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Le trame intricate di Governo risolte da Evangelion.

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Solitamente le società statali sono gestite da grigi burocrati che non sono altro che l’appendice dei poteri politici esistenti in un dato momento. Se sono diligenti il loro operato rimane nell’anonimato, altrimenti la fama li aspetta sulle pagine di cronaca giudiziaria. Poi ci sono i casi eccezionali in cui la guida è affidata ad un vero leader, la cui indipendenza è garantita dal proprio carisma e da un attaccamento quasi ossessivo all’azienda, tanto da fondere casa ed ufficio in un unico edificio.

Per noi italiani il nome-simbolo è quello di Enrico Mattei, il cui appartamento si trovava racchiuso nella metanopoli di San Donato Milanese, gli uffici dell’ENI come fondamenta e l’eliporto personale come tetto. Nel mondo, invece, il ruolo di colui che subordina lo Stato –  meglio ancora, quell’insieme di Stati comunemente chiamato ONU  – anziché esservi subordinato spetta a Gendo Ikari, comandante dell’agenzia NERV.

Un uomo che secondo alcuni (in fondo in fondo secondo tutti) troppo forte materialmente e troppo debole caratterialmente. Un comandante che ha in mano l’arma più micidiale mai creata e ne consegna le chiavi al figlio quattordicenne. Eppure, a distanza di mesi, il saldo è positivo. “È positivo perché un sottoinsieme non è mai superiore all’insieme che lo contiene, e le perdite umane e materiali, per quanto grandi, non saranno mai preferibili alla fine dell’umanità.” mi dice seccamente, in piedi davanti a me, nel salone più grande della NERV. Gli dico quindi che, se la sua unica paura è la fine dell’umanità, non si farà troppi problemi ad esporre in tutta franchezza il suo parere sulla crisi di governo italiana. Per qualche secondo rimane in silenzio, e mi rendo conto che non ha la minima idea di chi io sia e di cosa ci faccia in quella stanza, uno di fronte all’altro, mentre qualsiasi cosa intorno a noi sembra fluttuare in un mare di enigmi. Lo deduco dal piegarsi delle labbra, ché lo sguardo è come sempre mascherato dai sottili occhiali da sole arancioni scuro. Poi finalmente sorride: “Oh, l’italiano! Ma certo! Ma certo! Venga, andiamo a prenderci un caffè, le va? Vero espresso italiano!” e con un saltello si avvicina bonaccione a battermi sulla spalla. Non mi aspettavo una reazione simile. “Mi scusi eh, ma pensavo fosse l’ennesimo giornalista venuto a sentirsi moralmente migliore per avermi fatto una lezione di etica.”.

La teleferica inizia la sua veloce salita dal Geofront verso la superficie, su, verso Tokyo 3. Gli chiedo se gli piaceva, Renzi. “Ho incontrato diversi premier in questi anni, e credo alla fine di aver capito una legge fondamentale. Quando non sanno di cosa si sta parlando, tirano in ballo il made in Italy. Insopportabile. È successo con Renzi, è successo con Berlusconi, tutti insopportabili. Tranne Monti.” Non le ha parlato del made in Italy? “No, lui addirittura peggio. Mi ha chiesto una stima dei consumi degli EVA in uno scenario di prezzi del petrolio in crescita.”. Quindi tutti da buttare? “No, no. Non mi dipinga anche lei come il tizio che pensa di essere sopra a tutto solo perché ha i robot. Soltanto… tanti calcoli, troppe chiacchiere e poco coraggio. Guardi questa vostra crisi, per esempio.” Ammetto di provare imbarazzo, giunto davanti a lui, nel fargli la banale domanda per cui sono arrivato fin li. Ma, visto che ci vuole coraggio… Cosa consiglierebbe a Renzi? Nel frattempo siamo giunti in superficie. Anche oggi il frinire delle cicale è fortissimo e mi chiedo se non sovrastino la registrazione (tornato a casa, riascoltando l’audio, mi verrà l’amarcord delle vuvuzela dei mondiali in Sudafrica). “Non avrei nessun consiglio, ma una semplice frase, la stessa che dico a mio figlio Shinji ogni volta che non vuole salire su un EVA: o lo piloti tu che sei il migliore e vinci, o ci mando un pilota – bravo, ma non abbastanza bravo – a farsi ammazzare.” Tipo Franceschini. “Tipo chiunque abbia a cuore una vita politica.” Però ci sono i tecnici, quelli apparentemente disinteressati ad un futuro politico. Tipo Grasso, o Padoan. “E questa è infatti la dimostrazione che governare non è una cosa seria, se possono salire al potere persone con un futuro comunque garantito”.

Entriamo in un bar e ci sediamo ad un tavolino. Pesco dal portaposate un fazzolettino umidificato, con l’immancabile insicurezza di un turista che in Giappone non sa se lo si usa solo per lavarsi le mani o anche come tovagliolo per la bocca. Ikari non si scompone: lui indossa immancabilmente i guanti bianchi. Aneddoto: diceva di lui Montanelli che, a causa dell’ossessione per i guanti, se fosse stato un cartone animato sarebbe certamente stato un abitante di Topolinia. “Vorrei rettificare ciò che ho detto: non è vero che governare non è una cosa seria. In fondo esistono persone che ci credono e sacrificano parti anche importanti. Affetti, amicizie.” Gli chiedo un esempio. “Mio figli Shinji era affezionato ad un compagno di classe, Toji. A un certo punto, plagiato, Toji si è ribellato e ha aggredito la NERV, e Shinji è stato costretto ad fermare la minaccia.” E chi sarebbe Toji, in Italia. “Tutti coloro che si sono ribellati. Fini. Civati. Tosi. Quanto spreco di tempo e risorse”. Solo che Toji è  stato vittima innocente di un attacco nemico e meschino, mentre quegli altri hanno fatto scelte personali seguendo i propri ideali. “E infatti Toji sara’ ricordato come martire, Civati e Tosi come degli stupidi perdenti.”.

Gli chiedo cosa ne pensa di Mattarella, del fatto che ha messo un freno alla frenesia collettiva per le elezioni anticipate. Mentre la mia domanda è a mezz’aria tra la mia bocca e la sua comprensione, gli suona il cellulare. In lontananza si sentono le sirene del coprifuoco. La chiamata dura pochi secondi, in cui lui rimane in silenzio. Poi posa il telefono e con la stessa bocca storta di prima, quando non sapeva chi fossi, dice: “è un angelo.”.

 

 

 

 

Foto di copertina presa dalla pagina facebook “I’ve seen some shit”. Poi se l’hanno fatta loro bene, altrimenti pazienza. Il video invece è uscito dall’internet.

La banca delle bestemmie come soluzione alla crisi

in economia/ by

Ieri e’ saltata fuori la notizia che lo Stato italiano ha ricevuto il via libera dalla Commissione Europea per poter istituire un fondo di garanzia di 150 miliardi a sostegno delle banche italiane. Si tratta di circa l’8% del PIL: non poco, se raffrontato con l’ammontare target della spesa per investimenti cheh il Governo vuole portare al 20%.

Nelle ore successive al comunicato, Mario Seminerio ha evidenziato – invano – come si tratti di una garanzia di liquidita’ e non un potenziale aiuto sottoforma di ricapitalizzazione. Si tratta di due concetti ben diversi: la garanzia in questione rappresenta un prestito (senior, tra l’altro) attivabile in caso di carenza di liquidita’ da parte di una banca comunque solida. Descritta cosi’, sembra una rete protettiva nel caso di corse agli sportelli, eventualita’ difficile da gestire anche da parte degli istituti migliori. Il MEF ha specificato ad ogni modo che – a differnza di quanto scritto dai principali quotidiani – non si tratta di strumenti atti alla ricapitalizzazione delle banche: armiamoci quindi di pazienza per arginare la valanga di “Il solito regalo alle banghe! E gli italiani che muoiono di fame?!”.

Tuttavia, rimango perplesso dalle tempistiche di questo intervento. Ammetto di non essere troppo inserito nelle pratiche finanziarie, e spero che qualcuno risponda al seguente dilemma, ma non e’ strano che tale garanzia sia attivabile solo fino al 31 dicembre 2016? Voglio dire, perche’ una garanzia di cosi vasta portata avra’ vita per soli 6 mesi, considerando che deve coprire un rischio non cosi’ atipico nel mondo della finanza? Ci attende forse un altro autunno di fuoco?

Tornando invece alla solita questione dei patrimoni delle banche italiane, che vedono sofferenze pesanti come incudini e mezzi propri sottili come carta velina, mi e’ tornato in mente un meraviglioso saggio del 700 scritto da quel genio comico che e’ stato Jonathan Swift. Si intitola Saggio sulle bolle inglesi del Sig. Thomas Hope e parla di un progetto riguardante la creazione in Irlanda di un istituto finanziario mezzo statale e mezzo privato veramente alternativo e profittevole: la banca della bestemmia.

Quanta lungimiranza in poche righe: “Sottoscrivere azioni bancarie senza conoscerne il progetto, è come se dei gentiluomini approvassero dei discorsi senza conoscerne il contenuto” afferma l’autore irlandese, aggiungendo che senza la tutela di una legge statale le banche, pur avendo garanzie relativamente solide come i possedimenti terrieri, non reggerebbero ad una corsa agli sportelli e di conseguenza ai fallimenti. Basilea III ‘sto paio di VaR.

Il progetto e’ cosi descritto: i sottoscrittori privati versano (tanto) capitale che viene inizialmente utilizzato per pagare i dipendenti della banca. Questi, grazie ad una legge parlamentare, hanno il diritto di girare per le strade e multare ogni persona che bestemmia con un’ammenda di uno scellino. Swift fa velocemente due conti: l’Irlanda dell’epoca contava 2milioni di abitanti: stimando che una buona metà era adusa a far precedere il nome di una divinità con quello di un animale e suddividendo la frequenza eresiaca tra gentiluomini e contadini, lo scrittore assicura un cash flow annuo minimo di 282.500 sterline (del 1700) che, calcolatrice alla mano, mi risulta essere qualcosa come 5 milioni e mezzo di bestemmie all’anno. Neanche poi tante, diremmo noi.

Cosa fare dei soldi ottenuti? Oltre che per ripagare i sottoscrittori e pagare i dipendenti, secondo l’autore vanno utilizzati per costruire e sostenere opere pubbliche come il sistema scolastico. Ovvero, come fare del bene sfruttando il male.

Il progetto tra l’altro vieta tassativamente di concedere licenze di imprecazione e di usare il profitto a fini di devozione: “Tale pratica scandalosa è degna solo della Santa Sede, dove i proventi scaturiti dalle licenze concesse per il meretricio sono adoperati ad propaganda fidem”; infatti in Italia la Chiesa tassava le baldracche di Milano per finanziare la costruzione del Duomo. Invece, riconoscendo l’uso terapeutico dell’imprecazione nel “consentire ai polmoni di ripulirsi da umori ristagnanti”, l’autore (il quale, si noti, era anche Decano della Cattedrale di St.Patrick a Dublino) sottolinea come, esibendo una ricetta firmata dal medico, sia possibile pagare soltanto mezzo scellino (cioè solo il 50% dell’ammenda). Trattamento di assoluta impunibilità spetta inoltre ai militari affinché essi, in periodi bellici dove secondo le stime si registrano 300 imprecazioni all’ora, non debbano cedere le armi al Monte dei Pegni: “Giacchè i papisti e le persone a noi ostili trarrebbero grande gioia dallo spettacolo delle nostre truppe ridotte senza armi da fuoco né spade per eccesso di espressioni blasfeme.”

Un progetto così profittevole dal punto di vista economico potrebbe incorrere in obiezioni da quello morale: i parlamentari saranno d’accordo con questa iniziativa? Potrebbero infatti affermare che il progetto sia possibile solo in uno Stato che incoraggia la bestemmia per fini economici. Eppure i benefici non vanno a favore dei bestemmiatori, i quali anzi vengono multati per ogni santone tirato giù dal cielo!

Concludendo. Questa sì che è una riforma bancaria. In questo modo, con una tassa piuttosto simbolica, si riescono comunque a raccogliere i fondi per far ripartire l’economia attraverso quel mastodontico piano di opere pubbliche che ricorda il modello Roosveltiano.

… A proposito: data l’imposta sulle smadonnate, il federalismo fiscale potrebbe amplificare o meno la disparità di raccolta fondi nelle regioni italiane, a favore di Lombardia, Veneto, e Toscana? Varrebbe la pena scoprirlo.

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

in mondo/politica by

Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

Le parole erano importanti

in politica by

Golpe, colpo di Stato, democrazia violata. Termini ed espressioni che in questi giorni si sentono più spesso del solito. Ora sono in spolvero, ma fanno normalmente parte dell’arredo retorico al punto che vi si ricorre con straordinaria superficialità e altrettanta approssimazione. Fatto sta che da quando si è aperta la crisi di Governo è tutto un fiorire di imprecisioni sparate ad altezza d’uomo, senza alcuna remora o pudore. La banale, forse anche stanca e logora, ma comunque inevitabile applicazione della Costituzione, non si sa come, spinge moltissimi a gridare allo scandalo e alla democrazia interrotta. Non che tutte queste persone abbiano torto nel sentirsi incazzati e nel volerlo manifestare, ma perché ricorrere a termini così platealmente inappropriati, al punto di apparire sprovvisti dei principali rudimenti di educazione civica? Certo, d’accordo, si tratta di esagerazioni determinate da un sentimento diffuso e popolare, come quello cui si rivolge quel tizio che solo poche ora fa scriveva tronfio su Facebook: “Sono stato l’ultimo presidente del Consiglio eletto dagli italiani”. Ma ciò non toglie che si tratti di negare il senso delle parole.
Si dirà che mettersi a spigolare non ha gran senso, e che la forma è la sostanza dei fessi. Eppure, quando le parole erano importanti, la differenza tra “scelto”, “nominato” o “eletto” c’era ed era inconfutabile, e non si capisce bene per quali bizzarre dinamiche oggi non sia più così. Questo velo di marchiana approssimazione è frutto di un annidato ciclo di equivoci che fa vittime ovunque. Capisco che tutto sparisca di fronte alla verità secondo cui, comunque la si chiami, una fregatura è pur sempre una fregatura. Ma è proprio in quell’attimo, prima che tutto sparisca, che uno dovrebbe incazzarsi. Non dopo.

La compagnia delle Indie

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di Riccardo Vergnani

L’Italia degli anni 2012/2013 ha riscoperto il liberalismo economico.
Silvio B. c’aveva già provato con la famosa discesa in campo del ’94 a presentarsi come quello “delle riforme liberali”, ma dopo circa 20 anni di governo del paese, come sappiamo tutti, di liberale ha lasciato solo il lettone di Putin.
Dove ha fallito Berlusconi, è invece riuscito Mario Monti: paladino di una borghesia bocconiana un po’ cerchiobottista (economia liberal sì, ma al Papa vogliamo bene quindi riforme civili manco a parlarne), ha ricordato agli Italiani le gioie delle liberalizzazioni economiche, più o meno tradotte in un generale taglio delle spese sociali e campa cavallo che l’erba cresce.
Evidentemente, c’è piaciuto. Tant’è che alle presenti elezioni ci troviamo, oltre allo stesso Monti, una formazione di stampo dichiaratamente liberista: Fermare il Declino. Oscar Giannino, portavoce del partito prima dello scandalo della falsa partecipazione allo Zecchino d’Oro, è andato avanti per settimane a ripeterci che “l’alienazione del patrimonio pubblico” (cito dal programma) è la soluzione a tutti i mali economici che affliggono l’Italia.
Dato che l’abito FA il monaco, possiamo tranquillamente affermare che l’abbigliamento dandy di Giannino dimostra una cosa: così come la redingote e il fazzoletto nel taschino sono un lascito vetusto dell’Ottocento, pure il liberismo professato da Giannino ha poco a che fare con la realtà contemporanea.
Eh sì, perché i liberali(sti) nostrani sono convinti che siamo ancora fermi a un’economia di mercato tra colonie: togliendo allo Stato il commercio di cotone e dandolo in gestione al marinaio inglese o olandese, siamo sicuri di riattizzare il fuoco latente dell’economia di mercato, verso le magnifiche e progressive sorti della spinning Jenny!
Ma, come la crisi ha ampiamento dimostrato, un certo tipo di economia sta in realtà ormai scomparendo. Il grande ideale capitalistico della produzione e dell’investimento come motore della società non esiste più. La crisi dei mutui subprime e L’installazione del software e insomma la porta d’accesso al internetgamblinghouse.com scelto: una volta avviato, il giocatore stabilira come e con cosa giocare. la tragedia (sì, tragedia) dei derivati ci pongono di fronte a un’economia virtuale che non ha niente a che fare con la vecchia economia: persino il perfido neoliberismo reaganiano sembra ormai superato dalla speculazione coatta della scuola monetarista. Insomma, in un paese con 35,3 miliardi di debito sotto forma di derivati, viene spontaneo chiedersi se liberalizzare i settori pubblici possa davvero servire a qualcosa.
Sappiate, cari amici liberisti, che l’economia è cambiata: non si commerciano più spezie e oro sulle rotte dell’Atlantico, e la Compagnia delle Indie è stata bell’e che sostituita dalla Barclays e dalla Lloyds. Non è incentivando il privato che si sconfigge un fenomeno che, per larga parte, è frutto di una speculazione individualistica senza limiti legislativi e morali. Non suggerirò Keynes, forse anche lui ormai un po’ sorpassato, ma qualche dubbio sul fatto che lo Stato rimanga l’unico vero garante dei diritti economici e sociali del cittadino dobbiamo porcelo. E se lo stato italiano così com’è non ci piace, iniziamo seriamente a pensare a una Federazione Europea.

POST SCRIPTUM
L’articolo è affettuosamente dedicato a Luca Mazzone. Mazzone, abbi pietà di me.

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