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Cesare Beccaria

Appunti per una destra libertaria (1) – L’individuo

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Definirsi apertamente di destra è oggi un’operazione pericolosa. Lo è perché in Italia siamo ancorati ad una concezione statica e storicamente pigra del pensiero politico e dunque la parola evoca spettri novecenteschi, che a loro volta hanno prodotto stereotipi contemporanei. Sentirsi di destra è un fatto personale, che riguarda la sfera psicologica, oltre a quella etico-morale e culturale in senso ampio. Dunque, la cosa in sé non sarebbe degna di particolare attenzione, se non fosse inscritta all’interno di un discorso più complesso, ovvero nella dimensione della rappresentatività, della capacità degli attuali partiti di tradurre e rilanciare le idee di una certa fascia di elettorato. Il peso dello scarto tra le idee e la pratica politica si fa sentire per alcuni più che per altri: ci sono propositi che sono stati nel tempo traditi più di altri. Si tratta di una questione tutt’altro che filosofica; è anzi questo spostamento a favore della pratica (partitopratica, si potrebbe dire) che ingrossa l’esercito di coloro che non trovano una patria politica, che finiscono per ripiegare su se stessi e il proprio universo di valori.

Si tratta di una questione tutt’altro che marginale, perché lo svuotamento del senso del discorso politico è strettamente legato al disinteresse per la procedura democratica; l’incapacità di produrre immagini condivise e riconoscibili non può che rinforzare quella che Piero Calamandrei definiva “desistenza”, che è l’opposto dialettico della resistenza democratica. In sostanza, meno si è rappresentati più le rappresentazioni deperiscono. Questo naturalmente vale a destra come a sinistra. Essendo però io interessato alla sopravvivenza (o forse alla riscoperta) di una certa destra, voglio spendere due parole per definirla. Non ho pretese particolari, se non quella di fare un po’ di chiarezza, in primo luogo a me stesso. Per farlo non mi sembra inutile fare accenno al suo elemento fondante: l’individuo.

In Italia, ci troviamo oggi di fronte sostanzialmente a due diverse realizzazioni del pensiero di destra: una autoritaria legata all’apparato ideologico, all’immaginario ereditato dal ventennio fascista e rimodellato in senso costituzionalmente accettabile dal MSI (con tutte le relative varianti teoriche e pratiche); l’altra, sedicente liberale e più recente, nata dal pasticcio berlusconiano, che ha messo insieme coscienze politiche di varia natura in un coacervo ideologico essenzialmente privo di elementi liberali (le eccezioni, soprattutto in una prospettiva numerico-parlamentare, non contano granché). Vi sono poi delle nuove o nuovissime compagini, che si potrebbero collocare nell’emisfero destro del parlamento, che hanno nel loro bagaglio strumenti e approcci più o meno vicini al nucleo originiario del liberalismo (Fermare il declino, la lista di Mario Monti). Tuttavia, queste finiscono col perdersi nel monotrofismo, cioè finiscono col cibarsi di un unico alimento politico-ideologico, dimenticando quanto sia invece necessario un istinto, un approccio onnivoro per una forza che voglia davvero definirsi liberale: Diritto e diritti e libertà civili, politiche, sociali ed economiche sono il pasto imprescindibile per la ricerca e l’affermazione di una democrazia compiutamente liberale. Tutto il resto è noia o fuffa o lista di scopo.

Questo quadro si presenta avvilente per tutti coloro che, come me, sentono di appartenere idealmente al mondo della destra liberale ma si vedono costretti a ricercare punti di riferimento – o perlomeno riferimenti elettorali – in altre aree politiche (in un paese dotato di una vera forza liberale, Renzi non avrebbe suscitato tutto questo entusiasmo da parte di elettori lontani anni luce dalla sinistra postcomunista e filovaticana italiana).

Quello che, a mio avviso, è il vero e più grave deficit del panorama politico italiano è la totale negligenza rispetto alla dimensione individuale come forma e luogo e fine del diritto e della libertà. Indro Montanelli sosteneva che il liberalismo è “una civiltà che, annidata nei cromosomi, permea di sé sia le Destre che le Sinistre” ma che in Italia, “quando cerca di uscire dalle esigue elites che ne hanno fatto sangue del proprio sangue, a sinistra diventa ciarlataneria piazzaiola, a destra manganello”. Questa deficienza di “civiltà liberale” è indubitabilmente ascrivibile anche al modo in cui è stato interpretato il posto dell’individuo nell’azione programmatica e nei riferimenti ideologici dell’ampia gamma di partiti e partitini che hanno imperversato sulla scena della nostra Repubblica. Per questa ragione, a destra come a sinistra, si rileva un sempre maggiore bisogno di portare finalmente l’attenzione sul singolo come universo di senso e di valori; cioè come patria e oggetto dell’impegno istituzionale. Una destra libertaria, così come me la figuro, dovrebbe perciò considerare la sfera sociale senza il fardello collettivistico (specchietto per le allodole utile a certa destra e a certa sinistra per imporre valori e regole del gioco democratico); dovrebbe quindi pensare la società come il risultato dell’aggregazione delle istanze e delle azioni individuali.

Attualmente, ad eccezione dei Radicali (i quali per storia e alleanze non possono però essere considerati di destra), non vi è una forza politica che utilizzi questo approccio, che si faccia agente di un cambiamento in senso liberale. Non vi è una destra in grado di adoperare in sede legislativa i principi liberali nell’unica forma possibile ed auspicabile, ovvero nella loro forma originaria: quella dei Beccaria, dei Locke e dei Kant; quella dell’uguaglianza formale dei cittadini nella dinamica legislativa e davanti al suo prodotto, la legge; quella secondo cui le libertà economiche devono essere parte del processo di liberazione e possono esserlo solo se strettamente legate alla scienza della libertà; quella che considera lo Stato come garanzia di libertà e non detentore (o detonatore) di verità morali.

Perciò, la destra che vorrei dovrebbe proporre una visione imperniata sul rispetto della differenza individuale attraverso il più importante strumento che abbiamo a disposizione, il Diritto, e sull’opposizione al silenziamento delle minoranze (seme e testimonianza di ogni democrazia liberale), che è elemento comune a tutte le legislature repubblicane. Per andare al sugo e alla carne della questione: temi quali la libertà di scelta sul fine vita, la legalizzazione delle droghe leggere e la regolamentazione della prostituzione non sono e non possono essere tabù per una destra che si dica libertaria, dacché le ragioni che supportano la loro difesa sono figlie di quel razionalismo illuministico a fondamento del liberalismo: laicità e libertà di coscienza; riduzione del rischio e dei danni; tutela della scelta individuale e lotta alla coercizione.

Il posto dell’individuo è il posto della ragione come principio democratico, il posto che la sinistra e la destra italiane hanno storicamente negato subordinando lo Stato di diritto alla Ragion di Stato, piegando i diritti individuali ai valori collettivi. Questo, a mio parere, dovrebbe essere il più importante compito di una destra libertaria: riportare col rigore della scienza e il sentimento di una visione del mondo (Weltanschauung) gli individui al centro della cosa pubblica. Ed è la mancanza di tutto ciò che mi spinge costantemente a ripiegare su me stesso.

Pisapia ha ragione

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Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

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