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La tolleranza che non ti aspetti

in religione by

A scanso di equivoci: Rohani non ci piace così come non ci piacciono i regimi totalitari in genere, non importa il colore politico o l’ideologia che li sorregge. E ancora meno ci dovrebbe piacere la religione, oppio dei popoli e aborto dell’immaginazione umana – abbiamo davvero bisogno di Dio per pensarci migliori? Sorprende però che nel clima attuale di “tensione fra civiltà” – non siamo ancora allo scontro, per fortuna – il presidente iraniano in visita a Roma abbia sottolineato un punto piuttosto importante, cioè che “il Corano insegna a rispettare chiesa e sinagoga”.

L’idea che il mondo islamico consideri gli appartenenti alle altre due grandi religioni monoteiste come “infedeli” è profondamente erronea – sebbene tale idea sia stata alimentata in buona parte proprio da alcune fra le correnti musulmane più radicali. Nel Corano infatti, Cristiani ed Ebrei vengono definiti “la gente del Libro”, in chiaro riferimento all’Antico e al Nuovo Testamento, nettamente distinta dai “pagani” veri e propri, cioè i politeisti. Pare anzi che tale definizione possa addirittura applicarsi a Induisti, Buddhisti e Zoroastriani, i cui testi sacri erano tenuti in grande considerazione dall’Islam delle origini.

Le genti del Libro sono miopi, ci dice il Corano, poiché fanno un po’ troppa confusione sull’idea di Messia, e, soprattutto, non riconoscono Maometto come profeta. Tuttavia, esse hanno la possibilità di salvarsi e di accedere al Paradiso, in virtù di un substrato monoteista fondamentalmente condiviso; una volta che ci si è messi d’accordo sull’esistenza di un unico Dio, sul resto si può (più o meno) chiudere un occhio. Ecco cosa dice la sura V (detta “della mensa”), versetto 48, a proposito dei differenti approcci alla Verità:

A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio, avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato.

Certo, Ebrei e Cristiani rimangono in errore nel momento in cui abbandonano la via che è stata loro indicata da Dio nella Torah e nei Vangeli – e questo, secondo il Corano, capita piuttosto spesso – , ma ciò non toglie che esista per loro, grazie a una sorta di potenzialità salvifica universale, la possibilità di godere “dei frutti che hanno sulle loro teste e sotto i loro piedi” (sura V, versetto 66). Insomma, un bell’esempio di tolleranza e relativismo religioso che, purtroppo, non trova uguali nel Vangelo o nelle parole di Gesù (su questo punto magari ritorneremo un’altra volta).

Tutto ciò non significa che dobbiamo per forza farci piacere l’Islam – e tanto meno Rohani. Si tratta però di considerare, almeno per un attimo, che l’alterità del Corano in quanto testo sacro non si traduce sempre e necessariamente in un invito alla violenza o alla persecuzione religiosa. C’è un mondo di complessità in quelle pagine che, per poter essere interpretato, andrebbe letto con una certa attenzione e, soprattutto, senza pregiudizi.

L’alternativa a questo metodo è Oriana Fallaci.

Andare al Family Day e lamentarsi per i cristiani in Siria

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In buona sostanza è accaduto questo: sabato scorso un numero imprecisato di persone (c’è chi dice addirittura un milione) si è dato convegno a Roma, in Piazza San Giovanni, per sancire il principio in base al quale prima di consentire ad alcuni individui di fare qualcosa che riguarda esclusivamente se stessi occorrerebbe procedere al computo numerico di coloro che quella cosa, per se stessi, non la farebbero, e una volta completato il conteggio decidere se concedere ai primi il permesso richiesto sulla base della numerosità dei secondi.
Questo, a quanto pare, è il concetto che ha ispirato il “Family Day”: poiché la cosiddetta “famiglia tradizionale” è maggioritaria, al punto da poter essere considerata un elemento culturale fondante del nostro paese, ad essa (o meglio, ad una porzione imprecisata, ancorché consistente, di coloro che la incarnano) deve essere concessa l’ultima parola sulla possibilità di introdurre nell’ordinamento modelli di famiglia ad essa alternativi; di tal che, di fronte ad un loro diniego, le istituzioni dovrebbero regolarsi di conseguenza e ritirare senza indugio eventuali progetti legislativi “non conformi”, sulla scorta della considerazione che assecondarli equivarrebbe a danneggiare le “radici culturali” del nostro paese.
Diciamoci la verità: è un principio interessantissimo.
Al punto che verrebbe da domandarsi, tanto per fare un esempio, se ed in quale misura esso sia diverso da quello in gran voga in certi paesi nei quali è diffusa in misura maggioritaria l’adesione ad una religione diversa dal cristianesimo, i cui governi, con l’entusiastico appoggio dei cittadini, hanno l’allegra abitudine di prendersela coi cristiani, sostenendo che concedere loro la possibilità di professare liberamente il credo che si sono scelti mina alle fondamenta la cultura di quel paese, mettendone in serio pericolo l’identità; e dopo essersi risposti che effettivamente si tratta del medesimo principio prendere un attimo da parte gli amici del Family Day e chiedere loro se si rendano conto che con le loro manifestazioni di oceanica protesta stanno legittimando l’atteggiamento contro cui loro stessi si scagliano, una volta riposti i passeggini da manifestazione e tornati alla vita di tutti i giorni, quando leggono sul giornale che in Siria i loro colleghi di religione se la passano male semplicemente perché sono meno degli altri e non si conformano alle loro “radici culturali”.
Ecco, solo questo: domandarglielo.
E poi restarsene là, in silenzio, a goderseli mentre balbettano qualcosa. Aspettando una risposta che non verrà.

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