un blog canaglia

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Censura

Perché i “safe space” fanno paura

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Due aneddoti e un commento.

Primo aneddoto. Ricevo una mail da due rappresentanti degli studenti del mio college (University of Cambridge), responsabili della palestra privata ad uso dei membri. Ci ricordano che è tassativo rispettare le “women only hours”, anche laddove dovesse apparire che nessuna donna stia utilizzando la sala in quel momento. Fanno presente che la presenza di uomini potrebbe scoraggiare l’uso della palestra da parte di alcune donne. Aggiungono che: “Durante le women only hours, i membri donna hanno la libertà di richiedere con cortesia ai membri maschi di lasciare la palestra.” E concludono così: “Il nostro obiettivo è di massimizzare l’uso della palestra tra TUTTI i membri del college, trasformandola in un posto dove ciascuno si senta felice e al sicuro”. Alla mia richiesta di spiegazioni, rispondono che questa nuova policy – che ignoravo – “was instituted in response to a majority feeling in college”.

Secondo aneddoto. Biblioteca del dipartimento di filosofia, stesso ateneo. Cerco un libro, lo trovo. Lo apro. Alla prima pagina, trovo questo volantino. Trascrivo qui il testo:


 

Written by yet another White Man

Dear Rational Man,

Think your privilege won’t affect your theorising?

Think again.

I don’t pretend to be a conduit of pure reason and nor should you. Your background beliefs, so-called “intuitions” and scope of inquiry are informed and limited by your historically- and socially-situated perspective. Instead of pretending that this isn’t a problem, and claiming that I am politicising Rational Inquiry, and thereby subjugating The Truth to my feminist agenda, confront your prejudices – however implicit – and consider how they may have affected your work. Because “common-sense claims” and “self-evident truths” are themselves often far from politically neutral, and philosophical deliberation has historically served to rationalise the subjugation of large subsections of society.

With strictly platonic love,
a concerned feminist xxx”.


Non voglio soffermarmi sul contenuto del volantino, che confesso di non capire fino in fondo. Mi sembra un testo grossolano, condito di affermazioni scontate, gergo propagandistico e alcune falsità.

Noto però che l’enfasi è sulla necessità di passare al vaglio le presunte “affermazioni di senso comune” e “verità auto-evidenti”. Credo, forse ingenuamente, che questo sia esattamente ciò che contraddistingue, da sempre, la buona pratica filosofica e scientifica, al netto dell’ovvietà per cui ogni ricerca è inevitabilmente calata in un contesto storico, con tutti i suoi limiti tecnologici, culturali, politici.

Trovo abbastanza ironico, invece, che il genere di retorica che permea il volantino e che sta imponendosi specialmente nel mondo accademico anglo-americano sembra essere mosso da uno spirito moralizzatore che è esattamente contrario a un simile, e benemerito, scetticismo metodologico. Sfidare i propri pregiudizi è cosa sacrosanta, così come lo è lavorare e battersi attivamente contro tutte le discriminazioni. Mi domando, però, quanto del loro stesso discorso politico i sempre più numerosi e rumorosi attivisti della affirmative action siano disposti, ugualmente, a rimettere al vaglio della critica aperta e priva di pregiudizi. La risposta mi sembra: molto poco. Al contrario, le soluzioni che più spesso si sentono proporre all’interno di questi circoli comprendono pratiche come l’auto-segregazione, la censura, l’imposizione del riequilibrio a scapito della stessa relativizzazione al contesto storico e sociale che loro, per primi, invocano.

Il primo aneddoto che ho riportato è un piccolissimo ma inquietante esempio di quello che intendo per auto-segregazione. Il piccolo fatto segue perfettamente la retorica, questa sì diventata “common-sense claim” nelle università angloamericane, dei cosiddetti safe space. Luoghi fisici (stanze, edifici, spazi del campus) o simbolici (l’università) nei quali le persone dovrebbero essere al riparo da qualunque forma di offesa, discriminazione o, con un termine diventato piuttosto popolare, “micro-aggressione”. Quest’ultima è una parola sufficientemente vaga da includere pressoché qualunque cosa. Ciò che è peggio, che cosa si qualifichi come micro-aggressione viene fatto dipendere dalla sensibilità – necessariamente idiosincratica e personale – dei singoli o dei gruppi. Finisce così che diventi tollerabile, persino normale o auspicabile, che una maggioranza (o presunta tale) decida per l’esclusione di un gruppo di persone (i maschi, nel caso dell’aneddoto citato) da uno spazio come la palestra dell’università, presumibilmente sulla base del fatto che la loro presenza è avvertita, dai membri di un altro sottogruppo, come micro-aggressione. Che cosa sarebbe accaduto se quella stessa maggioranza avesse votato per l’esclusione dei grassi o dei calvi o delle ragazze vestite in maniera troppo succinta non è dato sapere. E l’argomento mi pare fin troppo scontato per essere elaborato. Rimane il fatto, ben più grave, che un numero sempre crescente di gruppi (etnici, politici, di genere) rivendichino la necessità di avere a disposizione cosiddetti safe space segregati in cui venga ratificata l’interdizione a membri di gruppi percepiti come portatori di elementi potenziali di disagio.

L’introduzione di safe space, ormai ampiamente riconosciuta e incoraggiata dalle associazioni studentesche ad ogni livello, ha poi come ovvia conseguenza la pretesa sempre crescente di tollerare e incoraggiare la censura. La casistica è già piuttosto ricca. Il New Yorker ha riportato il caso di una docente di legge, ad Harvard, a cui è stato richiesto di evitare di includere nel programma del corso la legislazione riguardante lo stupro, oltre che di astenersi dall’utilizzare il termine “violare” in qualunque accezione (anche nel senso di “violare una legge”). A Oxford un dibattito sull’aborto promosso da una associazione studentesca pro-life è stato cancellato sulla base delle minacciose proteste degli studenti. Piuttosto che ingaggiare una discussione serrata con gli oratori, i promotori delle proteste hanno ritenuto che questi ultimi non avessero diritto di parola sulla base dell’argomento (se così possiamo chiamarlo) che l’evento avrebbe “propagandato la narrativa per cui maschi cisgender hanno il diritto di dibattere e decidere le scelte che le persone dotate di utero possono fare sui loro propri corpi”. I promotori della protesta hanno deciso, senza accettare discussione, che dei maschi non hanno il diritto di parola sull’aborto. E hanno vinto. Il dibattito è stato cancellato. Alla fine del 2015, all’università Goldsmith di Londra, un gruppo di studenti appartenenti alla Islamic Society hanno protestato contro l’intervento dell’intellettuale iraniana e attivista per i diritti umani Maryam Namazie. Lo hanno fatto interrompendola di continuo, alzandosi e camminando nella sala e rendendo praticamente impossibile per lei concludere anche solo una frase. Su YouTube c’è il video integrale del suo intervento, dove si può vedere che nel momento in cui la Namazie prova a chiedere silenzio e rispetto, il riflesso automatico dei disturbatori è invocare il safe space e accusare l’oratrice di intimidazione. Per non parlare, poi, delle richieste di includere trigger warning (una sorta di etichette per contenuti ritenuti sensibili) a margine delle opere di autori come Ovidio, Dante e Scott Fitzgerald.

Quest’ultima cosa mi sembra sia indice della totale incapacità di riconoscere che il contenuto delle opere dell’ingegno umano sono inevitabilmente calate nei pregiudizi del contesto storico e sociale in cui hanno visto la luce. E questo è per lo meno paradossale, visto che – come il volantino ritrovato ci tiene a ricordarci – la necessità di considerare l’accumulazione dei pregiudizi e la loro influenza sul presente in una prospettiva storica è esattamente il punto alla base di queste rivendicazioni.

Mi fermo qui anche se molto ci sarebbe da dire anche sul terzo elemento, ossia la pretesa che si operi al riequilibrio della sotto-rappresentazione di alcuni gruppi storicamente discriminati per via di cosiddette azioni affermative. In altri termini, collateralmente e a discapito dei canali e dei metodi ordinari di reclutamento. Quelli basati su criteri certo non perfetti ma almeno tendenzialmente meritocratici, come gli indici di produttività.

Alla fine di tutto questo discorso, la cosa che più mi spaventa è questa: che di fronte a questa ondata di rivendicazioni violente vada contestualmente erodendosi lo spazio per chi voglia criticare le idee dei loro promotori senza essere, allo stesso tempo, automaticamente squalificato come interlocutore. Si tratta cioè di una retorica gommosa, che si nutre degli argomenti dei suoi critici per provare il suo punto centrale. Ovvero che la fonte ultima della critica sia da ritrovarsi nella posizione di privilegio di chi la elabora, che questa sia storicamente acquisita – come nel caso dei maschi bianchi – o perfino inconsapevolmente introiettata – quando a criticare sono i membri di quegli stessi gruppi discriminati. Una brutta china, mi pare.

Perchè Ai Wei Wei è uno stronzo e la Lego ha ragione

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Ai Wei Wei, è il piu’ famoso artista contemporaneo cinese.
Ai Wei Wei è l’artista piu’ supportato da tutti.
Ai Wei Wei è un artista venerato da tutti, o (per fortuna) quasi.
Ai Wei Wei è uno stronzo.

Il fatto di essere uno stronzo prescinde il ruolo di artista, o le sue “capacità” in quanto tali.
Questo ciccione con la barba ha creato in effetti delle opere discretamente interessati, nate con lo scopo di criticare il regime cinese e la sua inamovibile ed arcaica struttura sociale e culturale.
Ma non è diventato famoso per questo. Checchè se ne dica la fama di Ai Wei Wei è cresciuta esponenzialmente, diventando globale, in seguito al suo arresto da parte delle autorità cinesi e ai suoi 81 giorni di detenzione, senza accuse formali, se non quella di evasione fiscale alla compagnia per cui lavorava. Le notizie al riguardo a tutt’oggi sono confuse.
Di sicuro una situazione che non è piaciuta a nessuno, a me per prima. Cercare di togliere (letteralmente) la libertà di espressione ad un artista rientra nella lista delle cose che mi fanno incazzare abbastanza.
Nonostante questo, lo stesso Ai Wei Wei conferma in un’intervista che senza la polizia “I would never have become so noticeable as an artist.’”.
Il suo arresto, di base, se da una parte è stata sicuramente una esperienza personale traumatica, dall’altra ha rappresentato il trampolino di lancio di Ai Wei Wei nel mercato artistico occidentale, che lo ha accolto a braccia spalancate.
Oggi il cinese è considerato un mito, un’icona, una sorta di rock star che viene addirittura fermata per strada. Adorato dai buoni di tutto il mondo, soprattutto in Germania nella sua migliore veste di Sailor Moon, dove Ai Wei Wei vive da quando gli è stato restitutito il passaporto, e dove ha trovato subito un nuovo impiego come Professore alla Universität der Künste di Berlino.

Fin qui tutto bene. Happy Ending, direte voi. Cosi potrebbe essere, se non avessi l’impressione (e a quanto pare non solo io), che sul suo status di perseguitato politico dalla cattivissima Madre Cina, Ai Wei Wei abbia cominciato a marciarci.

E’ di questi giorni la notizia che la Lego, la società danese produttrice di giocattoli, quella dei mattocini colorati, si sia rifiutata di consegnare un ordine di migliaia di mattoncini all’artista per la sua produzione della sua prossima opera gigante (come quasi tutta la sua megalomanica produzione) per una mostra che si terrà alla National Gallery of Victoria, in Australia.
Le ragioni della Lego sono semplici: la società produce giocattoli e desidera prendere le distanze da qualsiasi utilizzo politico dei suo prodotti.

Ai Wei Wei, come un bambino frignone a cui è stato bucato il pallone, non ha preso affatto bene questa decisione, ed è corso da mamma Twitter e da zia Instagram a denunciare il fatto, accusando la Lego di “discriminazione e censura”.

Vorrei sottolineare che la Lego non ha proibito ad Ai Wei Wei di utilizzare i suoi prodotti per creare un’opera. Semplicemente non glieli vende. Quindi non si può parlare di censura.

Non ci sarà nessun silenzio imposto all’artista, che tra l’altro, da grande accattone mediale (e non solo) quale è, ha già trovato il modo di ovviare al suo problema, facendo in modo che da tutto il mondo i mattoncini Lego gli venissero donati, dai figli dei suoi fans.

La decisione della Lego è, a mio avviso, piu’ che legittima. I mattoncini sono il giocattolo che piu’ di tutti istruisce il bambino alla Libertà creativa, e la reazione di Ai Wei Wei, che della lotta per la libertà espressiva ne ha fatto uso, e soprattutto consumo, per lungo tempo, è una contraddizione in termini ed un segno chiaro di ipocrisia.

E fa di lui quello che è, uno stronzo.

 

Il piano Marshall

in politica by

Quello di Grillo è il tipico caso in cui scoccia aver avuto ragione. Scoccia perché il tizio sta facendo brutte cose, e ancor più brutte appaiono perché ha avuto l’occasione di fare tutt’altro. Ma come il coraggio (di cui Grillo non difetta), non ci si può dare neanche altre virtù, e al “megafono” del M5S molte gliene mancano.

Quasi dieci anni fa mi capitò (all’epoca non c’era ancora da vergognarsene) di lasciare qualche commento sul suo blog. Commenti ovviamente critici e che mi fecero precipitare immediatamente nel girone dei bannati. Raccontai l’esperienza sul mio blog e su un paio di giornali (ricordate quei cosi di carta?), ma ne ricavai solo severi strali da parte dei tanti che pur di spalleggiare qualcuno che parlasse male di Berlusconi era disposto a negare qualsiasi nefandezza condotta ad altre latitudini.
Un fenomeno che del resto descrive la cifra della sinistra italiana, che poi da Grillo si è fatta rovinare nelle fondamenta, giacché – si è visto – a Renzi e bastato solo spingere. Una rovina alla quale evidentemente non corrisponde chissà quale grave perdita.

Il potere, la fama e il successo, diceva Massimo Troisi, sono una cassa amplificatrice che fa ascoltare meglio chi eri prima di diventare potente o famoso. “Se eri imbecille, diventi imbecillissimo; se eri umano, diventi umanissimo”. Ed ecco, Grillo di successo – in forma di potere e fama – ne ha avuto molto, e prima di averne era uno che bannava la gente dal suo blog perché lasciavano critiche nei commenti, come un Luttazzi qualsiasi.
Ora – passato attraverso l’amplificatore – è così come lo vedete: espelle gli iscritti pentastellati, non risponde alle domande, e nomina colonnelli fingendo processi democratici. Che poi il risultato dell’amplificazione lo abbia indotto a scegliere per se stesso la definizione del megafono è solo una beffa del caso. Ed il caso sa essere un’adorabile canaglia.

Per ora c’è poco da fare, dobbiamo aspettare che le casse dalle quali Grillo esplode la sua cialtroneria si sfascino da sole (e sono sulla buona strada).
Intanto noi possiamo mettere a frutto la lezione di Troisi e difenderci dai prossimi imbonitori che si faranno avanti sulla scena pubblica. Valutandoli, immaginiamo di proiettarne la natura a valle di una potente amplificazione valvolare, così scopriremo come sarebbero da potenti e famosi. Potrebbe essere una buona strategia per evitare le prossime buche sulla strada che ci attende. Se vi piace, possiamo chiamarlo “Piano Marshall”.

Se questa è censura

in giornalismo/società by

Sarò io, a non capire. Ma più leggo i commenti sul testo del “DDL diffamazione” passato al Senato, meno sono convinto: e dire che scrivo su un blog, ragion per cui la cosa dovrebbe interessare anche (e direi soprattutto, visto che non ho alcuna testata a difendermi) me.
Prendete quello di oggi su Repubblica, ad esempio. Ebbene, tanto per iniziare concordo sul fatto che il carcere per la diffamazione, in effetti eliminato dal DDL, fosse una misura “assurda”; non più assurda, però, di tante altre situazioni per cui il carcere continua e continuerà ad essere applicato senza che nessuno fiati. Voglio dire: non vedo perché sbattere in prigione un giornalista che dà arbitrariamente del pedofilo a qualcuno, tanto per fare un esempio, sia più “assurdo” che metterci uno che ruba un lettore DVD; per non parlare del fatto che in Italia, attualmente, finisce dentro perfino chi ha in tasca qualche spinello, e addirittura chi è clandestino. Ergo: non è che il carcere per la diffamazione sia assurdo perché la diffamazione è un reato meno grave di altri; anzi, se per fare un’ipotesi di scuola dovessi scegliere chi mandare al gabbio tra un diffamatore e uno che si fa le canne, personalmente non avrei dubbi e sceglierei il primo. Magari, e sottolineo magari, i giornalisti si indignassero per tutte le situazioni in cui il carcere è evidentemente spropositato con la stessa forza con cui difendono se stessi.
Ma passiamo oltre.
Ci si stracciano le vesti perché il DDL prevede una multa fino a 50mila euro per la diffamazione “avvenuta con la consapevolezza della falsità“: in parte, se non capisco male, perché la formulazione della norma sarebbe di per sé offensiva (per la serie: come vi permettete anche solo ipotizzare che un giornalista menta sapendo di mentire? Come osate? Mah, come se non fosse mai successo, aggiungerei io, ma lasciamo correre); in parte (e qua uno salta dalla sedia) perché “una multa da 50mila euro rappresenta molto più dello stipendio di un anno di un redattore”, e quindi “una multa così porta necessariamente con sé la censura o peggio l’autocensura”.
No, dico, ho capito bene? Una multa di 50mila euro per chi dà una notizia falsa sapendo che è falsa sarebbe “censura”? Cioè, “censurare” una persona significa punirla se dice consapevolmente bugie? In quale dizionario, di grazia, viene fornita questa definizione? La “libertà di espressione” consiste quindi nel poter dire menzogne sul conto degli altri sapendo di dirle?
Onestamente non lo sapevo: e l’occasione mi è gradita per dichiarare pubblicamente che non alzerei un dito, per difendere una “libertà di espressione” concepita così. Manco il mignolo del piede. E che non troverei niente di scandaloso se simili comportamenti venissero sanzionati con una multa pari allo stipendio di tre, cinque, dieci redattori.
Dopodiché, c’è tutta la faccenda del diritto all’oblio.
Sarebbe “punitivo” nei confronti della stampa il diritto di ciascun interessato a “chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori e dei dati personali trattati in violazione delle disposizioni di legge”.
Punitivo, capito? Se qualcuno ha scritto che Metilparaben chiede il pizzo ai commercianti, e Metilparaben chiede che questa calunnia venga rimossa dai siti internet e da Google in modo che quando qualcuno cerca il suo nome non appaia la parola “estorsore”, questo sarebbe “punitivo” nei confronti dell’informazione. Anzi, sarebbe “un danno epocale alla storia dell’informazione“. Epocale, capito? Alla “storia”, nientepopodimeno, dell’informazione. Bah. E sottolineo: bah.
Non mi addentro, perché non credo di avere tutte le competenze per valutarla appieno, nella questione delle rettifiche: né voglio ignorare il fatto che certe norme possano essere scritte meglio, che vi siano degli aggiustamenti da fare, che alcune parti del DDL possano essere approfondite o addirittura eliminate.
La sensazione di fondo, però, è che parole come “censura” e “bavaglio” vengano usate spesso e volentieri con troppa leggerezza, per non dire con disinvoltura: e che alla base di questa disinvoltura vi sia una nozione di “libertà d’espressione” che reputo quantomeno singolare, per non dire (e stavolta ci sta davvero) “assurda”.
Ecco, io la vedo così, anche se scrivo su un blog: e perciò la questione dovrebbe interessare anche (e forse soprattutto) me.

Caro

in musica by

Io non lo so, se quando un cantautore diventa importante continua a scrivere le sue canzoni ispirandosi alle vicende della propria vita, come quando si dilettava con la chitarra in mano e sognava di diventare famoso: ma a occhio e croce credo proprio di sì.
Non so neppure, e siamo a due, se “leggere” la musica e i testi attraverso gli occhi di chi le ha scritti, tenendo fede a una sorta di “interpretazione autentica”, sia un’operazione sensata: oppure se le creazioni artistiche, specie quelle di carattere popolare come le canzoni, una volta diffuse abbiano significato soltanto in relazione a chi ne fruisce, iniziando come si dice a “vivere di vita propria”, in modo diverso per ciascuno di quelli che le ascoltano.
Tuttavia, comincia a farmi un certo effetto riflettere sulla circostanza che molte delle canzoni che ci accompagnano da anni, e che in qualche modo abbiamo “immaginato” visivamente dando un volto ai loro protagonisti e una forma al loro contesto, probabilmente siano state scritte pensando a volti e contesti diversi.
Prendete “Cara” di Lucio Dalla, per esempio, una delle più struggenti canzoni d’amore del dopoguerra.
Ebbene, quasi sicuramente non si tratta di una canzone scritta per una donna, come perfino il titolo suggerirebbe, ma per un uomo. Sono quelli di un uomo, i capelli che non si riescono a contare, è un uomo la farfalla che si alza per volare ed è la mano di un uomo quella che Dalla vorrebbe prendere per poi cascare nel suo letto.
Sono quasi certamente uomini quello che scrive lettere a Charles Trenet, l’amore della vita di Freddie Mercury, la persona a cui Elton John regala una canzone perché non ha altro da dargli, quello che Ron promette di sollevare ogni volta che cadrà, il tizio a cui Tiziano Ferro scatta foto su foto, quello che ovunque andrà si ritroverà accanto Umberto Bindi, la persona di cui George Michael vuole il sesso; potrebbero essere uomini il più bello dei REM e quello con cui Morrissey vorrebbe schiantarsi in macchina.
Potrei continuare all’infinito, citando tonnellate di pezzi più o meno noti, ma credo che il principio sia chiaro.
Ecco, io sono convinto che quasi nessuno di noi, ascoltando queste ed altre canzoni, le abbia mai “visualizzate” nel contesto in cui sono state concepite: complice una censura spesso “implicita”, che ha imposto a chi le scriveva di declinarle sistematicamente (nei titoli, nei nomi, perfino nei pronomi) in una dimensione “etero”, ma trovando terreno fertile nella nostra mente, che non si è mai sognata di concepire un cambiamento di prospettiva neppure dopo aver avuto notizia dell’omosessualità dei loro autori.
Io negli ultimi tempi sto cercando di farla, questa “conversione”: mi capita sempre più spesso di ascoltare pezzi che avevo letteralmente consumato e di “visualizzarli” daccapo alla luce di quello che so, cercando di cancellare le vecchie immagini e sostituirle con immagini nuove.
Non tanto, badate, per scoprire “differenze”: ché anzi l’emozione, l’amore, il dolore, la nostalgia sono esattamente le stesse, e questo è un fatto che dalla “rilettura”, se fosse necessario, emerge con chiarezza cristallina; quanto per restituire un minimo di verità a qualcosa di autentico, che negli anni è stato sepolto dalla finzione, dall’ipocrisia, dalla censura.
Facendone rivivere la libertà originaria, per quel poco che conta e ammesso che abbia senso, almeno nella mia testa.

Parole parole parole

in società by

Ma davvero le parole “fomentano” l’odio?
Voglio dire, come funziona? Metilparaben se ne sta tranquillo, poi legge lo status di Tizio che dà della zoccola a una, quello di Caio che la manda a cagare, il tweet di Sempronio che la minaccia di spezzarle le gambe, e da che era in pace col mondo diventa pieno d’odio pure lui?
In sostanza voi sostenete che se quegli status non fossero esistiti, o per tagliare la testa al toro se non fossero esistiti gli strumenti (Facebook e Twitter, o per fare ancora prima internet) attraverso i quali si sono propagati, Metilparaben sarebbe rimasto serafico a giocare a Angry Birds invece di essere repentinamente trasformato in un potenziale assassino?
Dite che funziona così? Cioè, ci credete davvero? Lo ritenete ragionevole?
Io, personalmente, ho dei dei dubbi.
A me pare che le parole, più che fomentare l’odio, lo esprimano: cioè che l’odio sia precedente alle parole con cui viene manifestato. Non è che io scrivo delle cose brutte a qualcuno e poi lo odio: prima lo odio, e dopo, siccome lo odio, gli scrivo delle cose brutte.
Il che non esclude, sia chiaro, che quelle parole risultino disturbanti, offensive, a volte perfino terrorizzanti per chi si trova ad esserne il destinatario. Anche se, a pensarci bene, il problema vero non sono le parole, ma quello che c’è a monte.
Voglio dire: se uno, per un motivo qualsiasi, volesse ammazzarmi e me lo scrivesse, probabilmente me la farei sotto dalla paura. Ma quella paura non scomparirebbe se al tizio in questione venisse impedito di scrivermelo: perché la sua pessima intenzione nei miei confronti esisterebbe lo stesso, con la semplice differenza che io non lo verrei a sapere.
Intendiamoci: a me piacerebbe un sacco che nessuno minacciasse nessun altro, mai, a prescindere dallo strumento con cui lo fa.
Ma siccome, purtroppo, a volte capita, relegare la minaccia nel buio non mi pare una gran soluzione per scongiurare i suoi possibili esiti: anzi, ha tutta l’aria di essere il modo perfetto per lasciarla silente, inespressa, sconosciuta, e per questo ancora più insidiosa.
Io ci rifletterei, prima di sparare giudizi tranchant sul pericolo delle parole.

Educazione e violenza

in mondo by

Mazzetta, nel suo post “Cécile Kyenge e il benvenuto razzista di Sallusti“, copia ed incolla alcuni commenti di lettori razzisti de “Il Giornale“: l’epiteto più blando che viene attribuito alla neo-ministro è “comunista nera”. Poi c’è qualcuno che comincia ad impiegare il termine dispregiativo “negra”, e da allora in poi esso viene adottato in modo sistematico, associandolo a termini scatologici o legati alla promiscuità sessuale.

Ora, a parte alcune considerazioni, del tipo, 1) che mi vergogno di avere lo stesso passaporto di questi “italiani” puri e duri, più o meno alfabetizzati (certamente meno istruiti di Cècile) eppure in grado di fare ancora tanto male pur con il loro malfermo controllo della lingua di cui si dicono tanto fieri; 2) che anche persone simili, avendo accesso ad una connessione internet, ed essendo dotati di una (sia pure approssimativa) capacità di esprimersi per iscritto, costituiscono, almeno in potenza, la “gente” che “dal basso” potrebbe secondo Grillo validamente sostituire parlamento e governo; 3) che non capisco (veramente non capisco) per quale ragioni chi gestisce il sito non abbia rimosso d’imperio i commenti violenti ed ingiuriosi e bannato dal sistema (per quel che può servire) gli utenti che li hanno espressi: che a “Il Giornale” temano di scontentare persone che a quanto sembra il quotidiano berlusconiano considera a tutti gli effetti legittimi appartenenti alla base elettorale del “centro”-destra?); 4) e che è giusto riferire pure di commenti di altro tenore, che stigmatizzano il razzismo urticante di altri iscritti – forse il più lucido e puntuto (di quelli che ho visto almeno) è a firma di un certo Frank che così risponde al delirio di tale Antimo56:

“Sab, 27/04/2013 – 21:48

Ah, la Josefa Idem è tedesca con cittadinanza italiana, pari pari alla Kyenge. Perchè non ululate anche con lei, dandole della puttana troia bionda bianca? Forse perchè Hitler a voi sta molto simpatico? (del resto bastava leggere i deliranti commenti al post su derrick, inneggianti alle SS e al terzo reich…)”.

In verità, mi secca un po’ dare attenzione ad uno come Antimo56, che benché umanamente mi ispiri anche un po’ compassione, con la sua ignoranza crassa e la sua rabbia velenosa quanto inutile, resta sempre un nemico – però una cosa la voglio dire, sarà marginale, ma a suo modo è indicativa: “scrive” per così dire, questo gentiluomo,

“troia negra, tornatene nel tuo paese di m”.

Dal punto di vista semantico, mi diverte (ma con angoscia) osservare come da un lato Antimo56 si vergogni di scrivere le cinque lettere M E R D A, mentre non gli fa alcuna fatica dare ad una donna che presumibilmente non ha mai conosciuto e di cui con ogni probabilità non sa nulla a parte il fatto che ha la pelle nera, l’epiteto di “troia negra”. Ecco, perché certe volte, estremizzando (in fondo parliamo di estremisti, no?), mi vien da pensare che l'”educazione” possa diventare una gran brutta cosa. A star dietro alle “buone maniere” alla maniera di Antimo56, si finisce per diventare degli educatissimi killer. Educati, per carità, ma pur sempre assassini.

Fregnacce e tabù

in politica by

L”ho scritta decine di volte,”sta cosa, e decine di volte qualche fenomeno mi ha dato del fiancheggiatore di questo o di quell”altro: ma credo sia il caso di continuare a ripeterla, nonostante i fenomeni di turno o addirittura a loro beneficio, ché a volte un lampo di intelligenza può manifestarsi persino nei casi più disperati.
Se un mio avversario politico dice una cosa che ritengo una fregnaccia, e che per giunta reputo grave, credo sia interesse mio e del paese lasciargliela dire e poi confutarlo accuratamente nel merito: è interesse mio, perché in tal modo dimostrerò che il tizio in questione è uno che dice fregnacce, con ciò ridicolizzandolo pubblicamente e diminuendo il suo consenso; è interesse del paese, perché metterò i cittadini nella condizione di capire le ragioni per cui si tratta di una fregnaccia, con ciò riducendo il numero di coloro che con quella fregnaccia, magari per ignoranza, dicono di essere d”accordo.
Se invece, al cospetto della fregnaccia, mi indigno per il fatto stesso che quella fregnaccia sia stata concepita e sbraito che cose del genere siano impronunciabili, ottengo un duplice effetto negativo: da un lato consento al tizio in questione di produrre una bella smentita in cui sostiene di essere stato frainteso, con la conseguenza che per qualche altra ora tutti parleranno di lui, e dall”altro induco nei cittadini che con quella fregnaccia dicono di essere d”accordo -o perlomeno in alcuni di loro- la sensazione che quella fregnaccia sia oggetto di censura, il che finirà inevitabilmente per suggerire l”idea -questa, sì, pericolosissima- che se si pretende che quella cosa non venga detta il motivo è che in fondo in fondo non si è capaci di confutarla nel merito, ragion per cui deve trattarsi di una cosa vera, con ciò regalando generosamente ai suoi fautori il titolo di vittime e martiri.
In estrema sintesi: quando un mio avversario dice una cosa che ritengo una fregnaccia mi fornisce una formidabile occasione per dimostrare che il tizio in questione è un imbecille e per spiegare al paese perché lo è: perdere quell”occasione stracciandomi le vesti per il fatto che l”abbia detta, invece, è un”alzata d”ingegno clamorosamente autolesionista; non solo per me, ma anche per i cittadini.
Il risultato, con ogni evidenza, è quello di creare un tabù: ed è assai difficile, per non dire impossibile, che dai tabù possano trarre vantaggio quelli che sono nelle condizioni di argomentare le proprie idee in modo chiaro e logico; sono gli altri, inevitabilmente, a beneficiarne a piene mani.
Dopodiché, se coltivate l”illusione che una cosa non esista non perché sia effettivamente scomparsa, ma semplicemente perché l”avete nascosta con ogni mezzo possibile, significa che andare in giro con due belle fette di prosciutto sugli occhi vi è sufficiente per mettervi a posto con la coscienza e farvi campare allegramente come se niente fosse.
Per come la vedo io, si tratta un”ambizione decisamente mediocre.

Free Sallusti! E pure gli altri, però!

in giornalismo/politica/società by

Cari garantisti a targhe alterne, potete stare tranquilli: il dissidente Sallusti non finirà al gabbio! La procura ha sospeso l’esecuzione della pena, non essendoci recidiva né altri carichi pendenti.

Questo, nonostante il dissidente Sallusti NON abbia richiesto le misure alternative alla detenzione: CHE AVREBBE AVUTO DIRITTO DI CHIEDERE ED OTTENERE, essendo la condanna inferiore ai tre anni e mezzo. Potrà chiederle ancora nei prossimi 30 giorni.

Se questa informazione fosse vera, quindi, se il dissidente Sallusti finisse (o finirà) davvero in galera lo farà (o lo avrà fatto) perché si è rifiutato (o rifiuterà) di chiedere di scontare diversamente la pena.

Altra cosa che è bene precisare è che il dissidente Sallusti NON è stato condannato per reati d’opinione. La diffamazione non è un reato d’opinione. Reati d’opinione sono le fattispecie di Vilipendio. La diffamazione, nel caso del dissidente Sallusti, è stata riconosciuta non perché l’articolo giornalistico contenesse opinioni poco continenti o irriguardose del prestigio di chissachi: è stata riconosciuta per aver pubblicato delle informazioni false.

Liberato il campo da queste amenità sparate spesso in malafede, andiamo oltre.

Pensate: “Sallusti è stato condannato per un articolo che non aveva scritto, solo perchè direttore del quotidiano che lo ha pubblicato. E’ ingiusto!”. Lo pensate? Credetela come vi pare ma la legge prevede che sia il direttore responsabile di un giornale a rispondere, insieme con l’autore – se identificabile – degli eventuali reati commessi a mezzo stampa. Ogni giornalista lo sa, e quando si pubblicano pezzi firmati da anonimi la vigilanza dovrebbe essere maggiore, visto che il vero autore del pezzo molto difficilmente sarà chiamato a risponderne e quindi può lasciarsi andare a scrivere cose che integrano reati.

Pensate: “Prevedere il carcere per i reati non violenti è incivile”? Lo pensate davvero? Io lo penso! Vi avviso: siamo in pochi. La maggior parte dei difensori d’ufficio di Sallusti non ritiene che sia ingiusto finire dentro per clandestinità, ad esempio, o download illegali.

Molti dicono che sarebbe necessario abolire il reato di diffamazione a mezzo stampa; benissimo! Ma perché non anche la normale diffamazione? Perché ad un normale cittadino dovrebbe essere vietato quello che ad un giornalista è consentito fare?

Soprattutto, finché la legge è questa, la legge si applica: non si può assolvere una persona solo perché è un famoso direttore di giornale autoproclamatosi “scomodo” che quindi fa molto figo difendere!

Aboliamo il reato di diffamazione a mezzo stampa: parliamone! La cosa riguardi tutti, non solo Sallusti: se proprio vi sta a cuore la libertà personale di Sallusti (a me sta a cuore, come la mia e quella di tutti) facciamo una legge per abolire quel reato ed anche la condanna del dissidente Sallusti verrà meno.

Facciamo anche qualcosa di più: chiediamo la grazia a Sallusti da parte del Capo dello Stato. E’ una misura un po’ ingiusta, perché se io o voi fossimo condannati per diffamazione non ci sarebbe tutto questo casino e nessuno ci grazierebbe.

Sarebbe ingiusto, ma lo preferisco comunque a qualunque incarcerazione per reati non violenti: perché non sono un garantista a targhe alterne. Santè

 

La vendetta di Edgardo, stagnaro digitale

in mondo/scrivere/società/ by

La mia faccia non la conosci, e non la conoscerai mai, ma io sono un piccolo dio. Sto scrivendo queste righe da una postazione traballante in un internet café di San Andres, vicino a Manila. E’ stato il mio amico Alberto a parlarmi del lavoro alla MyDesk: basta masticare un po’ di inglese e saper usare (un minimo) il computer. Di che si tratta? Veramente semplice: non devo far altro che collegarmi su internet, impostare le mie credenziali in un certo sito, e guardare migliaia di fotografie e di video. Quali? Ma quelli che alcuni di voi caricano sui loro profili sul social network. Ci sei?, si tratta di immagini… un po’ particolari. Sì, hai capito bene, proprio quelle che qualche altro utente su Facecook ha ritenuto “offensive”.

“Offensivo”. Concetto generico, discutibile, lo so, ma, alla MyDesk hanno le idee abbastanza chiare. A me sembrano patetici, questi americani: dal loro punto di vista puoi pubblicare fotografie di escrementi umani, ma non immagini di una donna che allatta il suo bambino. I crani spaccati sono ok, e anche le immagini con un sacco di sangue, ma attenzione alle immagini ritoccate con il photoshop. Facecook è ormai in grado di riconoscere le persone dalla loro faccia, basta “taggarle” qualche volta. Ma anche il software più sofisticato non riesce a ragionare sul contesto, che so, per capire se una certa battuta razzista che compare sul commento di un’immagine sia sarcastica o meno. Qui entriamo in gioco noi, la pattuglia di stagnari che puliscono la vostra merda digitale. Per poco più di tre euro l’ora, ci mettiamo davanti ad uno schermo a vedere tutte le porcherie che producete e delle quali andate oltretutto talmente fieri da volerne rendere partecipi i vostri “amici”. In questi tre mesi di lavoro, ho avuto la prova di quanto sia disgustosa la natura umana. Non a caso, la notte faccio fatica a dormire. Mentre me ne sto sdraiato nella mia cuccia maleodorante, con gli occhi sbarrati, maledico il destino che mi ha fatto nascere in questa putrida bidonville: mi fanno compagnia i terabyte di immagini e di suoni che pazientemente ho dovuto farmi passare davanti agli occhi per portare a casa poco per ottenere in cambio tre monetine dall’uomo bianco. Un carnevale degli orrori digitali: la soldatessa che tortura i prigionieri, il Corano gettato in una sentina, apologie dei peggiori dittatori, parole come pietre contro ebrei, omosessuali, cristiani, musulmani, uomini che infieriscono su animali, bulli che fanno saltare i denti a sfigati, un ritardato mentale abbandonato sopra una tettoia senza parapetto, mentre i compagni di classe si scompisciano dietro la finestra da cui lo hanno fatto uscire, una coppia che adesca i bambini, un uomo che desidera che un altro uomo lo mangi vivo (letteralmente), un condannato a morte per impiccagione prima e dopo la “punizione”. Più di una volta ho dovuto alzarmi di corsa dalla mia postazione improvvisata in questo caffé e correre fuori a vomitare.

Va anche detto che, per collocare le immeagini “in una prospettiva che solo il contesto può dare”, l’applicativo della MyDesk consente libertà impensabili per voi comuni mortali. Per cominciare, è un passepartout per tutti i profili di Facecook. Ho libero accesso a tutte le informazioni conservate nel vostro account, senza bisogno di alcuna password. Ahi ahi ahi, la sicurezza dei dati non è granché, cari i miei cervelloni della Silicon Valley, se un qualsiasi pezzente filippino riesce a sapere qual è il disco preferito del direttore generale della Goldman Sucks. E’ vero che noi siamo i vostri spazzini, e a nessuno interessa quello che uno zero può sapere o non sapere. Ed è qui che vi sbagliate, appunto. Dopo mesi di risparmio, ho comprato questo hard disk esterno (rubato), nel quale ora sto salvando un mucchio di informazioni interessanti. Qualcuno in occidente si è lamentato perché nessuno si è preoccupato di controllare la nostra fedina penale: tra noi, in effetti, ci potrebbero ben essere dei terroristi. Io non lo ero, fino a ieri. Ma da oggi, proprio come un “bravo” terrorista, sparerò nel mucchio: farò tanto male a qualche famiglia solo per nutrire di carne fresca il totem della mia rabbia ammantata di idee politiche morte. Sfascerò coppie apparentemente perfette, sputtanerò presidi pedofili, farò passare un guaio a sbirri e soldati sadici. Non perché ami la giustizia, no, solo per odio. E c’è caso che qualche idiota finisca per considerarmi un eroe, e che possa finalmente scappare via da questo letamaio.

Amaca chips /3 – Lo sciacquone no

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Amaca del 12 luglio 2012 (commentata)

Parecchi anni fa i “microfoni aperti” di Radio Radicale fecero intendere, per la prima volta, che il prezzo di una libertà senza regole e senza selezione è moltiplicare la voce dei mascalzoni e — soprattutto — degli idioti.

uno arrivò persino a tirare lo sciacquone in diretta radio: era la prima volta che sentivo tirare uno sciacquone e fu orribile. Un vero shock per noi perbenini di sinistra, ci ritirammo in salotto a bere una bottiglia di rum da duecento mila lire e finì un po’ come nei film di Bertolucci

Oggi, su una scala infinitamente più grande, è il web che provvede a ricordarcelo.

peccato che non siamo più i ghepardi di una volta, ma qualche buona bottiglia in cantina c’è

E non è necessario tirare in ballo i siti nazisti o le altre macro-paranoie che trovano, in rete, troppo comodo alloggio.

troppo comodo, troppo. si dovrà pur trovare un modo per rendere la rete più scomoda, ho sentito un amico cinese che da loro lo fanno

Basta leggersi i normali “commenta la notizia” che ogni sito, anche quelli dei quotidiani importanti, si sentono in obbligo di attivare.

poveracci, è perchè non sono abbastanza importanti. io per esempio sulla rete non scrivo perchè mi fa schifo e pure pena. non prendo neanche l’autobus perchè non si sa mai, si sentono certe volgarità signora mia

Ieri, per esempio, le edizioni online di tutti i quotidiani davano la notizia di un incidente stradale, fortunatamente non grave, a Nicoletta Braschi, moglie di Roberto Benigni. Seguiva, tra gli altri, questo commento di un lettore: “Poteva anche prendersi un’auto più sicura di una Golf, non mi pare un’auto da signori”.

in confronto a questa oscenità, ammetto che lo sciacquone su Radio Radicale era quasi bello da sentire

La domanda che dovremmo farci, e che ormai nessuno di noi si fa più, è: perché questo pensierino gretto e mediocre, un tempo confinabile al bancone di un bar, deve finire sotto gli occhi di centinaia di migliaia di persone?

buh, però prima dovrei spiegare perchè il mio pensierino snob deve finire sulle pagine di un quotidiano

È obbligatorio?

no. Ora che ci penso neanche leggerlo lo è

Lo stabilisce una legge?

voglio dire, non c’è ancora una legge che lo vieti?

Ce l’ha ordinato il dottore?

ambulanza

E soprattutto: siamo ancora in tempo per discuterne?

non so ma casomai, di questa piaga degli idioti su internet e della fulminante idea di farci un circolo riservato agli intelligentoni, andiamo a parlarne al bar? Dai su, che poi ci diciamo anche quant’è bella la democrazia.

(io ho conosciuto poche persone che odiano il popolo quanto quelle che si dicono democratiche)

Così fan tutti

in giornalismo/internet/società by

Aiuto, la censura cala sulle terga degli omosessuali. Da qualche giorno circolano le foto per la campagna di iscrizioni dell’associazione radicale Certi Diritti. Lo slogan è riportato su un cartello con la scritta “dai corpo ai tuoi diritti”, sapientemente usato dai militanti e simpatizzanti nudi per coprirne le parti intime.  Qualcuno dei soggetti forse preso dall’euforia ha però dimenticato di posizionare il cartello e Facebook non ha gradito, rimuovendo le immagini. Ora, c’è chi ritiene che questa rimozione si configuri come censura verso la campagna. Il fatto è che Facebook ha regole precise anche se arbitrarie su cosa può essere pubblicato e sostanzialmente un pene non è nella lista. La cosa può piacere o no ma nessuno ci obbliga a usare Facebook che non è certo l’unico sito esistente. Non vedo perché la foto del pene di un miltante di Certi Diritti dovrebbe essere trattata in modo diverso dalla foto del pene di qualsiasi altro. Di suo la campagna stile “mi spoglio per”, con i cartelli al posto giusto, non mi è sembrata particolarmente originale (è stata al massimo piacevolmente utile a scoprire tartarughe nascoste nei pantaloni di alcuni amici e compagni). Viene però il dubbio che le certe foto siano state postate nella speranza (ben riposta) che venisse rimossa per poi urlare alla censura contro Certi Diritti. Siamo seri, e se abbiamo voglia di mostrare quanto belli mamma ci ha fatti, scegliamo il contesto giusto, tipo che so, un sito dove non sia vietato.

Nudo, si tolga. E non si stampi

in giornalismo/internet/società/ by

Scommetteteci, non ci saranno voci indignate. I giornali, come si dice nel dolce gergo delle redazioni, “si arraperanno” poco sul punto. Perché ormai nei nostri media come nel paese c’è bisogno del sangue, perché del sangue si parli. E se c’è invece da dedurre l’attualità di un tema da un segnale debole fanno una gran fatica. Come disse una volta Floris, “E non siamo mica a Rai Educational”. Appunto. Senza “sangue” non c’è notizia. E invece sentite questa.

Facebook ha eliminato una delle foto della Campagna di Certi Diritti, associazione radicale che si batte “per matrimonio tra persone dello stesso sesso, riforma del diritto di famiglia, regolamentazione della prostituzione, diritti delle persone trans e intersessuali, affettività per i detenuti, sessualità e disabilità.” La campagna è composta delle foto di persone, per lo più militanti ma anche no, le quali danno spontaneamente una loro foto, in cui posano nude, con un cartello all’altezza del bacino con la scritta “Dai corpo ai tuoi diritti”. La campagna la vedete qui.  Il comunicato di Certi Diritti lo trovate invece qui.

Ora accade che Giorgio Lorenzo Codibue abbia mandato la sua foto in cui il cartello non è più all’altezza del bacino e quindi la foto è quella di un nudo integrale.

Le regole di Facebook parlano chiaro in materia. Quel nudo integrale non si può pubblicarlo e infatti la foto, che era già stata viralizzata e diffusa su molte pagine, è stata rimossa. Siamo del resto in una temperie culturale che trova offensiva la foto di una donna che allatta al seno. Evidentemente ci sono parecchie idee, e tutte diverse,  di “offensivo” in giro per il mondo della rete. I radicali di Certi Diritti insisteranno a chiamare questa cosa col suo nome: censura. Perché di questo si tratta . E siamo in questo caso in una tipica battaglia di diritti civili e in un tipico caso di coscienza tiepida dei media.

Perché il regolamento di Facebook risolve per via censoria –  a  tutti i livelli – un problema politico tecnologico: come si modera la discussione tra milioni di persone, quando le stesse regole, più o meno, debbano valere per paesi e culture diverse. E la foto di Certi Diritti, che col nudo richiama la sostanza della battaglia per i diritti: dare il proprio corpo per una battaglia di diritto che riguarda la libertà del corpo, pare fatta apposta per  aprire una falla dentro la pretesa del gigante di costruirsi un suo diritto autonomo e valido ovunque e verso chiunque. Una pretesa totalitaria che si applica oggi al nudo e domani ad un’altra espressione fuori dalla media della banalità repressiva: difficile che qualcuno nei nostri media lo capisca

(cross post con SabatoTrippa)

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