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Guida al Partito Democratico, corrente per corrente

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Il principale partito politico italiano è il PD. Le dinamiche interne e il modo di formazione della classe dirigente di tale partito sono tra le più articolate nel panorama europeo. Dedicherò a tale partito due contributi. Visti i fatti degli ultimi giorni, una panoramica introduttiva è necessaria per permettere ai non addetti ai lavori di districarsi tra gli attori in campo.

La prima considerazione da fare è che il PD è il principale partito che sostiene il governo attualmente in carica (con maggioranza assoluta alla camera), esprime il Presidente del Consiglio, la maggioranza dei ministri, amministra la gran parte delle regioni italiane oltre che le principali grandi città. Raramente nelle democrazie occidentali si è assistito ad un accentramento di potere tale. Se da un lato questa situazione può dare grande slancio all’attività dell’esecutivo, dall’altro non si può non notare come la sovrapposizione tra Partito e strutture statali sia il frutto di un sistema politico in grande difficoltà. Diversamente da quanto avvenne nella Prima Repubblica, la centralità del PD a tutti i livelli amministrativi è dovuta più all’incapacità politica dei suoi avversari che a un vincolo esterno. Il sistema appare infatti imbrigliato dalla crescente egemonia della Lega nel ex centrodestra e dal “gran rifiuto” del movimento 5 Stelle a fornire appoggi esterni ai governi Bersani e Renzi.

La competizione per il potere si gioca pertanto più all’interno del PD che tra i vari partiti.

La grande divisione che attraversa tutte le correnti del Partito è quella generazionale. Due sono le classi in campo: i sessantenni e i neo quarantenni. La prima è la generazione che arriva dall’onda lunga del sessantotto (formati da una o dall’altra parte della barricata ), l’altra e quella di chi ha iniziato a fare politica negli anni 90. In mezzo esiste qualcosa ma negli anni del riflusso le masse non sono andate in sezione (a dire il vero nemmeno negli anni 90. Ciononostante un nucleo si è formato).

Nel Pci le linee erano tre: i miglioristi, il centro berlingueriano e la sinistra. I Ds avevano i Veltroniani e i Dalemiani. Nella Dc la situazione era molto più complessa e il PD assomiglia molto più a quel partito che al grande partito della sinistra. Con buona pace dei compagni, stanno morendo democristiani. A grandi linee le aree del partito sono le seguenti: il cerchio magico, AreaDem, i prodiani, i giovani turchi, i lettiani, i bersaniani, i dalemiani, i liberal radicali, i cattoDem, l’innominato, la CGIL, i cuperliani e i civatiani . Ogni corrente avrebbe delle sottocorrenti ma ve le risparmierò.

Il fattaccio che ha determinato questa geografia è l’elezione del presidente della Repubblica del 2013. Non sapremo mai chi sono i 101 o, meglio, volendo evitare querele, diciamo che non lo sappiamo. Ad ogni modo, come scriveva Lenin, guarda chi ne trae beneficio e…

Il cerchio magico è composto dai più stretti collaboratori di Renzi, odiatissimi da tutti gli altri renziani dato che il grande capo si fida solo di loro. Chi sono? Lotti, la Boschi e il portavoce Sensi. Appena Renzi sbarcò a Roma, seppur in posizione autonoma, c’era anche Delrio. Quest’ultimo in secondo piano dopo una riforma delle provincie non brillante e performance televisive deludenti. I tre concorrono attivamente alla formazione della linea Renzi. Prima della prova di governo vicini a posizioni liberal e rigoriste si sono trasformati in tenaci sostenitori della flessibilità di bilancio. Rispetto alle origini qualche giravolta anche sui diritti civili, più in generale possiamo dire che la linea politica di Renzi sia “per la maggioranza”. A volte questa maggioranza comincia a partire da redditi più alti, altre volte da quelli a redditi più bassi, certamente non è mai identificabile negli schemi della politica classica.

AreaDem raccoglie una buona parte degli ex margherita e si costituì per supportare Franceschini alla corsa alla segreteria contro Bersani. Gli uomini di Area Dem sono diventati una buona falange del renzismo fornendo al segretario uomini di indubbia esperienza politica come il vicesegretario Guerini,il ministro Franceschini e il capogruppo Rosato. La gran parte di loro convertiti a Renzi all’ultimo minuto hanno raccolto tra le loro fila l’ex segretario DS Fassino già prima del fattaccio. Pare che proprio Fassino sia stato uno degli uomini ponte per l’arrivo di Renzi a Roma. Ideologicamente sono inseribili nell’alveo di cattolicesimo democratico.

I prodiani dopo il fattaccio non esistono quasi più. Sono i fedelissimi dell’ex premier rimasti politicamente vivi. Spariti a livello locale sopravvivono come una bestia rara in parlamento. L’azione di maggior rilievo di questa piccola frangia è stata l’abbandono dell’aula durante voto sull’italicum. Come il loro padre putativo sono rancorosi e filoeuropeisti a prescindere .

I dalemiani ormai si sono ridotti al solo D’Alema e alla sua rete di relazioni. Bolscevico nell’animo, unico ex comunista ad essere diventato premier, ogni sua dichiarazione ha un grande eco mediatico. Stimato internazionalmente è una contraddizione vivente. Critica l’attuale presidente del consiglio per una riforma del lavoro poco di sinistra e a suo tempo approvò il pacchetto Treu, predica politiche fiscali espansive e la frase dopo si vanta dei suoi avanzi primari. Lui si difenderebbe dicendo che è il momento che determina le scelte politiche e che arrivare fuori tempo in politica non è concesso. Alla giuria la difesa non convince…Di recente gli si attribuisce la possibilità di potere” fare saltare il banco” sostenendo liste di sinistra alle amministrative di Roma e Napoli. Non sembrano minacce credibili e se la festa per il PD dovesse finire non sarebbe per merito suo. Odiato dalla grande maggioranza degli italiani, venerato da un non esiguo numero di iscritti è ciò che più si avvicina all’ultimo uomo di Nietzsche.

L’innominato c’è e resterà tale. Sappiate che conta molto.

I bersaniani erano la maggioranza dei parlamentari eletti nel 2013. Notevolmente ridotti dopo il fattaccio hanno di recente subito le defezioni di Fassina e D’Attore. Fabbriche di bersaniani sono state l’Emilia e il Veneto. Il loro leader è Roberto Speranza, ex capogruppo e probabilmente sfidante di Renzi al prossimo congresso (pare che a quest’area non sia piaciuta l’autocandidatura di Rossi). Politicamente socialdemocratici si distinguono più per l’opposizione di principio a Renzi che per i risultati ottenuti dalla mediazione parlamentare. Aspirano a tornare maggioranza nel Partito e per tale motivo cercano alleanze con i lettiani oltre che con ambienti della società civile che poco hanno a che fare con la loro storia. Una presenza non irrilevante nella base.

I Turchi sono una corrente di grande interesse. Provengono dai dalemiani e ne hanno assorbito l’essenza a tal punto da diventare perno della maggioranza di Renzi nonostante avessero sostenuto Gianni Cuperlo all’ultimo congresso. La pattuglia parlamentare turca è capitanata da Orfini, presidente del Partito e commissario di Roma. Non si capisce se la sua linea sia dettata da un particolare acume politico o dal forte astio verso i bersaniani, quello che è certo è che i Turchi si stanno piazzando in posti di tutto rispetto. L’uomo all’Avana dei Turchi è il ministro Orlando, ultimo dei miglioristi. Hanno quasi la totalità dei giovani democratici dalla loro parte. Politicamente questa corrente rappresenta la socialdemocrazia classica, più concentrata a sopravvivere nella lotta di potere che ad altro, ottiene di tanto in tanto qualche emendamento di sinistra.

I liberal radicali sono i pochi liberisti del PD. Peso nel partito quasi nullo. Qualcuno arriva dal PCI, altri dai Radicali. Figura di spicco è Morando. Sono quei profili che hanno giustamente scelto il PD per fare la riserva indiana e per avere un po’ di risonanza. Non si muovono compatti e la mano invisibile non sembra dare grandi risultati in transatlantico. Una volta erano affiancati anche dai reduci repubblicani.

I lettiani sono dormienti. II loro capo è a Parigi e aspetta un passo falso del rivale Renzi. In molti lo hanno abbandonato, o forse è solo una tattica. Lettiani di punta sono la De Micheli e Boccia. Sognano una grande manovra con i bersaniani e in caso di una debacle alle amministrative sperano di ricompattare tra le loro fila anche Area Dem. Politicamente europeisti e vicino alla Troika non godono di ampio consenso nella base.

I cuperliani. Esigua minoranza. Legati a Gianni Cuperlo sono stati in bilico tra i turchi e i bersaniani per poi assecondare questi ultimi nell’opposizione intransigente a Renzi. Guidati da un signore d’altri tempi i cuperliani sono destinati all’esaurimento e all’assorbimento nei bersaniani.

I civatiani sono usciti quasi tutti dal Partito (vedi Civati e Mineo). Linea politica vaga: forte opposizioni a Renzi, al governo di grandi intese, al Jobs Act e alla riforma costituzionale. Avevano ottenuto un risultato non irrilevante al congresso ma quel capitale politico sembra andato in fumo definitivamente. Vedremo alle prossime amministrative il peso reale di questa area.

I cattoDem non sono una vera e propria corrente, si compatta ogni qualvolta si deve votare su temi eticamente sensibili. Recentemente attivi contro il ddl Cirinnà, si deve più ad Alfano che a loro lo stralcio della stepchild adoption.

La CGIL ha per anni fornito quadri al PDS-Ds. Storicamente mal sopportati dai dalemiani e dall’apparato della sinistra, oggi ai ferri corti con i renziani, si trovano anch’essi ad un bivio: uscire o tacere. Additati da Renzi come uno dei principali problemi del paese il loro malumore cresce di giorno in giorno. Se uniti possono fare male, in Liguria i renziani ne sanno qualcosa… Tolti i quadri di riferimento storici come Cofferati (uscito dal Partito), Epifani e Damiano non sembrano produrre nuove leve in grado di acquisire potere nel partito.

Presentate le squadre nel prossimo contributo un’analisi della politica del PD negli ultimi due anni, di come si finanzia e come forma i propri quadri.

L’opzione Joker

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L’istituto referendario è uno strumento fenomenale di democrazia – nei sistemi politici maturi. In Italia, da qualche tempo, è diventato un’arma capace di spostare equilibri politici più generali, senza nessuna volontà da parte di chi propone di incidere sulle politicy vere e proprie.

Questo era il caso dei quattro referendum del 2011. Scriveva Franco De Benedetti, ex senatore DS, nella primavera di quell’anno:

“Il pacchetto acqua + nucleare + legittimo impedimento è stato confezionato per mettere in imbarazzo il PD; il proposito é di fare il pieno di tutti i populismi disponibili su piazza per mettere un’ipoteca sui possibili sviluppi della fase politica del postberlusconismo. (…)

La maggioranza è ovviamente contraria ai referendum. Il problema sono gli elettori del PD. Ad essi dovrebbero essere spiegate le ragioni per opporsi: primo, per non sottostare al ricatto populista dei Di Pietro; secondo, per dimostrare coerenza con un obbiettivo, quello della assegnazione dei servizi pubblici mediante gara, che la sinistra insegue da 15 anni. Ricordiamo che il primo progetto di legge in proposito aveva la firma di Giorgio Napolitano, ministro dell’Interno, ed era stato portato avanti dalla sottosegretaria Vigneri.”

Impossibile fare una sintesi più precisa del danno creato allora da una iniziativa concepita apposta per sfasciare. Oggi come allora, c’è qualcuno che vuole solo “vedere bruciare il mondo”, ed è Giuseppe Civati. I suoi otto quesiti referendari (due sulla legge elettorale, due contro le trivelle, uno contro le grandi opere, due sul lavoro e uno contro i poteri dei presidi a scoula) sono una summa di tutto il peggio prodotto dai populismi di questi mesi, e anche l’affermazione di volersi porre in contrasto a quanto una sinistra socialdemocratica deve ambire a fare: provvedere a fonti energetiche che non dipendano da autocrati esteri, migliorare la dotazione infrastrutturale del Paese, rendere più equo il mercato del lavoro e far funzionare la scuola pubblica. Il governo Renzi su questi temi è spesso insufficiente, e sulle riforme istituzionali tra il goffo e il disastroso. Ma Civati non ha nessuna intenzione di entrare nel merito: il suo metodo politico è un semplice avvelenamento dei pozzi, al grido dei niet più forti disponibili al mercato dei demagoghi. L’obiettivo è rendere impossibile discutere di questi temi in modo ragionato, spostando verso la sinistra dei Corbyn, degli Tsipras e di Iglesias il baricentro del dibattito politico. La sua è l’opzione Joker: se non farà la sua fortuna – d’altronde nessuno ricorda i nomi dei tizi del comitato acqua pubblica – potrebbe ben fare la fortuna dei prossimi Di Battista e Di Maio. Dubito lo ringrazieranno.

Ma la base del Pd serve veramente?

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Il Pd ha perso 400mila iscritti, scriveva ieri Repubblica. Al momento gli iscritti sarebbero meno di 100mila, a differenza del 2013 quando i militanti ammontavano a 539.354. Niente più base. In Emilia Romagna solo 58 mila elettori si sono recati alle primarie: Stefano Bonaccini ha preso 57.036 voti e lo stesso Bonaccini, nel 2009, diventò segretario regionale con 190 mila voti.Numeri forti in negativo, come è cmq forte (in positivo) quel 41% ottenuto alle elezioni europee del maggio scorso. Perché, parliamoci chiaro, se senza 400mila iscritti prendo il 41% dei voti e vinco, e con la base forte e militante non supero il 25% e perdo o al max non vinco, beh, credo che tutti preferiscano la prima opzione. Meglio vincere con un leader forte che affascina le masse, o perdere con una base politicizzata e qualificata? E se alle primarie aperte possono partecipare anche i non iscritti, che ci si iscrive a fare?Il Pd diventa liquido, americano. Si parla agli elettori, non agli iscritti.

Questo 41% è il vessillo, la pietra fondante del nuovo potere renziano. Giustamente, di fronte alle critiche, accuse e recriminazioni varie, Renzi ed i suoi lo sventolano gloriosi e minacciosi. “Con me stai al 41%. Senza di me scendi sotto al 30. La gente a me vuole, io piaccio, io prendo voti, voi avete sempre perso. Io attiro voti dello “schieramento a noi avverso”. Non dicevate che questo era il problema principale della sinistra italiana? Io ve l’ho risolto. Come vi ho risolto la questione dell’iscrizione al partito socialista europeo. Voi ancora che litigavate con Rutelli e Fioroni. Io ve l’ho risolto in un attimo. Non eravate voi che volevate un partito moderno, un Partito Nazione, che rappresentasse tutte le classi, i lavoratori e gli imprenditori, Calearo e l’operaio della Tyssen, i giovani ed i vecchi, i disoccupati e gli occupati, i garantiti ed i non garantiti, i gay ed i solidi valori della religione cattolica, i romanisti ed i Laziali? Ecco, voi volevate tutto questo, e non riuscivate a realizzarlo. Io l’ho realizzato. Ho persino annientato Grillo e fatto le riforme con Berlusconi. Ah, mi comanda Verdini? E quando  D’Alema faceva la bicamerale, chi lo comandava? Letta col patto della crostata? La Boschi non è di sinistra? Perché, la Finocchiaro o la Turco che hanno fatto di sinistra più della Boschi? L’art 18? E quando D’Alema voleva abolirlo, quando attaccava Cofferati e la Cgil? Lì lui era di sinistra ed io invece ora sono la Thatcher? Guardate che la legge Treu, quella che ha portato e diffuso malamente la precarietà in Italia, non l’ho mica fatta io? L’avete fatta voi che adesso mi dite che io voglio rovinare le condizioni di vita di migliaia di lavoratori. E mi dite che non faccio nulla per la crescita. E voi che avete fatto per la crescita? Voi che avete governato per 12 anni negli ultimi 20?”.

Come dargli torto. Perché, al di là degli annunci senza mai esito, della confusione e della impresentabilità lampante di quasi tutta la compagine ministeriale, chi sarebbe l’alternativa da sinistra a Renzi? Bersani? Ancora D’Alema? Orfini? Cuperlo e Civati? Vendola? Per l’amor di dio, tutte persone degnissime. Ma che consenso potrebbero mai avere? E quali prospettive di innovazione politica, visto che la maggior parte di questi stava nei governi che hanno guidato il paese fino al baratro in cui siamo?

Perché più che il 41%, ciò che avvantaggia Renzi è proprio questo che abbiamo detto prima. Il 41% ha tutta una storia a sè.

Si trattava di elezioni europee, e nelle elezioni europee gli elettori si sbizzarriscono. Basta vedere l’exploit dei Radicali o dei Democratici di Prodi e Parisi nelle europee del 1999. Sono state elezioni con una campagna elettorale senza opposizione. Berlusconi, sotto ricatto e mischiato nelle sue vicende giudiziarie, attendendo sentenze che lo avrebbero potuto mandare in galera, aveva optato (e continua ad optare per salvaguardare le aziende dei figli) al basso profilo del non fare assolutamente opposizione.

Anche se Forza Italia è sotto al 10%, sticazzi. Senza di lui dove devono andare Fitto e co. E a Silvio Renzi conviene. Su di lui ha un non  piccolo potere di ricatto del 50%, in quanto se facesse cadere le riforme, i nemici interni del Pd si scaglierebbero contro il segretario come avvoltoi sopra un cadavere.

Grillo e Casaleggio con l’avvento del premier toscano non ne hanno più azzeccata una, finendo con l’essere etichettati come un movimento che sa solamente dire di no e che non ha voluto prendersi la responsabilità di governare, nonostante l’alibi insostenibile ed assurdo di Grillo secondo cui andrebbero al governo solo con il 100%dei voti. Hanno trasformato le europee in un referendum, credendo che sfruttando con rabbia ed invettive da guerra termonucleare, crisi e insoddisfazione, gli elettori si rifiondassero a votare  contro il governo. In questo modo invece non hanno fatto altro che rinsaldare, con la paura del “se vince Grillo”, situazioni tra di loro opposte e nemiche, che però in questo frangente si sono amalgamate per necessità, spostando voti verso il pd, che a quel punto era divenuta l’unica forza in campo che ‘potesse salvare l’Italia dall’avvento del m5s’.

E poi la novità della leadership renziana appunto. Fresca la nomina a premier, prima competizione da segretario del partito. La novità è sempre trascinante.

E poi ancora, l’astensione enorme. Ha votato quasi un italiano su 2. Il Pd ha preso più del 40% ed ha stravinto, prendendo però 1 milione di voti in meno di quando perse le politiche nel 2008 con Veltroni. La differenza tra percentuali e voti effettivi si spiega con l’alto numero di astenuti (il 58% di votanti, contro l’80% del 2008). Non dico che il 41% sia una bolla elettorale, ma potrebbe esserlo. Sicuramente rappresenta un risultato condizionato da molti fattori eccezionali.

Certo, al momento il centrodestra non esiste. Berlusconi non fa più opposizione e rappresenta un ostacolo ad ogni tentativo di riorganizzazione di quell’area. I grillini sono svuotati dai loro errori politici e si avviano verso un forte ridimensionamento in termini di consensi.

A comandare è un perfetto “sistema comunicativo” che meglio di altri attualmente riesce a mascherare le contraddizioni, creare confusioni ideologiche, designare falsi nemici. Un meccanismo comunicativo che opportunisticamente e con blando illusionismo legittima ancora la dicotomia destra/sinistra come stratagemma per la mobilitazione elettorale, illude quel che resta del ceto medio, si fabbrica degli alibi perfetti. Nascondendosi dietro il giovanilismo, la bellezza e la spontaneità porta avanti il proprio disegno di potere, rappresentando  determinati interessi ed equilibri che potrebbero essere prossimi alla rottura.

Disoccupazione in crescita. Le aziende chiudono. I consumi calano. Tutti si sentono (e sono) più poveri. Due mila e trecento miliardi di debiti, il 135 per cento rispetto al Pil e presto arriveremo al 150. Per essere di nuovo un paese normale, bisognerebbe creare due milioni di posti di lavoro, mentre non si riesce  nemmeno a tenere in piedi quelli che ci sono già.

In fasi come questa sono fisiologici il venir meno delle tradizionali contrapposizioni parlamentari e l’incremento dei conflitti tra lobby e gruppi di potere vari. Ed in fasi come queste meccanismi comunicativi perfetti e gruppi personali ben amalgamati e coesi, si insinuano come coltelli nel burro.

Quel 41% è usato come una clava dai renziani & co, che altro non sono/sembrano se non una vera e propria agenzia comunicativa al potere. Il messaggio è chiaro: qua siamo sull’orlo del disastro e gli unici che possono contenerlo comunicativamente, offuscarlo, confonderlo, farlo sparire e comparire a piacimento, siamo noi, perchè abbiamo le capacità, gli agganci, le parole, i modi e le facce perfette per fare tutto questo. Alla gggente, a quella che vota, ci pensiamo noi. Gli apparati, chi ha e continua a voler avere le mani in pasta nel potere per guadagnarci sopra, si sono fatti due conti ed hanno dato, anche a costo di scontentare qualcuno (vedi Letta), l’ok a concedere l’appalto.

Se da un lato questo stato di necessità rilascia non poca forza all’agenzia comunicativa renziana, allo stesso tempo ne svela anche il limite. Infatti, attenuata la tempesta, allevati nuovi “sacerdoti”, alleviati i rancori interni, riparate le falle, ricostruite le truppe, rinsaldato le alleanze, i committenti diranno grazie e tanti saluti, perché a nessuno piace appaltare la propria esistenza  a forze intermedie che potrebbero insinuarne fisiologicamente il terreno. Insomma, daranno il solito ben servito. Come hanno sempre fatto. E mai in modo indolore.

Soundtrack1:’Ineluttabile’,Marlene Kuntz

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