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Fact-checking sull’intervista della Raggi a Micromega

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Ieri su questo blog si scriveva che la Raggi è la candidata meno adatta a governare Roma. L’autore di quel post ha però dichiaratamente un giudizio negativo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è così per tutti, e alcuni di noi hanno salutato con favore la candidatura della Raggi perché in consiglio comunale si è fatta la fama di “una brava”. Proprio per questo la seguiamo con attenzione e abbiamo letto nei dettagli la sua intervista su Micromega di oggi.

Anche se questo è un blog di opinioni, e rivendichiamo questa impostazione, abbiamo pensato di mutuare lo schema del fact-checking ispirandoci a Pagella Politica per verificare alcune sue proposte e affermazioni sui diversi temi affrontati.

 

DEBITO DI ROMA

  • C’è la piaga del debito che è una cassa diversa, una gestione separata, come se fosse una bad company rispetto a Roma Capitale. E pare impossibile entrarci. Quando eravamo all’opposizione abbiamo provato a fare richiesta di accesso agli atti e ci è stata chiusa la porta in faccia.

VERO: la gestione del debito precedente al 2008 (anno di elezione di Alemanno) è stata affidata tramite il decreto cosidetto “Salva Roma” poi convertito in legge  a una gestione commissariale separata rispetto alla gestione ordinaria –  in modo effettivamente analogo a una bad company. A fronte di questo il Governo si è impegnato a contribuire con 500 milioni l’anno al piano di rientro. Il commissario attuale, nominato da Renzi, è la dott.ssa Silvia Scozzese.

  • Il debito è nato per l’indebitamento di Roma Capitale verso fornitori e soggetti vari, pensi che un miliardo riguarda le indennità da esproprio per i mondiali di calcio di Italia ‘90. C’è poca chiarezza.

FALSO: Il debito è nato per l’indebitamento (incredibile!) ma non c’è poca chiarezza. È stato effettuato un assessment da parte di una società di consulenza e c’è una relazione molto approfondita della Corte dei conti del 2010 che ricostruisce la composizione e fa una valutazione del piano di rientro proposto. Le diverse fonti sono raccolte in un dossier sul sito dei Radicali.

  • Tronca e i subcommissari non hanno ritenuto importante analizzare e approfondire la composizione di tale debito pur essendo una spada di Damocle per l’amministrazione della città: un mutuo che finiremo di pagare tra il 2040 e il 2048 a tranche di 500 milioni di euro l’anno.

VERO: l’analisi non è stata ripetuta perchè già effettuata negli anni passati.

  • Da sindaco, avanzerei l’ipotesi di un’Audit sul debito e pretenderei di entrare nella gestione commissariale, ormai priva di qualsiasi possibilità di controllo malgrado tutti i cittadini italiani paghino per ripianare questo debito.

IMPROMETTIBILE: il sindaco di Roma non ha competenze sulla gestione commissariale, il controllo può essere effettuato in sede parlamentare.

MUNICIPALIZZATE

  • In molte municipalizzate persevera la politica dei mega appalti dati ovviamente a soggetti terzi per effettuare servizi che gli stessi operatori di Acea potrebbero tranquillamente effettuare: dalla manutenzione, alle riparazioni, alla gestione dei guasti. Le società municipalizzate si trovano, di fatto, a pagare due volte per lo stesso servizio.

IRRILEVANTE: il problema delle municipalizzate non sta tanto negli appalti esterni, quanto nel metodo con cui essi vengono concessi (affidamenti diretti e affidamenti in proroga). Dopodiché, molto spesso il problema delle municipalizzate è la loro stessa esistenza, giacché la maggior parte di loro non svolge alcuna funzione di pubblica utilità, è utile solo a fini clientelari e quindi andrebbe chiusa.

OLIMPIADI

  • I fondi messi a disposizione dal CIO non sono sufficienti quindi la città dovrebbe indebitarsi ulteriormente per sostenere le Olimpiadi.

IRRILEVANTE: nessuno con un minimo di raziocinio ha mai immaginato di organizzare i Giochi usando soltanto la parte dei diritti, delle sponsorizzazioni e dei biglietti che il CIO destina alla città ospitante. Ovviamente la maggior parte dei costi vanno finanziati con risorse proprie (stupisce perfino doverlo dire): il punto vero riguarda la qualità, e quindi il ritorno, di quegli investimenti. L’utilizzo della leva finanziaria in sè non è una cosa negativa, come spieghiamo qui.

RIFIUTI

  • La discarica di Malagrotta verrà chiusa del tutto? Si lavorerà in tale direzione. Gli inceneritori? Non fanno parte del nostro vocabolario.

IMPROMETTIBILE: ai sensi dell’art.35, comma 1, del decreto “sblocca-Italia”, l’eventuale riaccensione del gassificatore di Malagrotta è diventata di competenza nazionale ed in parte regionale. Quindi il futuro sindaco, “vocabolario” o non “vocabolario”, non potrà farci proprio un bel niente. Attenzione, prima di fare promesse che non si possono mantenere.

DIRITTI CIVILI

  • Sulle coppie di fatto siamo stati i primi a depositare la proposta di delibera in Aula Giulio Cesare.

MAH: la prima delibera sulle famiglie di fatto era di iniziativa popolare promossa dai Radicali nel 2007. Fu votata e bocciata in aula, e poi riprensentata in una nuova formulazione sempre dai Radicali nel 2012. Nel 2015 ne furono depositate diverse in tempi ravvicinati da Cinque Stelle e da SEL, ma quella finalmente approvata fu presentata congiuntamente dalla maggioranza in Consiglio (PD, SEL, Lista civica Marino, Centro Democratico) e Movimento Cinque Stelle. Bravi, ma andiamoci piano con i primati.

In generale, a nostro parere, Virginia Raggi ha risposto su tutti i temi con un certo grado di semplicismo, con analisi corrette ma soluzioni non sempre adeguate e in ben due casi (debito e discarica di Malagrotta) attribuendosi competenze che ai sensi di legge non le spettano.

Su altri temi, come i servizi sociali e l’accoglienza dei migranti, le risposte non sono state verificate perché molto vaghe o addirittura politicamente inconsistenti dal momento che rimandano all’“ascolto dei cittadini”. Sul centro di accoglienza Baobab, per esempio, ha dichiarato che la valutazione sulla riapertura sarà fatta “ascoltando la voce dei cittadini: che siano i residenti e che siano tutti quei volontari che vi hanno prestato servizio” dei quali gli uni diranno una cosa, gli altri l’opposto. Tipico caso di interessi inconciliabili in cui l’ascolto, senza la politica, serve a poco.

Grillata mista con granchio

in economia/giornalismo/politica by

Oggi siamo monotoni, ma le cose van dette. Possibilmente vere.

Sul blog di Beppe Strillo campeggia lo sfottò dei Sindaci-star che sgomitano per andare in Parlamento e farci tutti fessi, loro. Le prima dieci righe sono una invettiva pirotecnica che culmina trionfalmente nel catartico “è tutta una presa per il culo”. Figuriamoci, signora mia, se la conclusione poteva essere diversa.

Mammagari fosse la conclusione. Segue invece la dimostrazione della tesi “i Sindaci governano male”, articolata più o meno come segue:

  • argomento 1: i Sindaci governano male perchè i Comuni hanno debiti alti. FALSO: l’importo del debito non ci dice niente sulle capacità amministrative del Primo Cittadino, così come nessuno si sognerebbe di verificare le capacità di un manager sulla base del valore assoluto del debito dell’azienda, come abbiamo cercato di spiegare qualche post fa. L’indicatore di performance utile sarebbe, piuttosto, un indice di solvibilità di breve e di medio-lungo termine
  • argomento 2: quando il debito cresce, aumentano le tasse e diminuiscono i servizi. FALSO: intanto l’importo del debito nel 2011 non ci dice nulla sull’andamento del debito negli anni precedenti. Magari è diminuito, magari no. L’autore dà per scontato che sia aumentato e che questo (presunto) aumento sia l’origine di tutti i mali. Macchè. Abbiamo già spiegato che “un ente che funziona adeguatamente e che non ha problemi riesce a ripagare i costi connessi al passivo con i ricavi generati dall’attivo”, come un lavoratore non scriteriato riesce a pagare senza problemi le rate del mutuo e gli interessi passivi se ha pianificato adeguatamente il flusso delle sue entrate e non ha fatto il passo più lungo della gamba. In breve, è possibile che l’aumento del debito causi nefaste conseguenze, ma la causa non è mai il debito in sè bensì il rapporto tra passività e attività.

Insomma la grillata mista produce certi strafalcioni che uno finisce per dubitare anche della tesi iniziale: ma è poi vero che sti Sindaci governano male? La risposta è per lo più sì, ma certo non può essere agomentata con un tabellone pescato a caso sul Sole24Ore da cui si evincerebbe che il Sindaco di Roma Alemanno è praticamente un eroe dal momento che la Capitale si posiziona in àfondo alla classifica del debito pro-capite.

Peccato che il valore assoluto del debito della Capitale sia undici volte quello riportato e, pur diviso su un fracco di abitanti, surclassi il debito procapite della prima in classifica Torino.

La ragione di questo granchio è il fatto, sconosciuto ai più, che il debito precedente il 2008 è stato scorporato dai bilanci della gestione corrente del Comune perchè messo sotto l’egida di un Commissario governativo ancora in carica, per quel poco che ci è dato sapere grazie al dossier di due dirigenti dell’associazione Radicali Roma. Questo in grazia di un unicum giuridico che ha aggirato le norme del TUEL in tema di dissesto finanziario per consentire all’attuale Sindaco di fare come se nulla fosse e per salvare la faccia ai Sindaci precedenti, chè nessuno è così imbecille da pensare che un debito di miliardi sia stato prodotto dall’ultimo sindaco, vero?, ma si tratta di una misura sufficiente a risanare la drammatica situazione del bilancio della Capitale solo sulla carta.

Le altre carte, quelle che ci direbbero davvero qualcosa sullo stato finanziario di Roma Capitale, sono secretate e inavvicinabili anche con una regolare richiesta di accesso agli atti: ma qui toccherebbe aprire quei capitoli noiosi del libro della democrazia italiana, quello della trasparenza delle istituzioni, del ruolo (mancato) dell’informazione come watchdog delle politica, del consenso comprato capillarmente attraverso gli enti locali e le municipalizzate.

Ma perchè farlo, quando si può tranquillamente sembrare seri gridando Al debito! Al debito! con la profezia “è tutta una presa per il culo” che, puntualmente, si autoverifica.

 

 

Debiti for dummies

in economia by

(disclaimer: l’obiettivo di questo post è solo uno. Farvi capire che il debito, in sé, non è qualcosa di sbagliato. Non è qualcosa che ci deve far preoccupare. Non è qualcosa di negativo. In sé.)

Per debito si intende l’obbligo giuridico di eseguire una determinata prestazione. C’è scritto così su Wikipedia, e vi confermo che corrisponde a verità. Il debito finanziario, di conseguenza, è il debito nel quale la prestazione si sostanzia nel versamento di danaro.

E’ giunto il momento di fare una piccola panoramica su quello che è un bilancio. Non starò qui a parlarvi di strumenti ibridi di patrimonializzazione, obbligazioni, derivati plain vanilla e altre cose tecniche. Cerchiamo di usare una terminologia molto terra terra e superficiale (uso ad esempio entrate e ricavi o uscite e costi come sinonimi, anche se non è esattamente così. Abbiate pazienza).

Innanzitutto sgombriamo il campo da quello che molti di voi pensano: il bilancio non è un librone dove sono segnate entrate e uscite di cassa come nei fumetti di Walt Disney. Il bilancio è invece composto, per farla breve, da due documenti: lo stato patrimoniale ed il conto economico. Lo stato patrimoniale si divide in passivo (ovvero le fonti grazie alle quali l’ente funziona, che in massima parte sono il capitale sociale -i soldi dei soci- e i debiti) e attivo (ovvero come sono impiegate tali fonti di finanziamento, in massima parte tutto quanto è connesso alla produzione). Il conto economico, sempre a grandi linee, contiene i costi ed i ricavi che ha generato l’ente nel corso dell’esercizio.

Concentriamoci adesso sullo stato patrimoniale. Il passivo genera uscite di cassa, rappresentate, nel caso del capitale, dai dividendi da erogare alla proprietà; nel caso dei debiti, dagli interessi e dal capitale da corrispondere a fronte del danaro preso in prestito. L’attivo genera invece entrate di cassa, rappresentate dai proventi prodotti grazie ai beni strumentali acquisiti (parlo di vendita di beni e servizi, ma anche di rendite derivanti dal detenere una determinata attività -titoli che generano cedole, palazzi che generano affitti etc-). Un ente che funziona adeguatamente e che non ha problemi riesce a ripagare i costi connessi al passivo con i ricavi generati dall’attivo.

Faccio un esempio per rendere più chiaro il concetto. Immaginate un piccolo artigiano che produca enormi gatti d’acciao e che abbia deciso di non avere debiti. Il suo stato patrimoniale sarà composto al passivo dal capitale, rappresentato qui dal lavoro dell’artigiano nel modellare il gatto d’acciaio e dal danaro speso dall’artigiano per acquistare tutto ciò gli è necessario per porre in essere la produzione, mentre all’attivo da quei beni acquistati per porre in essere la produzione.
Immaginiamo quindi che l’artigiano, a fine anno, faccia il suo bravo bilancio. L’attivo, ipotizziamo, è pari a 100 e gli ha fruttato 10. Quel 10 è tutto suo, in quanto il passivo (chiaramente anch’esso pari a 100) era composto solamente da danaro di sua proprietà che egli ha deciso di investire.
Immaginiamo quindi, a questo punto, che l’artigiano veda in tv lo spot di una banca, in cui la banca gli offre di prendere a prestito del danaro (ipotizziamo per semplicità 100) pagando una rata annuale pari a 7. Cosa dovrebbe fare l’artigiano assennato a quel punto?

Ve lo dico io. Prendere dei soldi a prestito. Fare i famigerati debiti.

Perché? Perché il suo attivo rende 10, mentre il costo di prendere altri danari è 7. Se quindi l’artigiano prendesse a prestito del danaro e lo immettesse nel suo processo produttivo, alla fine del secondo anno il suo bilancio presenterebbe un attivo pari a 200, il suo passivo pari sempre a 200 (composto però da 100 di capitale e 100 di debiti). Il suo attivo, però, renderebbe stavolta 20. Il suo passivo, invece, gli costerebbe 7. Penso appaia evidente, a questo punto, che l’artigiano ha ottenuto un extra profitto pari a 3. Questo concetto, in economia, si chiama leva finanziaria.

In altre parole: contrarre dei debiti, come ho già detto all’inizio, in sé non è qualcosa di sbagliato. Diventa sbagliato quando il flusso di rimborso del debito supera quelle che sono le entrate dell’ente. Se invece le entrate dell’ente sono superiori all’ipotetico flusso di rimborso del debito, beh, è da pazzi non contrarre un debito.

Non mi credete? Comprensibile, quello appena esposto è un concetto abbastanza anti intuitivo, e soprattutto cozza con il sentire comune. Allora vi do un dato, così magari vi convincete che “avere dei debiti” non è un concetto sbagliato o pericoloso, non è segno di debolezza o di fallimento. Sapete a quanto ammontano i debiti della Coca Cola Company al 31 marzo 2012? All’incirca 40 miliardi di dollari. Capito? Quanto una legge finanziaria (e anche bella rigorosa) dello Stato Italiano. Secondo voi la Coca Cola Company sta fallendo? No. La Coca Cola Company applica semplicemente la leva finanziaria. Quei 40 miliardi costano x, ma generano profitti per x + y, pertanto è logico, auspicabile, sensato che la Coca Cola Company abbia dei debiti.

Certo, se poi quei debiti li usi per pagare gente che va in pensione a 40 anni, falsi invalidi, migliaia di forestali inutili, lo stipendio a Scilipoti e via dicendo, beh, evidentemente lì c’è un problema. E c’è anche qualcuno che te lo fa notare (il famigerato mercato). Ma questa è un’altra storia.

Amaca chips /2 – Parma police

in giornalismo/politica by

Fa piacere un giornalismo così benevolo e impressionabile da soffermarsi su una fiaccolata di mille persone. Le conclusioni che seguono – peraltro – sono sorprendentemente condivisibili, alla faccia dei fruttivendoli del ddl anticorruzione che vanno strillando come se in Italia non avessimo abbastanza fattispecie penali e il problema fossero i tempi di prescrizione, non la durata dei processi.

Un passo solo fallisce Michele Serra: quello in cui ostenta stupore per il fatto che “il repulisti energico e spesso ruvido fino all’approssimazione” di Tangentopoli non sia servito a ridarci il paese profumato di bucato. Più che approssimazione, in molti casi si trattò di vera e propria persecuzione e lo stupore è semmai che non si capisca l’ovvio: cioè che proprio l’uso fuori legge degli strumenti giudiziari abbia impedito e impedisca tuttora il radicamento della legalità. Suggestioni karmiche a parte, il paradosso di voler fare silenzio urlando sarebbe immediatamente evidente ai più, ma il metodo logico non è per tutti, pare.

Comunque a Parma i cittadini si sono incazzati, mille o centomila che fossero. E giù a seguire, benevoli e commossi, i giornalisti. Bene, grazie.

A Roma è successa la stessa cosa, ovvero la bancarotta di fatto del Comune, come questo e altri dossier hanno tentato di raccontare. I cittadini però non ne sanno nulla e i giornalisti, compresi quelli di Repubblica, si guardano bene dal raccontarglielo – chè guai a muoversi per primi, specie se tocca tirare in ballo oltre all’attuale sindaco il precedente e il precedente ancora.

E dire che un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome potrebbe non solo allertare i governati, ma anche tenere sulla corda i governanti al punto da prevenire almeno in parte disastri simili.

E dire che ci accontenteremmo se si limitassero a non nascondere la polvere sotto al tappeto e smettessero di assicurare la politica da qualsiasi disturbo non soffi dai tribunali.

L’unica cosa di cui non sappiamo che farne è la benevolenza postuma, anzi non sappiamo proprio dove mettercela.

(Like a detuned radio, dicevano quelli)

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