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Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Camilla, si festeggia la conclusione del suo dottorato in antropologia e ha organizzato una bella rimpatriata coi vecchi amici. Ci sono tutti: c’è Mario, che è arrivato con un tasso alcolemico degno di un matrimonio siberiano; c’è Mimmo con la sua nuova compagna, una bambola gonfiabile dai lineamenti vagamente asiatici e un poco sovrappeso; c’è Carla, che è rientrata da poco dal Vietnam, dove è stata un anno a lavorare nelle risaie per “sperimentare la condizione delle contadine nel sud-est asiatico”. C’è pure il nuovo fidanzato di Camilla, un certo Francesco, investment manager col pallino dell’alta cucina, nonché ex concorrente dell’edizione 2014 di Magisterchef.

È un’uggiosa serata di fine aprile a San Giovanni in Persiceto, fuori piove e nella sala da pranzo un lungo tavolo in legno massello è apparecchiato in modo così elegante che manco a un matrimonio pugliese. Siccome non passate una serata tutti insieme da una vita, ognuno sente il bisogno di aggiornare gli altri su ciò che gli è capitato negli ultimi due anni. Mimmo racconta di aver frequentato un seminario di una settimana sugli alieni rettiliani nell’estate del 2015; Mario elenca i nomi delle 142 escort bielorusse con cui si è intrattenuto durante un lungo viaggio in Est Europa (per l’esattezza declama una lista che conserva gelosamente nel portafogli); Carla offre un resoconto dettagliato delle interminabili giornate sotto il sole cocente del Vietnam e della vita spartana nella fattoria: niente internet, niente acqua calda, nessuno che parlasse mezza parola di inglese. Mario sembra decisamente incuriosito. “Molto interessante, Carla. Ah, ti volevo chiedere”, dice ad alta voce interrompendola nel mezzo dell’appassionato monologo, “ma le vietnamesi li fanno i pompini? E se sì, ingoiano? Non saranno mica vegetariane, vero?”. L’intera tavolata ha un sussulto d’imbarazzo, tranne Mimmo, che si alza in piedi col bicchiere in mano e urla “Yeah! Mario is back! Yeah!”.

Soltanto l’arrivo dell’antipasto riesce a ristabilire un po’ di quiete. Francesco, l’investment manager col pallino dell’alta cucina, arriva tutto sorridente brandendo un vassoio. “Involtini di spigola su crema di rape!” esclama poggiandolo con ostentata soddisfazione al centro della tavola. Mimmo ti lancia immediatamente un’occhiata come a dire “oh oh oh comincia male l’amico Fritz”. Mario trova a fatica lo smartphone nella tasca della giacca e biascicando comincia a fingere una telefonata: “Pronto, parlo col laboratorio di chimica? Non è che per caso avete un microscopio da prestarmi? Sì, mi servirebbe immediatamente. Mi lasci spiegare: dovrei mangiare degli involtini di spigola su crema di rape ma sono così minuscoli che a occhio nudo proprio non riesco a veder…”. Purtroppo la scenetta di Mario è interrotta da una potentissima gomitata nel costato assestatagli da Carla. L’aspirante chef, già ripartito in direzione della cucina, non ha modo di assistere. Anche Mimmo si è perso la scena perché impegnato in un’accesa discussione con la sua fidanzata gonfiabile, a cui nel frattempo ha dato il nome di “Wanda”.

In qualche modo l’antipasto viene ingurgitato da tutti e Francesco passa all’attacco coi primi. “Risotto ai frutti di bosco con gamberi, ostriche selvatiche e foglie di basilico fresco!” esclama di nuovo piazzandoti di fronte la tua porzione. La osservi attentamente. Il piatto ha un diametro di circa un metro, ma il riso, elegantemente disposto a forma di prisma, è talmente poco che riesci persino a contare i chicchi: sono 47. Mimmo ti lancia un’altra occhiata, che questa volta dice “Malcolm, dài, è giunto il momento”. A un certo punto il Vissani della Bassa Padana dice qualcosa che fa vacillare il tuo desiderio di punizione: “La carbonara con la pancetta è un crimine contro l’umanità. La carbonara si fa col guanciale”. Sei d’accordo, molto d’accordo, ma non sarà questo a evitargli il meritato castigo, pensi. Mentre lui comincia a descrivere compiaciuto la sua meravigliosa esperienza televisiva a Magisterchef (è stato eliminato alla prima puntata, ma evita accuratamente di dirlo), senti che è davvero arrivato il momento di punire l’assoluta mancanza di rispetto per quelle porzioncine ridicole, anzi per tutte le porzioncine ridicole del mondo. Pensi che le loro riduzioni, quelle culinarie, quelle tanto care agli aspiranti chef, siano metafore di riduzioni più ampie e importanti, riduzioni di piacere, di gioia, di sincerità, di sano proletariato gastronomico. “Viva il proletariato gastronomico!” ripeti tra te e te, valutando il da farsi.

Un secondo più tardi ti ritrovi in piedi a urlarlo a pieni polmoni: “Viva il proletariato gastronomico!”. Tu, Malcolm Y, Ernesto Guevara della cucina italiana, afferri un lembo della bianchissima tovaglia e tiri con forza, con la forza della ragione e dell’esasperazione. Tiri. Va tutto in frantumi: piatti, bicchieri, bottiglie di vino vivamente consigliate da Gambero Grosso. Poi sbotti: “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo. Sì, gli aspiranti chef hanno proprio rotto il cazzo”. Allora ti metti a elencare.

Le porzioni di Pollicino presentate artisticamente su piatti estesi quanto l’intero Molise; la retorica bourgeois-bohémien dell’alta cucina, quello snobismo malamente mascherato nei confronti della cucina “povera” (cosa dite? Non siete snob? Ma se non siete snob, che cazzo di bisogno avete di modificare ricette perfette e semplici e uniche come la pasta e ceci?); le “cene” a casa vostra in cui esibite ai malcapitati ospiti tutte le nuove fantastiche tecniche apprese durante l’ultimo corso tenuto dallo chef stellato Franco Fracco; il fatto che al ritorno li costringete a fermarsi al primo McDrive e divorare in sei secondi netti un cheeseburger unto e bisunto; lo stupore quando qualcuno vi dice che no, non ce l’ha l’Arom2000, un apparecchio che costa 18mila euro e serve per DISTILLARE GLI AROMI; le vostre reazioni del cazzo tipo “scusa, ma allora come cucini”?; il desiderio (represso dalla nostra buona educazione) di rispondervi “con pentole e fornelli, coglione”; gli innumerevoli programmi televisivi per aspiranti chef; i programmi televisivi per BAMBINI aspiranti chef; gli chef stellati che sono trattati come se fossero grandi intellettuali.

Potresti continuare fino alla prossima edizione di Magisterchef ma ti manca il respiro. Ti guardi intorno: Camilla giace disperata sulla sedia con le mani a coprire la faccia, Francesco invece è in piedi di fronte a te, veste un grembiule nero e tiene un piatto di risotto tra le mani: una lacrima scende lentamente lungo la sua guancia destra. Mario si avvicina visibilmente eccitato e ti sussurra nell’orecchio “il piatto, Malcolm, il piatto…”. Sì, pensi, è così che deve finire. Strappi il piatto dalle mani dell’aspirante chef, che non ha energie fisiche né psicologiche per reagire, e glielo rovesci in testa, come nel più classico e scontato dei film comici. “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo” ripeti tra te e te. Poi ti dirigi lentamente in cucina, prendi una forchetta e assaggi un po’ di risotto. Non è male.

Breve elegia del supplì

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A Roma si mangiano i supplì. Sicuramente è un fatto noto di per sé, ma sulla mia pelle è una scoperta recente, perché qui si trovano davvero agli angoli di strada, nelle pizzerie al taglio che si ripetono piastrellando quasi ogni via della città. Il supplì è essenza della romanità verace, è sintesi di una cucina completamente ed esclusivamente italiana, un boccone che racconta opulenza nella sua povertà: riso, pomodoro, mozzarella, la panatura. Ingredienti classici, che appartengono alla tavola quotidiana e alla memoria (lo so, lo so, la retorica della memoria in cucina, non se ne può più, però è cosa vera); etica ed estetica del recupero, ché il supplì nasce col riso avanzato, che viene condito e fritto per dargli nuova vita.

Il supplì è il cibo da passeggio prima che diventasse street food, prima che l’orda di conformismo gastronomico rendesse fighetto e svuotato tutto ciò che era figo di per sé, con bisogno di poco altro. Racconta la storia saporita delle preparazioni classiche, cui si perdona la pesantezza – e talvolta l’anacronismo – in favore della golosità. Il supplì funziona anche per questo: ne basta uno, non serve abbandonarsi alla scorpacciata. È il complemento al pasto perfetto, lo spuntino ideale. Placa la fame e la gola, ma con soddisfazione. E poi, si mangia con le mani, come le cose più buone.

C’è profumo di forno e di fritto, in proporzione aurea. Ne ordino uno, costa un euro. Un euro, capite? Neanche il fastidio di avere resti e spicciolame, solo un euro: la perfezione! Doratura croccante, rossa perché il pomodoro già fa capolino. Il primo morso è quello rivelatore, quello che racconta la storia del telefono: se la mozzarella è in quantità e posizione corretta, bocca e supplì saranno collegati da un filo del telefono fatto di mozzarella filante, lunghissimo e profumato. Il secondo morso è quello della golosità: cuore centrale, più mozzarella, sapidità che esplode, segue l’acido del pomodoro e tutto è tenuto insieme dalla grassezza della panatura. Quindi, croccantezza. Il terzo morso è quello della soddisfazione, c’è il fondo, ancora più croccante – dove la panatura è concentrata e più bruna – e qui arriva un sentore bruciato, e poi naturalmente le dita appena sporche dell’olio che è trapelato dal fazzoletto.

Sono bastati tre morsi, ma c’è ancora grande persistenza. Un profumo che rimane e un sapore ancora intenso. Sorso d’acqua, e possiamo tornare alla realtà.

Masterchef non è un programma di cucina

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Non è un caso che i sei concorrenti di Masterchef rimasti in gara siano, in ordine sparso: una spocchiosetta che sostiene di aver sconfitto l’anoressia attraverso la cucina, un arabo pasticcione che si chiama Maradona, un bamboccione extralarge che a trent’anni vive ancora con la madre, una sindacalista cinica che parla come la Camusso, una fisioterapista emiliana abbandonata dal marito e un macellaio veneto che si aggira per la cucina con un perenne stupore esistenziale dipinto sul viso.
Non è un caso, credo, nell’ottica della progressiva trasformazione del format da programma culinario a vero e proprio reality, nel quale l’importanza delle ricette tende via via a sfumare per mettere in luce il vero elemento caratterizzante della faccenda: i personaggi, o per meglio dire gli stereotipi che quei personaggi incarnano.
Tra gli eliminati, lo ricordo, figuravano anche l’uomo senza nerbo (cazzabbubbolo, si direbbe a Roma) usato come zerbino dalla moglie e in cerca di rivalsa, il fotografo hipster, il secchione dottorando in filosofia, il graphic designer, la farmacista di campagna, il camerierino emaciato di concatiana memoria, la piccoloborghese abituata alle vacanze in barca.
Un campionario umano, più che una kermesse di piatti: il tentativo di rappresentare in salsa pop uno spaccato trasversale di società prima ancora che un festival dei fornelli.
Tant’è che le ricette, anno dopo anno, convincono sempre meno, e proporzionalmente diventano sempre più funamboliche e rocambolesche, al limite della formula da “Giochi senza Frontiere”, le prove cui i poveretti vengono sottoposti per poter superare il turno: non un’idea e non uno spunto culinario, insomma, ma semplicemente una lunga, interminabile carrellata di personaggi da sussidiario scolastico in preda a crisi isteriche da eccesso di pressione.
Rifletteteci un attimo: Masterchef non è (o perlomeno, non è più) un programma di cucina. Voglio dire, se ai malcapitati venisse richiesto di fabbricare castelli di carte, di giocare a shangai o di cimentarsi con l’Allegro Chirurgo, e se quei malcapitati fossero rappresentativi di altrettante “categorie” sociali ben definite, il programma funzionerebbe esattamente allo stesso modo. Per carità, magari avrebbe un po’ meno successo, perché la mania della cucina ormai straripante è pur sempre un formidabile pretesto per tenere molte persone (tra cui lo scrivente) incollate alla televisione: ma è sempre più evidente il fatto che si tratti, appunto, di un pretesto, di uno specchietto per le allodole, mentre in realtà si parla (o si cerca di parlare) di altro.
La progressiva defilippizzazione della tv, verrebbe da dire: se non fosse che neppure la De Filippi sembra aver inventato niente, essendosi probabilmente limitata a occupare per prima il solco di una sorta di vouyerismo vagamente disimpegnato che ormai dilaga in ogni dove tra malattie imbarazzanti, personaggi famosi rinchiusi in ogni sorta di contesti claustrofobici e gente qualsiasi che si sposa a cazzo di cane dopo un paio di appuntamenti al buio.
Intendiamoci, non che la cosa mi scandalizzi: la televisione è quello che è, e tutto sommato va benissimo così.
Buon Masterchef a tutti, quindi. E comunque secondo me alla fine vince Lorenzo.

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