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Chiesa Cattolica

La strana cognizione del tempo quando si parla di gay

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“Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici”. Questa frase l’ha pronunciata il Presidente della CEI Angelo Bagnasco riferendosi all’approvazione della legge sulle unioni civili. Si lamenta il Monsignore del tempo sprecato dal Parlamento per le unioni civili. Lo stesso Monsignore però si era anche lamentato del fatto che il governo avesse posto la fiducia sulla legge, permettendo sia al Senato che alla Camera di approvare la legge in un giorno. Sempre parlando di sprechi di tempo ed energie, non ricordo nemmeno una parola di condanna per quei parlamentari (molti dei quali tengono a farci sapere che sono cattolici) che erano pronti a impantanare il Parlamento con migliaia di finti emendamenti alla legge. Per non parlare del tempo che sprecano quotidianamente le varie sentinelle di non si sa cosa o i partecipanti al Family Day per impedire che tutti i cittadini abbiano uguali diritti. Ecco, volevo augurare a Monsignor Bagnasco e a tutti quelli che hanno a cuore il buon utilizzo del tempo parlamentare una buona giornata mondiale contro l’omofobia.

Quello stupore fastidioso verso Sandro Bondi

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Sandro Bondi, in un discorso al Senato di oggi, ha usato parole chiare e dirette per annunciare il proprio favore nei confronti della regolamentazione delle unioni civili in generale, e della legge Cirinnà in particolare.

Ci sarebbe solo da esserne contenti, insomma, e uno si aspetterebbe commenti di approvazione e parole di congratulazioni. Invece mi è toccato leggere, in giro per il web, un oceano di insulti e d’insinuazioni verso il Senatore, reo di essere stato –onta immonda per gli scudieri dell’Italia Giusta, per citare un gustoso slogan elettorale di Besani– braccio destro di Berlusconi in tempi passati. Allora ecco il carrozzone che sfila, irrefrenabile, e c’è chi si indigna nel dover applaudire uno come Bondi, chi insinua che sia alla ricerca di una poltrona o di un riciclaggio politico da qualche parte, chi lo tratta come un povero cretino che ha avuto un momento, improvviso e inatteso, di savia ragione. Insomma, siamo alle solite: chi ha avuto a che fare con Berlusconi non può permettersi di avere delle posizioni “progressiste” su temi civili e sociali: notoriamente, si sa, certa visione aperta e illuminata del mondo è appannaggio di una sola parte del paese.

Che poi, a dirla tutta, certa apertura non è niente di nuovo per il Senatore. In un’intervista a La Stampa del 2013, diceva:

«L’Italia ha bisogno di un soffio di libertà e di modernizzazione. Per questo dobbiamo liberarci anche noi cattolici di un certo bigottismo che, specialmente sulla bioetica e i diritti civili, rischia di immiserire il valore della fede e di avvolgere in un’atmosfera di arretratezza la società italiana. Il centrodestra in questi anni è apparso su posizioni di puro conservatorismo e di vetero clericalismo su alcune questioni, mentre su altre, come l’immigrazione e i diritti dei cittadini stranieri, ha marcato le distanze dall’insegnamento della Chiesa. È oltretutto un comportamento contraddittorio, che non rispecchia la maggioranza dei cattolici italiani»

Sicuramente la destra nostrana ci ha messo del suo, con quell’irrefrenabile pulsione a regalare vetrine agli impresentabili, come Giovanardi, lasciando altri, talvolta insospettabili, nelle retrovie. È il grande paradosso dell’illiberalità della destra italiana: si gioca a regole sovvertite, per cui posizioni semplici di rispetto dello stato di diritto e della libertà individuale diventano hummus per i socialisti di sinistra. Pochi hanno coscienza di questo paradosso, ma c’è, eccome se c’è. Al netto di questo, però, quanto abbiamo capito è che collaborare con Berlusconi tanti anni (in un progetto che inizialmente di quella mantellina liberale si sarebbe dovuto coprire, almeno negli intenti), implica non poter avere posizioni aperte e liberali su temi sociali. E se qualcuno le ha, ecco che casca il mondo e il teorema che lo regge: si sconvolgono gli ordini mentali secondo cui la politica non prevede scale di grigi. Oggi sarebbe da imparare, da quel Sandro Bondi che tanto ci soddisfa prendere in giro, che quegli ordini meschini è ora di abbandonarli.

La malintesa laicità dei laici a senso unico

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Ho la sensazione che un considerevole numero di persone, complici alcuni avvenimenti cruciali degli ultimi anni, abbia sviluppato un concetto piuttosto distorto della parola “laicità”.
Per costoro, a quanto pare, essere “laici” consiste essenzialmente nel propugnare la cosiddetta “laicità dello Stato”, con ciò dovendosi intendere la necessità che le decisioni di quest’ultimo siano svincolate dai precetti religiosi e dalle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche.
Senonché, a me pare che questo punto di vista, che pure riguarda latu sensu il tema della laicità in termini generali, nasconda un’equazione insidiosa e fondamentalmente errata sul piano concettuale: quella in ragione di cui si finisce per attribuire a se stessi la laicità che invece appartiene a un altro soggetto, nel caso di specie lo Stato, come se le due cose coincidessero.
Mentre, di fatto, non coincidono.
Ad esempio può accadere, come in effetti accade spesso, che la stessa persona da un lato sostenga (a ragione) che le leggi su determinati temi quali l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita e via discorrendo debbano essere elaborate senza tenere conto dei dogmi religiosi, e poi dall’altro guardi con sospetto la Chiesa Cattolica, o addirittura si rifiuti di collaborare politicamente coi suoi esponenti, anche nel caso in cui essa assuma su temi diversi (per dirne uno l’immigrazione) posizioni analoghe alla sua.
Ebbene, io ritengo che persone del genere possano definirsi come individui non laici che si battono per vivere in uno Stato laico: e che si illudano che la laicità dello Stato, in quanto tale, possa trasmettersi per induzione anche a loro stessi, nella misura in cui a quello Stato appartengono.
Mentre, con ogni evidenza, così non è.
Dice Wikipedia, con una definizione che si avvicina molto alla mia: “La  parola laicità, in senso politico e sociale, denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui”. La Treccani, dopo aver declinato i significati letterali e spingendosi quindi nell’accezione più complessa che è propria del campo politico, definisce laici “quelli che dichiarano la propria libertà da ogni forma di dogmatismo ideologico, non soltanto religioso”.
Mi pare evidente, quindi, che per dichiararsi “laici” sia necessario essere liberi da qualsiasi condizionamento e dogmatismo, non soltanto da quelli che ci si sono scelti; che l’idea secondo cui con la Chiesa non si parla e non ci si allea, mai e per nessuna ragione, sia essa stessa un condizionamento ideologico e un dogmatismo gigantesco; e che chi soggiace a quel condizionamento e a quel dogmatismo, illudendosi che ciò configuri un atteggiamento “laico” per il semplice fatto di avversare un’istituzione religiosa, si dimostri proprio per questo “non laico”, vale a dire l’esatto contrario di quello che crede o dice di essere.
Ne ho conosciuti parecchi, di questi paladini della “laicità” a senso unico: e debbo confessare che io stesso, fino a qualche anno fa, ho fatto parte a pieno titolo della loro schiera.
Poi uno cresce, e a un certo punto i condizionamenti e i dogmatismi iniziano a diventargli tutti ugualmente pesanti, tutti ugualmente odiosi.
Finché non capisce che per dichiararsi “laici” non è affatto sufficiente scagliarsi contro la Chiesa “senza se e senza ma”, a prescindere dal contesto e dall’argomento di cui si parla: anzi, è indispensabile l’esatto contrario.
Anche se, e forse proprio perché, fa molto meno figo.

Le svolte all’indietro di Francesco

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Fate il favore, leggete con attenzione il virgolettato:

Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. “Ma lei vuole lasciare orfani sette?”. Questo è tentare Dio. Si parla di paternità responsabile. Quella è la strada: la paternità responsabile

Notate anche voi qualcosa che non quadra? No? Be’, allora leggete di nuovo, perché la squadratura c’è, ed è pure bella grossa.
Voglio dire: uno prima racconta di aver rimproverato una donna colpevole di aver fatto troppi figli, e subito dopo afferma -tra l’altro ripetendolo- che la soluzione è la “paternità responsabile”.
Paternità, capite? Mica “maternità“.
Il che, per come la vedo io, significa che la “svolta” di cui parlano tutti i giornali non è che una fregnaccia, buona soltanto per mettere insieme un paio di titoli altisonanti: perché il fatto che la “paternità” possa essere responsabile i nostri amici di Santa Romana Chiesa lo vanno ripetendo da una vita, puntellandolo a forza di accorate quanto improbabili apologie del coito interrotto; mentre il discrimine autentico, quello che davvero farebbe la differenza, è il concetto di “maternità responsabile”, che costoro si guardano bene perfino dal contemplare, tanto sarebbe devastante per la traballante elaborazione teorica che hanno messo in piedi con certosina pazienza.
Se a questo aggiungete l’inquietante alzata d’ingegno di rimproverare qualcuno (nella specie, una donna) per la mancanza di responsabilità che si attribuisce a qualcun altro (sempre nella specie, un uomo), e per giunta di raccontarlo come se fosse un aneddoto divertente, contando sul fatto che nessuno si azzarderà ad alzare timidamente la mano e dire una cosa semplice come: “Santità, mi perdoni, ma se il problema è la paternità responsabile, perché invece di cazziare quella poveretta non ha fatto una bella lavata di capo a suo marito?“, il quadro è completo: le dichiarazioni di Francesco sulla procreazione non configurano una “svolta”. Neanche un po’.
Anzi, mi pare già tanto non considerarle un passo indietro.

I gay, prima malati e adesso trendy

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Al di là dei casi puntuali come questo, sui quali credo che ormai valga la pena di soffermarsi soltanto a livello aneddotico, un fatto mi pare chiaro: quelli di Santa Romana Chiesa devono aver capito che la storiella secondo la quale i gay sarebbero una massa di pervertiti e di malati da curare e da recuperare non regge più nemmeno con l’Attack; ragion per cui, a quanto pare, hanno deciso di cambiare completamente strategia.
Ci avrete fatto caso anche voi: ultimamente i nostri amici fondamentalisti parlano sempre più spesso, e con aria sempre più preoccupata, di “cultura gay”, “ideologia del gender”, “indottrinamento”, come se l’omosessualità fosse riconducibile più che altro a una scelta delle persone, o a una sorta di condizionamento “culturale” che esse subiscono, magari a partire dalla scuola.
La cosa singolare è che questa impostazione, evidentemente dettata dalla necessità di trovare un minimo appiglio cui continuare ad aggrapparsi dopo la caduta in disgrazia delle vecchie cantilene, è per molti versi esattamente opposta alla precedente: laddove si parlava di patologia, e quindi di un’obiettiva condizione -ancorché “disfunzionale”- degli individui, oggi si denuncia la “delegittimazione della differenza sessuale”, additando un fenomeno prettamente intellettuale, appartenente alla sfera dell’opinione e dei convincimenti personali più che a quella della fisiologia o della psiche.
Le persone diventerebbero gay, insomma, per una scelta di tipo culturale, per moda o perché qualcuno le convince a farlo: come se le proprie preferenze sessuali (perché di sesso, ancorché in senso lato, stiamo parlando) potessero dipendere da elementi del genere.
Badate, anche su questo bisogna essere “laici”, e non negare ideologicamente che certe situazioni possano effettivamente essere riscontrate. Voglio dire: a me per primo, occasionalmente, è capitato di avere notizia diretta o indiretta di qualche caso di “omosessualità di tendenza”, specie in età adolescenziale e in ambienti particolarmente “progressisti”; ma obiettivamente si tratta di casi così marginali, sporadici e limitati nel tempo da rappresentare un campione letteralmente insignificante ai fini di un ragionamento complessivo.
Insomma, se la vecchia strategia era priva di una gamba, quella del riscontro scientifico, mi pare che a quella nuova manchi anche l’altra, cioè la verifica empirica che tutti compiamo ogni giorno attraverso l’esperienza personale.
Chissà, magari i nostri amici credono che per avvicinarsi al cielo sia utile formulare teorie campate per aria.

La sconfitta di Francesco sui gay

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In questi giorni, sui giornali, si parla della relazione finale del Sinodo definendola un “compromesso” tra le intenzioni riformatrici di Francesco e l’ala reazionaria della Chiesa di cui è a capo.
Sarà.
Pero, personalmente, sul tema delle unioni omosessuali questo compromesso non riesco proprio a vederlo.

Prendete il testo della “Relatio post disceptationem“, il documento che riassumeva la prima settimana di lavori del Sinodo, letta dal Relatore Generale, il Cardinale Péter Erdo, ma in realtà scritta dal Segretario Speciale, Monsignor Bruno Forte; un testo “provvisorio“, come precisava la Sala Stampa della Santa Sede, che dedicava alla questione degli omosessuali ben tre paragrafi:

  1. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?
  2. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.
  3. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli.

Leggete, rileggete, valutate; e poi prendete il testo definitivo della “Relatio Synodi“, nella quale i paragrafi sono diventati due:

  1. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).
  2. È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.

Ora vediamo di capire una cosa: che differenze ci sono tra le due versioni?

Le parti rimaste sono quelle in cui si ribadisce:

  1. che “le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna“, tra l’altro molto inasprita nella versione finale, che recita (in modo assai più deciso): “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia“;
  2. che “non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender“, anche in questo caso con delle significative accentuazioni e precisazioni nel documento conclusivo: è del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il matrimonio fra persone dello stesso sesso“.

Sono completamente scomparse, invece, le parti in cui si affermava:

  1. che le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana;
  2. che la Chiesa dovrebbe accoglierle e accettarle;
  3. che la questione omosessuale dovrebbe suscitare una seria riflessione su come elaborare cammini di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale;
  4. che il mutuo sostegno tra i membri delle coppie omosessuali costituisce un “appoggio prezioso” per la loro vita;
  5. che occorre prendere atto dell’esistenza di bambini che vivono con coppie dello stesso sesso.

Ebbene, a me pare piuttosto evidente il fatto che nella relazione finale manchi del tutto la carica “eversiva” e “rivoluzionaria” che caratterizzava il primo documento, quello di cui tanto si è parlato, e con grande enfasi, qualche giorno fa: del resto il “rispetto” e la “delicatezza” con cui occorrerebbe trattare i gay e l’esigenza di evitare ogni “ingiusta discriminazione” nei loro confronti (che ammette in modo implicito la concepibilità di discriminazioni “giuste”) non sono certo delle novità, trattandosi di prescrizioni già contenute da tempo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (numero 2358) ed accostate peraltro, negli articoli precedenti, a concetti assai meno tolleranti quali “genesi psichica inspiegabile”, “atti intrinsecamente disordinati” e “contrari alla legge naturale”; come se non bastasse, il paragrafo è stato approvato dal Sinodo con una maggioranza risicata, inferiore ai due terzi (118 voti favorevoli contro 62 contrari), il che lascerebbe presumere che per una bella fetta di Santa Romana Chiesa perfino queste quattro parole in croce sono discutibili ed eccessive.
Secondo me, quindi, sulla questione degli omosessuali il “compromesso” di cui si parla in queste ore non esiste: semplicemente, la “controffensiva degli ortodossi” ha stravinto su tutta la linea, depurando minuziosamente i risultati del Sinodo da tutte le parti definite “scandalose” o addirittura “indegne”, ripetendo per l’ennesima volta le formule trite e ambigue che già conoscevamo sin troppo bene e riuscendo perfino nell’impresa di approvarle a fatica.
Insomma, io ho la sensazione che sulle aperture ai gay, alla fine della fiera, Francesco abbia perso di brutto; e che la paventata “rivoluzione” nella Chiesa, che tutti abbiamo salutato con soddisfazione qualche giorno fa, sia ancora tutta, come si dice, nella mente di Dio.
Ammesso (e niente affatto concesso) concesso che ci sia.

Il libro misterioso dei Cardinali

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Dicono che un dono, in quanto tale, non è un diritto.
Il che, in linea di massima, mi pare abbastanza vero: voglio dire, se ti regalano qualcosa te la prendi volentieri, altrimenti non è che puoi rivendicarla.
Dicono, poi, che un figlio è un dono. Un dono di Dio, tra l’altro, mica di uno qualunque.
Ragion per cui, o ‘sto figlio ti viene normalmente, il che implica che Dio ha deciso di regalartelo, oppure non puoi pretendere di ottenerlo mediante la tecnologia. Cioè, ad esempio, non puoi fare la fecondazione assistita, specie se eterologa. Tu capisci, dicono, dati i presupposti sarebbe un intollerabile capriccio.
Bene. A questo punto ti scappa la prima domanda: quali sono esattamente i doni di Dio? Perché a te non risulta sia scritto in qualche libro, sia pure sacro, che alcune cose sono dei regali dell’Onnipotente ed altre no.
Quindi, se un figlio è un gentile omaggio del Signore, dev’esserlo anche la vista acuta, per dire. E pertanto anche per la vista acuta dovrebbe valere il principio per cui se ti viene donata bene, sennò mica puoi prendertela per forza usando dei rimedi tecnologici. Tipo gli occhiali.
Eppure a te risulta che molti cardinali li utilizzino, gli occhiali: capricciosamente, diresti, perché pretendere di distinguere gli oggetti in modo nitido quando il Padreterno ti ha dato una vista così così non mi pare il massimo. Seguendo i loro criteri, beninteso.
Anzi, ti viene voglia di spingerti oltre: sono doni di Dio, e perciò se mancano non possono essere protervamente pretesi, una pressione arteriosa nella norma (quindi niente diuretici e betabloccanti), uno stomaco sano (zero antiacidi), due reni funzionanti (vade retro, dialisi), un sistema immunitario equilibrato (fanculo gli antistaminici), una traspirazione moderata (al bando i deodoranti).
Quindi, concludi, o tirate fuori quel libro, oppure nel vostro ragionamento c’è qualcosina che non va.
No, rispondono (in genere col sorriso di chi si sente furbissimo), ti sbagli. Tutte quelle cose, gli occhiali i betabloccanti gli antiacidi gli antistaminici la dialisi e i deodoranti sono opera dell’uomo, creato da Dio, e quindi sono anch’essi, sia pure indirettamente, dei doni del Signore: di tal che utilizzarli significa in realtà godere di quei doni, e quindi è cosa buona e giusta.
Invece, a quanto pare, la fecondazione assistita no. Per quella il giochino non funziona più.
Allora tu, ingenuamente, domandi: scusa, dove sta scritto che ciò che vale per i diuretici non vale più per la fecondazione assistita? Nello stesso libro misterioso in cui viene chiarito che un figlio è un dono, ma la vista no?
Segue un vivamaria di basta, mi sono stufato, sei polemico, sei specioso, sei pretestuoso, con te non si può discutere, me ne vado, ciao.
E a quel punto, immancabilmente, resti solo, a cliccare malinconicamente su Amazon cercando quel libro.
Con l’angoscioso sospetto che non lo troverai.

I preti e la famiglia

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Il Papa ha organizzato un sinodo sulla famiglia. Partecipano in 253, tra preti, vescovi, consacrati e anche coppie sposate.

Le coppie sposate sono 14, il che fa 28 persone, il che vuol dire che oltre l’80% dei partecipanti non è sposato (forse qualche prelato rappresentante delle Chiese orientali lo è pure, ma non so).

Ora, un sinodo è stato indetto da un uomo non sposato e raccoglie persone che nella stragrandissima maggioranza non sono sposate, per discutere di “famiglia”.

Ci sono due modi di intendere questa cosa.

Il primo è pensare che sia molto bizzarro e quasi ridicolo riunire a discutere di “famiglia” un consesso di persone che hanno intrapreso un percorso di vita che esclude il matrimonio e, quindi, hanno deciso di non avere una famiglia.

Il secondo è pensare che non è vero che i preti e le suore (e le persone consacrate, in genere) non hanno una famiglia: i preti possono continuare a vivere con i loro parenti, ad esempio, o avere in casa una “perpetua”, i religiosi possono vivere in comunità tipo conventi ecc. Ancora, i religiosi sono in stretto contatto con le famiglie e conoscono i loro problemi: sono “presenti” nelle famiglie. Insomma, si può avere “famiglia” anche da prete: si può avere una vita domestica insieme ad altri, si possono frequentare intensamente altre persone (anche senza venir meno ai propri voti sacerdotali, ovviamente!), si può essere partecipi di esperienze di vita comune che danno luogo a legami affettivi forti, solidi e intensi come quelli di una qualunque “famiglia”. Anche i preti e le suore possono avere a pieno titolo una “famiglia”, allora.

Io, con qualche riserva, la penso nel secondo modo.

Questo, però, vuol dire che non è vero che c’è un solo modello familiare il cui nucleo è formato da uomo, donna e magari dei figli. Vuol dire invece che di “famiglie” ce ne sono tante e che i modelli familiari possibili sono infiniti, tutti degni. Se i preti hanno titolo a parlare di “famiglia”, vuol dire che di “famiglia” non ce ne è una sola. Altrimenti parlerebbero solo di qualcosa che non conoscono o, quantomeno, a cui hanno rinunciato.

Santé

L’ebola è colpa dei gay

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A volte succede che si legga una cosa, ci si riprometta di scriverla subito e poi, complici gli impegni della giornata, la si dimentichi.
Possono sparire per sempre dalla memoria, quelle cose, a meno che non ci si imbatta in una notizia che, miracolosamente, le fa riaffiorare.
Oggi, per esempio, leggevo di questo fatto che l’Ebola sarebbe un’invenzione dei bianchi e della strage che ne è conseguita in Guinea: così, per associazione di idee mi è tornata in mente una cosetta che avevo letto questa estate.
Ebbene, questa estate una simpatica combriccola di circa cento vescovi, pastori, preti e altri ministri di culto assortiti liberiani (tra cui l’Arcivescovo Lewis J. Zeigler, immortalato nella foto) si è riunita in pompa magna per discutere, e infine partorire l’illuminante pronunciamento che segue:

God is angry with Liberia, and that Ebola is a plague. Liberians have to pray and seek God’s forgiveness over the corruption and immoral acts (such as homosexualism, etc.) that continue to penetrate our society

Cioè: Dio ce l’ha su con la Liberia, e l’Ebola è una piaga che ha mandato. I liberiani debbono pregare e chiedere perdono a Dio per la corruzione e gli atti immorali (come l’omosessualità) che continuano a invadere la nostra società.
A ben guardare non si tratta di una novità: forse ricorderete l’edificante caso dell’Arcivescovo di Maputo (Mozambico) Francisco Chimoio, e della sua folgorante idea di andare a raccontare in giro che il virus dell’AIDS si propagava in Africa perché gli europei lo mettevano apposta nei preservativi.
Superstizioni, naturalmente. Puttanate. Come sempre incoraggiate, non appena se ne presenta l’occasione, da alti esponenti del clero (anche cattolico): i quali, almeno a quanto risulta, non solo non vengono rimossi dai lori incarichi, ma neppure presi da parte e cazziati per le fregnacce che raccontano.
Ora, io so bene che in giro per l’Africa ci sono migliaia di missionari che se ne strafottono, curano i malati rischiando la vita e distribuiscono preservativi ogni volta che possono: però l’impressione di fondo, specie al livello delle gerarchie, è quella di una Chiesa multiforme e insinuante, che nelle parti più sviluppate del pianeta è costretta a cedere terreno alla secolarizzazione, mentre altrove continua ad avanzare finché le si consente di farlo.
Sarebbe un bel segnale, davvero, se Bergoglio decidesse di farsi un giretto in Liberia e arringando la folla, nel modo diretto che pare contraddistinguerlo, se ne uscisse con una cosa semplice del tipo “ehi, avete presenti quelli che hanno detto dell’Ebola e degli omosessuali? Beh, sono un manipolo di coglioni, ora li rimandiamo a casa”; così come sarebbe stato un bel segnale se Chimoio fosse stato preso per un orecchio e confinato in qualche comodo pensionato, senza ulteriori possibilità di nuocere con le sue minchiate.
Fino ad allora, finché ciò non succederà, la sensazione sarà sempre la stessa: gli tocca abbozzare perché da queste parti abbiamo studiato, ma se potessero ricomincerebbero a raccontare le stesse fandonie anche a noi.

La partita di Bergoglio

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Poi, a un certo punto, ti viene il dubbio.
Perché l’elezione di papa Francesco, a onor del vero, l’avevi salutata come una mossa di marketing pura e semplice: adesso eleggiamo il papa “de sinistra”, così recuperiamo un bel po’ dell’empatia smarrita con quel catafalco del tedesco e li freghiamo tutti un’altra volta.
Senonché, succedono delle cose.
Succedono cose, tanto per dirne una, tipo l’ormai celeberrimo passaggio dell’intervista a Civiltà Cattolica a settembre dell’anno scorso:

Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione

Dopodiché, a seguire, le epurazioni: via dalla Congregazione per i Vescovi l’ultraconservatore Raymond Burke, che aveva commentando le dichiarazioni di Bergoglio sui gay con un inequivocabile “questo è uno scandalo, una contraddizione, è sbagliato”, e sull’esortazione “Evangelii gaudium” si era addirittura spinto fino a dichiarare “ciò che posso dire è che non mi pare possa essere considerato parte del magistero papale”; via il conservatore Mauro Piacenza, pupillo di Bertone; via Angelo Bagnasco, supporter di Scola al Conclave; via Mariano Crociata dalla CEI.
Poi una commissione sullo IOR e un’altra sui preti pedofili, con la parola d’ordine “massima severità” e, soprattutto, con l’esplicito richiamo alla promozione dei “procedimenti dovuti nei confronti dei colpevoli”: e la significativa risposta della CEI, roba del tenore di “nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Conferenza episcopale italiana” e “il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”. Per la serie: France’, sii bravo, vedi di non farla fuori dal vaso.
Il tutto, tanto per movimentare la situazione, tra gli strali dei cosiddetti “intellettuali cattolici” più tradizionalisti e conservatori come Gnocchi e Palmaro (“questo papa non ci piace“), De Mattei (“un approccio infelice“), Ferrara (“la sposa infedele“).
E così via fino ad oggi, fino ai cinque cardinali “dissidenti” che ce l’hanno con Bergoglio sulla questione della comunione ai divorziati, e tanto per cambiare lo contraddicono, manco fosse uno qualunque, senza troppi giri di parole: “Queste non sono regole inventate dalla Chiesa: esse costituiscono la legge divina e la Chiesa non può cambiarle”.
Insomma, non lo so: magari l’elezione di papa Francesco è stata davvero una scelta di marketing, come blateravano quelli come me nei giorni immediatamente successivi; ed in tal caso si direbbe che la scelta stia inesorabilmente scappando di mano a chi l’aveva compiuta. Oppure no, l’argentino ha semplicemente vinto e basta, in base ai meccanismi semisconosciuti ai più (me per primo) che governano il Conclave e alle guerre politiche interne che ne costituiscono il presupposto.
Sia come sia, sta di fatto che Bergoglio si è rivelato decisamente scomodo, e di brutto, per parecchi di quelli che in teoria dovrebbero essere dalla sua parte: e ho come il sospetto che l’avversione non ci metterà molto, ammesso che la cosa non stia già avvenendo, a trasmettersi come l’influenza aviaria a una (cospicua) parte del “gregge”; quelli, per capirci, che hanno esultato festosi il giorno dell’elezione perché che bello, il papa che torna a una Chiesa diversa e povera e umile, ma si ritrovano sempre più spesso con lo stomaco che gli brucia a forza di sentirsi dire che non l’avevano mica capito bene cosa vuol dire essere cattolici. Oppure che a forza di essere cattolici si erano dimenticati di essere cristiani.
Perché è questo, a ben guardare, il messaggio indigeribile che trapela, forse spesso un tantino flebile ma sicuramente per la prima volta in bocca a un papa, da quanto va dicendo l’argentino: guarda, cicciobello, che gli omosessuali, le donne che abortiscono, i divorziati e compagnia cantando non sono mica peggiori di te, e soprattutto tu mica sei meglio di loro; guarda che sono loro, il prossimo da “amare”; e guarda che amare e fare finta, amare e giudicare, amare e promuovere crociate non sono mica la stessa cosa, neanche un po’.
Ecco, io credo che la partita di Bergoglio si giochi qua: sulla proporzione tra la parte di “popolo” che riuscirà a portarsi dietro e quella che rischia, in un modo o nell’altro, di rivoltarglisi contro; con buona pace di quelli come me, che a marzo di due anni fa hanno gridato all’operazione di marketing ma sono disponibili, ove necessario, ad ammettere di aver sbagliato.

Un miracolo non si nega a nessuno

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Quando aveva cinquant’anni, a mio nonno è stato diagnosticato un tumore maligno al rene. Operato di corsa, i dottori dissero che aveva tre mesi di vita. Ricordo ancora la faccia turbata di mio nonno dopo una telefonata che ricevette trent’anni dopo quella diagnosi. Stavano facendo una ricerca epidemiologica e chiamavano i pazienti all’ultimo recapito noto per sapere che fine avessero fatto. Nel caso di mio nonno pare fossero molto sorpresi di trovarlo vivo e vegeto, tanto da chiedergli svariate volte se fosse davvero lui quello al telefono. Credo che mio nonno non avesse mai pienamente realizzato, fino a quella telefonata, quanto improbabile fosse una sua guarigione. 

Nonostante ci tenesse che tutti in famiglia venissero battezzati, cresimati, sposati e seppelliti in chiesa, mio nonno non era un uomo di fede. Nei vent’anni che ho passato con lui non l’ho mai visto andare a messa né pregare. Escludo dunque che si sia affidato a qualche aspirante beato o santo durante la sua malattia. Leggendo dei miracoli certificati ultimamente dal Dicastero per le Cause dei Santi ci sarebbe da mangiarsi le mani. Giovanni Paolo II è diventato santo grazie ad una donna con un aneurisma che dopo aver assistito in tv alla cerimonia di beatificazione del Papa polacco guarì inspiegabilmente. Paolo VI sarà beatificato grazie alla guarigione di un feto che al quinto mese di gravidanza si trovava in condizioni critiche con prospettiva di gravissime malformazioni future in caso di nascita. La mamma però si rivolse nella preghiera al Papa e il figlio nacque sanissimo. Chissà chi avrebbe potuto far beatificare mio nonno se invece di distrarsi in trattoria o in sala corse con gli amici, si fosse messo a pregare!

Tornando ad un registro più serio, l’esperienza di mio nonno mi fa pensare al fatto che le guarigioni inspiegabili esistono sia per chi crede che per chi non crede. Che non tutto quello che noi oggi non riusciamo a spiegare è necessariamente “inspiegabile” di per sé. La scienza, a differenza della religione, non vive di dogmi ed è in continua evoluzione e scoperta. Molti fenomeni che oggi ci appaiono normali, duecento anni fa sarebbero stati considerati atti di Dio. Ma la Chiesa Cattolica, istituzione immobile e reazionaria per definizione, invece di dichiarare beati e santi personalità che si sono distinte per la loro fede e le loro opere in vita preferisce andare a caccia di improbabili connessioni con guarigioni inspiegabili, affidandosi alla legge dei grandi numeri e seguendo logiche che in qualsiasi ambiente scentifico sarebbero da cartellino rosso diretto. E poi c’è ancora chi se la prende con le Vanna Marchi, i veggenti, gli oroscopi e i metodi Stamina di turno.

Scorci Vaticani II

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Jorge Mario siede al tavolo da colazione e scruta l’uovo alla coque.
Solleva un cucchiaino e lo batte tre volte sulla cima del guscio fino a incrinarlo.
Usando la punta delle dita leva i frammenti con gesti precisi, ordinati. Fissa il contenuto.
«Facundo!» chiama forte il Papa.
Facundo Mendoza, giovane chef boliviano recentemente assunto dalle cucine vaticane, si precipita nella stanza.
«Ordini Santo Padre.»
«El huevo.» mormora il Papa senza distogliere lo sguardo dalla pietanza.
«C’è un problema con l’uovo Santo Padre?»
Jorge Mario alza gli occhi sullo chef, lo fissa senza parlare, lo chef abbassa lo sguardo.
«El huevo no està bastante cocinado.»
«Desidera un uovo sodo Santo Padre?»
«Ho chieduto un uovo sodo Facundo?»
«No Santità, lei ha chiesto un uovo alla coque.»
«Y dunque?»
«Le preparo subito un uovo alla coque.»
Facundo solleva il portauovo in peltro e si allontana come una cometa, senza emettere suoni.
Tre minuti dopo è di ritorno, poggia il nuovo uovo sul tavolo, fa due passi indietro, attende.
Jorge Mario vibra di nuovo il cucchiaino sul guscio, rimuove la cima, fissa il contenuto. Facundo tace.
«Facundo…»
«Santità?»
«Facundo, amigo mio.»
«Ordini Santità.»
«Facundo, tu qui estai rischiando una brutta fine, io te lo digo caro Facundo, te averto.»
«Santo padre…»
«No santo padre y santo padre, tu stai cosiente de trovarti en lo Stato Vaticano, si Facundo?»
«Mi faccia provare ancora una volta Santità, la prego.»
«Otra vez? OTRA VEZ? Yo te faccio chiudere nelle segrete y te hago comer por los murcielagos Facundo!»
«Sua Grazia…»
«El huevo alla coque, Facundo, quando rimuovisci el guscio no deve colasare! NO DEVE COLASARE! Mi sono esplicato? El albume deve rimanere leggermente viscoso man mano che si avvicina al tuorlo. El tuorlo deve stare liquido, el tuorlo pero, no todo el huevo!» Bergoglio batte un pugno sul tavolo «NO TODO EL HUEVO!»
«Mi perdoni Santità.»
«No, no! Es una cosa seria Facundo, es una cosa seria.»
«…»
«Facundo, ho preso la salmonella cinco volte quest’anno.»
«…»
«Cinco veces.»
«Le preparo immediatamente un uovo alla coque perfetto Santo Padre.»
«No, no, basta uova, bastante!»
«Cosa desidera Santità?»
«Montone, arosto.»
«Certamente Eminenza, subito.»
Facundo si precipita verso la porta.
«Facundo!»
«Ordini Santità.»
«El montone, croccante fuori y tenero dentro.»
«Assolutamente Santità.»
Jorge Mario fa un cenno con la testa, Facundo evapora.
Il Papa si alza, si avvicina alla porta e guarda fuori.
Torna al tavolo, prende una fetta di pane, toglie la mollica, intinge la crosta nell’uovo alla coque e se la porta alla bocca, chiude gli occhi in un fremito di piacere, mastica piano.

L’ONU, non un blogger qualsiasi

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Diciamo le cose come stanno, vi va? Se tra i miei dipendenti ce ne fosse uno che, data la natura delle sue mansioni, si relaziona spesso con i giovanissimi, e a un certo punto venissi a sapere che quel dipendente molesta i bambini con cui ha a che fare, le opzioni sarebbero due: sollevarlo dall’incarico non appena ho notizia di ciò che fa, e contestualmente riferire quello di cui sono venuto a conoscenza alle forze dell’ordine affinché procedano con le indagini del caso, oppure, per non far scoppiare uno “scandalo”, cercare di mettere tutto a tacere e trasferireo quel dipendente in una sede di lavoro diversa, possibilmente lontana, nella quale avrà nuovamente a che fare con i ragazzi.
Orbene, qualora qualcuno mi chiamasse a rispondere del mio comportamento, nella prima ipotesi potrei serenamente affermare di aver fatto tutto quanto era in mio potere per impedire che le molestie si ripetessero; nel secondo caso, evidentemente, no: anzi, se qualcuno dovesse accusarmi di essermi reso complice del birbaccione, consentendogli di continuare indisturbato a molestare i bambini, non avrebbe tutti i torti.

Questo è quanto si rimprovera alla Chiesa Cattolica sulla questione dei preti pedofili, al di là delle argomentazioni speciose, dei distinguo e delle chiacchiere che ci ammansiscono da anni. Badate: non è questione di teorizzare che tra i sacerdoti ci siano più pedofili rispetto alla media nazionale complessiva: diciamo che la media è la stessa, o addirittura che è più bassa.
Chissenefrega, tanto il problema è un altro.
Il problema è che la Chiesa, trovandosi a dover affrontare situazioni di molestie sessuali che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti, non si è adoperata nel modo più appropriato né per consentire che venissero alla luce, né per evitare che si ripetessero: e quindi, di fatto, se ne è resa complice.

Molti di noi lo vanno ripetendo da anni, sentendosi dare dei laicisti, degli anticlericali e dei mangiapreti.
Ora lo dicono anche quelli dell’ONU, e siccome l’ONU non è un blogger qualunque, che si può tranquillamente ignorare, la Santa Sede è costretta a rispondere: il bello è che lo fa esprimendo rincrescimento per il “tentativo di interferire nell’insegnamento della chiesa cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa”.

Sarebbe ridicolo, a questo punto, ripetere per l’ennesima volta le solite domande: che relazione c’è tra la libertà religiosa e le molestie sessuali? In quale modo punire un reato, e soprattutto evitare che si ripeta, metterebbe a rischio la dignità della persona umana? Con quale coraggio parlate di rincrescimento, mentre tutto quello che dovreste fare è ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa?

Come sempre, non è dato sapere.

Evidentemente assumersi le proprie responsabilità non rientra tra gli “insegnamenti” che costoro hanno tanto a cuore.

25 fatti poco noti su Jorge Mario Bergoglio

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  1. Ha una vera e propria fissazione per la pesca d’altura, come esca viva usa cuccioli di Shar-Pei.
  2. Riesce a prendere sonno solo appeso per i piedi al soffitto.
  3. Ha sollevato un polverone nello Stato Pontificio quando, poco dopo essere stato eletto papa, è sceso nelle cucine vaticane e ha urlato: «Al primo che usa uno schiacciapatate gli sego le mani!».
  4. Ha una grande passione per le collezioni di francobolli, monete, timbri postali e scalpi.
  5. È un tenace giocatore di squash ma sfida esclusivamente avversari focomelici.
  6. Accanito tifoso del Club Atlético San Lorenzo de Almagro nel 1985 indossò il costume da mascotte (un corvo) per un derby contro il Boca Juniors, in seguito ad un drammatico errore logistico finì nella curva dei tifosi avversari, venne rapito e drogato per settimane.
    Fu ritrovato un mese dopo in mezzo alla pampa argentina completamente nudo, disidratato e in preda al delirio mentre cercava di trascinare un catamarano di dodici metri.
  7. È l’inventore del famoso proverbio veneto: Rossa de cavei golosa de osei.
  8. Il nome completo è Jorge Mario Alonzo Cristóbal Sanguedibue.
  9. La madre era balbuziente ma viveva in una realtà tutta sua convintissima di essere l’unica a pronunciare correttamente le parole.
  10. La scapola destra è coperta da un’angioma che ricorda moltissimo Sophie Marceau all’epoca de Il tempo delle mele 2 mentre fa un pompino a Michele Serra.
  11. Soffre di una tale stitichezza che riesce ad andare di corpo solo il martedì e solo se prima ha sentito il verso di un’alce che muore.
  12. La sua canzone preferita è “L’amore è” di Lorella Cuccarini e rifiuta di ascoltare qualsiasi altra cosa.
  13. Nel 1990 interpreta Kuato in Atto di forza di Paul Verhoeven.
  14. Se mentre gli parli fai finta di salutare qualcuno alle sue spalle lui si gira di scatto ogni volta. Il record è stato stabilito nel 2002 da Fidel Castro che ha ripetuto lo scherzo centoventisette volte durante un’incontro di appena venti minuti.
  15. Una volta gli hanno sentito dire: «Si, ma definire la garrota uno strumento di morte mi sembra un po’ eccessivo.».
  16. Ama dare pizzicotti fortissimi alle gote dei neonati e appena quelli urlano parte la scomunica.
  17. Appassionato scacchista, ha inoltrato decine di di richieste alla FIDE affinché venissero inseriti due pezzi nuovi, la strega, che appena inizia la partita prende fuoco, e il galileo galilei che, se riesce a dare scacco, appena un alfiere gli fa un’occhiataccia firma un’abiura e scappa dalla scacchiera.
  18. Nonostante gli sforzi non è mai riuscito ad imparare la tabellina del sei. Quando gli viene fatto notare risponde: «D’accordo, ma è la più difficile in assoluto.».
  19. Per anni ha dato la voce a Dodò il colorato pupazzo de L’Albero Azzuro, ha dovuto rinunciare quando gli autori hanno deciso che il personaggio avrebbe interpretato uno spot che pubblicizzava la pillola del giorno dopo.
  20. Per oltre trent’anni ha creduto che Moni Ovadia fosse un personaggio interpretato da Peter Gabriel, quando ha scoperto la verità per reprimere il dolore ha tentato di amputarsi un mignolo.
  21. Taglia le unghie degli alluci solo una volta all’anno, poi passa giornate a incidervi sopra maestose raffigurazioni dell’Annunciazione.
  22. Appena eletto papa ha mostrato le sue intenzioni su Ratzinger mimando un aeroplano che si alza in volo sull’oceano.
  23. I dieci minuti successivi, poi, ha scatenato il panico nel conclave sostenendo che si sarebbe chiamato Papa Pino Silvestre. Quando ha visto che non incontrava consensi si è tutto indispettito e ha virato su Papa AK47 prima e su Papa Papete poi.
  24. Ha una fortissima antipatia per le guardie svizzere e trova ogni pretesto per sottolinearlo, pochi giorni fa ha salutato un sottufficiale e, appena quello ha risposto, gli ha tirato uno schiaffone.
  25. Nell’estate del 1996 si era messo in testa di rivoluzionare il rito eucaristico. Secondo le sue indicazioni al momento del Corpus Christi anziché porgere un’ostia al fedele il sacerdote doveva colpirlo in faccia con un castoro.

Una decisione seria

in società by

Apprendo dai giornali che domani, in quel di Assisi, il Papa lancerà un messaggio forte, fortissimo, sulla necessità che la Chiesa si spogli delle sue ricchezze. Me ne compiaccio, e lo dico -sono sincero- senza alcuna ironia.
Anzi, sono così serio che mi piacerebbe contribuire con un suggerimento.
Il pontefice sarà sicuramente a conoscenza del fatto che ogni anno più della metà dei contribuenti non esprime alcuna opzione in relazione alla destinazione dell’otto per mille della propria IRPEF: nondimeno, i loro soldi vengono comunque ripartiti tra tutti i beneficiari del contributo, nella stessa proporzione risultante dalle scelte dei contribuenti che l’hanno fatto.
Ciò equivale a dire, tanto per fare un esempio molto vicino alla realtà, che se il 90% di quelli che hanno esercitato l’opzione ha scelto come beneficiario la Chiesa Cattolica, a quest’ultima viene assegnato anche il 90% dei soldi di quelli che non hanno optato.
Ora, siccome i contribuenti che non esercitano la scelta sono la maggioranza (parliamo di circa il 60% del totale), se ne deduce che ogni anno la Chiesa incassa la maggior parte dei soldi dell’otto per mille da gente che non ha mai manifestato la minima intenzione di darglieli.
Badate: non si tratta di bruscolini. Parliamo di una cosa come 550 milioni di euro ogni anno.
Ecco, io credo che rinunciare a questi quattrini, nell’ottica in cui mi pare che Bergoglio stia lodevolmente cercando di collocarsi, sarebbe una decisione che si potrebbe definire semplicemente seria; e credo che solo dopo aver preso questa decisione seria sarà possibile ragionare sugli impieghi: perché è di tutta evidenza che incassare denaro in base a un meccanismo del genere, cioè prendersi i soldi di chi non ha mai detto di volerteli dare, rende assai poco credibile qualsiasi proposito di chiarezza e trasparenza.
Figurarsi di povertà.

Papa Jekyll e mr. Hyde

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“La Chiesa offre una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana”.

Non mi interessa tanto commentare la fondatezza del riferimento alla Costituzione in questa affermazione di Papa Francesco: ho già scritto che lo ritengo del tutto scorretto.

Mi interessa capire se siete sorpresi da questa affermazione legata alla visione tradizionale della famiglia. Se lo siete, probabilmente, o siete un giornalista di Repubblica o vi siete fatti fuorviare dall’intensa attività di cosmesi che il papa ha messo su in questi primi mesi di pontificato o entrambe le cose.

Oggi però il papa ci conferma che nonostante il pauperismo esasperato e peloso, le epistole a Scalfari sull’ateismo, le visite a Lampedusa, le telefonate pontificali, loro sono sempre loro: i custodi di una moralità retrograda che ormai non convince più nessuno. Le aperture, i bei gesti, i sorrisi sono solo un modo per poterci dare più a fondo su quello che hanno davvero a cuore e sul quale non mollano l’osso.

Pensiamoci, prima di applaudire la volta che – se continua così – Bergoglio andra in giro per Roma a far attraversare la strada alle vecchine.

In effetti, noi ve lo avevamo anche detto, in più occasioni: se non altro per questo, meritiamo il vostro voto ai Macchianera Awards. Il Papa non vota Libernazione… E voi? Santè

Una volta per tutte

in società by

Siccome si è molto discusso sulle parole che il papa ha pronunciato a proposito dei gay, colgo l’occasione per ribadire una volta per tutte un paio di cose delle quali, a mio parere, ci si dimentica un po’ troppo spesso:

  1. eccezion fatta per quanto dirò tra qualche riga, non mi pare plausibile pretendere che la Chiesa Cattolica, in quanto tale, accolga nella propria comunità i gay o i divorziati: voglio dire, ciascuno è libero di associarsi come meglio crede, e se è legittimo che io costituisca un’associazione che accetti, per dire, soltanto quelli con la barba, non vedo perché alla Chiesa dovrebbe essere impedito di fare altrettanto con gli omosessuali;
  2. sempre salvo quello che dirò -tra qualche riga in meno rispetto a qualche riga fa-, non mi pare neppure ragionevole voler impedire che la Chiesa si pronunci sull’omosessualità considerandola un peccato, o peggio una malattia: per me, naturalmente, si tratta di un convincimento orribile -oltre che scientificamente infondato-, ma nel nostro paese vige pur sempre la libertà di opinione, in base alla quale uno può legittimamente dichiarare di ritenere malati, che so io, quelli che lavorano troppo, quelli che fanno rafting o quelli che degustano il vino annusando il bicchiere per venti minuti.

Orbene, ciò premesso arriviamo al “ma”.
Tutto ciò che ho scritto nei due punti che precedono varrebbe davvero se, e soltanto se, parlassimo di un’associazione privata tra cittadini, vale a dire di un’organizzazione che si finanzia attraverso le quote associative e i contributi degli associati e interviene -legittimamente- nel dibattito pubblico grazie agli spazi conquistati con le proprie risorse.
La Chiesa Cattolica, però, in Italia non è questo.
In Italia la Chiesa Cattolica, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha una rilevanza “pubblica” che non ha nulla a che vedere con la sua diffusione in sé e per sé, ma scaturisce direttamente -e direi “tecnicamente”- da una faccenda che si chiama “Concordato”, grazie alla quale lo Stato la finanzia con l’otto per mille -in parte attraverso le scelte dei contribuenti, certo, ma pur sempre rinunciando ad una quota di imposte che gli spetterebbero- e con moltissime altre forme di sostegno diretto o indiretto; e siccome è in Italia, non altrove, che la Chiesa Cattolica ha la sua sede principale -oltre che il suo gotha- ecco che l’anomalia finisce per trasferirsi, in un modo o nell’altro, alla Chiesa di tutto il mondo.
Ne consegue che il problema non è quello che il papa pensa, o dice, sugli omosessuali, e nemmeno il fatto che decida di accoglierli o non accoglierli nell’organizzazione che governa: il problema è il Concordato, che conferisce a quelle esternazioni, di per sé legittime, una rilevanza pubblica -e quindi una intollerabilità- completamente insensata in una democrazia laica.
Io, per conto mio, credo che i problemi vadano risolti alla radice, e che due torti non facciano mai -ma mai- una ragione: per cui smettiamola, per favore, di dire alla Chiesa quello che può pensare o non pensare sugli omosessuali; però smettiamola anche di finanziarla coi soldi pubblici, abroghiamo il Concordato e affidiamo la sopravvivenza del papa e di tutta la sua combriccola, come accade per qualsiasi altra forma associazionistica, alla generosità degli “iscritti”.
Sbaglierò, ma a me parrebbe molto più sensato regolarsi così.

"Temi etici": ma quando mai?

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I cosiddetti cattolici di centrodestra chiedono al Governo Letta, noto al mondo per le scelte coraggiose al limite della temerarietà già intraprese, una moratoria sui temi etici.

Poi uno va a vedere e scopre che per temi etici si intende la legge che mira a sanzionare più duramente le aggressioni omofobe e la legge sulle unioni di fatto.

Ora, uno può pensarla come vuole sulle leggi in discussione: sono sicuro che molti dei lettori si oppongano ad una legge sull”omofobia così congegnata, per ragioni comunque molto diverse da quelle dei cattolici del Pdl (riassumibili nell”autentico principio cristiano: “I gay portino la loro croce soffrendo e quindi incassino eventuali mazzate sorridendo come Cristo in croce”).

Su una cosa però non di dovrebbe affatto discutere: le leggi sull”omofobia e sulle coppie di fatto NON SONO TEMI ETICI!!!

“Temi etici” –  se proprio vogliamo assumere questa definizione, comunque discutibile –  potrebbero essere il diritto all”aborto e la ricerca sugli embrioni umani.

Si vuole invece far passare per “tema etico” qualunque cosa circa la quale la Chiesa cattolica o le sue diramazioni politiche storcano il naso.

E” evidente che una simile definizione è del tutto inaccettabile e va rigettata di principio: se per aborto e bioetica sono state fatte enormi concessioni alla morale cattolica in termini di regolamentazione, basti pensare all”obiezione di coscienza, concedere simili limitazioni in tema di omofobia e coppie di fatto deve essere fuori discussione.

Altrimenti, si può arrivare a sostenere che i giudici che lo desiderano possano obiettare circa l”applicazione delle leggi antiomofobia, o che i funzionari pubblici possano obiettare rispetto alle pratiche di formalizzazione delle unioni di fatto.

Sarebbe del tutto inaccettabile per la stragrande maggioranze della popolazione: l”obiezione di coscienza va riveduta e limitata sui veri “temi etici” – perché è diventata il grimaldello col quale i diritti dei cittadini in quei campi vengono di fatto disapplicati – non certo estesa a macchia d”olio su temi di mera, quasi banale, civiltà.

Adesso dovete farvi i cazzi vostri

in politica by

Sapete, cari vescovi, che avete combinato?
Avete combinato che per farvi dare man forte quando si trattava di evitare che i gay si sposassero, che la gente morisse come meglio riteneva opportuno o che le donne usassero la contraccezione d’emergenza siete diventati pappa e ciccia con questi qua: per i quali, evidentemente, se migliaia di disgraziati crepano nel tentativo disperato di sfamarsi non è poi un gran problema.
Ora, posto che le vostre posizioni sui cosiddetti “temi etici” sono legittime, ancorché -lasciatevelo dire- medievali perfino per voi, converrete con me che la lunga serie di stragi (stragi, letteralmente) riconducibili a una gestione barbara dell’immigrazione costituiscono, come dire, una faccenda un tantino più grave; come del resto, a quanto pare, sostiene perfino il vostro capo, mica soltanto i blogger scapestrati come me.
Ebbene, guardate cosa succede, quando fate notare questa faccenda ai vostri compagnucci: succede che vi mandano a cagare. Succede che vi dicono (perché stavolta, al contrario delle altre, ve lo dicono) che un conto è predicare e un altro è legiferare, che lo stato deve essere laico, insomma che fareste bene a starvene al vostro posto.
Proprio come noi, i laicisti, i relativisti, i senzadio contro cui avete puntato il dito più e più volte accusandoli di voler compiere chissà quali attentati alla vita umana.
Adesso eccoveli davanti agli occhi, gli attentati alla vita umana: ed eccovi, su un piatto d’argento, il benservito di chi pareva disposto perfino a inginocchiarsi sui ceci, pur di compiacervi.
Date retta: la prossima volta sforzatevi di mettere i problemi in un ordine di priorità ragionevole: e, di conseguenza, sceglietevi meglio gli amici.
Altrimenti è inutile che vi lamentiate, se va a finire così.

Dov’eravate?

in società by

Io, che evidentemente sono un ingenuo, ero convinto di una cosa: il fatto che qualcuno si rallegri per un repentino cambiamento, premurandosi di aggiungere che “era ora”, dovrebbe significare che a quel qualcuno la situazione precedente al cambiamento stesso non piaceva per niente.
Ora, generalmente quando una cosa non ti va a genio la denunci, la stigmatizzi, te ne lamenti almeno un pochino: voglio dire, se un tifoso accoglie con esultanza il fatto che la sua squadra abbia finalmente comprato un centravanti decente, dev’esserci stata una volta, almeno una dico, in cui abbia dato della pippa al centravanti che c’era prima, abbia espresso un minimo di amarezza per il fatto che la squadra segnasse poco, sia tornato dallo stadio con l’aria leggermente contrariata.
Ebbene, pare che questo elementare principio non valga quando si parla di papa Francesco.
Leggiucchiando qua e là e parlando con le persone non si sente altro che manifestazioni di incontenibile gioia dovuta al fatto che Bergoglio è un rivoluzionario, che adesso cambieranno tante cose, che la chiesa sembra essere finalmente giunta ad una svolta radicale: sta di fatto, però, che la maggior parte di quelle persone mica si lamentavano, prima, quando ‘sta rivoluzione non era in atto. Mica la denunciavano, la stagnazione delle cose. Mica l’auspicavano, la svolta che adesso applaudono.
Cioè, evidentemente la chiesa gli andava bene così com’era, a quelle persone. Non manifestavano davanti a San Pietro chiedendo a gran voce un cambiamento, non rumoreggiavano durante l’Angelus, non sparavano comunicati stampa critici, non si radunavano in crocchie nei mercati rionali a discutere dell’agognata rivoluzione che tardava ad arrivare, non organizzavano eventi commemorativi del Concilio Vaticano II.
Niente.
Adesso, però, si sdilinquiscono per il cambiamento. Lo gridano. Lo brandiscono. Ne fanno un vessillo.
Scusatemi se ve lo chiedo: dov’eravate, fino a una settimana fa?

“Selling Jesus”

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Dunque Francesco, il vincitore del Jesus Award, ha deciso di fare una sorpresa ai suoi fan, regalando a tutti quelli che lo hanno seguito, in piazza, in tivvù, alla radio o su internet, l’indulgenza plenaria. Non c’è da stupirsi: ogni tecnica di vendita aggressiva (dal campioncino offerto alla fermata della metro alla prima dose di eroina fuori dalla scuola) prevede un “omaggio” al cliente. E’ chiaro infatti che a dominare qui è un titanico sforzo di marketing- non sfugge a nessuno, credo, il patetico tentativo dei mindfucker vaticani di far passare per un bonaccione uno che, per dirne una, deve al mondo alcune spiegazioni sulla sua condotta durante la dittatura argentina.  Prima di qualsiasi benedizione e di qualsiasi indulgenza.

Questa storia di autocelebrarsi offrendo un contentino al popolo mi pare già deliziosamente medievale. Anche perché ribadisce il primato di un autonominato intermediario come medium unico tra Dio e l’uomo. La chiesa ha il copyright sul peccato, e si è anche inventata un modo per ritornare puliti come prima (un po’ come fanno quei furbacchioni che mettono in giro virus che ti bloccano il computer: se dai loro dei soldi, ti faranno avere un certo “software” in grado di restituirti la tua capacità di calcolo – e la tua libertà). Per cancellare il peccato, è sufficiente avvalersi dei servizi di un operatore certificato del vaticano. Puoi aver commesso qualsiasi nefandezza, inchiappettato porcospini, vandalizzato nani da giardino di terracotta o affisso poster di Tiziano Ferro: basta che lo racconti ad un prete cattolico, e poi, se muori, non vai all’inferno. Però ti resta una piccola penitenza da scontare in purgatorio (la chiamano “pena temporale”). No, non significa andare qualche anno in esilio nella piovosa Londra, ma che ti toccherà fare qualche lavoro di merda mentre senti quelli del piano di sopra che sciaguattano tutto il giorno nella Jacuzzi. Ma da qualche parte è stato mai pubblicato un listino delle pene del purgatorio: che so, per un adulterio ti toccano 5 anni di fotocopie all’anagrafe, per ogni bestemmia cinquanta flessioni…

In ogni caso, quella che ieri ha concesso il papa è la cancellazione (totale) della pena temporale, ovvero di quello sgradevole alone di peccato che sfortunatamente è rimasto nonostante l’interveno dell’Omino Bianco nel confessionale. A me non sembra tanto giusto. Immagino che uno stupratore, sia pure perdonato da Gesù, e quindi sulla buona strada per andare prima o poi nel Salottino VIP del cielo, abbia una pena temporale più alta di uno che si è fatto, diciamo, diecimila pugnette (cristianamente pentendosi, naturalmente). Ed ecco che ti arriva Francesco, e mi resetta a zero il pipparolo e lo stupratore. Ho letto che in passato, prima Paolo VI mettesse un po’ d’ordine (?) in questa faccenda delle indulgenze, quelle “parziali” (cioè non plenarie) venivano computate in giorni o anni. Il che vuol dire che effettivamente nel cervelletto di qualcuno ad ogni peccato era idealmente collegato un periodo quantificato di pena temporale computato in giorni o anni.

Attenzione, però, perché per ottenere l’indulgenza occorrono una serie di condizioni: essere membri effettivi del club (astenersi scomunicati, non battezzati o non desiderosi di remissione di peccato), sinceramente pentiti e lontani dal peccato, anche quello veniale (attenti, tipo, a sbirciare nella scollatura della vicina di banco), ed infine aver ricevuto (o ricevere subito dopo) i sacramenti della confessione e della comunione. Leggicchiando qui è là credo di aver capito che perché la prodigiosa cancellazione abbia successo è necessario confessarsi tra i 7 e gli 8 giorni prima, o dopo, la concessione dell’indulgenza. Metti che finisci sotto una macchina e muori il settimo (o l’ottavo? oddio) giorno dopo l’indulgenza papale? Per un soffio, ma non ce l’hai fatta, amico. In termini generali, ho riscontrato più volte una fissazione maniacale per la prescrizione burocratica e quantificata. Wojtyła, per dire, in questo documento, definiva l’amore per le indulgenze “una comprensiva tessera di autentica cattolicità”. A pensarci bene, mi stupisco sempre meno del lucido delirio che mi animava da bambino, quando, se dimenticavo di dire le preghiere una sera, ritenevo necessario recitarle due volte il giorno dopo.

 

Date a Cesare

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Certo che siete strani voi eh.

Da giorni riempite le timeline solo di notizie, commenti e puntate sul conclave che ormai  twitter pare esser diventato un popolo di santi poeti e vaticanisti (che tra l’altro non ne azzeccano una peggio di Pagnoncelli), e ora appena eletto il nuovo Papa tutti a lamentarvi che  in passato ha fatto dichiarazioni contro gli omossesusali, le donne, l’aborto.

Aò. E’ il papa della Chiesa Cattolica, mica il portiere del battuage di Monte Caprino.

Immagini dello scopatoio di Monte Caprino, Roma

Mi dichiaro sconfitto

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Poche settimane fa ho scoperto, tramite il noto sistema web di autodossieraggio della popolazione a cui ci siamo tutti iscritti con entusiasmo in questi anni, che un mio vecchio conoscente, noto giovin fascista dichiarato stile Forza Nuova, già solerte sostenitore di affascinanti quanto innovative teorie sugli ebrei che controllano il mondo, le menzogne delle banche, il signoraggio e l’usura secondo Ezra Pound, era diventato poco prima delle elezioni un instancabile attivista per un movimento politico che non nominerò, tanto non ce n’è bisogno (suggerimento: non è Forza Nuova).

Qualche giorno fa un mio amico mi ha fatto notare un recente status postato da una conoscente comune, sintetizzabile per brevità nell’affascinante quanto innovativa categoria del “ma anche il comunismo era una dittatura”. Ho risposto al mio amico, “E allora le foibe?!1?”, e ho aggiunto “Magari ora scopri che è pure da’a Lazio”. Oh, non ci crederete.

Ieri ero in fila alla posta quando è arrivato un signore rispettabile, di una certa età, vago accento romanesco, un po’ spaesato. A Milano, in molte situazioni, se osservi bene puoi quasi percepire il rumore del plotone di esecuzione di pregiudizi caricati e puntati contro il malcapitato meridionale. Da non indigeno, di solito parteggio per la vittima: non siamo mica tutti così. Lo strano signore all’impiegato: “Sì, deve fare du bonifichi”.

Due italiani sono trattenuti in India per un omicidio in una complessa questione di diritto internazionale. L’Italia dice, potete farli venire qui per le elezioni? L’India dice, ok, però poi tornano, sì. E l’Italia fa, e certo che tornano, che c’avete preso per un paese di pulcinella?

Un cardinale della Chiesa Cattolica viene intervistato anonimamente per una trasmissione televisiva. Gli viene posta la domanda più ovvia, quella sulla pedofilia nel clero. Ci si aspetta la risposta più ovvia, quella sugli esseri umani che sbagliano e le mele marce di ogni famiglia. Affascinante e innovativo, dice: “Sono i ragazzini che spesso, nel mondo di oggi, cercano l’affettività. Cosa dobbiamo fare noi in questa situazione?”. E anche: “Cos’è una molestia? Una carezza in testa o a mezza schiena? Una a fondo schiena?”. Metterlo dentro solo un pochino? Se usi la vaselina ti abbuonano un ave maria? Solo Dio lo sa.

Io, a questo punto, mi dichiaro sconfitto. Hanno vinto i luoghi comuni.

 

No glutine, no party

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E’ bizzarro riscontrare nei vaneggiamenti preteschi quella pignoleria che normalmente tenderei ad attribuire a categorie dedite a tutt’altro che all’inseguimento di fantasmi. Per dire, ce lo vedo, il famoso cuoco abbandonarsi ad una crisi isterica perché chi si occupa della spesa non è riuscito a trovargli proprio quei pomodori, rotondi, sugosi e aspri al punto giusto, gli unici ingredienti in grado di consentirgli di dare vita alla sua celebrata zuppa. Non mi stupisce il Nawashi che insiste nel legare la sua “musa” consenziente solo con un certo tipo di corda di canapa che assicuri la tenuta dei nodi, non irriti troppo la pelle ed abbia esattamente quel particolare odore vegetale. O il chimico di laboratorio consapevole che anche un solo una quantità infinitesimale in più di essenza di bergamotto rispetto a quella che ha aggiunto potrebbe distruggere il vertiginoso equilibrio attorno al quale si dispiega l’esplosiva fragranza che ha in mente.

Secondo il “magistero” della madre Chiesa, un’ostia che non contenga almeno un poco di glutine non può essere considerata il risultato del fenomeno della panificazione. E poiché la storia attorno a cui gira il suo best seller è quella del pane e del vino, che diventano (diventano, eh, non simboleggiano, come sostengono alcuni più pragmatici colleghi protestanti) nientemeno che il corpo ed il sangue di Cristo, un’ostia completamente priva di glutine non è adatta alla celebrazione dell’eucaristia. “Lavorare” con ostie senza glutine, per i nostri cari preti, equivale a presentare al nostro cuoco una confezione di pachino da discount, o portare al maestro della legatura una corda viola da arrampicata, o incasinare l’olfatto del nostro chimico sparandogli il deodorante Axe dritto su per le narici. E pazienza, o dovrei dire “amen”, se vi sono fedeli malati di celiachia: dovranno comunque assumere ostie che contengano almeno un minimo di glutine, altrimenti l’esperimento di magia non funziona.

Ché in fondo, io questa faccenda, per tentare, non tanto di capirla – ché non la capisco – ma di rappresentarmela mentalmente, devo costruirci sopra una piccola narrazione. Mi vedo il Figlio che si lamenta con il padre con voce querula dall’esasperazione: “Dai, papà, se non c’è almeno una ‘nticchia di glutine, io a transustanziarmi proprio non ce la faccio!”. C’è da capirlo, povero Figlio!

Il fatto che la chiesa cattolica, avendo palesemente smarrito ogni senso di realtà e di coerenza, rimanga abbarbicata ad un formalismo tanto stolido quanto vuoto, e me sembra cosa talmente estrema ed incomprensibile da risultare poetica.

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