere che roba fosse attraverso la polvere delle allegre macerie: e il più delle volte era già troppo tardi per tornare indietro.
Io penso che abbiate ragione, quando lo dite: vincerete voi.
Ma abbiate la bontà di non contare su di me.

Un popò di popolo che lèvati

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Vediamo se ho capito: i 2.814.801 cittadini che presero parte (recandosi ai seggi e sborsando due euro) alle primarie del PD erano (testualmente) dei masochisti che si lasciavano prendere per il culo, mentre le 35.188 persone che hanno partecipato (senza alzare le chiappe dalla sedie e gratis) alle elezioni online dei candidati per le europee del M5S, grazie alle quali saranno spediti a Strasburgo individui che hanno raccolto nel migliore dei casi 556 (leggasi cinquecentocinquantasei) e nel peggiore 33 (no, non ho detto trentatremila, ma proprio trentatré) preferenze, sono l’inequivocabile segnale di una straripante partecipazione democratica che sta finalmente dando voce e potere ai cittadini.
Stiamo parlando, badate, di due movimenti politici di dimensioni elettorali tendenzialmente assimilabili, perlomeno volendo dar retta ai sondaggi: di tal che, evidentemente, non esiste alcun fattore di proporzionalità di cui dover tener conto per poterli paragonare.
Ebbene, sarebbe questa la “rivoluzione” da contrapporre ai partiti di regime, quelli che decidono chi mettere il lista nelle cosiddette “segrete stanze”? Voglio dire, il parere espresso da seicento, o trecento, o trenta individui qualunque configura davvero un meccanismo più “democratico” rispetto a quello in cui decide (ammesso e non concesso che sia così) uno solo, il quale tuttavia è stato scelto da quasi due milioni di persone? O magari, che so io, i seicento individui di cui sopra debbono essere pregiudizialmente considerati più attendibili degli altri semplicemente perché lo dice Grillo, e allora qualsiasi confronto diventa impraticabile?
Insomma, a prescindere da tutto il resto: com’è possibile che milioni di persone siano una presa per il culo e poi, improvvisamente, un pugno di individui diventi un popò di popolo che lèvati?
Fatemi sapere, grazie.

Maggioranza o democrazia?

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Nei partiti, o nelle associazioni politiche e sindacali, in genere, le espulsioni dei membri vengono decise da degli organi, che spesso si chiamano collegio dei probiviri, collegio dei garanti o giù di lì, dove siedono delle personalità di garanzia che vengono nominate normalmente per la loro indipendenza.

Ovviamente non sempre le cose funzionano alla perfezione ma l’idea di fondo è che la decisione di espellere qualcuno perché ha opinioni politiche differenti  è una decisione delicatissima che non va lasciata ai normali organi direttivi o esecutivi perché, altrimenti, sarebbe facile per la maggioranza interna e per i vertici del partito/associazione, sbarazzarsi delle voci scomode.

Il processo di espulsione dei deputati “dissidenti” (una parola che già fa rabbrividire) del Movimento 5 Stelle non segua affatto questo modello: l’espulsione decisa “dalla rete” (sempre le poche decine di migliaia di iscritti), con il leader del partito che si esprime a favore dell’espulsione, è un modello che di garanzie, ai membri della minoranza, ne offre molto poche.

Risparmiate, per favore, i commenti sul fatto che anche il PD espelle e che le decisioni sulle espulsioni sono in certi casi poco trasparenti: dire “lo fanno anche loro” non è una gran risposta, amici a cinque stelle.

Ora, si dirà che il Movimento è nato anche per liberarsi delle lungaggini e delle procedure tradizionali, che i partiti attuali e le associazioni politiche in genere sono marce e sono marci anche i loro modelli di gestione delle espulsioni; la decisione lasciata alla rete è un metodo di gestione del dissenso più democratico perché fa decidere potenzialmente tutti gli iscritti.

Sarà pur vero. Mi ricordate, però, in quale sistema democratico è la maggioranza a decidere circa l’esistenza della minoranza interna? A me pare nessuno.

Santé

Rappresentanza e responsabilità

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Secondo me, grosso modo, funziona così: io eleggo uno (o voto un partito), delegandogli una serie di attività che non ho né il tempo né le competenze per svolgere; poi quello fa delle cose, e alla fine del mandato io verifico le cose che ha fatto e decido se eleggerlo di nuovo o no.
Così, dovrebbe funzionare: non che quello, una volta eletto, mi chiede come la penso ogni volta che deve prendere una decisione.
Perché io mi occupo di altro. Non ce le ho, le competenze per prendere quella decisione. Non ne ho il tempo. E quand’anche lo avessi mi piacerebbe poter giudicare la persona che ho eletto per quello che fa lui, non per quello che gli dico di fare io.
Ebbene, il fatto che per cinquant’anni le persone abbiano compiuto egregiamente la prima fase, cioè quella di votare, e poi se ne siano strafregate della seconda, vale a dire valutare l’operato di quelli che avevano votato e casomai decidere di votare altri, non inficia la validità del meccanismo. Mette in dubbio, piuttosto, la capacità delle persone di adoperarlo.
Senonché, a un certo punto, le persone si incazzano.
Si incazzano con la casta, con i poteri forti, con la classe politica: dimenticando, o fingendo di dimenticare, che lo strumento per evitare che quella classe politica si trasformasse nello schifo che denunciano l’hanno sempre avuto a disposizione. Senza usarlo.
E allora, anziché mettere in discussione se stesse o chi le ha precedute, magari ripromettendosi di comportarsi in modo più responsabile per il futuro, se la prendono con lo strumento: non sono mica gli italiani che hanno legittimato lo sfascio per decenni, fottendosene di sanzionare chi non si comportava come aveva promesso e votando in base meccanismi clientelari.
Macché, la colpa è -nientepopodimeno- della democrazia rappresentativa.
Sbaglierò, ma a me non pare il massimo della responsabilità.

Questa sì, che è democrazia

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Eccoci. Piano piano, centimetro dopo centimetro, vaffanculo su vaffanculo, questi sono riusciti a piegare il motto einaudiano “conoscere per deliberare”, a deformarlo, a contorcerlo e a stravolgerlo fino a farlo diventare il suo esatto contrario: deliberare, e chissenefrega di quello che si conosce.
D’altra parte, diciamoci la verità, che importanza può avere il fatto che chi si pronuncia su una questione disponga delle informazioni minime per farlo con consapevolezza, o perfino che abbia il tempo di documentarsi e di rifletterci?
Cazzate. Bastano un minuto e un clic. Magari di prima mattina, appena svegli, mentre si ciabatta per casa in mutande aspettando che venga su il caffè. E il bagno, come al solito, è occupato.
Così, nei brevi e confusi istanti che intercorrono tra uno “sbrigati a cagare ché faccio tardi” e un “cristo sono di nuovo finiti i biscotti”, il popolo della rete si esprime sui problemi cruciali che attanagliano il paese. Al volo, prima che il questionario scada.
Questa sì, che è democrazia.

Il Ministro del Grillo

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Spero che tutti voi abbiate visto e conosciate a memoria “Il Marchese del Grillo”, con Alberto Sordi.

Ora, date una lettura a queste parole: ” Si dirà non tutti hanno la possibilità di bussare alle porte del ministro della Giustizia; a non tutti è data la facoltà di farsi ascoltare, di poter esprimere un disagio autentico, nella speranza che qualcuno lo raccolga e se ne faccia interprete. È vero, non tutti hanno la possibilità di diretto contatto, e nessuno più di me ne ha l’acuta e desolante percezione, e posso garantire sul mio onore che nessuno più di me avverte questa disparità di situazioni in tutta la sua dolorosa ingiustizia”.

Queste parole potrebbero stare benissimo in bocca al Marchese del Grillo, quando racconta di aver fatto condannare Aronne Piperno, ad esempio, o un altro personaggio dell’aristocrazia papalina nel film, o addirittura al papa (un Paolo Stoppa fantastico). A pensarci bene, starebbero bene in bocca ai cardinali di un film di Luigi Magni.

Invece le ha pronunciate ieri, in Parlamento, il nostro attuale Ministro della Giustizia. Il paternalismo, il pietismo e il doppiopesismo rivendicati ed ostentati sono gli stessi del Marchese del Grillo.

Il messaggio di fondo è, pure, sempre lo stesso: “Ah… me dispiace, ma io so‘ io… e voi non siete un cazzo!”

Santé

Una democrazia primitiva

in politica by

Che poi, a pensarci bene, è vero che la storia della decadenza che non si dovrebbe applicare a B perché B rappresenta i cittadini è roba da scompisciarsi: ma è altrettanto vero -più drammaticamente vero, mi pare- che quella rappresentanza B ce l’ha sul serio, cioè che milioni di persone continueranno allegramente a votarlo in barba al fatto che sia stato condannato.
Il che non può valere a disapplicare una legge dello Stato, ci mancherebbe: ma lascia in bocca la sensazione amara che il problema vero sia un altro, e che risolverlo con le leggi -ancorché condivisibili- sia un po’ come tentare di svuotare il mare con un secchiello.
In quale altro paese, mi domando, si troverebbero ad avere a che fare con una situazione del genere? In quale altro paese la sanzione politica che normalmente si ricollega a frangenti  simili, vale a dire la semplice, pacata, implacabile sottrazione del consenso da parte degli elettori, stenterebbe a manifestarsi come avviene dalle nostre parti?
Nessuno, temo.
In qualunque altra democrazia avanzata rimarrebbero in cinque, a votare il condannato, con buona pace della decadenza e dei vertici notturni e dei falchi e delle colombe.
Invece qua no. Invece, a quanto pare, questa non è una democrazia avanzata. Magari una democrazia primitiva, o forse, nella sostanza profonda, manco una democrazia: perché chi dovrebbe esercitarla, ‘sta democrazia, non sa neanche da che parte cominciare, nel senso che gli mancano proprio i fondamentali.
Ecco, a me pare che il problema vero sia questo.
Magari potessimo risolverlo con una discussione sulla decadenza.

La democrazia non c’è più

in politica by

Mettetela come vi pare, ma a me sembra di poter dire una cosa: se in un paese qualsiasi, a più di un mese dalle elezioni che hanno sconvolto il quadro politico e istituzionale, viene costituito un “gruppo di saggi” (leggasi “direttorio”) avente il compito di elaborare le “indicazioni programmatiche” per il futuro restituendo “piena operatività” al governo precedente, il quale tra l’altro era un governo formalmente “tecnico” ma in realtà politicissimo guidato da un tizio che alle elezioni di cui sopra ha racimolato appena il 10% dei consensi, significa che in quel paese, di fatto, la democrazia è stata sospesa.
Dopodiché, il fatto che sia stata sospesa per l’incapacità dei partiti che non riescono aggregare uno straccio di maggioranza su alcuni (sia pure minimali) obiettivi politici o non si assumono la responsabilità di farlo, per l’alzata d’ingegno del presidente della repubblica che ha deciso di comportarsi come un monarca o per entrambi i motivi insieme è senz’altro un discorso da approfondire.
L’evidenza, tuttavia, rimane: oggi in Italia la democrazia non funziona. Non opera. In estrema sintesi, non c’è più.
E il fatto che non ci sia più non perché qualcuno abbia soppresso con la forza il parlamento eletto dai cittadini, ma nonostante, malgrado, o per meglio dire con il benestare (più o meno turbato da qualche miagolio qua e là) di quel parlamento non è affatto un’attenuante, ma al contrario rappresenta una gravissima aggravante che getta sulla situazione una luce sinistra.
La verità, a quanto pare, è che abbiamo cambiato forma di governo.
Sarebbe perlomeno il caso che cominciassimo a dircelo.

Malati di affluenza

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di Pogechi

Il nostro è uno dei paesi in Europa dove, in termini assoluti, un numero significativamente alto di cittadini si reca ogni volta alle urne per votare. Dal sito dedicato del Ministero dell’Interno si può vedere come, durante tutta la II Repubblica, il numero di votanti non sia mai sceso sotto l’80% alle politiche, una tenuta di tutto rispetto in confronto alle “percentuali bulgare” di alcune annate precedenti a Tangentopoli.

Ebbene, quello che dovrebbe essere indice di un interesse diffuso per la cosa pubblica, non è riuscito negli anni a produrre altro che una classe politica mediocre, il cui estremo campanilismo si riflette, fra le altre cose, in una scomparsa dal dibattito pubblico della politica estera, e dei suddetti mediocri da quest’ultima.

Un dubbio sorge automaticamente: come è possibile che un numero così alto di persone scelga scientemente di essere rappresentato da uno zoo di dinosauri, giaguari e faine? La massima, secondo cui un popolo ha la classe politica che meglio la rappresenta, è una nota di demerito troppo dura nei confronti dei miei amici, parenti, conoscenti e di chi è distante dalle mie posizioni in termini valoriali e/o geografici. E’ inoltre troppo facile trovare il capro espiatorio negli stessi politici e politicanti, perché rischieremmo di entrare in un circolo vizioso stile uovo o gallina.

La diagnosi, per rimanere in tema col titolo, è che una fetta consistente del nostro elettorato soffra di “alta affluenza causata da tifo acuto”: molti si recano alle urne indossando una virtuale casacca sportiva, e probabilmente non trovano nessuna differenza tra il mandare un televoto e scegliere chi concorrerà per un posto da ministro di un paese G8.

La banalizzazione dell’atto del voto risale sia ad una concezione novecentesca e orwelliana di alcuni partiti di sinistra, sia ad una tattica propagandistica più sottile di centrodestra che alcuni ricercatori hanno messo in luce in un recente studio: nelle zone dove il segnale Mediaset è arrivato prima, la gente è più propensa a votare e scegliere Berlusconi. I mezzi d’informazione, la cui assenza secondo gli autori è compartecipe di questo trend, sono anche responsabili dell’appiattimento del dibattito politico: pochi presentatori TV si contendono uno share ragguardevole e omettono di fare servizio pubblico, arrogandosi la liceità di invitare questo o quel sindacalista, presentare questo o quel sondaggio e rimandando il giudizio su proclami e spot elettorali ad una claque SEMPRE presente in studio, con la solennità e gravità di un’ordalia. I politici 2.0, d’altro canto, considerano risolta la questione del contraddittorio aggiungendo una casella per i commenti ai loro post.

La cura? Sarebbe antidemocratico auspicare che questa febbre scenda dalla soglia degli 80° (paesi tradizionalmente considerati come democrazie compiute hanno affluenze superiori al 70%), ma non farebbe male avvicinare questi valori a quelli tipici di un referendum, dove si è obbligati ad informarsi sul tema, e dove l’astensione rappresenta (in teoria) la non comprensione o l’indifferenza rispetto all’abrogazione proposta. Questa idea da noi, purtroppo, si scontra con il controllo EFFETTIVO che la minoranza al potere e la stampa deviata esercitano sui cittadini incazzati o anestetizzati. La medicina quindi è sempre la stessa: buona informazione, abbassamento dei toni da stadio, confronto tra politici su temi, numeri e programmi anziché con siparietti veramente imbarazzanti. Situazioni come queste dovrebbero risultare nella perdita di milioni di voti, non nella prima pagina di un giornale.

Purtroppo, anche stavolta la transizione verso la III Repubblica è caratterizzata dall’apparizione di sigle fondate su slogan facili e ultrasemplificazioni dei problemi. E da una febbre ancora alta, preoccupantemente alta.

Appunti per una destra libertaria (1) – L’individuo

in politica/società by

Definirsi apertamente di destra è oggi un’operazione pericolosa. Lo è perché in Italia siamo ancorati ad una concezione statica e storicamente pigra del pensiero politico e dunque la parola evoca spettri novecenteschi, che a loro volta hanno prodotto stereotipi contemporanei. Sentirsi di destra è un fatto personale, che riguarda la sfera psicologica, oltre a quella etico-morale e culturale in senso ampio. Dunque, la cosa in sé non sarebbe degna di particolare attenzione, se non fosse inscritta all’interno di un discorso più complesso, ovvero nella dimensione della rappresentatività, della capacità degli attuali partiti di tradurre e rilanciare le idee di una certa fascia di elettorato. Il peso dello scarto tra le idee e la pratica politica si fa sentire per alcuni più che per altri: ci sono propositi che sono stati nel tempo traditi più di altri. Si tratta di una questione tutt’altro che filosofica; è anzi questo spostamento a favore della pratica (partitopratica, si potrebbe dire) che ingrossa l’esercito di coloro che non trovano una patria politica, che finiscono per ripiegare su se stessi e il proprio universo di valori.

Si tratta di una questione tutt’altro che marginale, perché lo svuotamento del senso del discorso politico è strettamente legato al disinteresse per la procedura democratica; l’incapacità di produrre immagini condivise e riconoscibili non può che rinforzare quella che Piero Calamandrei definiva “desistenza”, che è l’opposto dialettico della resistenza democratica. In sostanza, meno si è rappresentati più le rappresentazioni deperiscono. Questo naturalmente vale a destra come a sinistra. Essendo però io interessato alla sopravvivenza (o forse alla riscoperta) di una certa destra, voglio spendere due parole per definirla. Non ho pretese particolari, se non quella di fare un po’ di chiarezza, in primo luogo a me stesso. Per farlo non mi sembra inutile fare accenno al suo elemento fondante: l’individuo.

In Italia, ci troviamo oggi di fronte sostanzialmente a due diverse realizzazioni del pensiero di destra: una autoritaria legata all’apparato ideologico, all’immaginario ereditato dal ventennio fascista e rimodellato in senso costituzionalmente accettabile dal MSI (con tutte le relative varianti teoriche e pratiche); l’altra, sedicente liberale e più recente, nata dal pasticcio berlusconiano, che ha messo insieme coscienze politiche di varia natura in un coacervo ideologico essenzialmente privo di elementi liberali (le eccezioni, soprattutto in una prospettiva numerico-parlamentare, non contano granché). Vi sono poi delle nuove o nuovissime compagini, che si potrebbero collocare nell’emisfero destro del parlamento, che hanno nel loro bagaglio strumenti e approcci più o meno vicini al nucleo originiario del liberalismo (Fermare il declino, la lista di Mario Monti). Tuttavia, queste finiscono col perdersi nel monotrofismo, cioè finiscono col cibarsi di un unico alimento politico-ideologico, dimenticando quanto sia invece necessario un istinto, un approccio onnivoro per una forza che voglia davvero definirsi liberale: Diritto e diritti e libertà civili, politiche, sociali ed economiche sono il pasto imprescindibile per la ricerca e l’affermazione di una democrazia compiutamente liberale. Tutto il resto è noia o fuffa o lista di scopo.

Questo quadro si presenta avvilente per tutti coloro che, come me, sentono di appartenere idealmente al mondo della destra liberale ma si vedono costretti a ricercare punti di riferimento – o perlomeno riferimenti elettorali – in altre aree politiche (in un paese dotato di una vera forza liberale, Renzi non avrebbe suscitato tutto questo entusiasmo da parte di elettori lontani anni luce dalla sinistra postcomunista e filovaticana italiana).

Quello che, a mio avviso, è il vero e più grave deficit del panorama politico italiano è la totale negligenza rispetto alla dimensione individuale come forma e luogo e fine del diritto e della libertà. Indro Montanelli sosteneva che il liberalismo è “una civiltà che, annidata nei cromosomi, permea di sé sia le Destre che le Sinistre” ma che in Italia, “quando cerca di uscire dalle esigue elites che ne hanno fatto sangue del proprio sangue, a sinistra diventa ciarlataneria piazzaiola, a destra manganello”. Questa deficienza di “civiltà liberale” è indubitabilmente ascrivibile anche al modo in cui è stato interpretato il posto dell’individuo nell’azione programmatica e nei riferimenti ideologici dell’ampia gamma di partiti e partitini che hanno imperversato sulla scena della nostra Repubblica. Per questa ragione, a destra come a sinistra, si rileva un sempre maggiore bisogno di portare finalmente l’attenzione sul singolo come universo di senso e di valori; cioè come patria e oggetto dell’impegno istituzionale. Una destra libertaria, così come me la figuro, dovrebbe perciò considerare la sfera sociale senza il fardello collettivistico (specchietto per le allodole utile a certa destra e a certa sinistra per imporre valori e regole del gioco democratico); dovrebbe quindi pensare la società come il risultato dell’aggregazione delle istanze e delle azioni individuali.

Attualmente, ad eccezione dei Radicali (i quali per storia e alleanze non possono però essere considerati di destra), non vi è una forza politica che utilizzi questo approccio, che si faccia agente di un cambiamento in senso liberale. Non vi è una destra in grado di adoperare in sede legislativa i principi liberali nell’unica forma possibile ed auspicabile, ovvero nella loro forma originaria: quella dei Beccaria, dei Locke e dei Kant; quella dell’uguaglianza formale dei cittadini nella dinamica legislativa e davanti al suo prodotto, la legge; quella secondo cui le libertà economiche devono essere parte del processo di liberazione e possono esserlo solo se strettamente legate alla scienza della libertà; quella che considera lo Stato come garanzia di libertà e non detentore (o detonatore) di verità morali.

Perciò, la destra che vorrei dovrebbe proporre una visione imperniata sul rispetto della differenza individuale attraverso il più importante strumento che abbiamo a disposizione, il Diritto, e sull’opposizione al silenziamento delle minoranze (seme e testimonianza di ogni democrazia liberale), che è elemento comune a tutte le legislature repubblicane. Per andare al sugo e alla carne della questione: temi quali la libertà di scelta sul fine vita, la legalizzazione delle droghe leggere e la regolamentazione della prostituzione non sono e non possono essere tabù per una destra che si dica libertaria, dacché le ragioni che supportano la loro difesa sono figlie di quel razionalismo illuministico a fondamento del liberalismo: laicità e libertà di coscienza; riduzione del rischio e dei danni; tutela della scelta individuale e lotta alla coercizione.

Il posto dell’individuo è il posto della ragione come principio democratico, il posto che la sinistra e la destra italiane hanno storicamente negato subordinando lo Stato di diritto alla Ragion di Stato, piegando i diritti individuali ai valori collettivi. Questo, a mio parere, dovrebbe essere il più importante compito di una destra libertaria: riportare col rigore della scienza e il sentimento di una visione del mondo (Weltanschauung) gli individui al centro della cosa pubblica. Ed è la mancanza di tutto ciò che mi spinge costantemente a ripiegare su me stesso.

Free Sallusti! E pure gli altri, però!

in giornalismo/politica/società by

Cari garantisti a targhe alterne, potete stare tranquilli: il dissidente Sallusti non finirà al gabbio! La procura ha sospeso l’esecuzione della pena, non essendoci recidiva né altri carichi pendenti.

Questo, nonostante il dissidente Sallusti NON abbia richiesto le misure alternative alla detenzione: CHE AVREBBE AVUTO DIRITTO DI CHIEDERE ED OTTENERE, essendo la condanna inferiore ai tre anni e mezzo. Potrà chiederle ancora nei prossimi 30 giorni.

Se questa informazione fosse vera, quindi, se il dissidente Sallusti finisse (o finirà) davvero in galera lo farà (o lo avrà fatto) perché si è rifiutato (o rifiuterà) di chiedere di scontare diversamente la pena.

Altra cosa che è bene precisare è che il dissidente Sallusti NON è stato condannato per reati d’opinione. La diffamazione non è un reato d’opinione. Reati d’opinione sono le fattispecie di Vilipendio. La diffamazione, nel caso del dissidente Sallusti, è stata riconosciuta non perché l’articolo giornalistico contenesse opinioni poco continenti o irriguardose del prestigio di chissachi: è stata riconosciuta per aver pubblicato delle informazioni false.

Liberato il campo da queste amenità sparate spesso in malafede, andiamo oltre.

Pensate: “Sallusti è stato condannato per un articolo che non aveva scritto, solo perchè direttore del quotidiano che lo ha pubblicato. E’ ingiusto!”. Lo pensate? Credetela come vi pare ma la legge prevede che sia il direttore responsabile di un giornale a rispondere, insieme con l’autore – se identificabile – degli eventuali reati commessi a mezzo stampa. Ogni giornalista lo sa, e quando si pubblicano pezzi firmati da anonimi la vigilanza dovrebbe essere maggiore, visto che il vero autore del pezzo molto difficilmente sarà chiamato a risponderne e quindi può lasciarsi andare a scrivere cose che integrano reati.

Pensate: “Prevedere il carcere per i reati non violenti è incivile”? Lo pensate davvero? Io lo penso! Vi avviso: siamo in pochi. La maggior parte dei difensori d’ufficio di Sallusti non ritiene che sia ingiusto finire dentro per clandestinità, ad esempio, o download illegali.

Molti dicono che sarebbe necessario abolire il reato di diffamazione a mezzo stampa; benissimo! Ma perché non anche la normale diffamazione? Perché ad un normale cittadino dovrebbe essere vietato quello che ad un giornalista è consentito fare?

Soprattutto, finché la legge è questa, la legge si applica: non si può assolvere una persona solo perché è un famoso direttore di giornale autoproclamatosi “scomodo” che quindi fa molto figo difendere!

Aboliamo il reato di diffamazione a mezzo stampa: parliamone! La cosa riguardi tutti, non solo Sallusti: se proprio vi sta a cuore la libertà personale di Sallusti (a me sta a cuore, come la mia e quella di tutti) facciamo una legge per abolire quel reato ed anche la condanna del dissidente Sallusti verrà meno.

Facciamo anche qualcosa di più: chiediamo la grazia a Sallusti da parte del Capo dello Stato. E’ una misura un po’ ingiusta, perché se io o voi fossimo condannati per diffamazione non ci sarebbe tutto questo casino e nessuno ci grazierebbe.

Sarebbe ingiusto, ma lo preferisco comunque a qualunque incarcerazione per reati non violenti: perché non sono un garantista a targhe alterne. Santè

 

Tutto e il contrario di tutto

in politica by

Per le prossime elezioni politiche i candidati del M5S saranno scelti on line e il programma sarà discusso e completato attraverso una piattaforma in Rete. In modo trasparente.

Ok, facciamo un esperimento mentale su questa dichiarazione di Grillo, vi va? Cioè, supponiamo che una bella manciata di individui incensurati si iscriva al movimento e partecipi al dibattito. Supponiamo che sia una manciata bella grossa, abbastanza grossa da assumere un ruolo preponderante nelle decisioni-chiave sul programma, sugli obiettivi, sulle strategie del movimento. Supponiamo quella manciata voglia reintrodurre la pena di morte. Oppure che voglia abolire del tutto il carcere. O che voglia vietare non solo le droghe leggere, ma pure le sigarette. O che voglia legalizzare l”eroina. O che sia liberista. O che voglia statalizzare anche le botteghe dei salumieri. O che sia ultracattolica. O islamista. O iperlaicista. O fascista. O comunista.
Il tutto, va da sé, in modo trasparente.
Ora, posto che forse sto un tantino -ma neanche troppo- estremizzando, come dovrebbe porsi un elettore qualsiasi come me rispetto a questo fantomatico dibattito in rete dal quale può venir angelscamp.org fuori -democraticamente, s”intende- tutto e il contrario di tutto? Perché, sia chiaro, se dal dibattito non potesse effettivamente venir fuori tutto e il contrario di tutto -nei limiti della legalità, beninteso-, vorrebbe dire che questa dichiarata democrazia -digitale- interna che governa il movimento è solo un feticcio, uno specchietto per le allodole, una presa per il culo.
Per carità, un movimento del genere sarebbe interessante da guardare. Da osservare. Da studiare, perfino. Ma voi, dite la verità, la votereste una roba che può -democraticamente- diventare il contrario di se stessa nel giro di qualche ora?
Io, francamente, no. Sarò stagionato, vecchio, decrepito. Sarò legato -vergogna- al concetto di partito. Ed in effetti -confesso- lo sono, perché sono di parte. Perché preferisco condurre delle battaglie insieme a gente che condivide i miei stessi obiettivi, piuttosto che veder spuntare -in modo trasparente- quegli obiettivi da un dibattito -online o offline, non importa- e poi condividerli per il semplice fatto che sono stati definiti su una piattaforma in rete.
Cioè, in estrema sintesi, a me “sta storia del programma costruito democraticamente pare una cagata senza precedenti. E mi spaventa, pure.
Questo se ciò che dice Grillo è vero, vale a dire nel migliore dei casi.
Figuratevi nel peggiore.

Trattativa o Waterboarding?

in giornalismo/politica/società by

C’è una frase che mi è sempre rimasta impressa nella mente quando da ragazzetto facevo le mie ricognizioni sul lungomare del mio paese con la mia Bmx: “Dopo il gelo degli anni di piombo, godetevi il calduccio di questi anni di merda“. Di scritte scolorite quelle mura e pareti di cemento erano piene: “W Stalin“,  “Autonomia Operaia“, “Onore al camerata Delle Chiaie” , “Il popolo non vota il popolo lotta“. Oggi quando ci passo, senza Bmx, trovo frasi tipo “Italian Boy“, “Stella… la mia vita non esiste senza di te“, “W il pulcino pio pio” e altra roba simile. Seguendo a tratti la recente questione delle intercettazioni del Colle e della trattativa Stato/Mafia, quella frase è tornata ad intermittenza a frullarmi la testa. “Dopo il gelo degli anni di piombo godetevi il calduccio di questi anni di merda“.

Il 17 Dicembre 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano James Lee Dozier. La squadra messa in campo dal ministero dell’Interno, guidato dal democristiano Virginio Rognoni, convocata presso la questura di Verona dal prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos), è composta da Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. Racconta Salvatore Genova: “Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato.
(…)
Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata.
(…)
Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli. Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier
“.*

Anche questo era il gelo degli anni di piombo. Il calduccio degli anni di merda narra invece di una trattativa tra lo stato e la mafia. Nell’estate del 1992, subito dopo l’uccisione del giudice Giovanni Falcone, alcuni ufficiali facenti parte del ROS dei Carabinieri avrebbero intentato una trattativa con i vertici di Cosa nostra per fermare l’ondata di attentati e per giungere ad un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis. Si tende a ritenere che Paolo Borsellino possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla buona riuscita di tale trattativa.

Sono sicuro che tra qualche decennio di questa vergognosa minchia di trattativa che coinvolge i vertici istituzionali e militari di questo Paese, rimarrà stupefacentemente predominante, nel dibattito storico dell’editorialismo onanistico della sinistra riformista, la pseudofrattura tra Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari sulla linea che Repubblica ha adottato in merito alla questione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e al connesso editoriale di Zagrebelsky, e, come corollario, la lite tra Giuliano Ferrara e Travaglio in una trasmissione di fine agosto condotta da Enrico Mentana con un Emanuele Macaluso più pimpante che mai, su chi sia un irresponsabile neogiacobino eversivo e giustizialista e chi invece un opportunista garantista a guardia della ragion di stato e della tenuta democratica dell’intero sistema che fa gli accordi con la mafia. Alla faccia dei morti ammazzati, giudici e non.

Ma nessuno scioglierà mai il dubbio se sia meglio la trattativa o il waterboarding. Se sia stato meglio il gelo degli anni di piombo o il calduccio di questi anni di merda. L’unica cosa che posso fare è andare a vedere, appena torno a casa, che fine abbia fatto la mia vecchia Bmx.

Soundtrack 1): ‘Pogo’, Digitalism
Soundtrack 2): ‘Dark city, dead man’, Cult of luna

*http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-torturavamo-i-brigatisti/2178029

 

Devastazione, saccheggio e altri reati…

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La sentenza di condanna dei manifestanti per i fatti di Genova del 2001 è notizia vecchia di un paio di settimane ormai. Qualche giorno fa avevo espresso dubbi sul reato di devastazione e saccheggio per il quale alcuni dei manifestanti sono stati condannati fino a 14 anni di reclusione.

Avevo anche auspicato che si aprisse un dibattito pubblico su quella figura di reato e sulla grazia ai condannati anche se mi dicevo scettico sulla volontà dei partiti politici di occuparsene seriamente.

Quel che è successo in questi giorni, tuttavia, è andato ben oltre le previsioni più scettiche. C’è stata una totale rimozione della sentenza dal dibattito politico: non una forza politica che si sia espressa in qualche maniera sull’argomento.

Di fronte al silenzio assordante, da bravo cittadino, in spirito di leale collaborazione con le istituzioni, mi permetto a questo punto di indicare qualche nuova figura di reato da aggiungere a quella per cui sono stati condannati i manifestanti e che sia di altrettanta manifesta ragionevolezza ed utilità in una società aperta e democratica.

a) devastazione e saccheggio;

b) navigazione ed ormeggio;

c) conversazione e cazzeggio;

d) indigestione e scorreggio;

e) equitazione e maneggio;

f) liposuzione e drenaggio;

g) coltivazione d’alpeggio;

h) masturbazione al meriggio;

i) sollevazione ed appoggio;

l) perforazione e pertugio;

m) autostazione e parcheggio;

n) composizione e solfeggio;

o) masticazione e formaggio.

Ovviamente, chi volesse contribuire ad aggiungere nuovi reati alla lista si faccia pure avanti. Come si dice: melius abundare. Santè.

L’alibi della pseudonecessità

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Secondo varie concezioni filosofiche, la necessità è il non poter essere   diversamente di una cosa, al contrario del concetto di contingenza che si basa sul poter essere diversamente. Ad esempio,se io dico”se non respiri morirai”sto pronunciando un’affermazione necessaria, se io dico “la mela è rossa” l’affermazione sarà contingente perchè la mela può essere rossa, verde, gialla. La contingenza è il carattere di ciò che può essere o può non essere. La necessità, al contrario, è il carattere di ciò che è e non può non essere.

Questo tema, apparentemente relegabile in uno scantinato pieno di polvere e dimenticato da dio e dagli uomini, al contrario sta acquistando una sua inedita attualità in quanto l’aggettivo ‘necessario’rientra nella top ten dei termini ultimamente più strausati sia nell’ambito politico, italiano ed europeo, che nella quotidianità mediatica e cronistica in genere. Appare però a volte utile verificare se chi lo utilizza ed i contesti in cui viene utilizzato, in sostanza siano correttamente conformi e rimandabili al vero significato del concetto di cui sopra.

Ad esempio, lo stragista norvegese Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia che hanno provocato la morte di 77 persone, a giustificazione dell’eccidio, definì la sua azione «un gesto atroce ma necessario, per fermare i danni del partito laburista e per fermare una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani». Ammazzare 77 persone non ha avuto alcun effetto reale e quindi si dovrebbe, tra le tante cose, far sapere a Breivik che ha utilizzato in modo inopportuno il concetto di necessario.

Prendiamo il piano europeo per salvare le banche spagnole, 100 miliardi di euro, anch’esso spacciato per necessario e del quale anche l’Italia darà il suo contributo intorno al 20%. Anche il più imbranato e maldestro analista finanziario sa che per rimettere quel sistemo appena in salute di miliardi ce ne vorrebbero almeno 400, che tale intervento farà aumentare il debito pubblico spagnolo del 10 per cento, non porterà nessun beneficio reale all’economia iberica, diretta verso una bancarotta lenta ed inevitabile. Anche qui vale, per le alte teste politiche e finanziarie dell’Unione Europea, l’ammonimento che dovrebbe essere fatto a Breivik nell’utilizzare i termini linguistici appropriati.

Per giustificare il loro appoggio al Governo Monti, Pd Pdl e Terzo Polo il concetto di ‘fatto necessario ed indispensabile’ lo utilizzano sempre e lo tirano in ballo costantemente, così come lo stesso Monti e molti dei suoi competentissimi ministri tecnici esponenti dell’alta borghesia illuminata del Paese hanno spesso parlato, preannunciando i loro provvedimenti, di scelte difficili ma necessarie per la salvezza del paese, per la riduzione dello spread, per riconquistare credibilità internazionale e per l’ingresso nel regno della gioia.

Ora, appare chiaro che qui di necessario l’unica cosa plausibile sia l’abolizione del suffragio universale, perché che ci siano state milioni di persone che hanno creduto che mettendo Monti si abbassasse lo spread, è una roba pateticamente allucinante e di una ridicolaggine assoluta. Tra l’altro, se 1) lo spread si e’ abbassato solo dopo i due interventi della Bce a dicembre e febbraio, 2) parallelamente agli interventi del Governo Monti la tendenza del differenziale è stata crescente e presto pari se non superiore agli standard del precedente governo, 3) il Governatore della Banca d’Italia Visco ha affermato che lo stato Italiano può reggere per due anni livelli di spread a quota 800, beh allora anche questo benedetto Governo Monti non era affatto necessario. Magari contingente si, ma necessario proprio no.

L’ultima cosa per freschezza spacciata per necessaria e’ il fiscal compact di recente approvazione parlamentare. Si tratta di un accordo europeo che rende più stretti i vincoli di bilancio, imponendo a tutti i paesi dell’eurozona in cui il rapporto debito/Pil superi il 60%, un rientro in 20 anni nei parametri previsti. L’Italia che ha un rapporto pari al 120% dovrà rientrare con il 3% annuo, circa 45 miliardi, pari a 900 miliardi di euro ventennali, che si andranno a sommare alle manovre finanziarie ed al pagamento degli interessi sul debito che attualmente ammontano a 80 miliardi all’anno. Anche tale provvedimento, secondo tutti i testi scientifici di economia descritto come portatore di effetti recessivi, simile a quelli adottabili in tempi di guerra e carestia quando una nazione ha come punti forti e fiori all’occhiello della propria esportazione le piattole e la dissenteria, e’ stato definito necessario da Monti e dalla maggioranza che lo sorregge, perché indispensabile all’ingresso dell’Italia nel regno della gioia. Di quale gioia ancora non si e’ capito.

Ora, siccome non sono persone pazze assassine come Breivik, e siccome fanno pure parte dell’alta borghesia aristocratica illuminata del paese e quindi capaci di maneggiare i termini linguistici nel loro significato reale, forse bastava dire un iperminimo di verità, e cioè che questi provvedimenti non sono affatto necessari ma al contrario funzionali ad un’unica contingenza rappresentata dal fatto che Monti serviva come uomo di garanzia per le ‘dinamiche’ finanziare che ci tengono per le palle ed a cui noi per ragioni di realpolitik dobbiamo appecorinarci perche’ cosi’ va il mondo ed i rapporti di forza sono questi. L’andazzo attuale consiste in una formale e definitiva stabilizzazione di questi rapporti di forza, con una zona forte e sviluppata tedesco-franco ed una necessariamente sottosviluppata, l’europa ‘meridionale’, meridionale per italico rimando (perché e’matematico che se ci sta lo sviluppo ci devono stare anche il sottosviluppo e le aree di sofferenza, un po’ come il bene ed il male, un po’come con l’unità d’Italia). Nei fatti questo è e questo sarà, iniziando un lentissimo e lungo cammino che ci porterà inevitabilmente verso la ripetizione su scala continentale dell’esperienza che la Jugoslavia visse negli anni ’90.

Soundtrack:’Cortez the killer’, Neil Young/Pearl Jam ( live Hasselt, Belgium 1995 )

Pluralismo cartaceo

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Ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con gli integralisti della carta stampata, con quelli che leggono da anni sempre e solo lo stesso giornale, con quelli che aspettano con ansia amache o travagliate.

Ho sempre avuto difficoltà perché, molto spesso, gli integralisti della carta stampata sono anche giacobini di partito o, più generalmente, pretendono di essere sibille cumane della politica.

Nella mia vita ho letto almeno una volta i seguenti quotidiani: Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, L’Unità, L’Indipendente, Il Messaggero, Liberazione, Libero, Il Fatto Quotidiano, L’Altro, Avvenire, L’Osservatore Romano, Il Giornale, Il Secolo d’Italia, Il Secolo XIX, Il manifesto, La Padania, Il Foglio, Il Riformista, Il Sole 24 Ore, ItaliaOggi, Il Tempo.

Se ho letto tutta ‘sta roba non è certamente per masochismo giornalistico, benché meno per nomadismo politico. Piuttosto perché sono convinto che il pluralismo o si manifesta in un tentativo pratico di comprensione delle posizioni altrui oppure non è. Naturalmente, questo tentativo richiede un dispendio di energie non indifferente; ed è molto più comodo essere pluralisti e democratici a chiacchiere.

Perciò, non mi sorprendo quando mi capita di incontrare chi, dopo aver chiesto all’edicolante non so quale numero speciale su Marx, mi domanda, con aria tra lo sbalordito e lo sprezzante, come faccio a leggere un giornale come Il Foglio.

Il democratismo e il perbenismo chiacchierati  dai fedelissimi ed esclusivissimi lettori non mi sono mai piaciuti e col tempo ho imparato a diffidare. Questa fede e questo esclusivismo mi fanno pensare ogni volta che si abbia la necessità di nascondere una certa antipatia per le procedure e per la sostanza delle cose.          Che sono poi il sugo di ogni vero pluralismo e di ogni vera democrazia.

 

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