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Costituzione

I numeri distorti del Fatto Quotidiano sul referendum

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Un articolo pubblicato mercoledì sul Fatto Quotidiano sostiene di dimostrare numeri alla mano che non sia poi così vero che ci sia bisogno di accelerare i tempi di approvazione delle leggi (“già adesso viene emanata una legge ogni 5 giorni”), e che il Parlamento è già nettamente schiavo dell’esecutivo, in quanto ogni 10 norme sono ben 8 quelle di iniziativa del Governo.

Utilizzare numeri e statistiche è sempre una cosa buona, ma il rischio di cadere nel cherry picking è alto. Ancor più alto se si parla di politica. Il campanello d’allarme suona in particolar modo quando i numeri sono snocciolati un po’ alla rinfusa, presi da un campione ristrettissimo e decontestualizzato, e soprattutto quando da questa situazione l’analista riesce comunque a trarre conclusioni perentorie.

L’articolo del FQ mi sembra che proprio un esemplare di quanto appena descritto. Non spiega se una legge ogni 5 giorni è una cosa brutta o cattiva. Parla di un peso delle leggi di iniziativa del governo pari all’80% nell’ultima legislatura paventando una sorta di dominio del Premier sulle camere, ma non spiega se sia una cosa tipica dell’attuale assetto istituzionale italiano o un colpo di mano di Renzi. E insomma, mentre tra i quasi 900 commenti il più’ votato dice “La democrazia sarà così veloce da sembrare una dittatura!” a me qualche domanda è venuta, e ho provato ad approfondire il discorso partendo dalla più ovvia: da dove vengono questi dati?

L’origine

La fonte (non citata dal FQ) è il portale internet del Senato, che raccoglie le statistiche circa le leggi approvate ogni anno da ciascuna legislatura e il tempo medio di generazione (dalla prima lettura all’approvazione), con ulteriori dettagli circa il tipo di iniziativa (parlamentare o governativa) e di legge (ordinaria, di bilancio…). Questo database è piuttosto ben fatto, per quanto non mi siano chiarissimi alcuni principi con cui è stato costruito. Ma fa niente: diciamo che i numeri rappresentano esattamente il lavoro delle due Camere. I dati disponibili partono dal 1996 (inizio della XIII legislatura) e arrivano fino ad oggi. Riguardano pertanto l’operato di 5 legislature e di parecchi governi, di destra (Berlusconi), di sinistra (Prodi), tecnici (Monti, Amato…) e di larghe intese (Letta, Renzi).

Il dominio del Premier

Riferendosi a Renzi il FQ parla di “strapotere sul Parlamento”, perché le leggi di iniziativa del Governo sono di gran lunga di più di quelle delle camere. La domanda che quindi ci poniamo è: prima di Renzi la situazione com’era?

grafico legge 1

Il grafico qui sopra mostra due cose: le barre indicano il numero di leggi approvate mentre la linea azzurra mostra il peso di quelle di iniziativa governativa.

Osservate come la media, dal 1996 ad oggi, sia praticamente all’80%, giusto giusto in linea con la legislatura corrente. Non solo, ma quando il FQ parla di strapotere di Renzi, dimentica che il primo Premier di questa legislatura e’ stato Letta, e che dall’anno di insediamento di Renzi la linea si piega fino a scendere sotto la media. Molto peggio fece invece sia Prodi, sempre vicino al 90% e Berlusconi (100% il primo anno del suo quarto governo). Curiosità interessante: il momento in cui l’iniziativa parlamentare e’ stata maggiore (ossia i punti più’ bassi della linea) coincidono con i due governi tecnici: Amato nel 2001 e Monti nel 2012.

La legge a settimana.

E per quanto riguarda le tempistiche? Dice il FQ: “I numeri, in ogni caso, smentiscono che ci si trovi di fronte a un processo legislativo che impedisce decisioni veloci” e quindi spiega che dividendo le leggi emanate per il numero di giorni delle due legislature, si scopre che ogni 4-5 giorni viene pubblicata una nuova norma. Abbracciando acriticamente tale misuratore (che, attenzione, è completamente distorto e vi spiego il perché tra poco) è impossibile non notare che 20-30 anni fa venivano promulgate molte più leggi di oggi: basta guardare l’altezza delle barre: l’ultima legislatura ha prodotto in 3 anni circa 240 leggi, mentre tra il 1997 e il 1999 ne sono state prodotte circa 580, più del doppio. E quindi, amici del FQ, cosa dobbiamo dedurne? A me pare palese un rallentamento della “produttività” delle Camere.

La metodologia scelta dal FQ è totalmente assurda, e non solo perché non può tenere conto di elementi fondamentali (per esempio la portata e la qualità delle leggi) ma perché non è comunque in grado di misurare la velocità del potere legislativo. Scrivere “ogni settimana si approva una legge” non significa nulla: sembra una cosa bella, ma cosa pensereste se allungassi la frase a “ogni settimana si approva una legge che è sotto discussione da almeno due anni?”

Vi mostro quest’altro grafico, che riporta i tempi medi di approvazione delle leggi così come misurati annualmente dal Senato e citati dal FQ in maniera molto approssimativa.

grafico legge 2

 

Innanzitutto, si vede come sia le leggi di iniziativa parlamentare che quelle governative soffrano dello stesso trend, sebbene la linea dei primi sia decisamente più marcata. L’andamento è piuttosto interessante: in pratica, nel corso di una legislatura i tempi si allungano in maniera impressionante per poi crollare con l’avvento di nuove elezioni. A mio parere – ma chiedo ai lettori se hanno altre interpretazioni – questo grafico descrive molto bene come funziona il parlamento italiano, dove è molto semplice proporre un disegno di legge ma è molto difficile vederne la realizzazione. Si crea quindi un collo di bottiglia per cui le proposte si accumulano e poche alla volta passano il voto, creando tempi di attesa che come ben potete notare crescono in maniera allucinante. Il crollo ciclico che vedete non è dato da un’improvvisa accelerazione: semplicemente ci sono nuove elezioni, per cui è probabile che i disegni di legge rimasti in bozza in quella precedente vengano completamente cancellati per far spazio alle idee della nuova maggioranza.

Ma torniamo alla tesi del FQ per cui Renzi ha soggiogato il Parlamento. Abbiamo visto che le leggi di iniziativa dell’esecutivo sono meno della media degli ultimi 30 anni. E la questione della velocità? Se guardate il secondo grafico, è evidente che da sempre le leggi volute dal Governo sono più facili da approvare (grazie al ricorso della fiducia) rispetto. Tuttavia, negli ultimi due anni la linea blu supera la media. Ovvero, il Governo Renzi ha impiegato mediamente 220-230 giorni per far approvare leggi di sua iniziativa: peggio di cosi solo tra periodo 1998-2000 e nel 2005.

Possono esserci mille motivi riguardo a questi numeri: può anche essere che Renzi imprima la velocità (con la fiducia e i canguri) solo alle poche norme che desidera, lasciando nel dimenticatoio quelle di Letta. O magari è un fattore intrinseco nella struttura delle Camere. Oppure entrambe le cose. Ma non è questo il punto essenziale. La questione è che la riforma costituzionale è certamente criticabile ma, come spesso accade in politica, ad una critica ben costruita le forze in gioco prediligono un’argomentazione falsa o distorta in quanto più efficace su lettori che non vogliono o non possono porsi troppe domande. Ed eccoci così a leggere di omicidi alla democrazia e dittature nascoste.

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

Votiamo sulla Costituzione, non importa di Renzi e Boschi.

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I sostenitori della riforma e del governo si spendono moltissimo sulle conseguenze che una vittoria del NO, portando – a dir loro – il NO alla caduta di Renzi e conseguentemente alla rovina del Paese. Tralasciando questo ultimo argomento, del tutto indimostrato e quindi irricevibile, bisogna dire due cose.

La prima, siamo abituati ormai a governi che del responso delle urne tengono conto minimo; se anche Renzi perdesse il referendum non è affatto detto che mollerà né che mollerà subito, a dispetto di quanto egli stesso ha dichiarato. Una scusa per rimanere al governo là si trova sempre, l'”Emergenza X” è sempre una scusa ottima.

La seconda, è stato Renzi a dire che se perde il referendum se ne va. Ieri pure la ministra Boschi ha detto che farà altrettanto.  Ora, legare la riforma alla sua persona è stata una scelta sbagliatissima. I sostenitori della riforma dicono che il NO raccoglie gente cui della Costituzione non frega nulla ma che vogliono solo far cadere il governo. Possono star tranquilli che anche il SI raccoglie gente cui la riforma non piace ma che non vogliono far cadere il governo.

Insomma stiamo per scegliere le regole del gioco democratico dei prossimi decenni non sul merito ma sulla tenuta di un governo e di un Presidente del Consiglio che tra l’altro ha già dichiarato che non si ricandiderà dopo il secondo mandato. Ma si può sapere chi se ne frega di quello che fa Renzi se vince il NO? Chi gli ha chiesto di dire che mollerà? Noi dobbiamo votare sulla Costituzione, cioè di quello che potranno fare Governi e Parlamenti ben oltre la vita politica di Renzi e Boschi. Davvero, non si può pensare a un modo più sbagliato di approcciare la questione è l’unico modo per uscirne è che Renzi dica: “‘mi sono sbagliato, scusate, votate sulla Costituzione e la riforma, non su di me”.

Sarebbe una marcia indietro che forse avrebbe ripercussioni negative su di lui ma eliminerebbe una grossa ipoteca dal dibattito. Ovviamente non succederà mai. E allora teniamoci i NO e i SI drogati da considerazioni che col referendum non c’entrano nulla. Ma la responsabilità di questo ricade tutta sul Governo, non ci sono scuse.

Una clava chiamata referendum

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Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

Matrimoni gay. Se la Costituzione è un problema, cambiatela

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Poche sono le cose che arrivano puntuali in Italia. Tra queste, andranno sicuramente annoverate le immancabili perplessità dei ‘tecnici del Quirinale’ – queste figure umbratili e mitologiche, metà idraulici metà giuristi – ad ogni disegno di legge che si proponga di spostare un pochino in avanti l’asticella dei diritti in questo paese.

Dicono, i succitati esperti, che la proposta di legge Cirinnà forse non va bene. “I costituenti hanno stabilito che il matrimonio doveva essere tra persone di sesso diverso”. Ma la proposta in discussione al Parlamento concede alle coppie dello stesso sesso diritti che sembrano, se non proprio uguali (non sia mai!), tuttavia ancora un pochino troppo simili ai Diritti che ai costituenti, bontà loro, piacque evocare e far discendere dal cielo, come fiammelle di Spirito Santo, sui capi vergognosi e benedetti delle consacrate famiglie qua «società naturali».

Il problema, naturalmente, non sono i tecnici, i quali fanno il loro lavoro in maniera più o meno indipendente. (E sarà certamente nient’altro che una casualità che proprio ieri il Cardinal Bagnasco abbia espresso una considerazione non così distante dalla direttiva arrivata oggi dal Colle: “La famiglia non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione”).

Il problema, invece, è chi si ostina a voler tirare una coperta troppo corta da un lato all’altro del letto, nella speranza (sciocca o in malafede) che arrivi a coprire un po’ tutti. Ovviamente non è possibile. Ci sarà sempre un alluce, un orecchio, un pelo del naso che rimarrà al freddo. E uno zelante tecnico quirinalesco o un giudice costituzionale pronto a incardinarvi, su quel pelo del naso, un dotto parere, certamente ricco di riferimenti ai lavori preparatori dell’assemblea costituente. Ripulendo così la coscienza al caudillo di turno in carica a Palazzo Chigi, e offrendo in regalo alla maggioranza di governo la decennale scusante del ‘ci abbiamo provato’.

Fa sempre bene ricordare che, quanto a leggi costituzionali che più o meno esplicitamente limitano la libertà matrimoniale alle sole famiglie eterosessuali, l’Italia (nonostante l’ambiguità del testo costituzionale sul punto) è in ottima compagnia, al fianco di una manciata di paesi dell’ex blocco Sovietico (Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Moldavia, Montenegro, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina). E distante anni luce dal club dei paesi europei economicamente e politicamente più avanzati ai quali vanamente aspiriamo ad assomigliare, purché sia solo nella facciata (Svezia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania …).

La realtà è che non si può seriamente affrontare la sfida dei diritti civili, che ci vede tanto indietro in Europa e nel mondo, con disegni di legge tappabuchi che andranno sempre, per forza di cose, a scontrarsi con le ambiguità della carta costituzionale e con l’impostazione generale del nostro diritto civile. La contraddizione è alla fonte di proposte pensate, anche in buona fede, come escamotage legislativi per aggirare la norma, per mezzo di pignolissime quanto artificiali distinzioni lessicali.

La soluzione non è aggirare la legge, ma cambiarla. La politica, se davvero è interessata a muovere un passo in avanti su questi temi, dovrebbe avere il coraggio di ammettere candidamente che la costituzione italiana, se davvero è incompatibile con l’istituzione del matrimonio universale (ma anche solo se solleva il dubbio interpretativo che lo sia), è sul punto vecchia e datata, e in contraddizione con gli stessi principi fondativi di eguaglianza tra tutti i cittadini che essa sancisce. Lo è per comprensibilissime ragioni storiche, che tuttavia la rendono – ad oggi – un documento lontano dalla nostra sensibilità etica e giuridica e un’arma nelle mani dei fautori della conservazione.

Una speranza, temo, vana. Giacché ai parlamentari italiani si applica splendidamente l’aforisma di Gian Piero Alloisio (l’originale era su Berlusconi): “io non temo Bagnasco in sé; temo Bagnasco in me”.

A me dispiace per Piero Ingroa però ok

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Boh, oggi ci hanno detto che è morto Piero Ingroa, che la Prof. dice che era uno importante. Alla Prof. ci piace farci leggere i giornali in classe, e quindi è partito un discorso su sto’ zio che onestamente, bene, bravo, grandissimo, però bon.

E’ morto, lo zio.

Aveva 100 anni.

Facciamocene una ragione e fine.

Che purtroppo non ricordo più chi, di sinistra, un po’ di tempo fa ha detto: “Si, zii, però ora basta con questi confronti tra la sinistra di adesso e Berlinguer, che la Boschi e la Madia quando che è morto quello non c’avevano manco i denti da latte”.

Quindi dico, ma sticazzi di Paolo Ingreio che se è morto a 100 anni vuol dire che da almeno 20-25 non contava ‘na minchia, e chissenefotte se il PD di adesso c’ha da imparare da lui, o se invece era un babbo comunista che invadeva gli Stati quindi meglio starci lontano.

Féèga.

E’ morto, io stasera vado a casa e mangio lo stesso.

Vogliamo fargli un applauso. E facciamoglielo. Pure un coro e una penna col Booster. Ossennò fischiamogli e facciamogli le penne col Booster sulla tomba.

Ma poi finita lì. Che domani c’abbiamo pure la verifica di storia e non ho ancora studiato un cazzo.

Ecchecculo che oggi la Prof non ha spiegato, che se no erano altre 20 pagine in più, zio pedro.

La Costituzione meno letta del mondo

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Quando non si riesce a montare un mobile di Ikea, si dà molto spesso – ovviamente a torto – la colpa alle istruzioni. «Sono sbagliate» sbotta il neofita del bricolage. Proprio come il sedicente pignolo, ma che in realtà non ha capito molto, che addebita guasti alla Costituzione perché non funziona o comunque non sarebbe la “migliore del mondo”.

Il caso si pone a proposito del caso Calderoli-Kyenge. Il primo ha detto che l’ex ministro gli ricorda un orango e un giudice si è attivato per contestare, molto opportunamente, il reato di istigazione all’odio razziale.
Entra però in gioco la tanto vituperata Costituzione che, altrettanto opportunamente, al primo comma dell’articolo 68 prevede l’insindacabilità delle opinioni che i parlamentari esprimono nell’esercizio delle loro funzioni.
Dunque il Senato ha riunito la giunta per le autorizzazioni a procedere perché si valutasse se il procedimento nei confronti del senatore Calderoli dovesse aver seguito oppure no. E con sorpresa di molti la giunta ha deciso che no, il procedimento non s’aveva da fare, e tale indicazione ha trasmesso all’Assemblea.

Seppur coperto dal bullismo di Siani a Sanremo, quello di Calderoli ha comunque alimentato un dibattito. Animato e molto impreciso, d’accordo, ma comunque interessante. C’è chi ha espresso qualche opinione bislacca, ma in quanto tale legittima come ogni altra, e chi – come qui in flameboard – si è invece incartato facendo grossa confusione.

Tutto il mappazzone sul fumus persecutionis e sui principi in base ai quali la giunta ha emesso – a mio parere sbagliando – il suo parere è in sé corretto: nella misura che esiste e non è inventato. Peccato però che del guasto si voglia fare addebito all’incolpevole Costituzione che, oltre a sancire l’insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni, nulla aggiunge.
E’ la giunta che ha deciso, nell’ambito della sua ampissima discrezionalità istruttoria, che l’infelice uscita di Calderoli fosse un’opinione connessa al suo mandato e non la Costituzione. Di conseguenza, se non dovrà rispondere della bestialità che ha detto di fronte aun giudice è solo colpa dei parlamentari: la Costituzione non c’entra un fico secco.

Semmai si potrtebbero additare i regolamenti parlamentari e altre norme che nel tempo si sono succedute nel novellare la disciplina sulla materia. Ma anche per far questo – uffa! –
bisognerebbe prima studiare.

Ma è molto più comodo semplificare e dire che è colpa della Costituzione, apostrofandola ironicamente come la “più bella del mondo”. Una critica che per molti motivi potrebbe essere anche condivisibile, ma che in questo caso definirei almeno poco affidabile, giacché se non si conosce la nostra di Costituzione, figuriamoci come si può esprimere un giudizio comparato.

La più bella del mondo (quando fa comodo)

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Con la recente decisione da parte della Giunta per le autorizzazioni del Senato di non far processare Calderoli per le sue frasi sul ministro Kyenge, si è riaperto lo stesso vaso di Pandora che oltre all’insindacabilità parlamentare contiene anche il fumus persecutionis. Antefatto: la nostra Costituzione (la più bella del mondo, avete presente?) contiene alcune norme che regolamentano la perseguibilità dei parlamentari. Ad esempio, prima di rinviare un parlamentare a giudizio, la camera di cui fa parte deve valutare se questo atto costituisca una persecuzione del parlamentare in quanto parlamentare. Si valuta insomma se il potere giudiziario stia utilizzando il rinvio a giudizio come arma contro quello legislativo. In passato, il Parlamento ha praticamente sempre negato l’autorizzazione a procedere, il che per i pignoli come me corrisponde a dichiarare che il potere giudiziario in Italia sostanzialmente ha assediato per decenni quello legislativo per fargli le scarpe. Roba da golpe, da guerra civile. Per fortuna in Italia i pignoli sono merce rara e le mancate autorizzazioni non hanno mai dato vita a barricate nelle strade oltre che a qualche mal di pancia tra i costituzionalisti. Il resto del Paese rimane beatamente convinto che quando la Giunta vota sul rinvio a giudizio, questa entri nel merito delle accuse invece di limitarsi a valutare la fondatezza della richiesta di giudizio.

Di segno opposto, ma altrettanto grave, è l’equivoco sull’insindacabilità parlamentare. La nostra Costituzione infatti (sempre la più bella del mondo) prevede che “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Per un’esaustiva spiegazione vi rimando a questo post del mio costituzionalista di fiducia che invito tutti a stampare ad attaccare sulla porta del frigo (il post, non il costituzionalista). In sostanza, i padri costituenti hanno deciso che a differenza di me e di voi, i parlamentari possono esprimere qualsiasi opinione purché nell’ambito della loro attività di parlamentare. Giusto? Sbagliato? Io non lo so (anzi lo so, ma questa e’ un’altra storia). Sta di fatto che Calderoli ha detto che il Ministro Kyenge gli ricorda un orango durante un comizio. Il Senato e’ chiamato a decidere se un comizio fa parte dell’esercizio delle funzioni di un Senatore. Se ne fa parte, l’autorizzazione va negata. Come nel caso del fumus persecutionis, la Giunta non è chiamata ad entrare nel merito delle accuse e dunque non ha alcun compito di valutare se le frasi siano o meno razziste. E per fortuna, visto che se lo fosse ci troveremmo nella sgradevole situazione di avere il potere legislativo che giudica se stesso.

Inviterei dunque chi si è recentemente strappato le vesti per la decisione della Giunta sul caso Calderoli (vedi alcuni circoli europei, tra cui il mio, da cui mi dissocio) a fare una lettura più attenta e critica della nostra Costituzione e a comprenderne non solo i primi articoli roboanti sui principi fondamentali quanto inapplicabili ma anche quelli successivi. Se poi la ritenessero inadeguata, ci sono delle procedure per cambiarla. Nel frattempo va rispettata anche quando quello che prescrive non ci piace. Mica puo’ essere la più bella del mondo a giorni alterni, no?

La Costituzione che non esiste

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Saranno dettagli, eh. Però leggevo sull’Huffington Post la dichiarazione con cui (anche) Angelino Alfano prima ha “aperto” alle unioni gay, e poi si è subito affrettato a non esagerare con l’apertura:

Rispettiamo l’affettività di tutti. Se c’è da garantire maggior tutela ai problemi delle tante persone che convivono noi siamo pronti. La nostra, però, è un’apertura con un avvertimento: non si tocchi la famiglia naturale, composta da uomo e donna, come recita l’articolo 31 della Costituzione

Allora, siccome quando mi ci metto sono un tipetto pignolo, e visto che non ricordavo a memoria l’articolo 31 della Costituzione, sono andato a rileggermelo:

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo

Ora, come dicevo: saranno dettagli. Però, anche dopo averlo letto due o tre volte, non mi pare che l’articolo citato da Alfano specifichi espressamente che il matrimonio debba avvenire per forza tra “un uomo e una donna“; né tale previsione è esplicitamente contenuta nei precedenti articoli 29 e 30. Intendiamoci, non dubito affatto che il concetto possa essere considerato sottinteso: giacché nel 1947 l’idea di una famiglia composta da due persone dello stesso sesso non era ipotizzabile neppure per scherzo; tuttavia, ne converrete, citare una circostanza implicita a suffragio delle proprie posizioni non è esattamente il massimo, specie se si decide di utilizzare (a sproposito) il verbo “recitare“.

Così come non è il massimo, per dirne un’altra, il riferimento alla cosiddetta “famiglia naturale“: locuzione anch’essa del tutto assente nell’articolo 31, com’è agevole rilevare, nonostante quello che Alfano vorrebbe farci credere.
Ora qualcuno dirà: vabbe’, stai spaccando il capello in quattro. La nozione di “famiglia naturale” è contenuta nell’articolo 29, mica vorrai mettere in croce il buon Angelino per aver sbagliato articolo? Via, dove siamo, a Rischiatutto?
Ennò, amici miei. No. Perché l’articolo 29, a leggerlo perbene, dice una cosa un tantino diversa:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio

Capirai, direte voi. Non c’è scritto “famiglia naturale”, c’è scritto “società naturale“, che differenza vuoi che faccia?
E invece la fa. Fa una differenza abissale. Perché dire che il matrimonio è riservato alla “famiglia naturale” (cosa che la Costituzione non fa) significa (anche qua ci sarebbe da discutere, ma lasciamo correre) che esso debba essere riservato agli eterosessuali; mentre dire che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale” (cosa che la Costituzione fa) è tutto un altro paio di maniche, che c’entra col sesso quanto io c’entro coi concorsi di bellezza.
Riconoscere la famiglia come “società naturale” significa affermare che la sua legittimazione è precedente, anteriore alla Costituzione, e che la Repubblica non può che riconoscerne le leggi e i diritti come essi esistevano già ben prima di lei, senza pretendere di intervenire a modificarli o a limitarli in alcun modo: ad esempio riconoscendo come famiglie soltanto quelle in cui l’educazione sia ispirata ad alcuni principi piuttosto che ad altri.
Capito? Quella locuzione, “società naturale”, risponde allo spirito sostanzialmente antifascista della nostra Costituzione: e non c’entra niente, ma proprio niente, con il sesso degli sposi, al di là dell’aggettivo che è lo stesso ma è usato per finalità completamente diverse.
Anzi, a volerla leggere in modo (neppure esageratamente) estensivo, quella formulazione potrebbe addirittura condurre a considerare i matrimoni tra omosessuali meritevoli di tutela in quanto tali, se solo si dimostrasse (come pure sarebbe possibile) che essi hanno un profilo “storico” preesistente alla nascita della Repubblica; e che lo Stato, lungi dall’esprimere un giudizio sulla loro ammissibilità, dovrebbe limitarsi a riconoscerli e basta.

Forse, lo ripeto, sono dettagli.
Ma anche i dettagli sono importanti, quando hanno lo scopo di indirizzare l’opinione pubblica da una parte o dall’altra facendo leva su inesattezze, approssimazioni e forzature che sembrano impercettibili, ma che alla fine della fiera possono diventare decisive.
Voglio dire: chi avesse preso per buone le parole di Alfano senza prendersi la briga di controllare potrebbe credere, di qui all’eternità, che nella nostra Costituzione sia stata scritta davvero la locuzione “famiglia naturale”. Che la nostra Costituzione parli davvero di “un uomo e una donna”.
Cose non vere, come abbiamo visto, ma che nell’immaginario collettivo finiscono per diventarlo a prescindere dalla realtà, perché uno come Alfano (o chi per lui, giacché si tratta di un’abitudine ormai largamente consolidata da una parte e dall’altra) ha avuto l’alzata d’ingegno di venirci a raccontare che è così.

Ecco, io credo che ci vorrebbe un minimo di attenzione, quando ci si avventura in simili esternazioni.
E magari, perché no, anche un pizzico di responsabilità.
Perché siamo buoni tutti, a blaterare che la nostra è “la Costituzione più bella del mondo”, quando le facciamo dire quello che ci pare e piace.

Legislatori incostituzionali

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La legge 40 sulla fecondazione assistita è stata ancora una volta dichiarato incostituzionale: proprio ieri la Consulta ha dichiarato la illegittimità del divieto di fecondazione eterologa.

Oltre agli altri articoli della legge 40 dichiarati incostituzionali, mi permetto di ricordare altri illuminati provvedimenti che ci sono stati regalati negli ultimi anni:
Legge Fini-Giovardi sulle droghe: dichiarata incostituzionale;

Legge Bossi-Fini sull’immigrazione: dichiarata incostituzionale;

“Lodi” vari ed eventuali a esclusiva difesa dell’imputato Berlusconi: dichiarati incostituzionali;

Legge elettorale c.d. “Porcellum”: dichiarata incostituzionale.

Si tratta di solo alcuni dei provvedimenti approvati dalle varie maggioranze berlusconiane nell’ultimo decennio (a volte con consensi scandalosamente trasversali, come la legge 40) che dimostrano plasticamente come la destra italiana non sia minimamente compatibile con i principi dello stato di diritto.

Il che mi porta a due considerazioni:

1) chi attacca la Costituzione, ritenendola superata, attacca l’unico strumento che negli ultimi anni ha difeso i diritti degli individui contro uomini politici e maggioranze di governo che con la democrazia hanno poco a spartire;
2) chi vuole modificare la Costituzione, proponendo riforme che trovano il plauso della destra più “acostituzionale” d’Europa e degli stessi giornali che non hanno battuto ciglio rispetto alle riforme elencate sopra, forse dovrebbe pensarci su due volte, prima di stravolgere questo ultimo meccanismo di difesa dagli abusi del potere politico.

Santé

E questi chi sono?

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Lasciamo perdere i nomi dei saggi nominati da Napolitano, mi basta il ricordo di Quagliarello sul caso Eluana. Ma lasciamo perdere.

Nemmeno mi interessa sapere cosa proporranno: l”inciucio, il governissimo, il salva-Berlusconi; non mi andrebbe bene nemmeno se proponessero di erigere una statua equestre in mio onore in mezzo a Milano.

Il punto è che se anche avessero nominato Maradona, Capitan Harlock e Pietro Ingrao, o qualunque altro mio mito vero o di fantasia, non mi sarebbe andata giù. Il problema è: “Chi cazzo sono questi?”. Che razza di organo sono? Sono rappresentativi di che cosa? Con che criterio sono stati scelti, nel nome e nel numero? Che compito hanno? Qual è il loro mandato?

Un organo di questo tipo non è previsto in nessuna legge, ordinaria o costituzionale: sembrano una specie di paragoverno che risponde al Presidente della Repubblica. Peccato, però: mi pareva che l”Italia fosse una repubblica parlamentare e che quindi il governo dovesse avere la fiducia delle Camere.

Tutto questo mentre c”è chi spara a zero sulle istituzioni repubblicane ed indice la per il nome del prossimo presidente della Repubblica, delegittimando così, a sua volta, Parlamento e Costituzione

Non c”è che dire, c”è proprio da stare sereni: non ci rendiamo conto che stiamo davvero giocando con il fuoco, altro che spread. Santè

Leninisti!

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Ora che qualche senatore cinquestelle ha votato Grasso contro le indicazioni del gruppo, e Grillo ha minacciato di cacciarli, tutti contro Grillo.
Persino Bersani, no dico non Berlusconi ma Bersani, dopo averlo stolkerato i giorni scorsi, dice che Grillo è come Lenin. Che è come se io  dicessi a Pamela Anderson che è una tettona.

Quando fino a 2 mesi fa i radicali votavano liberamente dal gruppo pd, ma anche liberamente da loro stessi, come ad esempio per il decreto salva Riva, gli davate dei traditori.

“Stronzi” li chiamò Rosy Bindi (e ora voi mi dite che la salutereste, Rosy Bindi?).

E infatti per la prima volta non è il Pd a inseguire Grillo, ma Grillo a inseguire il Pd.
Del principio costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato, ma anche di quello dell’insindacabilità dei parlamentari, il Pd fa carta straccia da anni (la piu bella del mondo quando conviene a loro).

Il capogruppo Franceschini mandava sms alle 9 con gli ordini per cosa votare alle 11. Senza discussioni, incontri di gruppo, posizioni maturate insieme, nè altro. Guai a votare diversamente. Disciplina di gruppo la chiamava, quella dell’sms, altrimenti stronzi e traditori.

Perchè i radicali non li hanno voluti candidare piu secondo voi?
“Perche stavolta vogliamo una legislatura tranqulla” dichiarò Bersani.

Ecco, tiettela!!!


NB: anche Bersani ha fatto firmare ai suoi  candidati Pd, ma anche di Sel e Tabacci, un patto che li impegna a votare come deciderà la maggioranza del gruppo.

La sentenza del G8: quando i garantisti dormono.

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E’ passata quasi una settimana dalla sentenza di condanna di alcuni manifestanti per gli scontri di piazza durante il G8 di Genova nel 2001. Pene fino a 14 anni di reclusione, condanne durissime per gli imputati riconosciuti colpevoli del reato di “devastazione e saccheggio”.

Si tratta di un reato previsto dall’art. 419 del codice penale e che risente notevolmente dell’impianto autoritario dello stesso codice, approvato nel 1930 in pieno regime fascista.

Secondo la Cassazione, la condotta di devastazione e saccheggio si differenzia da quella del semplice danneggiamento (art. 635 c.p. che prevede pene assolutamente inferiori) laddove le condotte dannose “siano poste in essere con modalità talmente vaste da ledere il bene giuridico dell’ordine pubblico”.

Sembrerebbe quindi scontata la condanna per devastazione a soggetti ritenuti colpevoli di condotte dannose in giornate in cui l’ordine pubblico è stato effettivamente sconvolto (del resto ce lo dice Repubblica, e Repubblica è un giornale progressista, quindi sarà vero). In realtà tante sarebbero le cose da discutere.

In primo luogo, ci dice Livio Pepino di Magistratura Democratica, per integrare il reato di devastazione, sono necessari eventi di eccezionale gravità tali da mettere davvero a repentaglio la pacifica convivenza: i disordini di Genova sono stati serissimi ma siamo sicuri che l’ordine pubblico sia stato davvero così pregiudicato da doversi ricorrere a un reato che prevede una pena minima di 8 anni? Eppure esiste l’ipotesi di danneggiamento aggravato durante lo svolgimento di una manifestazione!

Dove sono i confini tra questa ipotesi di danneggiamento aggravato e devastazione e saccheggio? E’ importante comprenderlo visto che la differenza di pena è abissale! Questo il secondo problema: l’art. 419 c.p. punisce chi “commette fatti di devastazione e saccheggio” senza fornirci alcun criterio su cosa si debba intendere per devastazione e saccheggio.

La disposizione non sembra compatibile con il principio di determinatezza o di tassatività, di rilevo costituzionale, secondo il quale le condotte penali devono essere descritte in maniera chiara e specifica. Non essendo nemmeno chiaro cosa integri la lesione dell’ordine pubblico, è dubbia anche la compatibilità con il principio di offensività.

Per renderci davvero conto di cosa stiamo parlando, torno di nuovo all’articolo di Pepino: il reato di devastazione e saccheggio non è stato praticamente mai contestato durante la storia repubblicana, “non nei moti successivi all’attentato a Togliatti o nella sommossa di Genova del luglio 1960, e neppure nelle molte manifestazioni studentesche e operaie del ’68 e del ’69 o nella rivolta dei «boia chi molla» di Reggio Calabria del 1970, per non limitarsi che ad alcuni esempi”.

Fu invece contestato durante le rivolte carcerarie degli anni ’70 e negli episodi di terrorismo alto-atesino: episodi di gravità non equiparabile ai disordini genovesi. Dagli anni ’80 è contestato in casi di violenza negli stadi.

Secondo Pepino, si tratta di un’imputazione utilizzata quando si voglia colpire “tipi di autori particolarmente invisi alla società (i nemici o gli ultimi)”. E’ chiara allora la valenza politica di questo reato ed è questo il punto più importante.

E’ passata quasi una settimana dalla sentenza e non vi è stata alcuna reazione dalle forze politiche principali – nemmeno da quelle che ogni giorno si stracciano le vesti sul garantismo – e, sorprendentemente, nemmeno dal partito radicale (forse i no-global sono troppo distanti dal pensiero radicale?). La sentenza di Cassazione ormai è immodificabile: non rimane nessuna strada dal punto di vista giudiziario. Ma rimane una strada politica!

Va affrontato il problema del reato di devastazione e saccheggio: così com’è la norma sembra davvero scarsamente compatibile coi principi costituzionali. Si dovrebbe abolire il reato o, quanto meno, chiarirne e limitarne i confini: i nemici della società stanno sulle balle a tutti, certo, ma uno stato democratico deve essere migliore di “tutti” e non può cercare o tollerare punizioni esemplari e capri espiatori.

Si deve anche pensare seriamente ad una campagna per la grazia ai condannati; non si tratta di giustificarne gli atti, si tratta di correggere una evidente sproporzione della pena. Pensate che qualche forza politica se ne farà carico? Pensate male: non succederà! Santè

“La Costituzione vieta il matrimonio gay” Manco pe’ niente!

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Della gazzarra successa all”assemblea del PD meglio non parlare, specie in assenza di gastroprotettori. La cito solo perché dà l”occasione di riflettere sul matrimonio gay e la Costituzione.

Uno degli argomenti più spesso citati contro l”approvazione di una legge sul matrimonio omosessuale è la sua presunta incostituzionalità, per contrasto all”art. 29 della Carta costituzionale.

E” un argomento che non convince! L”art. 29 Cost. afferma: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

L”art. 29, innanzitutto, non cita mai il matrimonio come unione di un uomo e una donna. Parla invece di famiglia come società naturale. Cosa significa?

Significa che la famiglia è un concetto che giuristi e legulei definiscono “pre-giuridico”: si tratta cioè di un qualcosa non definito dal diritto ma che il diritto “trova” nella società e nel costume sociale in un determinato momento storico. Il diritto, in parole povere, rifiuta di farsi carico di una definizione così complessa come quella di famiglia e rinvia a quanto succede nei rapporti sociali. Per questo la Costituzione utilizza il verbo riconoscere: si tratta di diritti che non è lo Stato ad elargire graziosamente ma che ha il dovere di rispettare nonostante una volontà politica contraria.

L”art. 29 è un monito innanzitutto al legislatore perché rinunci a ingerirsi nella definizione di cosa voglia dire famiglia: non spetta alla legge decidere cosa sia una famiglia escludendo le unioni omosessuali da questo concetto quando, di fronte all”evoluzione del costume sociale, è chiaro che vi siano centinaia di migliaia di famiglie composte da persone dello stesso genere.

Si dirà: “Ma i Costituenti quando pensavano alla famiglia pensavano all”unione di un uomo ed una donna!”. Innegabile! Ma nell”interpretare una legge la considerazione della c.d. “volontà del legislatore storico” – cioè il riferimento a quanto chi ha approvato un certo testo normativo voleva o aveva in mente al momento dell”approvazione – è un criterio interpretativo non dirimente.

Del resto, quando la Costituzione fu approvata, il matrimonio prevedeva una netta supremazia giuridica del marito (“è il capo della famiglia”, diceva il codice civile…) sulla moglie; a lui erano rimesse le decisioni più importanti, a lui spettava la “patria potestà” sui figli e la “potestà maritale” sulla moglie. Senza contare che il reato di adulterio era limitato solo ai “tradimenti” della moglie.

Si trattava di un impianto autoritario fortunatamente scardinato dalla legge sul diritto di famiglia; nessuno penserebbe mai di sostenere che andasse mantenuta la vecchia disciplina solo perché era quella vigente al momento dell”approvazione della Costituzione ed era quindi quella che avevano in mente i Costituenti!

L”opinione per cui il matrimonio gay sarebbe vietato dalla Costituzione francamente non convince affatto: semmai, è il legislatore che si ostina a negare il riconoscimento ad unioni che pacificamente esistono a migliaia nella società a violare lo spirito dell”art. 29.

Tornando al PD per un momento, in un post precedente avevo scritto che adottare l”Agenda Monti era il modo più veloce per suicidarsi per il Partito Democratico, ma c”è di buono che il PD non finisce mai di stupirti e mi ha subito smentito cascando sulle unioni omosessuali! Fuoriclasse! Santè

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