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Decadenza Berlusconi

Nostalgia canaglia

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Eccomi qui, nel mio ufficio. Dalla finestra vedo la palestra dell’univerista’: ragazzi che alzano pesi, corrono sul tapis roulant, chiacchierano. Io sono nel mio ufficio con le mie cuffie nelle orecchie. Se dalla palestra qualcuno mi osservasse, vedrebbe le mie smorfie e penserebbe che io stia guardando un film dell’orrore (o una partita del Milan di quest’anno). Invece sto guardando una seduta del parlamento italiano. Per l’ennesima volta mi ritrovo davanti al mio computer nel mio ufficio della mia lontana universita’ e non riesco a non cliccare su link come “Decadenza, la cronaca minuto per minuto”. Parte lo streaming, i senatori urlano, il presidente Grasso cerca di placarli stile prof delle medie. A volte parte una rissa, a volte saltano fuori cartelli, mortadelle, spumanti. Poi si vota. Una lunga lista di nomi, “senatore Tizio, si prepara il senatore Caio” e io mi ascolto pure quella alzando gli occhi al cielo quando chiamano qualcuno che non posso credere stia ancora in parlamento. A volte passano dei non italiani in ufficio, quando bussano urlo “come in” e nascondo la pagina dello streaming sperando di evitare la domanda “cosa guardi?”. Chi ha il coraggio di dirgli davvero che cos’e’ che sto guardando? In altri uffici ci sono altri italiani, anime in pena che come me cercano di finire un paragrafo di un paper ascoltando Bondi commosso che dice che Berlusconi e’ un perseguitato. Abbiamo seguito ogni elezione, crisi, presunta crisi e psicodramma, commentando su Facebook quello che succedeva.  Perche’ lo facciamo? Perche’ siamo malati di politica, abbiamo provato a seguire quella del paese che ci ospita ma e’ come passare alla pastina in brodo quando si e’ abituati alla pasta alla Norma o ad una fiction italiana in costume quando si e’ abituati a Breaking Bad. Non si puo’. E allora vai di diretta del Corriere, Facebook e per i messi peggio streaming degli speciali di 8 ore con Mentana su LA7 (faccio ammenda).

Silvio Decadence

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‘Alcuni dicono che continueremo a vivacchiare. Ma non ci voglio credere. Si è formata in Italia una generazione di produttori, di tecnici e di organizzatori che è di primo ordine. Prima o poi dirà la sua, interverrà nella direzione del paese.’ Era il 17 maggio del 1979 e con queste parole terminava un’intervista che il ‘costruttore quasi editore’ Silvio Berlusconi aveva concesso a Giorgio Bocca per Repubblica. Silvio spiegava il perché avesse declinato le offerte a candidarsi alle europee di quell’anno non solo della Dc, ma anche di altri partiti non specificati. L’entrare in politica gli puzzava parecchio in quanto ‘gli uomini politici italiani accettano gli altri, gli estranei alla corporazione, solo in funzione elettorale. Poi ritorni un estraneo come prima’. In molti passaggi sono già presenti i primi vagiti di ciò che poi verrà chiamato lo ‘spirito del ‘94’: il peso strozzante della burocrazia, la politica irresponsabile che nè decide nè governa e che mette pedaggi alla libera iniziativa, scelte governative e leggi adottate in ottiche esclusivamente repressive e punitive. Come dargli torto. Purtroppo però, anche per lui arrivò la prova del nove, il momento di dire la sua e di intervenire nella direzione del paese, finendo conseguentemente, appunto, in quello stesso calderone da lui sapientemente declinato della politica che non legifera niente, niente decide, niente snellizza, se non appesantendo e danneggiando la vita delle persone, delle famiglie e delle imprese.

Decadenza si o decadenza no, poco importa. Il fallimento della sua esperienza politica, aldilà dell’essere berlusconiani o meno, è ormai fatto storico e si delinea su due direttive ben precise:1) la sua egemonia non egemone in quanto non ha apportato nessuna innovazione a quel sistema ‘impresa italia’ da lui lungamente raffigurato come centro del suo impegno politico ed intervento governativo; 2) l’incapacità di gestire e inforcinare tutte quelle forze paralizzanti dei vari potentati deboli che dal mantenimento del pestifero status quo non hanno che da guadagnare (alta burocrazia dello stato, caste sindacali, giudiziarie, imprenditoriali, mediatiche, baronati universitari pubblici e privati).

Lo spirito del ’94, a conti fatti, altro non fu che l’inizio e l’avvento di un’efficace operazione di marketing elettorale per galvanizzare masse teledesideranti prodotte dalla deriva della crisi del pubblico impiego e dalla sottoproletarizzazione euforica/terrorizzata del libero professionismo, che elessero Silvio a panacea di tutti i loro mali così come nella Francia del 1851 i contadini piccoli proprietari scelsero Luigi Bonaparte come unico e solo capo della nazione.

Queste forme di innamoramento di massa si diffondono come virus e si basano sull’idealizzazione di una persona che nell’ immaginario assume una connotazione che la rende straordinaria, eccezionale, superumana e per certi versi divina. Nascono dall’ossessionarsi voracemente per ciò o per chi non si è o non si è stati, come unica forma di riscatto possibile dalla sofferenza e dall’insoddisfazione vissuta e subita. Accade quando da soli non si riesce, o meglio ci si convince di non riuscire, a realizzare la felicità e la sicurezza e manifesta il bisogno di qualcuno che ci assista, ci sostenga, ci protegga. Una specie di genitore. Ma tale necessità è l’anelito di una società ibernata in un infantilismo decretato da sedimenti educativi, religiosi ed antropologici. Tormentata dalla contraddizione tra il desiderio di libertà e la paura di esseri liberi. Angustiata intimamente dall’eccitarsi attraverso la paura della punizione, per una tentata o operata trasgressione del ‘bene’ originario, ancorato da chissà quale forma educativa/repressiva di chissà quale genere.

Se poi l’alternativa era ed è unicamente la superiorità dell’onestà antiberlusconiana ed il moralismo giustizialista sia del post Pci che dell’Azionismo, nonché di una non ben definita e riesumata post sinistra democristiana, che l’8 dicembre partoriranno come loro sintesi un Veltroni grillizzato, il gioco e’ fatto.

Il titolo dell’intervista del 1979 è il seguente virgolettato:’ No grazie. La politica un tipo come me lo usa e poi lo butta via’. Penso che Silvio questo concetto l’abbia sempre tenuto ben presente, ed anche se quasi sempre sia riuscito invece ad usare la politica per i suoi interessi personali e familiari, alla fine è andata proprio come aveva detto in quell’ intervista del 1979 concessa ad un ex partigiano, mentre mangiava carne ai ferri, servitagli da un cameriere alla Jeeves in via Ravasi 2.

Silvio Berlusconi incarna ed ha incarnato l’autobiografia di una nazione. Non so perché, ma scrivendo questo post mi è venuto in mente il film giapponese Tokio Decandence, diretto da Ryu Murakami uscito nel 1992, tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Murakami. Riporto la trama da wikipedia:’ Ai è una ragazza squillo per una agenzia di accompagnatrici di Tokyo. Tramite i suoi occhi, Murakami accompagna lo spettatore in un opprimente labirinto di perdizione cresciuto all’ombra della bubble economy. Uomini d’affari e impiegati frustrati si sfogano nel sesso a pagamento e nel sadomasochismo. La spropositata quanto ansiogena «ricchezza senza dignità» (come la definirà una collega di Ai) accumulata dal Paese, è pronta a rovesciarsi nella rovinosa recessione degli anni novanta. Schiacciata dal meccanismo di cui è parte e dal disprezzo di sé, Ai cercherà per un’ultima volta di ritrovare l’amore in un celebre artista (Satoh) di cui è ancora innamorata. La protagonista chiederà consiglio ad una fattucchiera che le dirà di portare un anello; ma l’anello che le consiglierà di portare, un topazio rosa (che dà il nome al film nel titolo originale giapponese), non servirà a recuperare il tempo perduto e il suo posto nella società. Infatti all’arrivo a casa di Satoh, con un vestito che sarà simbolicamente macchiato nel tragitto, la troverà vuota.’’

Buona decadenza a tutti.

Soundtrack1:’Frankie Teardrop’, Suicide

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