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Abolire l’ONU

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Questo articolo citerà sette cose, in ordine sparso, che avrebbero gettato discredito su qualunque organizzazione. Esistono ovviamente decine e decine di inside stories che chi ha lavorato nell’ambiente conosce, quindi la lista non è esaustiva – neanche delle informazioni pubbliche, di cui qui si propone una rassegna evocativa.

Le Nazioni Unite nascono dopo la Seconda Guerra Mondiale per perpetuare su larga scala le inefficienze e gli insuccessi della Società delle Nazioni – se per stoltezza o per malafede dei proponenti, questo non è dato saperlo. Negli anni, oltre alle ambizioni di stabilire una sorta di global legalism (se ancora ci credete forse è il caso di acquistare libri come questo), le Nazioni Unite hanno fondato agenzie dedite al perseguimento degli obiettivi più vari, e dopo la fine della Guerra Fredda hanno provato a giocare un ruolo di peace-keeper.

Il fallimento delle Nazioni Unite, da Vienna a New York, da Ginevra a Parigi, dovrebbe ormai essere evidente. Di seguito sette esempi da usare per convincere gli amici che abolire l’ONU è prioritario.

  • Il fallimento clamoroso di praticamente ogni operazione di peace-keeping
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    I caschi blu sono intervenuti, ad oggi, in 69 conflitti. Un numero considerevole, con il numero degli interventi in crescita negli ultimi anni. A parte due casi di relativo successo – si vedrà quanto, in Sierra Leone e Burundi, terrà la pace – sono ormai storia i soldati olandesi che non muovono un dito di fronte al massacro di Srebrenica (1),  le violenze perpetrate dai soldati stessi durante il fallimentare intervento somalo (2), o la tremenda inazione nel caso del genocidio in Rwanda di cui responsabile fu anche Kofi Annan (3).
  • Gli episodi di corruzione tra il tragico e il ridicolo: i casi Arlacchi e Kofi Annan
    Le Nazioni Unite sembrano, a chi viene da paesi molto corrotti, un’oasi di giustizia e assenza di corruzione. Non si vuole fare del moralismo, ma è utile far notare come dinamiche corruttive da terzo mondo si manifestino a maggior ragione in organismi che mancano di qualsiasi controllo democratico o giudiziale. Valga questo esmepio. Pino Arlacchi viene nominato Executive Director del UN Office for Drug Control and Crime Prevention: un ufficio che tra le altre cose si occupa di corruzione, basato a Vienna. Ebbene, dopo qualche anno  di alterni risultati Kofi Annan è costretto a chiedergli di dimettersi sulla base di una lettera, firmata da parecchi suoi collaboratori in cui si denunciano spese pazze, tra cui una Mercedes, vasi cinesi, decine di migliaia di dollari in consumi personali e altre amenità. Il problema di corruzione sembra non essere sparito con la  dipartita di Arlacchi, si veda (4), il quale nel frattempo era andato a certificare la correttezza delle elezioni azere, salvo venire smentito dall’OCSE e difendersi dicendo che l’ha fatto “per tutelare interessi italiani”.
    Nel frattempo è lo stesso Kofi Annan a trovarsi invischiato nella melma, con il fratello ambasciatore implicato nello scandalo Oil For Food di cui si dirà dopo (5), e la sua famiglia intiera coinvolta in uno scandalo da poracci che ricorda le case di D’Alema, Carla Fracci e le peggiori affittopoli italiane (6).
  • I programmi per la pace che portano alla guerra: il caso Oil for Food
    Lo scandalo Oil for Food dovrebbe essere noto, ma aiuta ricordarne i tratti salienti. Siamo nel 1995, l’idea è quella di aiutare l’Iraq a uscire dall’emergenza scambiando il petrolio con cibo e farmaci. Pur essendo lo scopo iniziale quello di permettere l’applicazione delle sanzioni senza causare emergenze umanitarie, l’esito finale è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti dopo le ripetute provocazioni di Saddam (di cui la cacciata degli ispettori fu il punto culminante); nel frattempo, le forniture di cibo si rivelavano per lo più inadatte al consumo umano, ma si è permesso ai burocrati vicini al regime di accumulare somme considerevoli grazie allo spaventoso giro di corruzione alimentato dal programma. (7) – (8)
  • Le agenzie usate come parcheggio dei privilegiati: i francesi all’UNESCO
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    Sarebbe facile citare la FAO, d’altronde Laura Boldrini non è il politico più popolare d’Italia. Più in generale, è noto tra gli insiders che gli uffici nelle città più ambite (Parigi e New York, ma anche Roma, Ginevra) sono pieni di delegati e impiegati dei paesi poveri che hanno la peculiare caratteristica di essere personalmente parenti o prossimi del gruppo al potere nel proprio Paese. Ma i paesi ricchi non sono da meno, specialmente quando le agenzie sono in casa loro: si prenda ad esempio lo scandalo scoppiato a fine anni ’90 dopo che il Guardian ha rivelato un memo in cui si rivelavano le pressioni per far assumere ex membri dello staff presidenziale di Chirac all’UNESCO. I documenti rivelavano la corruzione interna alla struttura; il 40% delle promozioni violava persino le (lasche) regole interne, con una composizione dell’organico così fortemente simile a una piramide inversa da avere troppi capi e non abbastanza dipendenti (nonostante il mezzo miliardo di dollari di fondi ricevuti ogni anno) per portare avanti la maggioranza dei progetti. Praticamente l’ATAC. (8)
  •  I diritti umani questi sconosciuti: il premio Gheddafi a Erdogan, il premio FAO a Maduro
    Se tra gli obiettivi delle Nazioni Unite, specialmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, vi è stata la promozione dei diritti umani, il risultato non è esaltante. Due episodi potrebbero sollevare un po’ di (tragica) ironia. Il primo è quello del premio Gheddafi, istituito dal regime libico qualche decennio prima di essere rovesciato, mantenuto fino alla guerra civile e assegnato a varie personalità e/o soggetti, principalmente con lo scopo di promuovere l’agenda politica di Gheddafi stesso. L’ultimo premio, appunto poco prima della guerra civile, era da assegnarsi al campione dei diritti civili Recep Tayyip Erdogan. Cosa c’entra l’ONU? Niente, sennonchè le intersezioni tra gli advisory committees del premio Gheddafi e dell’ufficio ONU che si occupa di Human Rights non sono nulle, e le pressioni perchè lo svizzero Jean Ziegler si dimettesse sono iniziate solo a regime caduto (9). Più triste, e ancora più paradossale, è la storia del premio dell’agenzia per l’alimentazione (la FAO), assegnato a Maduro – attualmente presidente della repubblica bolivariana (cioè, socialista) del Venezuela. Il premio è stato assegnato nel 2013. Solo due anni dopo, mentre negli zoo gli animali vengono alimentati a mango, questi sono i venezuelani in fila per ricevere la razione di pasto quotidiano, giacchè il paese si appresta a razionarlo come nella vicina Cuba:631x445xline-venezuela.jpg.pagespeed.ic.Bv1UKopon2nohaycomida
  • Gli interventi non tanto umanitari
    In molti casi, parlando con chi lavora nel settore, si guarda con sospetto l’entusiasmo di chi va a lavorare in paesi “difficili” e magnifica l’esperienza. Chi pensava che ciò fosse dovuto unicamente alle condizioni – invero molto vantaggiose – in cui vengono messi gli aid workers UN, potrebbe doversi ricredere sulle persone con cui ha preso una birra. Due storie recenti dovrebbero lasciar supporre che, se non altro per inefficienza, molto spesso si starebbe meglio senza gli interventi umanitari ONU. Recentissima è l’ammissione da parte degli stessi ufficiali delle Nazioni Unite di essere i responsabili dell’ultima epidemia di colera ad Haiti, che nel frattempo miete migliaia di vittime (11); meno recente, ma forse più grave perchè non accidentale, è la storia degli aid workers dediti allo sfruttamento sessuale dei bambini del Sierra Leone (12).
  • Le democrazie non contano, le dittature si coordinano: Israele nemico pubblico
    Un vero problema delle Nazioni Unite è che sono, per quanto riguarda il rapporto tra Stati, invero molto democratiche. Questo porta i blocchi di nazioni non democratiche a ottenere un rimarchevole grado di coordinamento sui temi di interesse comune, mentre le democrazie si dividono e vanno ognuna per la propria strada. Questo finisce per minarne l’efficacia, come accade per i tribunali di giustizia internazionale – ai quali non a caso gli USA non partecipano mai. Un esempio dello straordinario coordinamento delle dittature è dato dalla capacità dei paesi arabi di raccogliere consenso nelle votazioni contro Israele. Sono centinaia le risoluzioni, condanne, e ammonizioni passate dall’assemblea generale (13). In linea generale, ogni anno Israele riceve più attenzione di tutti gli altri paesi del mondo messi assieme. E no, questa non è una battuta: più dell’Iran, più dell’Arabia Saudita, più della Birmania, più del Venezuela. E Cuba? Beh, su Cuba c’è tempo, intanto bisognava condannarne l’embargo.

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    Risoluzioni di condanna da parte dell’UNHRC

    Si potrebbero citare tanti altri motivi per chiudere le Nazioni Unite, a partire dalla gestione opaca dei benefit e dei contributi dei singoli Stati, ma questo magari si potrà proporre per una puntata successiva.

    Fonti:

(1) : https://en.wikipedia.org/wiki/United_Nations_Protection_Force

(2): https://en.wikipedia.org/wiki/Somalia_Affair

(3): http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2001/09/bystanders-to-genocide/304571/

(4): http://www.iowatch.org/archive/recentdevelopments/topcorruptioncorrupted.shtml

(5): http://www.defenddemocracy.org/media-hit/un-secretary-generals-brother-kobina-annan-may-have-played-a-role-in-oil-/

(6): http://www.nysun.com/national/mystery-surfaces-over-apartment-of-kofi-annan/45403/

(7): http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/4131602.stm

(7): https://en.wikipedia.org/wiki/Oil-for-Food_Programme

(8): https://www.theguardian.com/world/1999/oct/18/jonhenley1

(9): http://www.unwatch.org/icj-advisory-opinion-relied-on-founder-of-gaddafi-human-rights-prize/

(10) : http://www.bbc.com/mundo/ultimas_noticias/2013/06/130616_ultnot_venezuela_maduro_premio_fao

(11): http://mobile.nytimes.com/2016/08/18/world/americas/united-nations-haiti-cholera.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=1&referer=https%3A%2F%2Ft.co%2FLSWVZyxzkm

(12): http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/1842512.stm

(13): https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_the_UN_resolutions_concerning_Israel_and_Palestine

Le tasse non pagate dell’isola di merda

in Articolo by

Quando si dice che la stampa italiana non fa decentemente il suo lavoro spesso si pecca di omissione.

Ero, al giorno numero 20 della mia permanenza siciliana, in attesa sul divanetto di un barbiere. Recupero un (il, ma questa è un’altra storia) giornale locale, e sulla prima pagina trovo questo:

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Leggere gli articoli dedicati non aiuta a comprendere con chiarezza i contorni della questione: i fatti spariscono completamente dietro le dichiarazioni degli interessati. D’altronde la questione deve essere poco importante, dato che non si trova nulla in merito su nessun quotidiano nazionale, se si eccettua un trafiletto nascosto del solito Sergio Rizzo.

L’unico, isolato, che trova il coraggio di raccontare la storia completa è Oscar Giannino. La trasmissione, con intervista al Presidente di Riscossione Sicilia Antonio Fiumefreddo, va ascoltata tutta e per intero, la riporto qui:

Qualche fatto, per chi non ha tempo o è convinto non valga la pena di spenderci trenta minuti:

  1. 74 deputati regionali su 90 dell’Assemblea Regionale Siciliana risultano, allo stato, debitori verso Riscossione Sicilia, agenzia deputata alla raccolta di tasse, tributi, contravvenzioni, eccetra;
  2. La pratica emergente risulta essere la seguente: chiunque accede alla carica smette immediatamente di onorare i debiti;
  3. Nel momento in cui il neo-nominato Presidente ha iniziato ad operare su queste morosita’, segnalando anche inefficienze come la presenza di 899 legali (a fronte dei circa 200 di cui si avvale la Casa Bianca), finalmente è arrivata la reazione della classe politica siciliana: convocando una assemblea straordinaria il 31 Dicembre per metterlo in stato d’accusa;

Solo una piccola serie di fattarelli, con Fiumefreddo che in conclusione paragona la gestione del recente passato a quella dei fratelli Salvo, osservando che tanta serenita’ nel gestire una cosi’ bassa compliance anche dei deputati non puo’ che giustificarsi con l’esistenza di patti impliciti con chi dal fisco ha necessita’ di nascondere ingenti patrimoni nati, per cosi’ dire, fuori dalla legalità. Sappiamo già che per queste dichiarazioni e per la sua attività Fiumefreddo riceverà querele, minacce paramafiose, intimidazioni: alcune sono già partite a mezzo stampa dagli uomini delle istituzioni.

Questo è lo Stato in Sicilia, uno Stato che i grandi giornaloni non ritengono di dover raccontare per non turbare gli equilibri nazionali, e questa è la Sicilia. Andrebbe fatta la lista di tutti i deputati regionali che, pur avendo consapevolmente approfittato della sudditanza degli uffici pubblici nei loro confronti per “congelare”  i loro debiti, hanno partecipato a convegni in cui facevano la morale agli altri sull’evasione da stroncare, sull’importanza della legalità eccetra.

Si è discusso qualche giorno fa delle parole di Vecchioni (“isola di merda”, and so on and so forth). Posso dire solo questo, che conosco solo due tipi di persone nati dopo il 1980 che sono rimasti a viverci o progettano di rimanerci, e pochissime eccezioni. Quelli che sono più o meno costretti da vincoli personali o familiari, e quelli che di questi modi sono, per quanto possono, fruitori e complici. Tutti gli altri scappano o cercano di farlo quanto prima. Anche se figli di chi si è avvantaggiato in precedenza, perché è praticamente finita la carne da spolpare.

Chiusa questa parentesi, torniamo a parlare di quanto sono incivili gli americani, e che bravo Obama che vuole restringere la vendita delle armi (prima pagina su tutti i giornaloni di oggi). Buona fortuna.

 

La mazzetta etica

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Salvini è tornato a parlare di servizio militare.
Lo aveva già fatto a luglio e a ottobre, proponendo di reintrodurre la leva obbligatoria. Ci è ricascato qualche giorno fa, vantandosi di averlo sperimentato lui stesso, il servizio militare, nel ‘95 e di sentirsi dunque pronto a partire in caso di guerra al Califfo (Tu vai avanti, io faccio una telefonata veloce e ti raggiungo).
Naturalmente, in tutti e tre i casi, Salvini ha detto una cazzata. E fin qui siamo nell’ambito della non-notizia, del più puro cane-morde-uomo.
Poi però ho pensato che non si sa mai e che, visto che la mamma dei cretini è proverbialmente sempre incinta (di elettori), forse non è del tutto peregrino cominciare a preoccuparsi concretamente dell’eventualità che una proposta del genere venga discussa, e magari approvata per davvero.

Che cosa farei, io, se ci fosse la leva militare obbligatoria in Italia?

Flashback. Durante le scuole elementari vivevo nel terrore di compiere diciotto anni per via della leva obbligatoria. Sarà che sono meridionale, e a noi terroni questa cosa della coscrizione obbligatoria – da Garibaldi in giù – ci è sempre andata di traverso. “Chi coltiverà la nostra terra quando i miei genitori saranno anziani e io dovrò partire soldato?” mi domandavo. E dire che la mia famiglia non aveva una terra da coltivare, tuttavia il mio immaginario di bambino era quello.
Sarà poi che già da piccolo soffrivo di vescica iperattiva e mi immaginavo davanti a un generale tipo Full Metal Jacket a chiedere ogni quaranta secondi “scusi, ho problemi urinari, posso andare in bagno”. Funzionava già a malapena con le maestre, sapevo che non avrebbe funzionato con lui.
Diciamo pure che pensavo (e penso) genuinamente che una cosa come il servizio militare mi avrebbe matematicamente condotto a morte certa, presumibilmente per esplosione della vescica, come il buon Tycho Brahe. E pensavo (e penso) che nessuno dovrebbe essere mai obbligato a fare, con il proprio corpo e il proprio tempo, cose che non vuole fare. In breve: sono convinto che qualunque forma di servizio obbligatorio che i cittadini devono allo stato rappresenti una pratica illiberale (dal punto di vista dello stato) e trovo immorale (dal punto di vista del cittadino) prendervi parte.
Queste decennali convinzioni ur(o)-filosofiche mi pongono tuttavia di fronte all’urgente problema del cosa farei, in concreto, se mi trovassi a vivere in un paese dove il servizio militare obbligatorio c’è (e badate che non bisogna andare troppo lontano per trovare un paese del genere, tipo Svizzera, Grecia, Cipro o SalvinItaly!). Fine del flashback.

Ecco cosa farei. Assumendo che in questo ipotetico paese la mia condizione economica fosse tutto sommato comparabile a quella attuale, credo che pagherei un ufficiale per farmi dichiarare inidoneo al servizio militare o comunque metterei in atto qualunque forma di corruzione che mi consenta di evitare di partire. Perché farei questo?

Vediamo quali potrebbero essere le alternative.

  1. Per cominciare, ho già detto che rispondere alla chiamata non sarebbe un’ipotesi praticabile dal momento che questa scelta confligge con le mie convinzioni morali profonde.
  2. Potrei optare per l’obiezione di coscienza e dirottarmi sul servizio civile, ma il mio problema morale riguarda solo parzialmente l’uso delle armi e della violenza (semmai si tratta di un disincentivo ulteriore), e più sostanzialmente l’idea che prestare un servizio non volontario è – in qualunque caso – una violazione dei diritti individuali.
  3. Potrei pensare di disertare e/o fuggire in un altro paese, ma verrei probabilmente arrestato, estradato o comunque sanzionato severamente, e presumibilmente limitato nella mia libertà di mettere piede, in futuro, sul suolo nazionale. Tutte cose che, a occhio, preferirei evitare se esistesse una soluzione che mi assicuri i medesimi vantaggi a fronte di un costo più contenuto.

C’è una ovvia obiezione, e cioè che anche la mia soluzione prevede un costo intrinseco piuttosto alto: “corromperai un ufficiale!” non fa esattamente parte del mio personale decalogo morale, né intendo sostenere che si tratti di un tipo di condotta che andrebbe tollerata in un sistema penale giusto.
E tuttavia, in un caso come quello della leva obbligatoria, quando la legge viola direttamente un bene più grande – i miei diritti individuali – è ragionevole pensare che violare la norma che mi impone di non corrompere ufficiali pubblici per ottenere utilità private (quando le alternative legali, tipo fare obiezione di coscienza o scappare, sono impraticabili per ragioni indipendenti) sarebbe da ritenere permissibile. O così mi piacerebbe argomentare.

PS. Oh, se poi Salvini non è d’accordo e vuole partire comunque per andare a combattere il Califfo, io sono pronto ad accompagnarlo fino alla scaletta dell’aereoplano, sventolando commosso il fazzoletto verde.

Vaticanleaks: si è sempre cattolici col culo degli altri

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Dopo settimane e settimane di ingerenze vaticane sul caso Marino con commenti del tipo “vicenda farsa”, sgambetti papali malcelati e veri e propri interventi politici, l’ennesimo Vaticanleaks delle ultime ore meriterebbe una risposta adeguata da parte di tutti i cittadini italiani – ovvero un sonorosissimo pernacchione.

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”, diceva un tale. E la trave nell’occhio del Vaticano ha assunto (si può ben dire) dimensioni bibliche. Certo, non che tutto ciò rappresenti una novità nella bimillenaria e corrottissima storia del Cattolicesimo, ma l’ultima vicenda è particolarmente sintomatica dello stato di salute dell’intera piramide del potere papale: non dimentichiamo infatti che i due responsabili della fuga di notizie, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, erano entrati a far parte della Cosea (Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative) su iniziativa dello stesso Francesco, in un’ottica di rinnovamento politico e morale delle istituzioni della Santa Sade.

Insomma, l’irreprensibile Bergoglio si è ritrovato con le uova rotte nel paniere, in buona parte per sua stessa responsabilità. Si tratta sicuramente di un errore in buona fede, ma che mostra in maniera piuttosto evidente quanto sia estesa la metastasi del malcostume curiale. Quella morale che dovrebbe costituire la spina dorsale del messaggio evangelico sembra mancare proprio alle radici stesse della spiritualità cattolica: se Roma marcisce, l’origine dell’infezione va cercata a San Pietro piuttosto che in Campidoglio.

Insomma, pare proprio che le gerarchie cattoliche non abbiano proprio niente da insegnarci in merito a morale ed etica politica. Eppure, le ingerenze continuano con un’ipocrisia degna del peggior Don Abbondio. Senza contare la vecchia (ma non secondaria) faccenda della sovranità degli Stati nazionali: con che diritto un capo di Stato straniero si permette di (letteralmente) pontificare sulla situazione politica di una Repubblica indipendente? Libera Chiesa in libero Stato ‘sto par de palle, la situazione ha veramente del grottesco.

Tutto questo dovrebbe allora farci riflettere che un pernacchione al Vaticano forse non basta. Magari è giunta finalmente l’ora di rispondere per le rime: attendo con ansia dichiarazioni e critiche di esponenti politici italiani nei confronti di quella che è l’unica, vera farsa – la credibilità stessa dell’istituzione vaticana. Un’attesa probabilmente inutile, ma chissà che un giorno qualcuno finalmente sbotterà, esasperato, esclamando: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.”

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo di porgere l’altra guancia.

Tangentopoli e l’albero genealogico dell’antipolitica

in politica/ by

Non sono d’accordo con Alessandro Capriccioli, per cui i 5stelle sarebbero i figli di Tangentopoli. O meglio, forse sono d’accordo ma con molte precisazioni.

La prima: Tangentopoli come fenomeno politico sociale da cui è scaturito (anche) il lancio delle monetine, va tenuto distinto dai vari filoni di inchiesta di “Mani Pulite”. Quelle inchieste e quei processi, piaccia o non piaccia, anche se svolti con metodi criticabili e spesso eccessivi, erano  inevitabili e dovuti di fronte a un sistema di gestione pubblico quasi interamente caratterizzato da livelli di corruzione elevatissimi e ormai intollerabili in un regime democratico. Se a “Tangentopoli” va data la colpa, Tangentopoli va intesa come fenomeno mediatico-politico che includeva giornalisti perennemente accampati fuori da procure e tribunali (remember Paolo Brosio?) o opinionisti – vedi l’Indipendente di Feltri – o i programmi di Funari, non solo a meccanismi di spettacolarizzazione giudiziaria e politicizzazione delle figure dei magistrati, Di Pietro in primo luogo.

Qualche anno dopo, Montanelli ebbe l’onestà intellettuale di assumersi una parte di colpa e di accusare degli effetti peggiori di Tangentopoli proprio i giornalisti.

 

La seconda, io non credo che il problema dei 5 Stelle si possa ridurre alla loro idea per cui “la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni” .

Penso che il problema sia più ampio e sia parte di un vizio che non riguarda solo i 5 Stelle; anzi, i 5 Stelle hanno imparato da altri a pensare che in politica esistano soluzioni semplicissime a problemi complicati: il pensiero da bar, per cui “se ci fossi io in Parlamento, questi problemi si risolverebbero in cinque minuti”.

Questo, non  il manettarismo becero, è il contrario esatto della politica, credere che questioni complesse possano risolversi con pochissimo tempo e risorse e che, se non si risolvono, è colpa della “casta” o, dall’altra parte, dei “gufi rosiconi” oggi come di “Berlusconi” o dei “comunisti” fino a poco tempo fa.

Ora, questa tendenza all’ipersemplificazione è presente in tante democrazie pure mature ma è stata portata al culmine del potere, in Italia, proprio da Berlusconi, per poi essere  ripresa anche dai suoi avversari che, seguendolo nel campo dove lui era più forte, si sono suicidati.

Il “ghe pensi mi”,  il Berlusconi che “aggiusta l’Italia, come aggiustava le televisioni” e, dall’altra parte, l’antiberlusconismo à la Di Pietro (e dei molti che ci son cascati) sono i figli di Tangentopoli e hanno ammazzato la politica, insieme a una buona dose di scandali bipartisan, non va dimenticato. Questo ha convinto la Ggente che bastava avere l’uomo giusto al posto giusto – o gli “uomini onesti” al posto giusto – per risolvere in un lampo tutti “i problemi dell’Italia”.

I grillini vengono dopo, sono i nipotini di Tangentopoli, non i figli. In più, da qualche parte di questo bell’albero genealogico, fra i loro antenati c’è anche il giornalismo di cui sopra (con le sue manifestazioni più recenti, tipo “la Casta” di Rizzo e Stella e il loro raffinato seguito da bar). E la tara dell’ipersemplificazione dei problemi e del “basterebbe un attimo a risolvere tutto” non ce l’hanno certo solo i poveri, ormai cloroformizzati, grillini.

Santé

 

 

L’eredità più catastrofica di Tangentopoli

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Com’era prevedibile, l’uscita della serie “1992” ha rilanciato, in modo particolare sui social network che quando si tratta di litigare non si fanno mancare mai niente, il dibattito su Tangentopoli, scatenando orde di giustizialisti da una parte e manipoli più sparuti (ancorché, mi pare, in leggero e progressivo aumento) di garantisti dall’altra.
A me, lo dico subito, lo scontro coi manettari non appassiona in sé e per sé: anche perché se c’è qualcuno (e per esserci, c’è) che si fa scendere una lacrimuccia di nostalgia ricordando antichi lanci di monetine (peraltro effettuati in ottima compagnia), criticare la loro smania di godimento è conclamatamente inutile, per non dire controproducente. Eppoi, diciamocelo, ognuno è libero di eccitarsi come gli pare, dal glory hole all’arresto in tv: il che, occorre ammetterlo, è un bell’affresco sulla multiforme varietà dell’animo umano, che tutto sommato ci consente di guardarci intorno senza doverci annoiare anche dopo aver passato i quaranta.
A interessarmi di più, invece, è un’altra delle innumerevoli conseguenze di Tangentopoli, forse la più sottovalutata ma al tempo stesso la più attuale: l’idea, secondo me proveniente direttamente dai giorni immortalati nella fiction di Sky, che esista la possibilità di fare politica limitandosi a pretendere il rispetto della legge.
Pensateci un attimo: di chi sono figli, se non di Tangentopoli, i movimenti che negli ultimi decenni si sono moltiplicati, culminando drammaticamente (essì, ragazzi, è un’opinione, portate pazienza) nell’orgia urlante e forcaiola dei 5 Stelle, a parere dei quali la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni? Da dove proviene, se non da là, questa stramba concezione della politica che nega se stessa, occupando le postazioni che alla politica sarebbero destinate ma contestualmente premurandosi di proclamarsi altro? Da dove sbuca fuori l’ossessiva abiura delle ideologie, la fiera negazione di destra e sinistra e la conseguente introduzione di incomprensibili indicazioni spaziali alternative quali “oltre”, “al di là”, “più in alto”, “di lato”?
Questa, a me pare, è stata la conseguenza più catastrofica di Tangentopoli: aver ficcato nella testa delle persone l’alzata d’ingegno, sorprendentemente perdurante negli anni ed anzi rafforzatasi col passare delle generazioni, che siccome la parola “politica” è diventata una sorta di insulto, allora occorre iniziare a fare politica senza fare politica, ripudiando tutto ciò che della politica sarebbe prerogativa (la visione del mondo, il cambiamento dell’esistente, la contrapposizione delle idee e, sentite che dico, finanche delle ideologie) e attestandosi su competenze a metà tra quelle del giornalismo scandalistico di terz’ordine e quelle delle forze di polizia.
E’ una iattura, sapete? Perché senza politica, vi do questa notizia, non si va da nessuna parte.
E disconoscere la politica per il solo fatto che alcuni (molti) politici siano, o siano stati, disonesti, è il modo migliore per non arrivare mai a sostituirli, quei politici: perché per farlo occorre progettare una realtà diversa, cioè rivendicare il proprio ruolo politico in modo ancora più forte anziché negarlo in nome dell’onestà; non basta semplicemente gridare che c’è qualcuno che deve andare al gabbio.
Questo, mi interessa davvero.
Di chi si eccita appena sente il suono delle manette, francamente, chissenefrega.

Quando il paese delle inesauribili astuzie si indigna coi suoi ministri

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Vediamo di chiarire una cosa: se un Ministro della Repubblica chiede una raccomandazione per suo figlio fa una cosa grave. Gravissima, già che ci siamo. Lo penso sinceramente, così su questo punto siamo a posto.
Dopodiché, mi piacerebbe sapere a quanti, tra quelli che si indignano e sbraitano, sia capitato almeno una volta di svicolare la procedura ordinariamente stabilita per fare una cosa qualsiasi chiedendo un piccolo favore a qualcuno.
Non parlo di roba grossa, eh: che ne so, un amico al municipio che evade una pratica saltando la fila, un conoscente in polizia che ti fa avere il passaporto senza aspettare un mese, un cugino in regione che ti segnala un bando prima che esca, una cognata all’Agenzia delle Entrate che ti sbriga in cinque minuti una faccenda che richiederebbe due settimane; ecco, voglio limitarmi a cose di questo tipo, inoffensive e minute, che prese una alla volta sono effettivamente insignificanti, ma messe tutte insieme fanno una massa enorme, un po’ come le proverbiali gocce che formano il mare. Tanto per non parlare di quelle più grosse, che pure ci sono e sono tante e imperversano quotidianamente in ogni dove.
Voi mi direte: ma che c’entra, quello è ministro, quindi la cosa è molto più grave; questa invece è roba lieve, veniale, di poco conto. Insomma, non è quasi niente.
Certo. Si capisce. Però, abbiate pazienza, la sostanza mi pare più o meno la stessa.
Voglio dire: se uno che non conta niente si avvantaggia come può per una questione marginale, non è ragionevole immaginare che se fosse ministro si produrrebbe nello stesso, identico comportamento per faccende assai più importanti? Secondo me, fino a prova contraria, è ragionevole eccome.
Perché a qualificare le nostre azioni è il principio, mica il valore assoluto: se uno imbroglia, imbroglia. E poco conta il fatto che l’imbroglio sia di serie A, di serie B o di un campionato minore. Sempre imbroglio rimane.
Ecco, è ormai patrimonio di conoscenza comune il fatto che nel nostro paese questi piccoli (e meno piccoli) favori vengano richiesti ed elargiti centinaia, migliaia di volte al giorno, in ogni recondito anfratto della pubblica amministrazione: al punto da sostituirsi, di fatto, al normale funzionamento delle cose e deformarne completamente l’efficienza, di tal che se non hai un amico o un parente da qualche parte tutto diventa così difficile da risultare quasi proibitivo.
Lo sappiamo tutti, che è così, ma tutti facciamo finta di non saperlo. Ci auto-assolviamo con grande disinvoltura, quando si tratta dei nostri piccoli affarucci, delle “inesauribli astuzie” di deandreiana memoria che messe tutti insieme inceppano la macchina, ne minano il meccanismo e alla fine la distruggono; salvo scagliarci contro il ministro, che a ben guardare è identico a noi, con la sola differenza che lui è ministro e noi no.
La verità, purtroppo o per fortuna, è che le due cose sono l’una funzione dell’altra: perché è molto, molto difficile che il ministro di un paese in cui le regole vengono rigorosamente rispettate si metta a chiedere raccomandazioni per suo figlio; così com’è assai improbabile, specularmente, che da un paese di irriducibili imbroglioncelli vengano fuori come per incanto dei ministri onesti.
Sapete che vi dico? Facciamoci un esamino di coscienza, prima di indignarci coi prossimi politici che chiederanno un favore a qualcuno. E ficchiamoci in testa, una volta per tutte, che il nostro compito è diventare migliori di loro prima che loro diventino migliori di noi.
Altrimenti, indignazione o no, finiremo per non uscirne mai.

Quando gli onesti diventano complici dei corrotti

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Grosso modo funziona così: quando viene fuori che i politici hanno rubato, quando scoppia lo scandalo e si alza l’onda dell’indignazione generale arrivano quelli “onesti”, quelli che “adesso basta”, quelli che “tutti a casa”.
E si stracciano le vesti, e scendono in strada e strillano e lanciano monetine, e tutti gli altri dietro a dire hanno ragione, basta, è ora di finirla.
Senonché, per finirla davvero sarebbe necessario capire come sia iniziata: o meglio, quali siano le condizioni che hanno reso possibile quell’inizio. E modificarle.
Osservando le cose che non funzionano, studiando perché non funzionano e inventandone di nuove che funzionino meglio.
Prendete la mafia romana, per esempio. Qualcuno ce li ha pronti, dei progetti alternativi seri per gestire in modo trasparente ciò che finora è stato il terreno di caccia dei delinquenti: dai piani abitativi di inclusione dei rom alla gestione individuale dei servizi alla persona, dall’anagrafe pubblica degli appalti alla razionalizzazione delle società partecipate. Sarebbe il caso di ascoltarlo, di dargli una mano, di lavorare con lui, invece di strillargli in faccia.
Altrimenti va a finire com’è sempre andata a finire: i corrotti se ne vanno “tutti a casa”, e il loro posto viene occupato sistematicamente da nuovi corrotti, che sfrutteranno le stesse condizioni di prima per iniziare a rubare esattamente come facevano gli altri: fino allo scandalo successivo, alla prossima ondata d’indignazione, al nuovo lancio collettivo di monetine.
Spiace dirlo, ma i “partiti degli onesti”, quelli che strillano basta, non servono: anzi, finiscono per diventare perfino controproducenti.
Perché nel marasma della loro collera coi paraocchi, che fa di tutta l’erba un fascio e confonde la merda con la cioccolata, pongono le condizioni affinché quelli (magari pochi) che non hanno mai rubato, e che due o tre buone idee per sistemare le cose le avrebbero pure, vengano travolti insieme a tutti gli altri.
Ecco, quindi, il paradosso: gli onesti, che si indignano contro i ladri, finiscono loro malgrado per diventarne i migliori complici: coprendo con le loro urla le magagne di un sistema che occorrerebbe rifondare con calma, metodo, razionalità.
Con la politica, per dirla sinteticamente: che magari per loro, per gli onesti che strillano, sarà pure una parolaccia.
Epperò, da che mondo è mondo, è l’unico strumento plausibile per venirne fuori.

Il “mondo di mezzo”, e il vostro sconcertante sconcerto

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Quello che mi sconcerta di più, alla fine della fiera, è il loro sconcerto.
Perché noi, noi radicali dico, in consiglio comunale ne abbiamo uno. Uno solo, da un anno e mezzo.
E vabbene, per dire, che quando si cresce alla scuola di Pannella si impara a “leggere” certi segnali in modo più attento, più intuitivo, più smaliziato degli altri: però, via, Magi è una persona assai intelligente, ma non è che sia un marziano, né che possegga un quoziente intellettivo triplo rispetto al resto dei politici italiani. Insomma, è una persona normale: con due braccia, due gambe e un solo cervello, come tutti gli altri.
Eppure, a quanto pare, di questa cloaca se n’era accorto solo lui: perché solo lui, fin dall’inizio, ha cercato di raccontarla.
Il che, sia chiaro, mi fa piacere, perché lavoriamo spalla a spalla da qualche anno, e ciò mi induce a pensare che tutto sommato lavoriamo bene; ma non può non condurmi, parallelamente, a una riflessione speculare: se se n’era accorto solo lui, significa che tutti gli altri non se n’erano accorti.
Nessuno, eh. Nessuno dei politici e dei giornalisti italiani e romani più navigati, più esperti, più pratici dei complicati meccanismi della politica locale.
Proprio nessuno. Perché nessuno ne aveva mai parlato, e adesso tutti si meravigliano.
Voi mi perdonate, vero, se questo lo trovo incredibile? Nell’accezione letterale del termine, dico, nel senso che proprio non ci credo?
Non credo, non posso credere a questo stupore, a questa meraviglia, a questo scandalo che sembra albergare in ogni dove. Come se quello che è successo fosse completamente ignoto a tutti, tra i non indagati, e apprenderlo li avesse colpiti con la forza devastante di un maglio.
E’ un fatto che definire strano sarebbe un eufemismo, e che potrebbe essere giustificato soltanto dalla deduzione di trovarci davanti a una massa di cretini di stupefacente -quella sì- portata.
Cosa che non è, perché è evidente che non lo è.
Ecco, continuo a leggere i particolari del “mondo di mezzo” e quello che trovo più sconcertante è proprio il loro sconcerto.
Sarà che siamo dei maliziosi, noi radicali.
Oppure, chissà, abbiamo un paio di cervelli a testa. E non ce n’eravamo mai accorti.

Il teatrino, i disgraziati e la fabbrica del consenso

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Voi mi direte: ma come, non eri garantista? Come osi parlare, quando le indagini sono ancora in corso e non si è celebrato neppure un processo?
Giusto. Giustissimo. Ma un conto è pronunciarsi sulle singole responsabilità personali, cosa che non mi permetterei mai nemmeno di immaginare, un altro è prendere atto dell’esistenza di un contesto. Meglio, di un sistema.
Che poi, stringi stringi, a occhio e croce è sempre lo stesso: si prendono dei disgraziati -non importa se siano immigrati, o rom, o sinti, fa lo stesso- che una parte dei cittadini vorrebbe cacciare a calci nel culo e un’altra parte dei cittadini riterrebbe più consono accogliere in modo decente; poi ci si schiera ordinatamente -un po’ con gli uni, un po’ con gli altri e un po’ nel mezzo- e infine si apre il sipario e si dà inizio al teatrino.
Il teatrino dei talk show, dei dibattiti accesi, delle dichiarazioni ideologiche, delle prese di posizione strumentali e dei proclami populisti: insomma tutta quella roba che incidentalmente alimenta e fa crescere un consenso di portata marginale, quello comunemente denominato “d’opinione”, ma serve soprattutto a distogliere lo sguardo di entrambe le fazioni di cittadini da quello che succede davvero.
E quello che succede davvero è semplice: c’è da prestare assistenza ai disgraziati, mentre si litiga; e occorre farlo nel modo più costoso possibile, preferibilmente in condizioni d’emergenza endemica, giacché l’assistenza viene prestata dagli amici e dagli amici degli amici e non si può andare mica tanto per il sottile con bandi e gare d’appalto; il che rappresenta la vera e propria industria clientelare del consenso -quello vero, quello pesante, quello delle decine di migliaia di preferenze-, e chissenefrega se il risultato che si ottiene è uguale a zero, se i disgraziati finiscono per diventare ancora più disgraziati di prima, se nel frattempo si producono -per non dire che vengono alimentate ad arte- tensioni sociali insostenibili che di quando in quando sfociano in vere e proprie rivolte.
Anzi, meglio. Perché quelle tensioni sociali e quelle rivolte aumenteranno la preziosissima percezione dello stato d’emergenza perenne, e quindi potranno essere prese, impacchettate e utilizzate alla grande nel teatrino di prima, che si arricchirà di altri personaggi, imprevedibili colpi di scena, nuovi paladini e ulteriori dichiarazioni, prese di posizione e proclami. E via daccapo, ad libitum.
Ecco, il sistema funziona più o meno così: dietro le quinte si fabbrica il consenso, mentre sul palcoscenico va in scena la fiction. A beneficio di quelli che applaudono, fischiano, protestano o esultano per le battute del copione, mentre da sotto il naso gli sfilano milioni, e milioni, e milioni.
Nel frattempo i disgraziati restano tali: ed è paradossale, perché la produzione di tutto questo ben di dio, in soldi e in voti, si deve soprattutto a loro. Non esseri umani, ma carburante per mandare avanti il motore del sistema, asset trasversale e più che mai redditizio perfino per chi finge di blaterare che dovrebbero andarsene.
Questo, è il sistema.
Altro che discussioni sull’integrazione e sull’identità.

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