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San Vittore 2041 – Il viaggio nel tempo nelle prigioni

in scrivere/ by

Pubblichiamo le trascrizioni di mail misteriose rinvenute nella nostra casella di posta nella speranza che qualcuno possa fare luce su questo mistero.

 

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DA: ecaironi@polimi.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: eureka!

24 Giugno 2040

Mia cara Anna,

Eureka! Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti finalmente a completare la macchina! Ieri sera abbiamo inviato il topolino di cavia indietro nel tempo, esattamente di un mese, e  stamattina è ricomparso nella porta temporale con legato al corpo un messaggio scritto da un mio alter-ego di un universo parallelo, che conferma la ricezione della cavia alla data esatta in cui l’avevamo spedito. Stiamo facendo tutte le verifiche del caso, ma stavolta la scaramanzia la voglio lasciar perdere perché il messaggio riportava esattamente una frase a cui ho pensato in tutti questi anni come prova di verità, e che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno per sbaglio.

Chiamami appena torni a casa, ti racconto per bene al telefono

Non sto più capendo niente dalla gioia

Ti amo

Ettore

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@min.interno.gov.it

Oggetto: RE: installazione impianto S.Vittore

03 Dicembre 2041

Gentile On. Salati,

è con grande soddisfazione che le comunico la buona riuscita dell’installazione dell’impianto di trasferimento temporale all’interno del carcere di San Vittore. Sono convinto che entro la primavera del prossimo anno, una volta conclusa anche la preparazione psicofisica dei soggetti scelti per la sperimentazione, saremo in grado di dare finalmente il via alla fase finale dell’operazione “Rewrite”. Non so ancora come ringraziarla per gli aiuti che ci sono stati dati dal Ministero degli Interni e da quello di Giustrizia, e la prego di ringraziare da parte mia i Ministri Teresiani e Capriccioli per tutto ciò che è stato fatto per questo progetto. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Lei; senza il suo aiuto non saremmo stati in grado di giungere così vicini a qualcosa che fino a vent’anni fa era etichettato nella categoria della fantascienza.

Un caro saluto

Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: mi chiami?

6 Marzo 2042

Anna,

potresti chiamarmi appena arrivi a casa? Mi è appena arrivata una notizia che non saprei se definire tragica o allucinante. Devo rispondere a delle persone ma prima vorrei confrontarmi con te, che mi fai sempre venire in mente le parole giuste. Ti dico solo che, come temevamo, le elezioni politiche e il nuovo governo hanno avuto impatti seriamente negativi sul lavoro.

Baci

E.

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: mmaroni@min.giustizia.gov.it

Oggetto: RE: RE: progetto temporale S. Vittore

7 Marzo 2042

Egregio On. Maroni

ho letto la Sua risposta in merito al progetto temporale da me installato e gestito presso il carcere di San Vittore e non posso nasconderle preoccupazione e una certa difficoltà nel trovare, complice il mio stupore, le parole adatte per spiegarle la fallacia delle sue deduzioni in merito al progetto e il perché le decisioni prese dal Ministero possano impedire il raggiungimento di uno dei più grandi sogni nella storia dell’umanità.

Cercherò di spiegarle sinteticamente le mie argomentazioni, nella speranza di poter incontrare di persona il Ministro Cazorla il prima possibile, magari presso il laboratorio, in modo da convincerlo davanti all’evidenza dei fatti.

I viaggi temporali che abbiamo intenzione di realizzare non hanno scopo turistico né di scopo ludico. Forse siamo visti, agli occhi della politica, come gli scienziati pazzi che la letteratura fantascientifica ha descritto in passato, ma La prego di credere che non è così. Abbiamo voluto dare lo strumento definitivo ai sistemi detentivi per permettere loro di raggiungere l’obbiettivo principale, che è quello rieducativo e non, come molti tendono a credere, puramente punitivo. E da qui lo scopo dei viaggi: permettere ai carcerati di tornare indietro nel tempo ed impedire che i loro crimini vengano commessi.

Quando si affronta un viaggio indietro nel tempo, si crea automaticamente un universo parallelo che, al momento dell’arrivo del viaggiatore, è assolutamente identico al mondo da questi lasciato. In altre parole, se uno volesse tornare ad un mese fa, giungerebbe in un nuovo mondo assolutamente identico a quello presente nell’universo d’origine un mese prima della partenza. Dall’arrivo in avanti, invece, il nuovo universo prende una strada diversa da quello originario grazie alle scelte compiute dal viaggiatore e dalla sua interazione con le persone che lo circondano. Ivi comprese le vittime dei crimini per cui il viaggiatore è incarcerato. L’unica persona che scompare al loro arrivo è il loro stesso alterego. Non possono esserci due persone identiche nello stesso universo, e le nostre pubblicazioni dimostrano che, all’arrivo del viaggiatore, il suo alterego scompare ed egli ne prende il posto, nel punto esatto in cui si trovava. Per esempio, se tra un mese volessi tornare a questo istante in cui le scrivo la mail, mi troverei in un universo parallelo esattamente dietro all’alterego di questo mio computer, con le mani appoggiate all’alterego della tastiera.

Per anni, prima del viaggio, i detenuti scelti per affrontare il viaggio ricevono una rieducazione importante e una soprattutto una preparazione psicologica volta a due obbiettivi. Il primo: sapere con esattezza in che luogo, e durante quale situazione, il viaggiatore “atterrerà” nel nuovo mondo. Abbiamo ritenuto che la scelta più semplice sia di farli arrivare di notte, così che sia solo necessario sapere dove e con chi dormivano all’epoca. Il secondo, e più importante: avere la certezza che non commetteranno più alcun crimine e che gli alterego delle vittime siano, nel mondo parallelo, sane e salve.

Come vede, solo per descriverle queste considerazioni preliminari e necessarie ho dovuto impiegare molte parole, ed è perciò che insisto affinché i Ministri dell’Interno e della Giustizia, nonché le rispettive commissioni parlamentari, vengano a San Vittore affinché possa spiegare con maggiore efficienza e alle persone di competenza il perché sia necessario proseguire lungo il percorso seguito fino ad oggi, considerando quanto è breve la distanza dall’arrivo.

In attesa di una Sua cortese risposta, la ringrazio per l’attenzione e le auguro una buona giornata.

Distinti Saluti

Prof. Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@camera.parlamento.it

Oggetto: saluti

20 aprile 2042

Caro Giorgio,

considera questa come l’anticipo alla lettera di dimissioni che lascerò domani al Centro di Ricerca, allegando in copia Maroni e Bonamini, i loro viceministri e i presidenti delle commissioni. Non pensavo di dover arrivare a tanto, quando mancava così poco al successo. Ricordi quando siete venuti qua a San Vittore a vedere il laboratorio? Mai avrei pensato che tutte le informazioni e la totale trasparenza da parte mia venisse utilizzata poi dal governo per avere più punti su cui aggredirmi, addirittura pubblicamente.

Lo sai vero che mi hanno pure invitato – “caldamente” invitato – a partecipare ad un dibattito serale su Canale 5, per confrontarmi in pubblico con Salvini? Ho già visto come lui e i suoi uomini di governo hanno trattato in televisione la mia ricerca. Quali errori, quali falsità! E io dovrei rendermi ridicolo, farmi massacrare da queste macchine della retorica mentre il pubblico compiacente urla quando prendo parola? Ricercatori, docenti e politici di tutto il mondo fanno la fila per vedere il laboratorio ma il Ministro degli Interni mi ha vietato di confrontarmi con chiunque al mondo, con tanto di minacce poco mascherate.

Ho studiato per anni a questo programma. Ho provato a raccogliere tutte le falle che potevano emergere. Ho definito una linea etica rigida e severa. A chi temeva che i prigionieri scappassero nel mondo parallelo ho spiegato che il dispositivo di ritorno prevede un rientro inflessibile nel mondo originario, che non può essere rimosso a meno che il viaggiatore voglia venire nullificato (come possono far finta di non sapere che il dispositivo è l’unico strumento che permetta al viaggiatore “intruso” di non essere “mangiato” dall’universo ospitante? L’ho detto e scritto milioni di volte, e ancora ieri Il Giornale diceva che aiutavo i prigionieri ad evadere!).

Salvini e i suoi peones continuano a ripetere che questo sistema non riporta indietro le vittime. È vero, ma crea mondi in cui queste possono continuare a vivere, addirittura rimuovendo i loro carnefici, ché una volta che il viaggiatore ritorna nel mondo originario non esiste più traccia né di lui né del suo alterego parallelo in nessun universo esistente.

Mi arrendo. La macchina è pronta e funzionante. Ovviamente loro non vogliono usarla per questo fine ma figurarsi se vogliono distruggerla: chissà quali biechi utilizzi hanno in mente. Ovviamente ho preso le giuste precauzioni e nessuno oltre a me è in grado di farla funzionare, e nel caso di ripararla.

Addio, Giorgio, non credo che ci rivedremo ancora. Ti ringrazio, è grazie a te e ad Alessandro se sono arrivato così vicino ad un sogno. Nonostante l’epilogo, ti devo moltissimo.

Abbi cura di te

E.

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Nessun Oggetto

20 aprile 2042

Anna,

io in questo mondo non posso più vivere. Me ne vado lasciandoti un ricordo di egoista. Continuerò ad amarti altrove, ma tu non potrai più amare me. Ricorda che in un altro luogo io sto abbracciando Anna, la stessa che sei tu.

Ti amo

Ettore.

Tutti i detenuti italiani hanno il 41-bis

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La polemica, in soldoni, è la seguente: Piero Sansonetti scrive che il 41-bis a Carminati è una misura demagogica, giacché a suo dire non ci sarebbero gli estremi per applicarlo, e da più parti ci si stracciano le vesti e ci si indigna, come del resto è più che lecito aspettarsi in casi del genere.
Senonché, prima di entrare nel merito specifico della questione, sarebbe appena il caso di puntualizzare un paio di cose: il famoso (o famigerato) 41-bis è un articolo della legge sull’ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) introdotto nel 1986 per disciplinare le situazioni di rivolta nelle carceri, e successivamente integrato dopo la strage di Capaci per ricomprendere i casi di associazione mafiosa e altre fattispecie di particolare pericolosità sociale.
In estrema sintesi, esso prevede che per i detenuti colpevoli di determinate tipologie di reati è possibile sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento, da cui la definizione di “carcere duro” con la quale l’istituto viene comunemente designato.
Ebbene, sapete qual è il punto? Il punto che nel nostro paese le “normali regole di trattamento” sono di fatto “sospese” per la stragrande maggioranza dei detenuti, peraltro senza che alcuna legge lo autorizzi: sono sospese le regole sullo spazio vitale minimo, sulla possibilità di accedere tempestivamente all’assistenza medica, sull’igiene, sulla qualità del cibo e perfino sulla sicurezza degli edifici.
Ne consegue che in Italia quasi tutti i detenuti, in un modo o nell’altro, sono materialmente soggetti a una specie di 41-bis, nella misura in cui non vengono loro applicate le regole che sarebbe obbligatorio applicare: circostanza, questa, che non alberga soltanto nella fantasia di qualche blogger scalmanato, ma è stata rilevata dalla stessa Corte Europea dei Diritti Umani.
Ergo: prima di contraddire Sansonetti sulla questione dell’applicabilità del 41-bis a Carminati sarebbe il caso di domandarsi se esista qualche motivo ragionevole per cui il “carcere duro” venga di fatto inflitto anche a tutti gli altri, rispondersi (evidentemente) di no e di conseguenza spendere qualche riga e qualche parola per sostenere la rimozione delle intollerabili condizioni cui sono sottoposti i detenuti di tutto il paese; posto che tali condizioni, tra l’altro, provocano effetti disastrosi sulla collettività, cosa che è assai agevole verificare dando un’occhiata ai terrificanti tassi di recidiva di chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena.
Dopodiché, sul punto, quello che penso è che il dibattito sia fuori centro: qua non si tratta di stabilire se questo o quell’altro detenuto, che si chiami Carminati o Provenzano o Pluto, sia inquadrabile nella casistica del 41-bis; ma di chiedersi, una volta per tutte, se il 41-bis abbia un senso e un’utilità, perlomeno nel modo in cui viene applicato, o se si tratti (come a me pare) di una misura le cui finalità “punitive” superano di gran lunga le esigenze di ordine pubblico per le quali fu concepito; il che ci proietterebbe dritti dritti nel campo della tortura.
Ecco, mi piacerebbe questo: primo, che il “carcere duro” non fosse applicato (come di fatto avviene) a tutti, ma soltanto ai soggetti di cui a quel famoso (o famigerato) articolo di legge: e secondo, che anche per questi ultimi si potesse (finalmente) svolgere una discussione serena, non ideologica e “laica”.
Chiedo troppo?

I paladini della tortura

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Ebbene, sì: uno che è in carcere per aver ucciso la compagna con 16 coltellate ha dei diritti.
Ve lo chiedo per favore: evitate di fare la solita manfrina del tipo “ah, bravo, e allora il diritto di quella che è stata ammazzata?”, perché si tratta di un’argomentazione del tutto priva di senso.
Il punto è che la legge e i regolamenti carcerari stabiliscono con un certo dettaglio le condizioni minime di vita che spettano a ciascun detenuto, e quindi per ciascun detenuto costituiscono un diritto: se quella legge e quei regolamenti carcerari non vi piacciono, fate quello che potete per cambiarli; per introdurne di diversi, voglio dire, magari con condizioni minime più dure.
Ma sappiate che, se e nella misura in cui l’impresa dovesse riuscirvi, quando anche quelle condizioni verranno meno ci troveremo daccapo in presenza di diritti violati: né più, né meno.
Invece il problema, a quanto pare, è che molti di voi la vedono in modo diverso: un detenuto che ha ammazzato la compagna con sedici coltellate non può averne, di diritti. Non può averne e basta, perché è un criminale efferato, e perché “allora i diritti delle vittime ecc. ecc.” e quindi, in estrema sintesi, dei suoi diritti possiamo sbattercene.
Allora, ne converrete, si spalanca una strada diversa, che è quella per cui delle condizioni minime di vita dei detenuti stabilite dalla legge e dai regolamenti carcerari, quali che esse siano, non è necessario occuparsi: il che equivale a dire che tanto varrebbe non stabilirle proprio.
Eccoci, dunque: chi si straccia le vesti quando un detenuto si cuce la bocca per protesta, additando alla pubblica indignazione il fatto che perfino a un brutale assassino sia consentito rivendicare dei diritti, in pratica vorrebbe delle prigioni completamente prive di regole, nelle quali sia lecito trattare i detenuti in modo arbitrario senza doverne dare conto a nessuno.
Questo, per quanto cerchiate di vendercelo in modo diverso, è il vostro punto d’approdo: la tortura.
Il resto sono chiacchiere, e il vento se le porta.

Fischi, altro che applausi

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Credo che sul caso Cancellieri sia il caso di dire una cosa molto semplice: in una situazione drammatica come quella delle nostre carceri, vale a dire sic stantibus rebus, è ovvio che salvarne uno, a prescindere dal fatto che porti un nome importante, è meglio che non salvarne nessuno.
Nella storia di questo paese disgraziato, tuttavia, è stato proprio il consolidamento della disgustosa abitudine per cui se uno ha un nome importante, in un modo o nell’altro, finisce sempre per cavarsela, a fare in modo che nessuno si degnasse di scrivere, o di di far rispettare, le regole che dovrebbero valere per tutti: determinando progressivamente, nel caso delle carceri ma non soltanto, una situazione sempre più drammatica; al punto che se dovessi definire l’elemento più odioso del cosiddetto “regime” che ha impedito a questo paese di diventare un posto civile, lo identificherei proprio in questa vergogna per cui a chi “conta” viene riservato sistematicamente un trattamento migliore rispetto a quello degli altri.
Ecco, io trovo che episodi del genere altro non siano che la perpetuazione di quell’abitudine, e che quindi non possano che rappresentare un passo nella direzione contraria rispetto a quella che sarebbe lecito augurarsi affinché certe situazioni drammatiche vengano finalmente risolte.
Trovo anche, tanto per dirla tutta, che questo sia un punto di vista autenticamente liberale: molto più liberale di quello dei miei compagni radicali, che a Chianciano hanno applaudito la Cancellieri.
Mentre per come la vedo io, da liberali, avrebbero dovuto fischiarla.
Tutto qua.

Altro che clemenza

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Siccome, finalmente, si è ricominciato a parlare di amnistia, e qualcuno ha perfino avuto l’alzata d’ingegno di dire che si tratta di una cosa poco seria, colgo l’occasione per segnalare come la penso sull’argomento.
L’attività detentiva, com’è noto, è di competenza dello stato, che com’è altrettanto noto dovrebbe esercitarla nelle modalità previste dalla legge e dai regolamenti carcerari, i quali prevedono che il trattamento dei detenuti debba attenersi a determinati criteri concernenti lo spazio a disposizione, i servizi disponibili, la possibilità di curarsi e via discorrendo.
Orbene, siccome nel nostro paese quei criteri vengono sistematicamente (e macroscopicamente) disattesi, di tal che la condizione dei carcerati si attesta drammaticamente non soltanto al di sotto dei limiti della decenza, ma soprattutto degli standard imposti dalla legge, è evidente che i detenuti italiani vengono trattenuti nelle prigioni in modo del tutto illegale: ne consegue che essi andrebbero liberati, e che si tratterebbe, per come la vedo io, di un atto dovuto.
Occhio: a questo punto è davvero troppo facile proporre le consuete obiezioni, tipo “vabbe’, bravo, e poi come facciamo con migliaia e migliaia di criminali a piede libero?”.
E’ troppo facile, e direi semplicistico, perché un’affermazione del genere legittima, di fatto, qualsiasi trattamento, per quanto disumano esso sia, giustificandolo in ragione della sicurezza pubblica e disegnando i contorni di uno stato letteralmente e sfacciatamente irresponsabile.
Credo invece che lo stato dovrebbe assumersela, quella responsabilità. Credo che dovrebbe essere obbligato a (non decidere generosamente di) liberare i carcerati detenuti in modo illegale, nessuno escluso, e attrezzarsi come meglio crede per assicurarli nuovamente alle patrie galere soltanto quando, e nella misura in cui, le condizioni minime di legalità venissero ripristinate.
Perché se in questa faccenda esiste una clemenza non si tratta di quella che lo stato potrebbe decidere, con l’amnistia, di adoperare nei confronti dei criminali, ma di quella che i detenuti sono già stati costretti, fin troppo a lungo, ad adoperare nei confronti di uno stato molto più criminale di loro.

Depenalizzazione, altro che amnistia e referendum!

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Mi corre l’obbligo di segnalarvi che né la raccolta di firme per i referenda radicali, né amnistia e indulto avrebbero alcun effetto (tangibile la prima, di lungo periodo i secondi) sull’affollamento delle carceri.

La raccolta delle firme sui referenda è stata una burla: in diverse zone d’Italia (anche nelle grandi città), la raccolta l’hanno fatta gli uomini del pdl, che – guarda che strano caso! – hanno raccolto abbastanza firme per i referenda sulla giustizia che interessavano loro (o meglio il loro Capo) e non abbastanza firme su tutto il resto, tra cui i referenda contro la Bossi- Fini e contro la Fini-Giovanardi (incredibile, visto che erano leggi che avevano approvato loro, eh?).

Dell’idiozia politica dei radicali sul punto è meglio non parlare: del resto ora che sono stati fottuti alla grande dalla destra hanno trovato una ragione per prendersela con la sinistra, che è la loro ragione sociale da una ventina d’anni.

Ovviamente a nessuno di loro è venuto in mente che – se fossero state raccolte firme a sufficienza – poi si sarebbe dovuto vincere la battaglia referendaria che è lunga (specie se a breve ci sono elezioni, che fanno slittare i referenda) e molto difficile, soprattutto se il buon Silvio fa la guerra fredda (come ha fatto durante la raccolta firme). Rimettersi al risultato del referendum sul punto è un rischio fortissimo che si corre sulla pelle di chi è nelle carceri: se la battaglia si perde, la legittimazione politica a modificare quelle leggi in Parlamento va a farsi friggere. Rimarremmo bloccati per anni con quelle leggi di merda.

Amnistia e indulto avrebbero un effetto mediatico (che è quello a cui più di tutti sono interessati i radicali) ma tra qualche anno saremo punto e da capo con l’affollamento.

Sapete cosa avrebbe un effetto duraturo sull’affollamento carcerario? Una depenalizzazione di massa.

Una depenalizzazione di decine di reati bagatellari tra cui quelli legati all’immigrazione clandestina (non al suo traffico), quelli legati alla tossicodipendenza (il sogno è la completa liberalizzazione delle droghe leggere ma è una battaglia lunga – che rimane una battaglia da fare e i radicali, bisogna dargliene atto, sono gli unici a farla) e moltissimi altri reati che intasano carceri e tribunali.

Per i pochi che non lo sapessero, la depenalizzazione avrebbe effetto sugli illeciti passati e futuri: non ci sarebbe bisogno di amnistia e indulto per i reati depenalizzati già commessi e non ci sarebbero processi penali per le condotte a venire.

Andrebbe abolita la ex Cirielli che impone pene pesantissime ai recidivi senza alcun senso di proporzione tra reato e sanzione.

Andrebbe ripensata la pena carceraria e previste misure sanzionatorie e preventive efficaci ma non inutilmente afflittive come il carcere (qualcuno prima o poi mi spiegherà perché non abolire il carcere per i reati non violenti: già solo prevedere gli arresti domiciliari per tali reati – con reali limitazioni alla comunicazione esterna – mi sembra un’ipotesi da valutare).

Per la maggior parte di queste misure ci sarebbero da anni i presupposti di necessità e urgenza necessari all’emanazione di un decreto legge, senza attendere i referenda e senza dover fare patti e contropatti su amnistia e indulto per arrivare ai 2/3 necessari in Parlamento.

Una volta tanto, pensiamo davvero ai carcerati: non teniamoli in ostaggio per fare battaglie politiche e mediatiche sulla loro pelle. Abbiamo il coraggio di abbandonare il paternalismo e pensiamo davvero al futuro. Per una volta, poi magari ci prendiamo gusto. Santè

 

Il paese dei tamponi

in politica by

In chimica una “soluzione tampone” serve per stabilizzare il pH su un valore desiderato attraverso l’aggiunta moderata di acidi o basi. Si tratta di un’operazione largamente impiegata nella chimica analitica, che serve ad opporsi alla variazione di quel valore, a renderlo cioè stabile nel tempo. L’efficacia, o meglio la capacità di opporsi alla variazione di pH, si misura con il cosiddetto “potere tamponante” (o capacità tampone).

In gergo si parla invece di “tampone” per descrivere una soluzione provvisoria e trovata con mezzi di fortuna, un rimedio che deve risolvere una situazione di emergenza: si può quindi mettere un tampone in un buco di una botte di vino; si può tamponare la falla di una canoa etc.

In politichese si parla spesso di “provvedimento – o decreto – tampone” per definire una misura necessaria per frenare una crisi di vario genere: da quelle occupazionali a quelle finanziarie, fino a quelle più strettamente sociali.

In questi giorni, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha presentato il suo piano per far fronte alla grave situazione delle carceri italiane, situazione per cui il nostro paese è stato condannato a più riprese dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, sia in termini politici che in termini economici (l’Italia è stata infatti condannata a pagare a diversi detenuti un risarcimento per danni morali). Giusto per dare un’idea: le persone risarcite avevano a disposizione meno di tre metri quadri a testa; non molto di più di quanto ha a disposizione un maiale in un allevamento intensivo.

Ebbene, il ministro sostiene che sabato il Cdm approverà nientepopodimenoche un “decreto tampone”, che dovrebbe alleggerire la pressione sulle carceri attraverso misure quali la detenzione domiciliare per coloro che devono scontare pene fino a sei anni (il giudice deciderà a seconda della gravità del reato) e l’assegnazione dei detenuti – soprattutto tossicodipendenti – ad attività in favore della collettività.

Voi direte: bene, sembrano misure efficaci. Manco per niente. A quanto pare, il provvedimento riguarderà tra i 3mila e i 4mila detenuti su un totale di circa 66mila (la capienza delle carceri italiane è di 40mila posti letto reali), quindi non risolverà neanche temporaneamente il problema del sovraffollamento, al massimo lo ridurrà leggermente. Inoltre, siamo sicuri che le forze di polizia giudiziaria siano realmente nelle condizioni numeriche, pratiche, di occuparsi di altri 3-4mila detenuti agli arresti domiciliari piovuti improvvisamente dal cielo? Io qualche dubbio ce l’ho.

Voi direte: ma sei un criticone, cos’altro vorresti? Cosa vorrei? L’abrogazione della Bossi-Fini (che ha introdotto il reato di clandestinità) e della Fini-Giovanardi (che riempie le carceri di tossicodipendenti e detentori di droghe leggere). Ecco cosa vorrei. E poi vorrei che si smettesse una buona volta di parlare di “decreti tampone” nell’accezione più diffusa e si cominciasse, col pur complicato linguaggio dei chimici, a discutere di “capacità tampone”. Che ci si decidesse insomma di risolverli davvero i problemi, di stabilizzargli il pH, senza fare melina.

Free Sallusti! E pure gli altri, però!

in giornalismo/politica/società by

Cari garantisti a targhe alterne, potete stare tranquilli: il dissidente Sallusti non finirà al gabbio! La procura ha sospeso l’esecuzione della pena, non essendoci recidiva né altri carichi pendenti.

Questo, nonostante il dissidente Sallusti NON abbia richiesto le misure alternative alla detenzione: CHE AVREBBE AVUTO DIRITTO DI CHIEDERE ED OTTENERE, essendo la condanna inferiore ai tre anni e mezzo. Potrà chiederle ancora nei prossimi 30 giorni.

Se questa informazione fosse vera, quindi, se il dissidente Sallusti finisse (o finirà) davvero in galera lo farà (o lo avrà fatto) perché si è rifiutato (o rifiuterà) di chiedere di scontare diversamente la pena.

Altra cosa che è bene precisare è che il dissidente Sallusti NON è stato condannato per reati d’opinione. La diffamazione non è un reato d’opinione. Reati d’opinione sono le fattispecie di Vilipendio. La diffamazione, nel caso del dissidente Sallusti, è stata riconosciuta non perché l’articolo giornalistico contenesse opinioni poco continenti o irriguardose del prestigio di chissachi: è stata riconosciuta per aver pubblicato delle informazioni false.

Liberato il campo da queste amenità sparate spesso in malafede, andiamo oltre.

Pensate: “Sallusti è stato condannato per un articolo che non aveva scritto, solo perchè direttore del quotidiano che lo ha pubblicato. E’ ingiusto!”. Lo pensate? Credetela come vi pare ma la legge prevede che sia il direttore responsabile di un giornale a rispondere, insieme con l’autore – se identificabile – degli eventuali reati commessi a mezzo stampa. Ogni giornalista lo sa, e quando si pubblicano pezzi firmati da anonimi la vigilanza dovrebbe essere maggiore, visto che il vero autore del pezzo molto difficilmente sarà chiamato a risponderne e quindi può lasciarsi andare a scrivere cose che integrano reati.

Pensate: “Prevedere il carcere per i reati non violenti è incivile”? Lo pensate davvero? Io lo penso! Vi avviso: siamo in pochi. La maggior parte dei difensori d’ufficio di Sallusti non ritiene che sia ingiusto finire dentro per clandestinità, ad esempio, o download illegali.

Molti dicono che sarebbe necessario abolire il reato di diffamazione a mezzo stampa; benissimo! Ma perché non anche la normale diffamazione? Perché ad un normale cittadino dovrebbe essere vietato quello che ad un giornalista è consentito fare?

Soprattutto, finché la legge è questa, la legge si applica: non si può assolvere una persona solo perché è un famoso direttore di giornale autoproclamatosi “scomodo” che quindi fa molto figo difendere!

Aboliamo il reato di diffamazione a mezzo stampa: parliamone! La cosa riguardi tutti, non solo Sallusti: se proprio vi sta a cuore la libertà personale di Sallusti (a me sta a cuore, come la mia e quella di tutti) facciamo una legge per abolire quel reato ed anche la condanna del dissidente Sallusti verrà meno.

Facciamo anche qualcosa di più: chiediamo la grazia a Sallusti da parte del Capo dello Stato. E’ una misura un po’ ingiusta, perché se io o voi fossimo condannati per diffamazione non ci sarebbe tutto questo casino e nessuno ci grazierebbe.

Sarebbe ingiusto, ma lo preferisco comunque a qualunque incarcerazione per reati non violenti: perché non sono un garantista a targhe alterne. Santè

 

Trattativa o Waterboarding?

in giornalismo/politica/società by

C’è una frase che mi è sempre rimasta impressa nella mente quando da ragazzetto facevo le mie ricognizioni sul lungomare del mio paese con la mia Bmx: “Dopo il gelo degli anni di piombo, godetevi il calduccio di questi anni di merda“. Di scritte scolorite quelle mura e pareti di cemento erano piene: “W Stalin“,  “Autonomia Operaia“, “Onore al camerata Delle Chiaie” , “Il popolo non vota il popolo lotta“. Oggi quando ci passo, senza Bmx, trovo frasi tipo “Italian Boy“, “Stella… la mia vita non esiste senza di te“, “W il pulcino pio pio” e altra roba simile. Seguendo a tratti la recente questione delle intercettazioni del Colle e della trattativa Stato/Mafia, quella frase è tornata ad intermittenza a frullarmi la testa. “Dopo il gelo degli anni di piombo godetevi il calduccio di questi anni di merda“.

Il 17 Dicembre 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano James Lee Dozier. La squadra messa in campo dal ministero dell’Interno, guidato dal democristiano Virginio Rognoni, convocata presso la questura di Verona dal prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos), è composta da Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. Racconta Salvatore Genova: “Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato.
(…)
Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata.
(…)
Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli. Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier
“.*

Anche questo era il gelo degli anni di piombo. Il calduccio degli anni di merda narra invece di una trattativa tra lo stato e la mafia. Nell’estate del 1992, subito dopo l’uccisione del giudice Giovanni Falcone, alcuni ufficiali facenti parte del ROS dei Carabinieri avrebbero intentato una trattativa con i vertici di Cosa nostra per fermare l’ondata di attentati e per giungere ad un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis. Si tende a ritenere che Paolo Borsellino possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla buona riuscita di tale trattativa.

Sono sicuro che tra qualche decennio di questa vergognosa minchia di trattativa che coinvolge i vertici istituzionali e militari di questo Paese, rimarrà stupefacentemente predominante, nel dibattito storico dell’editorialismo onanistico della sinistra riformista, la pseudofrattura tra Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari sulla linea che Repubblica ha adottato in merito alla questione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e al connesso editoriale di Zagrebelsky, e, come corollario, la lite tra Giuliano Ferrara e Travaglio in una trasmissione di fine agosto condotta da Enrico Mentana con un Emanuele Macaluso più pimpante che mai, su chi sia un irresponsabile neogiacobino eversivo e giustizialista e chi invece un opportunista garantista a guardia della ragion di stato e della tenuta democratica dell’intero sistema che fa gli accordi con la mafia. Alla faccia dei morti ammazzati, giudici e non.

Ma nessuno scioglierà mai il dubbio se sia meglio la trattativa o il waterboarding. Se sia stato meglio il gelo degli anni di piombo o il calduccio di questi anni di merda. L’unica cosa che posso fare è andare a vedere, appena torno a casa, che fine abbia fatto la mia vecchia Bmx.

Soundtrack 1): ‘Pogo’, Digitalism
Soundtrack 2): ‘Dark city, dead man’, Cult of luna

*http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-torturavamo-i-brigatisti/2178029

 

L’antidoto alla chiarezza

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Marco Pannella è per me un punto di riferimento non soltanto politico ma umano nel senso più ampio. Lo è per quel che ha rappresentato e continua a rappresentare (nel senso di dare immagine col proprio corpo e con le proprie parole, non di essere rappresentante). Eppure, non sono e non sono mai stato un “pannellato”, uno di quei poco cartesiani militanti che accettano tutto, anche (e soprattutto) quando non hanno capito un cazzo di niente.

Lo dico a scanso di equivoci, perché non si pensi che chi scrive voglia buttarsi nella – pur divertente, anche se ormai sputtanata – letteratura antiradicale (o meglio: antipannelliana). Per gli amanti del genere c’è Malvino, che basta e avanza.

Fatta questa premessa, andiamo al sugo della questione. Per cominciare, cito Valter Vecellio, che, per rispondere alle accuse di ridondanza e verbosità mosse al leader (e cioè “all’ovvio, al banale che giorno dopo giorno si rovescia su Pannella e i radicali”), cita Sciascia:

“Si fa quello che si può: e per richiamare l’attenzione degli italiani su un così grave e pressante problema, Pannella è spesso costretto (lui che, a ben conoscerlo, è uomo di grande eleganza intellettuale) a delle “sorties” che appaiono a volte funambolesche e grossolane. Ma come si fa a vincere quella che si può considerare una congenita insensibilità al diritto degli italiani, se non attraverso la provocazione, l’insulto, lo spettacolo? Si suol dire – immagine retorica tra le tante che ci affliggono – che l’Italia è la “culla del diritto”, quando evidentemente ne è la bara…”

Come non essere d’accordo, in linea teorica, con Sciascia (e quindi con Pannella)? La provocazione, l’insulto e lo spettacolo possono essere strumenti comunicativi molto efficaci per affrontare la “congenita insensibilità al diritto degli italiani” e convertirla, almeno preliminarmente, in convinta curiosità cialtronesca. Certo, bisogna inoltre ammettere che a volte sono l’unico strumento a disposizione per porre rimedio agli innegabili giochetti televisivi della partitocrazia (cazzo, l’ho detto), e si rivelano quindi una scelta obbligata: tacere oppure sorprendere.

Ciononostante,  un conto è suscitare le coscienze attraverso quella che si potrebbe definire “fantasmagoria politica”, un altro è ribaltare rimbaudianamente le parole, il senso fino allo sputo, come cantava Vecchioni. Cito integralmente Marco Pannella, che è intervenuto sull’emergenza carceri al Tg2 di Ferragosto:

“Buon ferragosto e ringraziamo Tg2 e i suoi novanta secondi con cui ci permette di augurarcelo, augurarcelo nel momento in cui tutta l’Italia ma la terra il terreno i fiumi hanno sete, una maledetta sete, che bisogna soddisfare. E’ la sete per cui non dobbiamo parlare, per cui non dovete ascoltarci, per cui non dobbiamo, tutti quanti, consentire di dire che le carceri sono il luogo oggi più nobile e tragico di tutto il paese, che il regime è in flagranza assoluta, criminale secondo tutte le legalità. Bisogna interromperla, perciò non vogliono che si parli di amnistia, di diritto. Caro presidente, la prepotente urgenza di continuare ad ammazzare questa civiltà, questo popolo, questa terra. Ma ce la faremo, ce la faremo. [silenzio di quindici secondi, mani giunte come per pregare]. Grazie, forza, la forza dell’amore, della nonviolenza. Lasciamoli essere violenti solo a loro, criminali.

Si può continuare a dire che gli italiani sono insensibili e non colgono le istanze radicali (del resto, lo 0,qualcosa% che si prende alle elezioni lo testimonia piuttosto decisamente), ma non senza ammantarsi di uno snobismo che, lasciatemelo dire, stride un po’ con il desiderio di parlare alla maggioranza delle persone. Perciò, io me ne tiro fuori.

Non sarebbe forse più onesto dire che – per diverse ragioni – non si riesce più a comunicare il proprio (potente, perdio, potente) messaggio? Qualche decennio fa, la fantasmagoria politica di Marco Pannella e la saldezza d’animo di Emma Bonino riuscirono a smuovere le coscienze di tante e tante casalinghe di Voghera, non certamente grazie ad un linguaggio facile, ma perché furono capaci di farsi comprendere, di portare in superficie ciò che molti sapevano ma pochi riuscivano a dirsi.

Oggi che i soggetti a cui parlare sono altri e sull’insulto qualcuno fonda la propria esistenza politica (il vaffanculo di Grillo, per capirci), lo spettacolo eclatante non fa più impressione né compassione nel senso etimologico. Oggi l’antidoto contro l’ovvio e il banale non può e non deve essere la rarefazione concettuale, la balbuzie semantica. Oggi, più che mai, l’antidoto deve essere la chiarezza. Mentre (lo dico con grande dispiacere) le parole di Pannella al Tg2 mi paiono un ottimo antidoto alla chiarezza.

È una faccenda prioritaria, io credo, e ne va di una questione importante come quella dell’emergenza carceri. Ma ne va anche della sopravvivenza di un movimento che resta l’unico realmente impegnato nella difesa del diritto in tutte le sue sfaccettature, l’unico grazie al quale spesso mi ricordo dove sto andando e cosa sto facendo.

Mi appena vedere quell’aula trasformarsi in un’aula di tribunale

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Ci risiamo. Si vota nuovamente sulla richiesta di arresto di un parlamentare e riparte la rumba del carcere sì carcere no. Da una parte si vorrebbe spedire sempre e comunque qualsiasi parlamentare indagato dietro alle sbarre (è la stessa parte che metterebbe i lucchetti alle porte di Camera e Senato e dichiarerebbe tutti in arresto per risparmiare tempo). Dall’altra si urla alla dittatura dei magistrati e si negherebbe anche l’arresto dell’On. Jack lo Squartatore colto in flagranza di reato. Pochi in questo dibattito si ricordano, o vogliono ricordarsi, che nel caso di richiesta di arresto di un parlamentare, il Parlamento vota non nel merito del reato ma solo sull’ormai celebre “fumus persecutionis”. In sostanza viene chiesto al Parlamento se ritenga che il giudice stia richiedendo l’arresto con intento persecutorio nei confronti dell’On. Tizio in quanto parlamentare.  Tutto questo non ha nulla a che fare con l’innocenza o la colpevolezza di Tizio né con il fatto che sia giusto o meno che esista la carcerazione preventiva per questo o quel reato. La prima questione va risolta in tribunale e la seconda attraverso una riforma della giustizia. Come qualcuno ieri ha ricordato, è triste vedere il Senato della Repubblica trasformarsi in un’aula di tribunale. Come è triste vedere alcuni senatori diventare garantisti e esperti di condizione carceraria solo quando uno di loro rischia di finire dentro. Alla faccia delle altre migliaia di cittadini detenuti nelle stesse carceri nell’attesa (biblica) di un giudizio, lontani dalla luce dei riflettori. Io ieri avrei votato per l’arresto di Lusi non perché lo ritenga colpevole o perché ritenga giuste le regole sulla carcerazione preventiva in Italia, ma perché se con quelle accuse in Italia io finirei dentro, non è giusto che qualcuno, per il solo fatto di essere parlamentare, sia trattato in modo diverso da me.

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