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Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Camilla, si festeggia la conclusione del suo dottorato in antropologia e ha organizzato una bella rimpatriata coi vecchi amici. Ci sono tutti: c’è Mario, che è arrivato con un tasso alcolemico degno di un matrimonio siberiano; c’è Mimmo con la sua nuova compagna, una bambola gonfiabile dai lineamenti vagamente asiatici e un poco sovrappeso; c’è Carla, che è rientrata da poco dal Vietnam, dove è stata un anno a lavorare nelle risaie per “sperimentare la condizione delle contadine nel sud-est asiatico”. C’è pure il nuovo fidanzato di Camilla, un certo Francesco, investment manager col pallino dell’alta cucina, nonché ex concorrente dell’edizione 2014 di Magisterchef.

È un’uggiosa serata di fine aprile a San Giovanni in Persiceto, fuori piove e nella sala da pranzo un lungo tavolo in legno massello è apparecchiato in modo così elegante che manco a un matrimonio pugliese. Siccome non passate una serata tutti insieme da una vita, ognuno sente il bisogno di aggiornare gli altri su ciò che gli è capitato negli ultimi due anni. Mimmo racconta di aver frequentato un seminario di una settimana sugli alieni rettiliani nell’estate del 2015; Mario elenca i nomi delle 142 escort bielorusse con cui si è intrattenuto durante un lungo viaggio in Est Europa (per l’esattezza declama una lista che conserva gelosamente nel portafogli); Carla offre un resoconto dettagliato delle interminabili giornate sotto il sole cocente del Vietnam e della vita spartana nella fattoria: niente internet, niente acqua calda, nessuno che parlasse mezza parola di inglese. Mario sembra decisamente incuriosito. “Molto interessante, Carla. Ah, ti volevo chiedere”, dice ad alta voce interrompendola nel mezzo dell’appassionato monologo, “ma le vietnamesi li fanno i pompini? E se sì, ingoiano? Non saranno mica vegetariane, vero?”. L’intera tavolata ha un sussulto d’imbarazzo, tranne Mimmo, che si alza in piedi col bicchiere in mano e urla “Yeah! Mario is back! Yeah!”.

Soltanto l’arrivo dell’antipasto riesce a ristabilire un po’ di quiete. Francesco, l’investment manager col pallino dell’alta cucina, arriva tutto sorridente brandendo un vassoio. “Involtini di spigola su crema di rape!” esclama poggiandolo con ostentata soddisfazione al centro della tavola. Mimmo ti lancia immediatamente un’occhiata come a dire “oh oh oh comincia male l’amico Fritz”. Mario trova a fatica lo smartphone nella tasca della giacca e biascicando comincia a fingere una telefonata: “Pronto, parlo col laboratorio di chimica? Non è che per caso avete un microscopio da prestarmi? Sì, mi servirebbe immediatamente. Mi lasci spiegare: dovrei mangiare degli involtini di spigola su crema di rape ma sono così minuscoli che a occhio nudo proprio non riesco a veder…”. Purtroppo la scenetta di Mario è interrotta da una potentissima gomitata nel costato assestatagli da Carla. L’aspirante chef, già ripartito in direzione della cucina, non ha modo di assistere. Anche Mimmo si è perso la scena perché impegnato in un’accesa discussione con la sua fidanzata gonfiabile, a cui nel frattempo ha dato il nome di “Wanda”.

In qualche modo l’antipasto viene ingurgitato da tutti e Francesco passa all’attacco coi primi. “Risotto ai frutti di bosco con gamberi, ostriche selvatiche e foglie di basilico fresco!” esclama di nuovo piazzandoti di fronte la tua porzione. La osservi attentamente. Il piatto ha un diametro di circa un metro, ma il riso, elegantemente disposto a forma di prisma, è talmente poco che riesci persino a contare i chicchi: sono 47. Mimmo ti lancia un’altra occhiata, che questa volta dice “Malcolm, dài, è giunto il momento”. A un certo punto il Vissani della Bassa Padana dice qualcosa che fa vacillare il tuo desiderio di punizione: “La carbonara con la pancetta è un crimine contro l’umanità. La carbonara si fa col guanciale”. Sei d’accordo, molto d’accordo, ma non sarà questo a evitargli il meritato castigo, pensi. Mentre lui comincia a descrivere compiaciuto la sua meravigliosa esperienza televisiva a Magisterchef (è stato eliminato alla prima puntata, ma evita accuratamente di dirlo), senti che è davvero arrivato il momento di punire l’assoluta mancanza di rispetto per quelle porzioncine ridicole, anzi per tutte le porzioncine ridicole del mondo. Pensi che le loro riduzioni, quelle culinarie, quelle tanto care agli aspiranti chef, siano metafore di riduzioni più ampie e importanti, riduzioni di piacere, di gioia, di sincerità, di sano proletariato gastronomico. “Viva il proletariato gastronomico!” ripeti tra te e te, valutando il da farsi.

Un secondo più tardi ti ritrovi in piedi a urlarlo a pieni polmoni: “Viva il proletariato gastronomico!”. Tu, Malcolm Y, Ernesto Guevara della cucina italiana, afferri un lembo della bianchissima tovaglia e tiri con forza, con la forza della ragione e dell’esasperazione. Tiri. Va tutto in frantumi: piatti, bicchieri, bottiglie di vino vivamente consigliate da Gambero Grosso. Poi sbotti: “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo. Sì, gli aspiranti chef hanno proprio rotto il cazzo”. Allora ti metti a elencare.

Le porzioni di Pollicino presentate artisticamente su piatti estesi quanto l’intero Molise; la retorica bourgeois-bohémien dell’alta cucina, quello snobismo malamente mascherato nei confronti della cucina “povera” (cosa dite? Non siete snob? Ma se non siete snob, che cazzo di bisogno avete di modificare ricette perfette e semplici e uniche come la pasta e ceci?); le “cene” a casa vostra in cui esibite ai malcapitati ospiti tutte le nuove fantastiche tecniche apprese durante l’ultimo corso tenuto dallo chef stellato Franco Fracco; il fatto che al ritorno li costringete a fermarsi al primo McDrive e divorare in sei secondi netti un cheeseburger unto e bisunto; lo stupore quando qualcuno vi dice che no, non ce l’ha l’Arom2000, un apparecchio che costa 18mila euro e serve per DISTILLARE GLI AROMI; le vostre reazioni del cazzo tipo “scusa, ma allora come cucini”?; il desiderio (represso dalla nostra buona educazione) di rispondervi “con pentole e fornelli, coglione”; gli innumerevoli programmi televisivi per aspiranti chef; i programmi televisivi per BAMBINI aspiranti chef; gli chef stellati che sono trattati come se fossero grandi intellettuali.

Potresti continuare fino alla prossima edizione di Magisterchef ma ti manca il respiro. Ti guardi intorno: Camilla giace disperata sulla sedia con le mani a coprire la faccia, Francesco invece è in piedi di fronte a te, veste un grembiule nero e tiene un piatto di risotto tra le mani: una lacrima scende lentamente lungo la sua guancia destra. Mario si avvicina visibilmente eccitato e ti sussurra nell’orecchio “il piatto, Malcolm, il piatto…”. Sì, pensi, è così che deve finire. Strappi il piatto dalle mani dell’aspirante chef, che non ha energie fisiche né psicologiche per reagire, e glielo rovesci in testa, come nel più classico e scontato dei film comici. “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo” ripeti tra te e te. Poi ti dirigi lentamente in cucina, prendi una forchetta e assaggi un po’ di risotto. Non è male.

Le startup hanno rotto il cazzo

in società by

Siete nell’unico pub del paese, la comitiva si è riunita per salutare Carla, che ha deciso di fare un’esperienza esaltante: un anno a raccogliere pere williams in una fattoria australiana. Un’esperienza esaltante quanto pulire zoccoli di gnu in Zimbabwe, pensi da quando te ne ha parlato al telefono la prima volta. Ma non glielo dici, non ti va di fare polemica; sei stranamente sereno. È una bella serata di inizio ottobre, l’autunno ancora non dà segni di vita. La tavolata è allegra: Mario già ubriaco descrive accuratamente alla cameriera la base aliena poco fuori San Giovanni in Persiceto (assicura di esserci stato sabato scorso e di aver mangiato tagliatelle al sugo di lepre); Mimmo intrattiene una gnocca modenese di livello medio-alto parlando male della sua ex, una parrucchiera di Carpi che ora sta con un pugile professionista; Camilla è accompagnata dal suo nuovo fidanzato, un hipster pisano (occhialoni con montatura nera, t-shirt “Berlino è come il vino”, camicia sbottonata con maniche arrotolate e barba d’ordinanza).

Si beve birra scura mentre la Carla ammorba tutti coi suoi discorsi sulla straordinaria terra d’Australia. Dice che ci sono i canguri addirittura in strada e nei parchi. Provi a chiedere se usano il preservativo o praticano il coito interrotto ma vieni immediatamente fulminato da un’occhiataccia della Camilla. Nel frattempo Mario si è alzato in piedi  e ha proposto un brindisi a piena voce. “Alle vegetariane, che non fanno i pompini ma adorano le zucchine!Ahahahahaha”. Pensi che se non esistesse bisognerebbe inventarlo.

La serata procede quasi liscia. Alle dieci e dieci Mario fa lo sgambetto alla cameriera. Così, per puro divertimento. Lei cade e rovescia quattordici pinte di birra addosso a un motociclista pelato alto due metri e quindici. Alle dieci e undici minuti il motociclista chiede spiegazioni a Mario, che gli risponde con una sonora pernacchia, il gesto dell’ombrello e alcune considerazioni scientifiche sulle dimensioni del suo (del motociclista) pisello. Poco più tardi un’ambulanza a sirene spiegate trasporta il nostro amico nel più vicino pronto soccorso. Carla è un tantino infastidita perché ha dovuto interrompere un discorso sul fatto che in Australia il lavoro c’è. Poco dopo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto trentasette giorni di prognosi.

Ad un certo punto, mentre Carla è in bagno e non si parla di continenti lontani, Camilla ti presenta il suo nuovo fidanzato. Dice di chiamarsi Lennon. “Di nome o di cognome?” chiedi perplesso. “Di nome, di nome. Sai, mia mamma è una grande fan dei Beatles” precisa lui un po’ piccato. Vorresti chiedergli perché non Ringo, che ti pare decisamente più appropriato, ma ti astieni. Lui percepisce la tua esitazione e ne approfitta per domandarti del tuo lavoro. Spieghi che, pur avendo una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria. L’hipster pisano ti guarda stralunato pensando che stia scherzando. Quando capisce che parli sul serio sogghigna. Allora viene il tuo turno: anche se non te ne frega un cazzo, devi chiedergli cosa fa lui nella vita. Lo fai. “Ecco, io sto lanciando una startup. In pratica abbiamo realizzato un’app per geolocalizzare le cacche di cane, così è sufficiente inserire il tragitto che devi fare per evitare di calpestarle! Si chiama Urban Shit ” risponde orgoglioso come se avesse scoperto il vaccino per l’ebola.

Il tipo va avanti diversi minuti. Tu ascolti in silenzio a testa bassa. Poi alzi lo sguardo, abbandoni il marrone foca del tavolo, quella scritta “Viva la fregna, abbasso le donne” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare la faccia dello startupper col nome da deficiente. Sorride. Crede di aver inventato una cosa utile; crede di poter aiutare il progresso dell’umanità. Non puoi sopportarlo ma mantieni la calma; continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Quindi parli. Chiedi se l’app è già in commercio. Risponde di no. Chiedi se è lui che l’ha progettata. Risponde di sì: è tutto nel MacBook che ha nella borsa tracolla. “Bene! Perché non mi fai vedere come funziona??” chiedi ancora fingendo spudoratamente interesse. “Certo!” dice lui entusiasta tirando fuori il computer.

Lo accende e comincia a mostrartela. Tu fingi di essere interessato, ti guardi intorno con fare losco; lui è così preso dalla spiegazione che non si accorge minimamente che hai stranamente afferrato ben due boccali di birra. All’improvviso, mentre sta descrivendo il grande valore sociale della sua startup, veloce come un giaguaro, rovesci entrambi i boccali sul prezioso apparecchio, che si spegne di colpo. Qualcuno emette un “oooh” di meraviglia. L’hipster invece emette un gridolino di terrore, poi ha una crisi isterica, va in shock anafilattico, infine si accascia al suolo. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “dài, un minimo d’intelligenza, ma guardami in faccia, ti sembro il tipo a cui puoi parlare impunemente di startup?” Allora ti metti ad elencare.

L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo; il linguaggio infarcito di termini in inglese; quel principio idiota secondo cui due teste sono una startup (no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni); il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa; il fatto che una startup sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente; quella spocchia tipica dello startupper per cui se non capisci quello che vuole fare concretamente è colpa tua, mica dell’idea di merda che ha avuto e di cui non si capisce un benemerito; la retorica fighetta e esterofila; l’hipsterismo; gli spazi di coworking; gli incubatori di idee; la ricerca spasmodica dell’innovazione che porta sovrabbondanza di puttanate; le app; i gggiovani imprenditori milanesi; i corsi per gli aspiranti startupper.

Riprendi fiato mentre Carla aiuta Lennon a rialzarsi. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici ancora con il piacere della liberazione. Mimmo viene verso di te e t’abbraccia forte. “Ti amo, Marika” ti sussurra in un orecchio. Allora guardi un’ultima volta l’hipster pisano che farfuglia parole in inglese: innovation, know-how, business plan. Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane.

Er cazzo se po’ di’

in società by

Siccome ieri su Facebook la questione è stata dibattuta con un certo interesse, ho deciso di affrontarla in modo un tantino più analitico, dedicando un post all’utilizzo della parola “cazzo” e dei suoi composti nel dialetto romanesco. Qualora mancasse qualche espressione o qualche accezione di quelle che già ci sono, sentitevi liberi di segnalarmela nei commenti. Baci.

a cazzo de cane (o semplicemente a cazzo): in modo inappropriato, approssimativo, sciatto (“Aho, ‘sta carbonara è fatta a cazzo de cane“).
alla faccia der cazzo: perbacco, perdinci, perdindirindina (“Me so’ comprato una BMW cinquemila” “Alla faccia der cazzo!“).
cacacazzi: scocciatore, persona cavillosa (“Ne vorrei discutere con mio cugino” “Bada, che quello è un cacacazzi“).
cazzabbubbolo: uomo di scarsa personalità (“Spero che mio marito affronti la questione” “Seh, ma de che, quello è un cazzabbubbolo“).
cazzaro: persona adusa, spesso in modo compulsivo, a raccontare bugie e pallonate (“Dice che è stato in vacanza in India” “Ma de che, ancora ce credi? Quello è ‘n cazzaro“).
cazzeggiare: indugiare oltremisura in attività ricreative prive di utilità concreta (“Mo mettemose a studia’, so’ tre ore che cazzeggiamo!“).
cazzeggio: l’attività di cazzeggiare (“Daje, è l’ora del cazzeggio!“).
cazzi e mazzi: annessi e connessi (“Tra cazzi e mazzi pe’ ave’ la licenza ce vojono tre mesi“).
cazzi miei: indica affari di esclusiva pertinenza dell’interessato (“Ma stai a usci’ co’ Angela?” “So’ cazzi miei“).
cazzi tuoi: 1. espressione che esprime minaccia nei confronti di qualcuno (“Se nun te sbrighi a ridamme i sordi che t’ho prestato so’ cazzi tua!“); 2. deciso invito a non occuparsi delle faccende altrui (“Aho, perché nun te fai li cazzi tua?“).
cazzobbuffo: individuo di statura modesta e/o di modesta prestanza fisica (“Aho, ma ‘ndo vai in canottiera, nun lo vedi che sei ‘n cazzobbuffo?“).
cazzone: 1. individuo particolarmente portato allo scherzo (“Aho, io ce vado d’accordo, quello è ‘n cazzone come me“); 2. cfr. “cazzabbubbolo”).
cazzi pe’ fischi: espressione utilizzata per esprimere un clamoroso fraintendimento (“Guarda che stai a prende cazzi pe’ fischi“).
cazzope’: letteralmente “Cazzo, Peppe!”; esclamazione di viva sorpresa e meraviglia (“Ho fatto tredici al totocalcio” “Cazzope’!“).
coi controcazzi: particolarmente capace o ferrato in una data materia (“Quello è un meccanico coi controcazzi“)
cor cazzo: assolutamente no, manco per niente (“Cor cazzo che quest’anno te faccio er regalo de Natale“).
eccheccazzo: espressione che esprime insofferenza nei confronti di qualcosa che infastidisce o che non si intende più tollerare (“Aho la smetti de senti’ la musica a tutto volume? Eccheccazzo!“).
er cazzo che te se ‘ncula: locuzione utilizzata per smentire in modo categorico un’affermazione o una richiesta del proprio interlocutore (“M’accompagni a casa a Frascati stasera?” “Seh, er cazzo che te se ‘ncula!“).
Fraccazzo da Velletri: personaggio di fantasia utilizzato per 1. sottolineare le manie di grandezza di qualcuno (“Ma chi se crede de esse’, Fraccazzo da Velletri?”; 2. comunicare che la richiesta di precisare l’identità di qualcuno è ridondante, poiché scontata (“Aho, apri?” “Sì, ma chi è?” “So’ io, e chi dev’esse, Fraccazzo da Velletri?“).
grazie ar cazzo: espressione atta a rilevare che un’affermazione dell’interlocutore è lapalissiana (“Sai che te dico? Se quella me chiede de usci’ io je dico de sì” “E grazie ar cazzo, che je voi di’ de no?“).
incazzarsi: adirarsi, arrabbiarsi (“Aho, guarda che me stai a fa’ ‘ncazza’ eh?“).
manco per cazzo: cfr. “cor cazzo”.
pezzo de cazzo: esprime la volontà di non dare alcunché a qualcuno, spesso a dispetto del fatto che egli ne abbia fatto richiesta (“Papà, me dai dieci euro pe’ usci’ stasera?” “Un pezzo de cazzo, te do“).
quanti cazzi: indica disappunto nei confronti di un interlocutore che pone troppi problemi, spesso in relazione a un progetto comune (“Annamo ar mare?” “No, me brucio” “Allora annamo in montagna?” “No, me gira la testa” “Vabbe’, allora annamo ar lago?” “No, me mette tristezza” “Aho, e quanti cazzi!“).
ridi su ‘sto cazzo: non c’è niente da ridere, o non è il momento opportuno per ridere (“Ahahahahahah che figuraccia che hai fatto ieri sera” “Ridi su ‘sto cazzo“).
scazzarsi: 1. turbarsi, infastidirsi (“Ieri al museo me so’ ‘n po’ scazzato“); 2. cessare di essere incazzati (“Te ‘ncazzi, te scazzi, scenni dar cazzo e te la fai a piedi“).
scazzato: turbato, infastidito, indisposto (“Lasciame perde oggi, ché so’ scazzato“).
scazzo: lite, alterco (“Ieri io e Mario c’avemo avuto uno scazzo“).
‘so cazzi (o cazzi amari, o cazzi da cacare, o cazzi per culo): le vere difficoltà iniziano adesso (“Ecco, entra Pirlo, mo so cazzi amari!“).
‘sti cazzi: chissenefrega, non mi interessa (“Lo sai che me so’ comprato le Converse fucsia?” “E ‘sti cazzi“). N.B. utilizzare l’espressione nel senso di perbacco, perdinci, perdindirindina è errato!
‘stocazzo: espressione poliedrica con diversi significati: 1. diniego perentorio di fronte a una proposta sgradita o su cui non si è d’accordo (“Per quel lavoro che mi devi fare bastano cento euro?” “Seh, ‘sto cazzo“); 2. espressione equivalente a “Fraccazzo da Velletri” nella sua accezione numero 1 (“Ma chi se crede de esse quello, ‘stocazzo?“); 3. espressione equivalente a “Fraccazzo da Velletri” nella sua accezione numero 2 (“Pronto, chi è?” “ ‘sto cazzo!“).
tanti cazzi: cfr. ” ‘sti cazzi”.
testa de cazzo: individuo ottuso e/o presuntuoso (“Lascialo perde quello, è ‘na testa de cazzo“).
un cazzo e tutt’uno: espressione utilizzata per sottolineare che una determinata strategia è inefficace (“Guarda che se prima scopi per tera e poi entri coi piedi sporchi de sabbia è ‘n cazzo e tutt’uno“).
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* Il titolo del post è preso in prestito dall’incipit di questo sonetto dell’immortale Gioacchino Belli.

Berlino ha rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone scuro del tavolo, quella scritta “succhiamelo tutto” sapientemente incisa nel legno da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro berlinese. Glielo leggi in faccia che diventerà un hipster. Lui, proprio lui che ha lavorato anni nell’azienda agricola dei suoi. Glieli vedi stampati in faccia i Rayban; gliela vedi tatuata addosso una camicetta a fiori di merda. Vedi persino le foto in cui sarà taggato, quelle scattate allo schiuma party con lo smartphone dall’amico italiano che sta lì da due anni e che adesso non sa più se è etero, gay o vegano. Del resto, vive a Berlino, può essere tutto quello che gli pare, no? Ma soprattutto un cameriere, visto che il suo tedesco è ancora ridicolo e non trova un cazzo di meglio. Eppure dicevano che a Berlino con l’inglese… Che poi anche il suo inglese è ancora ridicolo perché frequenta soprattutto italiani hipster come lui che tirano fuori un “genau” (“esattamente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri fighetti italiani che tirano fuori un “natürlich” (“naturalmente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri… Insomma, ci siamo capiti.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico continua a pavoneggiarsi. Sei sempre più insoddisfatto della tua misera vita provinciale. Poi, improvvisamente, inspiegabilmente, la ragione prende il sopravvento sui sentimenti; la realtà comincia a chiarirsi ed ora il tuo amico, più che un fortunato emigrante, ti sembra semplicemente un povero coglione. “Berlino ha rotto il cazzo” pensi. “Sì, diocristo, Berlino ha proprio rotto il cazzo!” ripensi. È tutto così evidente, come non averci pensato prima.

L’inverno gelido che dura sei mesi; l’estate tiepida che dura una settimana; l’odore di kebab ovunque; gli hipster; i capelli biondi; l’assenza estetica, gastronomica, esistenziale della mediterraneità; gli esterofili incalliti che non mancano occasione di sputtanare l’Italia; gli artistoidi emigrati e felici dei loro atelier tamarri; la musica elettronica; le pasticcerie vegane; le startup; i milioni di sedicenti fotografi, pittori, scrittori; le dieresi; il cibo etnico; l’anticonformismo conformista degli anticonformisti; il Mauerpark; il Checkpoint Charlie e le foto dei turisti col soldato americano e quello sovietico; la fila per entrare al Berghain; Kreuzberg; gli articoli di Vice su Berlino; quelli che leggono gli articoli di Vice su Berlino; quelli che li scrivono; il Muro; la ricerca della Berlino di Wenders.

“Sì, Berlino ha abbondantemente rotto il cazzo” pensi sorseggiando la tua chiara media, che non ti sembra più così male. Torni ad ascoltare il tuo amico, che è sempre lì davanti a te col sorrisetto da ebete. Sta parlando de “Il cielo sopra Berlino” di Wenders. Ecco, appunto. L’ha visto la settimana scorsa e s’è innamorato della città. Ecco, appunto.

È vero, domani sarai ancora nella provincia meccanica, vedrai le stesse facce e continuerai ad essere felice a modo tuo. Come un provinciale. Ma almeno non andrai dietro uno stereotipo, non ti tufferai a bomba nella retorica esterofila che semplifica tutto e fa sembrare un paradiso tutto ciò che Italia non è. Almeno sei consapevole del marketing esistenziale che si nasconde dietro il sogno chiamato Berlino. Ci andrai se e quando lo vorrai e non spaccerai la tua vita per interessante anche quando sarà priva di slanci.

Guardi un’ultima volta il tuo amico negli occhi. Tornerà, oh se tornerà, pensi. Tornerà perché gli mancheranno il cibo, il clima, quell’italianità che adesso disprezza. Tornerà perché un giorno, in un momento di improvvisa lucidità, Berlino avrà rotto il cazzo pure a lui.

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