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Le conseguenze della coscienza

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“What makes a man, Mr Lebowski?”

“Uh, I, I don’t know, sir.”

“Is it being prepared to do the right thing? Whatever the cost? Isn’t that that makes a man?”

“Ummm…sure. That and a pair of testicles.”

“You’re joking. But perhaps you’re right.”

(The Big Lebowski)

L’arresto di Kim Davis non è solo un altro episodio nel persistente dibattito tra laicismo e religiosità (che non si limita al solo terreno dei diritti degli omosessuali, ma investe educazione sessuale, insegnamento delle scienze, diritto all’aborto e via dicendo) ma, cercando di svincolarsi dalla logica di appartenenza ad una o l’altra delle fazioni in campo, può anche essere l’occasione per tentare di fare un paio di considerazioni di carattere più generale su come ognuno di noi riesca a conciliare i propri principi con i ruoli che ci troviamo ad assumere.

La signora Davis si è trovata in una situazione nella quale il suo ruolo di impiegata comunale le imponeva di compiere un’azione che la propria coscienza giudicava esecrabile; messa di fronte a questo conflitto lei ha agito in conformità con i propri principi morali, ritenendo che essi dovessero essere il fattore predominante nella determinazione del proprio comportamento: in parole povere, ha agito secondo coscienza. Ora, il fatto che io non condivida nulla delle idee oscurantiste e totalitarie che albergano nella coscienza della signora Davis, non mi impedisce di provare una certa ammirazione per un comportamento di questo tipo: d’altronde “difendi i tuoi ideali” e, appunto, “segui la tua coscienza” sono principi che tutti noi consideriamo virtuosi a prescindere, anche (e sopratutto) perché diamo istintivamente per scontato che i suddetti ideali da difendere siano gli stessi cui ci ispiriamo noi. La signora Davis non si è autoassolta con la necessità di obbedire agli ordini, né ha dato importanza al fatto che le coppie da lei respinte in un modo o nell’altro si sarebbero sposate comunque: la sua profonda convinzione era che fosse suo dovere impedire un abominio e il suo comportamento ne è stato una conseguenza.

Sto quindi sostenendo che Kim Davis è una paladina della libertà, eroica vittima di una persecuzione ideologica? Assolutamente no, sto dicendo che se comportarsi secondo la propria coscienza è di per se una cosa lodevole, l’idea che ciò giustifichi a priori qualsiasi tipo di comportamento é estremamente infantile. Poiché nessuno di noi è un’isola, è necessaria la consapevolezza delle conseguenze che le nostre scelte comportano in relazione ai ruoli che ricopriamo all’interno della società affinché tali scelte non si riducano ad una forzosa imposizione delle propria visione del mondo sugli altri: è proprio tale consapevolezza ad attribuire valore alle nostre scelte. In fondo ha (come sempre) ragione Il Drugo: per fare quello che è giusto servono i coglioni.

Invece, nel caso in questione, è successo che, a seguito della decisione della Corte Suprema, i principi della signora Davis l’hanno resa incompatibile con il proprio ruolo di pubblico ufficiale: la signora avrebbe dovuto prendere atto della sopraggiunta incompatibilità e, nel rispetto del ruolo che ricopre, avrebbe dovuto chiedere di essere trasferita ad altra mansione o, qualora ciò non fosse stato possibile, presentare le dimissioni. È stata la sua persistenza a voler ricoprire un ruolo senza averne l’idoneità la causa della serie di eventi culminata con la sua carcerazione: nulla che non si sarebbe potuto evitare se la signora avesse accettato che lei, volendo seguire la propria coscienza, quel lavoro non poteva più farlo esattamente come un musulmano o un ebreo ortodosso non può fare il cuoco in un ristorante dove servono l’amatriciana, un sostenitore del creazionismo non può insegnare scienze naturali, un ecologista non può fare il trivellatore e un vegano non può fare il macellaio.

Purtroppo il rifiuto di tale incompatibilità spesso comporta delle enormi storture spesso mascherate dietro la facciata dell'”obiezione di coscienza”. Non mi riferisco solo al massacro della legge 194 ormai con punte dell’85% di medici obiettori ma anche, e sopratutto, a quegli episodi nei la suddetta stortura è causata da un sistema valoriale con il quale sento decisamente più affinità rispetto a quello della nostra eroina del Kentucky: due esempi fra tutti sono le vicende Cancellieri-Ligresti e Azzolini nelle quali un gesto dai fini, a priori, nobili (evitare a un essere umano una carcerazione preventiva, vessatoria e ingiustificata) è stato conseguito attraverso modalità in palese contraddizione con i ruoli istituzionali ricoperti dai “benefattori” (mancanza di imparzialità nel caso del ministro, voto in malafede* da parte dei senatori). Di nuovo, una volta conseguito l’obiettivo, il passo corretto da compere sarebbero state le dimissioni immediate per sopraggiunta incompatibilità verso il proprio ruolo; un gesto che avrebbe anche potuto generare un dibattito sulla mostruosità che è il sistema giudiziario-carcerario italiano (come non manca periodicamente di ricordarci la Corte europea dei diritti dell’uomo). Invece, anche qui, la scelta “di coscienza” è stata considerata la giustificazione di un comportamento istituzionalmente illegittimo che, accanto alla “buona azione” privata, ha creato un’ulteriore stortura pubblica in aggiunta a quella già esistente.

Nota finale: l’altro ieri Kim Davis è stata rilasciata con l’ammonimento a fare il proprio lavoro. All’uscita di prigione è stata accolta da una folla in festa al suono di Eye of the Tiger: la signora ha ringraziato, commossa, la folla, ed ha tenuto un breve discorso durante il quale si è rivolta al cielo esclamando “la gente di Dio si è radunata”. Sul palco con lei c’era  Mike Huckabee, pastore battista e candidato (di nuovo) alla presidenza e già altri candidati stanno facendo la fila per incontrarla. Mi sbaglierò ma queste elezioni stanno per diventare parecchio divertenti.

*parlo di malafede perché l’argomento della votazione era la presenza o meno di intenti persecutori nell’indagine della procura (non la bontà dell’indagine stessa, la consistenza delle prove o l’opportunità della carcerazione preventiva) mentre molti di coloro che hanno votato contro l’arresto lo hanno fatto, per loro stessa ammissione, a prescindere dalla questione persecutoria

Sofri, D’Elia, tutti gli altri e il tempo delle domande secche

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Mettiamoci d’accordo: o si decide che l’unico scopo del nostro sistema penale è di carattere “rieducativo” (anche se la parola non mi convince del tutto, ma di questo magari parliamo un’altra volta), vale a dire che il suo obiettivo è restituire chi ha “sbagliato” alla vita civile affinché possa tornare a contribuirvi in modo utile, e quindi ci si produce in copiosi salti di gioia ogni qual volta tale obiettivo viene realizzato; oppure ci si dice, guardandosi negli occhi e una volta per tutte, che la commissione di determinati delitti è riconducibile a fattori immutabili, di tal che un criminale non può che restare tale per tutta la vita, epperò, di conseguenza, non ci si può limitare a rammaricarsi, a indispettirsi e a indignarsi allorché un ministro sceglie un pregiudicato come consulente, ma si ha il dovere di adoperarsi per deporre ogni ipocrisia e promuovere l’applicazione della pena di morte a tappeto, per tutti i reati al di sopra di una certa soglia di gravità.
Tra queste due impostazioni, con ogni evidenza, non esiste alcun livello significativo di compromesso, giacché si tratta di punti di vista sul mondo diametralmente opposti e quindi intrinsecamente inconciliabili: o la si pensa in un modo o si è convinti del contrario, ed in entrambi i casi si deve essere pronti a portare fino alle estreme conseguenze ciò di cui si è convinti.
Di tal che, tanto per tornare a oggi, la domanda diventa questa: prescindendo dalla specificità e dalla peculiarità della sua vicenda giudiziaria, che pure avrebbe un’importanza enorme ma che in questa sede mi pare opportuno mettere da parte per scongiurare la deriva del dibattito in altre direzioni, dobbiamo augurarci che Adriano Sofri (o chiunque altro per lui, sottolineo di nuovo) possa tornare a rendersi utile alla collettività, e quindi gioire per l’incarico conferitogli e casomai limitarci, qualora ne dovessimo nutrire, alle eventuali perplessità sulle sue concrete capacità di svolgere il compito richiestogli, oppure dobbiamo stracciarci le vesti perché il suo nome non è stato definitivamente azzerato e cancellato dal registro dei vivi?
Ogni via di mezzo è un trucco dialettico privo di significato che non aiuta la discussione: le posizioni alla Augias, tanto per fare un esempio, secondo il quale Sergio D’Elia (ai tempi eletto segretario della Camera dei Deputati) non avrebbe dovuto certo scomparire (con a corredo un bel “ci mancherebbe altro” che non guasta mai), ma restare un tantino defilato invece sì, rappresentano un tentativo di mediazione magari animato da buone intenzioni, ma di fatto sterile, inutile, privo di senso: che non porta da nessuna parte se non a confondere le idee.
La domanda, in ultima analisi, mi pare questa: siamo per la pena di morte o per la cosiddetta “riabilitazione”?
Io, onestamente, non ne vedo altre.

Il carcere più utile è quello che non c’è

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Non è, vedete, soltanto una questione di dignità dei carcerati. Voglio dire, è evidente che la dignità da sola dovrebbe bastare e avanzare, ma la realtà è che c’è molto, molto di più.
C’è che sarebbe opportuno domandarsi che senso abbia, l’istituzione carceraria, e dopo aver risposto alla domanda trarre le conseguenze del caso.
Ad esempio, è di tutta evidenza che la prigione non serva semplicemente a tenere “separate” le persone che ci finiscono dentro in modo che non possano nuocere al prossimo: cosa che del resto non avrebbe molto senso, dal momento che nella maggior parte dei casi si tratterebbe di una separazione temporanea (tanto per dire, un terzo dei detenuti si trova in carcere per scontare una pena inferiore a tre anni) che non risolverebbe il problema, ma lo riproporrebbe tale e quale, se non in modo peggiore, a scadenze periodiche.
Insomma, mi pare chiaro che debba esserci di più.
Quel di più risponde al nome di “rieducazione” dei detenuti: che detta così pare una roba teorica, buonista e utopistica, ma che in realtà coincide esattamente con il concetto (assai più arido e concreto) di “abbassamento del tasso di recidiva“.
Il carcere, in effetti, dovrebbe servire soprattutto a fare in modo che chi ci entra una volta non debba tornarci più, vale a dire che scontata la pena non si trovi a delinquere di nuovo: a tutto beneficio della collettività, se preferite vederla così, prima ancora che dei diretti interessati.
Ebbene, esiste un sistema per fare in modo che il tasso di recidiva si abbassi?
A quanto pare sì. Se è vero (com’è effettivamente vero) che la media nazionale dei detenuti che una volta usciti tornano a delinquere si attesta tra il 60% e il 70%, mentre in taluni casi particolari precipita a percentuali inferiori al 20%.
Ragion per cui la domanda che dobbiamo porci mi pare la seguente: cosa succederà mai in questi carceri così “speciali”?
Succede, e per saperlo basta leggiucchiare un po’ in giro, che le condizioni di vita dei detenuti sono decisamente migliori rispetto a quelle delle altre prigioni, che vengono implementati percorsi di studio e di inserimento professionale, che viene consentito, ed anzi promosso, il lavoro all’esterno del carcere, spesso e volentieri senza l’utilizzo di strumenti di controllo come i braccialetti elettronici ma sulla base di un rapporto sostanzialmente fiduciario.
Ebbene, sta di fatto che su dieci detenuti che escono da istituti del genere otto non ci tornano più, cioè non commettono più reati; mentre per ogni dieci carcerati che escono dalle prigioni “tradizionali” (quelle col sovraffollamento, la sporcizia, le celle chiuse a chiave, le docce razionate e l’ora d’aria quando va bene, per capirci) sei o sette ricominciano a delinquere appena escono.
E poco importa, dati alla mano, che di quando in quando dalle “carceri modello” qualcuno se la dia a gambe approfittando della fiducia che gli è stata concessa, perché il risultato complessivo è comunque incomparabilmente migliore rispetto a quello conseguito nelle prigioni di tipo “medievale”.
La conclusione? Il carcere è tanto più utile quanto più viene superato: al punto da suggerire l’idea che la detenzione dispiegherebbe la massima utilità laddove, in ogni occasione possibile, venisse addirittura abrogata del tutto.
Badate: sto parlando di utilità e sicurezza collettiva, non solo di dignità dei carcerati.
Anche se la dignità, da sola, dovrebbe bastare e avanzare.

SIAMO lo stesso coinvolti.

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Sarebbe bello che tutta l’indignazione che ha sollevato la sentenza Cucchi fosse indirizzata non già nel “dovrebbero metterli dentro comunque” (sul quale sono d’accordo con Alessandro Capriccioli) ma su quello che ci ha condotti fin qua e su come cambiarlo.

E allora proviamo a fare qualche considerazione sparsa.

 

1) Cucchi è morto ed era stato sottoposto a violenze mentre era nelle mani dello Stato.

Questo è inaccettabile. È inaccettabile che quando queste violenze succedono il responsabile o i responsabili raramente si trovino.

È inaccettabile che non vi sia un responsabile ultimo che – quando casi come questi succedano e i responsabili non si trovano – non risponda in maniera oggettiva, anche senza accertarne la responsabilità penale.

Ovviamente sarebbe solo una responsabilità di tipo amministrativo o disciplinare, perché la responsabilità penale è strettamente personale. Ma qualcuno che risponda comunque, quando una persona entra viva nelle mani dello Stato e ne esce morta ci deve essere.

Ci deve essere un responsabile, un dirigente, un coordinatore che abbia l’incentivo a evitare questi casi e soprattutto il circolo vizioso di omertà che quasi sempre accompagna questi casi.

Qualcuno deve rispondere perché è inaccettabile che non sia stato nessuno se – e può succedere a tutti noi, anche per sbaglio – entriamo sani nelle mani di qualunque forza di polizia e ne usciamo pestati.

È inaccettabile che non si sia ancora introdotto il reato di tortura nel nostro Paese. L’opinione pubblica spesso chiede – e ottiene – la galera per illiciti minimi ma un’apposita fattispecie di reato per punire chi si rende responsabile di abusi sui fermati non esiste. Questo è un problema molto collegato al punto 3).

2) Cucchi è morto perché la nostra politica sugli stupefacenti è sbagliata.

Anche questo è inaccettabile. È inaccettabile che l’unica politica sugli stupefacenti adottata negli ultimi anni sia la repressione. È inaccettabile che le carceri scoppino di persone che hanno commesso violazioni risibili in base a una legge – la Fini-Giovanardi – che è stata dichiarata parzialmente incostituzionale ma che è ancora causa di storture assurde.

È inaccettabile che la penalizzazione sia la risposta principale dello Stato e che si investano risorse economiche enormi non per prevenire e curare i casi in cui sia necessaria una cura ma per reprimere.

3) Cucchi è morto perché la nostra politica carceraria è sbagliata e la nostra cultura carceraria è pure peggio.

Non è solo una questione legata al punto 2: il punto è che troppa gente finisce in carcere per reati che non sono violenti.

Una questione su cui non si riflette mai: perché il nostro istinto di fronte a comportamenti illeciti è quasi sempre chiedere la galera anche quando non c’è bisogno di isolare qualcuno dalla società perché non è pericoloso per l’incolumità pubblica?  Davvero per punire comportamenti illeciti si deve per forza mettere in carcere? Senza riflettere su quanto il carcere, di per sé, possa aggravare il problema?

E, soprattutto, la nostra situazione carceraria è indegna di qualsiasi Paese civile: vogliamo capire se la totale mancanza di rispetto dei diritti umani dei carcerati si riverbera nei confronti di tutti quelli che vengono – anche per poche ore – fermati dalle forze dell’ordine? Perché io non lo so ma magari è proprio così.

Inoltre, siamo sicuri che quelli che ora si indignano per Cucchi non sono gli stessi che – a qualunque notizia di reato che i media riportino – chiedano leggi speciali, “pacchetti sicurezza” e manette più facili?

Siamo certi che questo tifo per la repressione non inciti alcuni membri delle forze dell’ordine ad autonominarsi sceriffi e a far un po’ di sana giustizia a mazzate perché se “tanto si sa che li arrestano e poi li scarcerano due giorni dopo” allora tanto vale provare a rieducare a calci durante il periodo di arresto?

E siamo certi che le coperture e le difese d’ufficio delle forze dell’ordine da larga parte delle forze politiche non alimenti il sentimento di fede nell’impunità che sembra emergere ogni volta che questi casi vengono fuori?

Soprattutto, stiamo chiedendo alla classe politica di pensare a tutto questo? Si sta facendo abbastanza? Sanzioneremo elettoralmente i politici – e sono quasi tutti – che non affrontano o aggravano questi problemi?

Di questo, per iniziare, abbiamo bisogno se vogliamo che non ci siano più casi Cucchi. Se invece, passata la rabbia, la prossima volta che i media danno notizia di qualche reato grave ci uniremo alla richiesta di altro carcere, maggiori pene, magari, chissà, esecuzioni sommarie, stiamo certi che altri casi Cucchi verranno. E non è vero che “non è Stato nessuno”, saremo stati anche noi.

I complici della barbarie

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Siccome mi pare che il dibattito stia infuriando più vibrante che mai, colgo l’occasione di puntualizzare un paio di cosette.
La prigione non ha lo scopo di dare a chi non ruba la soddisfazione di sapere al fresco quelli che hanno rubato (soddisfazione, sia detto per inciso, che mostra alcuni tratti inquietanti, ed in taluni casi letteralmente patologici): serve, o dovrebbe servire, a fare in modo che chi ha compiuto dei reati possa essere recuperato alla convivenza civile, nel frattempo essendogli preclusa la possibilità di delinquere ulteriormente.
Ebbene, siccome sotto il profilo della rieducazione l’istituto del carcere sembra aver completamente disatteso il proprio scopo, sarebbe il caso di iniziare a discutere sull’eventualità di accantonarlo definitivamente, perlomeno nei casi in cui ciò sia materialmente possibile: piuttosto che indignarsi quando a questo o a quel condannato (ammesso e non concesso sia tale, e non, come troppo spesso accade, detenuto in attesa di giudizio) vengano concessi gli arresti domiciliari.
Non rileva, a tale riguardo, la locuzione “come tutti gli altri”, che spesso si accompagna alle invettive di questi scalmanati contro le misure alternative concesse ai potenti: giacché la constatazione dell’evidente sperequazione di trattamento tra quelli che contano e quelli che non contano niente dovrebbe casomai condurre a promuovere una battaglia per consentire che i domiciliari vengano accordati quanto più spesso possibile anche ai secondi, invece che a una crociata per mettere dietro le stesse sbarre i primi.
La sensazione (che ormai, per quanto mi riguarda, è assai vicina ad essere una certezza) è che dietro le crescenti ed accorate invocazioni alle manette, alle celle e alle chiavi da buttare via si nasconda una malcelata (o meglio, a questo punto neppure più celata) smania di vendetta: ed è sin troppo banale sottolineare che vendetta e giustizia non coincidono che nelle collettività primitive, per intenderci quelle con le pene corporali, le torture e le lapidazioni, mentre nei posti civili i due concetti divergono al punto da diventare non soltanto assai distanti, ma l’uno antitetico all’altro.
E’ fin troppo banale, dicevo. Eppure gran parte dell’orda manettara che sta animando questi giorni con le sue lamentazioni sembra ignorarlo allegramente.
Se ne deve dedurre, quindi, che sia proprio questo ciò che costoro vogliono: la vendetta. Non in modo inconscio, badate, ma consapevolmente, senza vergognarsene ed anzi facendosene vanto, come se brandirla li elevasse al rango di esseri umani più onesti, più retti, migliori degli altri.
Non ho alcun timore a dire che questa gente mi spaventa: e mi spaventa di più, molto di più, di quelli che delinquono. Perché da questa gente, quella che erge con disinvoltura la vendetta a giustizia, arriva un messaggio che è chiaramente (ed in modo incontrovertibile) contrario ai fondamenti stessi della nostra convivenza: quelli, per intenderci, in base ai quali milioni di persone si fidano quotidianamente ad attraversare la strada col semaforo verde e ai familiari delle vittime di un reato viene impedito di procedere sommariamente al linciaggio di chi lo ha commesso.
Dopodiché, io dubito fortemente che sia vero quello che dicono: che i garantisti, cioè, finiscano per fiancheggiare chi ha derubato sistematicamente il paese delle sue risorse.
Ma anche ammettendo, per amor di discussione, che abbiano ragione, è certo che costoro si stanno rendendo complici di una cosa assai peggiore: la discesa sfrenata nel baratro che conduce a una nuova, luminosa era di barbarie.
Direi che mi basta e mi avanza, per scegliere da quale parte stare.

Gennaro for President

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Bellissima questa storia che tutti sono indignati perché la finale di Coppa Italia di ieri è stata giocata solo dopo che gli ultrà del Napoli hanno dato il proprio consenso, per bocca di un distinto signore di nome “Genny ‘a Carogna”.

Un enorme coro di disapprovazione e oltraggio sorvola l’Italia: il Corriere addirittura titola “Non dobbiamo abituarci all’illegalità“. E si soloneggia sull’autorità e l’autorevolezza perdute, la legalità infranta, la civiltà in pericolo.

Anche io mi sarei aggiunto al coro, ci mancherebbe.

Poi mi son ricordato che le stesse persone, gli stessi giornali, le stesse autorità oggi indignate, tollerano che un pregiudicato, condannato in Cassazione, assegnato ai servizi sociali, partecipi al processo di riforma costituzionale, dicendo la propria sui tempi e i modi ed essendo ricevuto da Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica (*). Lo stesso Corriere oggi pubblica una lettera del suddetto pregiudicato che ci indica le riforme da fare.

Nessuno nota lo stridore di questa incoerenza totale: ci si accorge che viviamo in un regime di illegalità generalizzata solo quando le autorità vanno a chiedere a Gennaro ‘a Carogna se si può giocare la partita. Contrattare la riforma della Costituzione con un pregiudicato, invece, evidentemente si può. Si può perché “il pregiudicato ha il consenso”, “rappresenta milioni di persone” e “potrebbe bloccare le riforme”.

Faccio solo notare che anche l’ottimo Gennaro ‘a Carogna ha il consenso della curva, rappresenta tante persone e ieri poteva bloccare la partita. E infatti abbiamo accettato il suo ricatto. Come accettiamo il ricatto del pregiudicato.

Santé

 

(*) Specifico che non condivido l’appello di Micromega: la legalità la si difende, come accadrebbe in qualunque Paese civile, smettendo di fare accordi istituzionali, di pubblicarne lettere e interviste e facendo calare il silenzio su un personaggio che sta scontando la sua pena, non aggiungendo un altro carcerato al conto dei detenuti che rendono il nostro sistema carcerario illegale. E’ illegale persino il carcere in Italia e voi vi scandalizzate per Gennaro a’ Carogna.

Abbiate il coraggio di dirlo

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Ve lo spiego in modo sintetico, ché la logica è logica e su certe questioni c’è ben poco da sparpagliare fuffa: se mettere in carcere uno che ha commesso un reato per un numero limitato di anni ha un senso, quel senso dev’essere per forza l’idea di utilizzare gli anni in questione per provvedere alla sua “rieducazione”; in caso contrario, ne converrete, farlo uscire allo scadere della detenzione non avrebbe costrutto, poiché egli ricomincerebbe a delinquere punto e daccapo come prima, di tal che tanto varrebbe tenerlo dentro per evitare che commetta nuovi crimini.
Se, dunque, non credete alla cosiddetta “funzione rieducativa della pena” (il che, in sé e per sé, è perfino legittimo), e ritenete che l’unica funzione del carcere sia quella di mettere la comunità al riparo dalle azioni dei criminali, dovreste coerentemente sostenere che qualsiasi reato vada punito con l’ergastolo, giacché non si capisce la ragione per cui quei criminali, in mancanza di “recupero”, dovrebbero diventare meno “pericolosi” dopo un certo periodo di tempo.
Ne consegue, sempre che si abbia un minimo di rispetto per la logica, che chi considera il carcere un mero rimedio “punitivo” teso a preservare i “cittadini onesti” dai birbaccioni dovrebbe far pace col cervello, portare le proprie premesse alle ineludibili conclusioni e battersi affinché l’unica pena possibile sia il carcere a vita.
Abbiate il coraggio di dirlo, se vi rimane un briciolo di onestà intellettuale: e piantatela, una volta per tutte, di farci perdere tempo in discussioni interminabili sulla rava e sulla fava, il cui scopo esclusivo è quello di compiacervi e rassicurarvi adornando con un abito presentabile le vostre smanie da giustizieri della notte.
Grazie.

la carcerazione è un abuso

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L’arresto preventivo del Presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido è un abuso. Avallarlo politicamente con le dimissioni coatte, reazionario.

Nonostante nell’avviso di custodia cautelare (pubblicato illegalmente dalla stampa senza sbianchettare dati privati come i numeri di telefono) essa è motivata dalla “pericolosità e spregiudicatezza” degli indagati, l’ipotesi paventata dal gip di inquinamento delle prove e reiterazione, non essendo la condizione di Presidente della Provincia in sé criminogena, poteva essere evitata con l’arresto domiciliare. Cosi come per Girolamò Archinà, licenziato da Ilva ad agosto, ristretto cautelarmente in carcere da sei mesi nonostante le incompatibili condizioni di salute.

La carcerazione preventiva infatti è un’extrema razio per esigenze eccezionali cui ricorrere quando ogni altra misura, come ad esempio i domiciliari, risulti inadeguata. E invece in Italia è diventato un modo per estorcere confessioni e chiamate in correità, una tortura quindi, nonchè troppo spesso l’unico modo per far espiare la pena agli indagati a fronte dell’insostenibile durata dei processi molti dei quali non vedrà mai la fine, e trasformando cosi chiaramente gli arrestati prevenitivi in condannati preventivi. Per questo il dato non può che essere allarmante: il 40 per cento, ovvero 30 mila detenuti, sono in carcere per custodia cautelare, e secondo le statistiche del ministero la metà di loro verrà dopo anni estenuanti di processo, dichiarata innocente. Tutto questo andando ad incidere sulla illegale situazione delle carceri e della giustizia italica.

A maggior ragione in questo caso in cui la decisione di utilizzare il grado massimo di custodia cautelare ha innescato l’effetto immediato dello scioglimento di un organo elettivo.

 

L’arresto preventivo, ripreso in diretta dalle telecamere già informate di quanto stava per accadere, ha infatti costretto Florido, un semplice indagato, a dimettersi, subordinando cosi la volontà degli elettori a un’azione preventiva della magistratura.

Inutili risultano le dimissioni, a seguire, degli assessori, essendo gia caduta quindi la giunta. Male quelle dei consiglieri e dei partiti di maggioranza: non ha senso esprimere solidarietà umana, come nei loro comunicati, se non se ne rispetta anche politicamente l’innocenza fino a prova contraria. Non rientrando nei poteri del Gip, hanno in questo modo loro, nei fatti, permesso che un’azione ripetiamo preventiva della magistratura sovvertito la sovranità popolare.

Nulla ha insegnato, in particolare al Pd, solo per fare l’ultimo esempio, la vicenda di Ottaviano del Turco, anche lui arrestato preventivamente, dimessosi facendo cadere la giunta abruzzese, scaricato dal partito, e le cui accuse stanno ora nel processo, a distanza di 5 anni,  sgretolandosi dopo aver distrutto umanante e socialmente un uomo, e politicamente anche la volontà degli elettori.
Anche in quel caso solo i radicali, specie attraverso radioradicale che sola dall’inizio ne ha pubblicizzato tutte le fasi del processo, ne hanno sostenuto dal primo momento le garanzie.

Cosi come, da quando nel comizio di Marco Pannella a Taranto nel 93, contro la cassaintegrazione di aziende decotte come l’Ilva ne proponeva la conversione e il salario minimo garantito, da anni i radicali denunciano l’illegalità stragista compiuta a Taranto. Per questo hanno votato contro ad entrambi i decreti definendo l’ultimo eversivo, e sono stato l’unico partito presente con le bandiere a tutte le manifestazioni di Taranto per l’ambiente, perché credono che questa città debba rientrare dalla strage di legalità che si è fatta in questi anni, e che di questo debbano occuparsi, ognuna per i suoi doveri, politica e magistratura.

Come dal crimine deve rientrare anche il carcere di Taranto, che hanno visitato l’ultima volta a febbraio (la volta prima era agosto) con L’onorevole Rita Bernardini (non avendo più deputati radicali in Parlamento, ora chiedono ai consiglieri regionali e parlamentari eletti di accompagnarli), denunciandone le illegalità anche attraverso tantissime interrogazioni.
Per questo ci aspettiamo che il Presidente Florido esca da li quanto prima, come tutti i malcapitati agli arresti preventivi senza giusta necessità e tutti i detenuti ristretti in condizioni disumane per cui continuiamo a invocare un’amnistia. Ogni ora in più lì dentro è pericolosa. E speriamo, che alla sua quanto prima scarcerazione, avendone verificato sulla propria pelle le condizioni, anch’egli si affianchi alla lotta radicale per il rientro delle carceri, della giustizia e dello stato nella legalità.

Berlusconi non è Tortora, se non altro perché a differenza sua non è stato in carcere, Ottaviano del Turco e Gianni Florido forse si.

 

gianni-florido-arrestato-ilva

Diffamatori e scippatori

in giornalismo by

Cari amici che siete indignati contro sulla legge sulla diffamazione in discussione al Senato,
io sono d’accordo con voi quando dite che mettere in carcere per un anno un giornalista che ha diffamato qualcuno -cioè che ha scritto cose brutte e false sul suo conto- costituisce una pena esagerata.
Tuttavia vi faccio presente, a mero titolo esemplificativo, che se qualcuno si rende autore di uno scippo in mezzo alla strada di anni di carcere può prendersene addirittura sei.
Ebbene, presumo che qualunque individuo ragionevole preferirebbe mille volte essere scippato da un birbaccione piuttosto che essere accusato -dico per dire- di pedofilia su un giornale: perché nel secondo caso, evidentemente, si ritroverebbe a subire un danno -il marchio perenne dell’infamia, il disastro in famiglia e sul lavoro, i pregiudizi della gente e via discorrendo- assai più grave rispetto al primo.
Ora, io sono convinto che in entrambi i casi -quello dello scippatore e quello del diffamatore- sarebbe necessario abrogare il carcere e applicare una pena di natura diversa: però, ragionando in termini relativi, sono altrettanto convinto che finché lo scippatore può beccarsi sei anni di galera, un anno per il diffamatore sia una pena piuttosto esigua.
Poiché, com’è noto, due torti non fanno una ragione, propongo di fare una cosa: stracciamoci pure le vesti per assicurarci che i giornalisti diffamatori non debbano finire in prigione: però, contestualmente -anzi, direi addirittura prima, viste le proporzioni-, diamoci da fare affinché anche allo scippatore venga riservata una sorte diversa dalla gattabuia. E anche al truffatore. E al falsario. E al bancarottiere. Per non parlare -ecco, non parliamone proprio- dell’immigrato clandestino.
Quando vi vedrò combattere come un sol uomo, amici che siete indignati, affinché il carcere venga abrogato per tutti questi -ed altri- reati, non soltanto per i giornalisti che accusano falsamente le persone di nefandezze che non hanno commesso, mi convincerò che le vostre lamentazioni rispondano al desiderio di un paese più libero e moderno.
Fino ad allora, abbiate pazienza, continuerò a dubitarne parecchio.

Pisapia ha ragione

in politica/società by

Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

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