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Il caos incontrollato part two (A fancy life)

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“L’inerzia (violenta) di Gùero testimonia la sua debolezza, non la sua forza, perché la verità è che è a corto di risorse. Terrà anche in pugno lo Stato di Sinaloa, ma la sua amata terra natia non ha sbocchi al mare. Non potendo usare la Plaza, Gùero deve pagare El Verde per far passare la sua droga dalla Plaza di Sonora, o pagare Abrego per farla passare dal Golfo, e potete scommettere che quei due avidi vecchi bastardi lo spremono a dovere per ogni oncia di prodotto che attraversa i loro territori. No, Gùero è quasi al capolinea: gli omicidi degli zii e dei cugini dei Barrera (nemici di Gùero) non sono che il canto del cigno.” (Il potere del cane, Don Winslow).

Nella puntata precedente abbiamo spiegato la forma tattica che gli Usa stanno attualmente utilizzando nella politica militare ed estera, quella del cd. caos controllato: si interviene e si destabilizza una determinata area per gettarla nella confusione più totale e nel disagio politico. Si crea un focolaio e si mettono in atto una serie di provocazioni per saggiare le posizioni avversarie e sottoporle a logoramento. Il caos produce indebolimento politico, funzionale quest’ultimo a rendere i “destabilizzati” totalmente succubi della potenza “muscolarmente” più forte.

Ma quando per avere controllo di una situazione ti giochi la carta del “seminare panico e creare instabilità”, lo fai perché non hai la forza per intervenire direttamente e mettere subito a posto la questione. Infatti è una forma che si addice ai contesti di guerriglia, dove vi è uno sproporzionato spiegamento di forze in campo ed i guerriglieri non potrebbero mai affrontare uno scontro sullo stesso piano delle forze dominanti. E quindi usano/applicano metodi non convenzionali ed asimmetrici. Un’ assai simile tattica venne ad es. utilizzata da Lawrence d’Arabia nel corso della “Guerra nel deserto” contro i turchi: “colpire con mille punture di insetto il rinoceronte turco, sino a farlo stramazzare al suolo”, per immobilizzare durante il primo conflitto mondiale l’esercito dell’Impero Ottomano schierato in Medio Oriente.

Se gli Usa permangono ancora da un lato il paese dominante nella scena internazionale, dall’altro la loro influenza non ha più effetti di controllo regolante. E parliamo naturalmente di “muscoli e forza”.

Incontro un mio amico esperto di strategia militare che sta per partire per una missione nelle galassie asiatiche: “ Gira questa pubblicazione dell’aviazione australiana, quindi un soggetto imparziale, relativa ad una loro simulazione computerizzata di una battaglia aerea su larga scala tra forze che impiegano armamento occidentale e forze che impiegano armamento russo. E’ venuto fuori che una qualsiasi nazione che ha la capacità di schierare sul campo almeno 400 aerei di tipo Sukhoi 27 o superiore, é in grado di annientare l’aviazione americana o US Air Force. Ora, contando solo Russia e Cina parliamo di almeno 1500 Sukhoi 27 e forse altri 700 800 mig 29. Questo significa che la NATO gliela può sucare. Se poi ci metti tutti i vantaggi logistici che ha la Russia, ovvero carburante illimitato, possibilità di nascondere fabbriche e depositi in Siberia quindi un posto inaccessibile senza essere distrutti, si capisce ancora di più che Europa e Usa possono solo bluffare su un’opzione militare.

Tra l’altro c’é una particolarità: nella simulazione si ipotizza che gli USA impieghino aerei di ultima generazione come f35 e f22, il che dimostra che sono aerei che costano tanto e non valgono un cazzo in una guerra convenzionale perché verrebbero superati a causa del loro basso carico bellico che possono trasportare.

Ti ripeto: stiamo parlando non di tenere testa o ridimensionarne l’efficacia. Stiamo parlando, con dati imparziali alla mano, della possibilità concreta che l’aviazione americana venga annientata (1,2).

A questo aggiungici quanto dichiarato recentemente dalla sottosegretaria statunitense per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Rose Gottemoeller, e cioè che la Russia ha più missili intercettori antibalistici degli Stati Uniti: sono 68 gli intercettori del sistema antimissile balistico di Mosca (24 in più dei 30 intercettori attualmente dispiegati dagli Stati Uniti in Alaska e dei 14 che prevede di schierare)”.

Gli Usa hanno davanti a loro altri tre forse quattro decenni di predominanza, ma è nei fatti che Russia e Cina si stanno ergendo tendenzialmente a suoi competitors presto quasi alla pari. Altri paesi si vanno rafforzando, ma non riusciranno ad oltrepassare il loro essere subpotenze regionali in quanto non incidenti/incisivi in più vaste aree mondiali.

Russia e Cina continuano a fare accordi per incrementare la loro forza comune giocando con gli Yankee su due sponde opposte. La Cina, sempre disponibile a mediazioni con gli americani anche perché ne è il primo detentore estero di debito pubblico, è forte economicamente ma meno sul piano militare. Discorso ben diverso invece per la Russia, che dal punto di vista militare ‘cammina sul ponte a testa alta e petto in fuori’.

Proprio per questo Putin si è beccato le sanzioni economiche dell’Ue via Usa e le scorrettezze personali e di violazione dell’etichetta diplomatica che gli sono stati riservati al vertice G20 australiano di Brisbane, conclusosi qualche settimana fa. I russi però non perdono lucidità e giocano  la loro partita.

1)A fine Ottobre hanno testato la fragilità della capacità di risposta dell’aviazione di alcuni paesi NATO nel Nord, nell’Ovest e nel Sud-est dell’Europa. La Nato vive ormai sul chi va là ed in allerta panica H24. 2)Prima di partire per l’Australia, Putin stesso ha allusivamente accennato alle rappresaglie economiche messe a punto dal Cremlino per punire Washington e Berlino. Rappresaglie che minacciano di moltiplicare il tasso di disoccupazione della Germania ed erodere, attraverso un sottile gioco di alleanze con Pechino, l’egemonia statunitense sul mercato del petrolio e dell’energia. «La nostra collaborazione con la Germania garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti rischiano di andare perduti. Certo possono essere trovati nuovi accordi, ma resta da vedere che tipo di accordi saranno. Non è così semplice». 3)Quasi come a voler già intravedere un inizio di allineamento degli schieramenti in uno scenario di conflitto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, lo scorso venerdì, una proposta della Russia riguardante la volontà di condannare i tentativi di glorificazione dell’ideologia del nazismo e la conseguente negazione dei crimini di guerra. Gli unici tre paesi a votare contro tale proposta sono stati gli Stati Uniti, l’Ucraina e il Canada, mentre le delegazioni degli Stati membri dell’UE si sono astenuti dal voto. 4) Le casse vuote del Front National hanno appena ricevuto una prima tranche di due milioni di euro sul totale dei nove ottenuti in prestito dalla First Czech Russian Bank, un piccolo istituto russo di proprietà di Roman Yakubovich Popov, uomo vicino al premier Medvedev e al presidente Putin.Una banca vicina al presidente russo che finanzia il prossimo presidente della Francia, Marine Le Pen che soppianterà quello ‘socialista’ che andava a prendere l’amante con lo scooter.

Putin sa che le provocazioni continueranno ed è ben consapevole che reazioni più dure sarebbero per lui sconvenienti in quanto provocherebbero un ancor maggiore allineamento atlantico dei paesi UE e renderebbero difficile l’eventuale rafforzarsi in essi di tendenze sovraniste che inizino a ridiscutere tale alleanza.

Nel continente chi è pro euro oramai puzza di pesce marcio e viene brutalmente considerato (percezione generalizzata egemonica) come un affamatore di vite e di patrimoni. Che credibilità possono oramai avere un Draghi o un Prodi o uno Juncker e simili? Si lamentano del fatto che la barca che loro guidano navighi male. Però non è che si fanno da parte, stanno sempre lì. Secondo il capo economista di Standard & Poor’s, Jean-Michel Six, “avvicinandoci al 2015, nell’Eurozona sono aumentati i rischi di una terza recessione dopo il 2009 e il 2011″. La Bce e le istituzioni italiane stanno spingendo per la creazione di una bad bank che, in vista di un eventuale collasso, si possa accollare i crediti spazzatura degli istituti per ripulire i bilanci e di fatto garantire la sopravvivenza del sistema.

L’Europa sta implodendo, ma mentre gli Usa premono sull’instabilità fine a se stessa per mantenere le redini del gioco, i russi fanno affidamento invece all’evolversi della fase ed in questo mostrano maggiore concretezza e visione strategica, monitorando gli sviluppi che entropicamente non potranno essere arginati da qualche intervista di Mario Draghi o qualche annuncio della Merkel.

Obama e i suoi strateghi hanno provato ad isolare il presidente russo cercando di far leva sulla paura del rimprovero, della punizione, della disapprovazione altrui per metterlo in riga ed influenzarne il modo di reagire. Ma tutto questo è stato fatto svincolandolo dall’effettivo processo storico che sta montando. E’ come se stessero affrontando la fase storica come una questione personale, disvelando paradossalmente che quella paura di isolamento appartiene a loro, come se fosse un senso di colpa recondito: la vergogna, la paura di perdere l’immagine ed il ruolo in cui ci si è identificati, di diventare permalosi e vulnerabili, dipendenti o isolati, alternando schizoidi complessi di inferiorità a feroci deliri di superbia. Sempre dopo lo spavento di perdere influenza e potere, ovviamente.

Putin, smascherando tale meccanismo paralizzante, si gioca la partita tenendo ben presente l’importanza strategica decisiva rivestita dal nostro continente di cui ormai nessuno è più consapevole. La supremazia o il declino statunitense si giocheranno non nel Pacifico come si cerca di sbandierare dozzinalmente, ma in Europa, che, anche se in pieno sfacelo politico e culturale, 1)rimane sempre rilevante economicamente, 2)si pone come “scudo” di fronte alla stessa Russia e 3) è importantissima per il controllo della zona mediorientale e africana.

La cruda verità è che gli Usa stanno pagando il loro scarso e mediocre approccio teorico nell’analisi dei processi che si sono messi in moto dopo la caduta del muro di Berlino. Avevano già impacchettato e piazzato sul mobiletto del soggiorno la loro ‘Fine della storia’ come uno di quei prodotti facilmente acquistabili a saldo al centro commerciale il sabato pomeriggio. “Tanto, quando avremo problemi risolviamo tutto mandando i nostri gorilla a menare le mani”, si ripetevano baldanzosi e gongolanti. La fine della storia l’avevano impacchettata con la globalizzazione che 1)avrebbe unificato popoli e territori, 2)con la supervisione di organismi di governance universale, 3)a partecipazione pluristatale, 4)interdipendenza e interrelazione, 5)per il benessere economico dell’umanità, 6)in un clima politico rasserenante, 7)il conflitto, questo residuo preistorico, sarebbe stato preventivamente represso per la sicurezza di ciascuno, 8)soprattutto quando emergeva in quelle periferie recalcitranti del globo che non riuscivano ad adattarsi alla subordinazione mercantile e bellica Occidentale. Sogni. Stronzate. A fancy life. Tutto blu e luccicante. Tutti annunci di facce di gomme sorridenti in televisione. Poi una mattina ti svegli e scopri che vecchie nazioni riemergono economicamente e militarmente e ti infrangono il sogno. E nella televisione non ci sta più la faccia di gomma sorridente, ma il crollo finanziario globale e la fine dell’influenza risolutoria politica-militare.

Cina e Russia si avvicinano. Gli Usa non rimangono a guardare. Le frizioni emergenti sul lato commerciale sono appena l’antipasto di quello che, nel medio-lungo periodo accadrà a livello di scontro politico ed anche di confronto militare. Tale contesto segnato dalla crisi dei rapporti di potere tradizionali, conferma che probabilmente nel prossimo futuro nessuna potenza sarà in grado da sola di imprimere un ordine complessivo al mondo. Sarà dunque responsabilità tanto degli stati emergenti quanto dei vecchi egemoni, assicurare che alla diffusione della potenza corrisponda non il semplice caos, ma un preciso ed innovativo assetto dei rapporti internazionali(3). Nel mentre si procederà verso un più acuto e stabile policentrismo, l’attrito tra i rapporti di forza farà entrare in crisi il sistema e lo sbocco naturale sarà un conflitto bellico. Alla fine del quale, raccolti corpi e feriti, si instaurerà un assetto si di governance globale, ma che poggerà su basi negoziali e non più sulla muscolarità unilaterale degli Yankee.

“Il nostro gioco preferito era Babà. Quando i nostri genitori non ci guardavano, nuotavamo fin dove ci reggeva il coraggio. Il primo che aveva paura e tornava indietro, perdeva.
Naturalmente perdevo sempre io.
Anton era di gran lunga il più forte e aveva tutti i numeri per vincere.
Fu l’ultima volta che nuotammo insieme lontano e in mare aperto sapendo come sempre che ogni bracciata verso l’orizzonte era una in più che dovevamo fare per tornare a riva.
Ma quel giorno successe qualcosa di diverso. Ogni volta che Anton cercava di distaccarmi mi trovava sempre vicino a se.
Poi finalmente accadde l’impossibile.
In quel momento della nostra vita si vide che mio fratello non era forte come credeva e io non così debole. E quel momento rese possibile tutto il resto.”


Soundtrack1:‘1000 Dreams’, Dead Meadow

Soundtrack2:‘Rains in the desert’ Dead Meadow

Soundtrack3:‘California’, Mina-Giannini

Soundtrack4:‘Na bella vita’, Almamegretta-Gragnaniello

Soundtrack5:‘Quarantined’, At the Drive in

Soundtrack6:‘Asteroid’, Kyuss

Soundtrack7:’Whitewater’, Kyuss

Soundtrack8:‘Requiem’, Gyorgy Ligeti

Soundtrack9:‘String Quartet No.1’, Gyorgy Ligeti

Soundtrack10:‘Ta ra ta ta (Fumo blu)’, Mina

Il caos ‘incontrollato’ di Obama

in mondo/società/storia by

La stella calante di Obama ha avuto un sigillo formale l’altra sera con le elezioni del midterm. Mi vengono in mente tutti quei sermoni avventati di giubilo ed entusiasmo quando venne eletto nel 2008: “E’ un grande”, “Cambierà la storia”, “Il mondo ha una speranza in più”, “Sicuro, lo ammazzeranno, lo ammazzeranno come Kennedy”. Un giorno in libreria mi ritrovai in mano il libro dei suoi discorsi. Stavo per prenderlo, ma quando notai la prefazione di Walter Veltroni lasciai perdere ed uscì immediatamente.

Con Obama venne portata avanti un’operazione politica di una parte dei democratici, intelligente e ben precisa: spingere al massimo al potere un politico afroamericano in una situazione di emergenza che rischiava di sfuggire di mano, con le banche che fallivano, poveri disgraziati incazzati e disperati a cui avevano fregato tutti i risparmi, licenziamenti di massa (come dimenticare le scene degli impiegati che uscivano dagli uffici con gli scatoloni), gente che dormiva nelle macchine, fabbriche chiuse, case abbandonate e svuotate di ogni bene e valore.

Insomma, gli Usa stavano nella merda. Un attimo ancora e la condizione standard di vita sarebbe stata l’estensione quotidiana della famosa “Notte del Diavolo” di O’Barriana memoria (dal film “Il Corvo”), dove bande di disperati, strafatti di cocaina e crack, alcolizzati, perdigiorno senza pietà, banditi, stupratori, senzatetto ed anarchici predatori violenti mettevano a ferro a fuoco quartieri ed intere cittadine senza scrupoli di sorta e senza che le forze dell’ordine potessero farci nulla. (Lo so, una vera figata).

Serviva un coupe de theatre per disinnescare questa tendenza potenziale, e lo spingere un afroamericano fino a candidarlo alla presidenza fu una mossa giusta. Tra l’altro, alle primarie, riuscì ad imporsi sulla Clinton, un osso veramente duro. Ed eccolo, Barack, l’innovatore della comunicazione politica, a sfidare l’ingiustizia, senza giacca con la camicia bianca e la cravatta, con i suoi magnetici discorsi contro l’avidità e la guerra, con la speranza ed i toni da “non lasceremo nessuno indietro nè mai solo”. Ora questa storia sta volgendo al termine. E non tutti vivranno felici e contenti.

Naturalmente il problema non è Obama. Come tutti gli imperi che la storia ha conosciuto, anche quello americano si avvia o si avvierà verso una lenta ed inesorabile fine. In questo arco temporale il destino ha voluto che ci fosse Barack. Non è stato affatto un presidente dalle riforme epocali o significative. Ma che poteva fare? La situazione era ed è quella che è. Qualcosa di buono è riuscito pure a portare a casa. Ci dispiace, ma è logico che a tutti quelli che nel 2008, con contentezza esagerata ti urlavano in faccia cose tipo “Combatterà contro i soprusi delle banche”, “Gli americani non faranno più guerre”, “E’ la nuova sinistra contro le diseguaglianze” etc etc, un doveroso “Ragazzi, datevi una calmata, Lexotan e passa tutto”, come lo dicemmo allora, lo confermiamo oggi.

Gli Usa stanno giocando una partita difficile. Non sono più la superpotenza di una volta in un contesto generale tra l’altro mutato e non più favorevole. Sono in difficoltà tattico/strategica in politica estera. Hanno sì ancora un primato tecnologico/militare che però, se non è ancora stato raggiunto e tamponabile, poco ci manca, e non è detto che basti. Hanno un problema che non riescono ad arginare che si chiama Cina, il cui Pil ha da poco superato il loro. Anche se pare evidente che il dragone rosso più che voler sostituire gli Usa nella catena capitalistica di comando , ne è entrato in simbiosi assorbendone il debito ed incamerandone il reddito da capitale fittizio.Ma resta pur sempre un problema.

Attualmente la tendenza geomilitare che gli States hanno adottato è quella di far casino. Tutti gli scenari di guerra più importanti, Siria, Ucraina, Iraq, Libia, sono stati innescati da loro, forzandoli fino ad un’apparente irragionevolezza. Tutte crisi volte non ad una stabilizzazione effettiva delle aree interessate. La strategia è seminare il panico ovunque e creare instabilità in nome di una sorta di caos controllato che rischia però di sfuggire di mano trascinando gli alleati in un pantano internazionale che può finire male. Perché anche se non sembra, questa roba può finire veramente male.

Emblematici sono i fatti sul filo del rasoio che hanno riguardato l’Ucraina. Ad esempio, è lo stesso John Biden, in un lungo discorso all’Università di Harvard,  ad aver serenamente ammesso che sia stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin e ad aver obbligato i Paesi europei ad adottare sanzioni contro la Russia, contro la loro volontà. “Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia.(…) “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.

E poi, sempre Biden, sul famigerato Is che quindi così famigerato non è: “Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.

A conferma implicita che l’Isis altro non sia che un Frankenstein uscito dal laboratorio/controllo di alcune agenzie di intelligence occidentali e finanziato dai petroldollari delle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) alleate storiche degli Usa (e dei suoi centri finanziari) e da sempre fiancheggiatrici dei movimenti jihadisti in tutto il mondo, da utilizzare come strumento indiretto per creare caos ed instabilità nell’area, sempre in chiave antirussa.

Tutto in nome di quella strategia del caos controllato che spinge a scelte, alleanze e comportamenti schizofrenici ed anche a figuracce non di poco conto. La crisi siriana con conseguente retromarcia ne ha rappresentato l’esempio lampante. L’ operazione anti Assad terminò sostanzialmente non appena la flotta russa del Mar Nero si posizionò nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra. Poi continua indirettamente tramite l’Is, ma questa è un’altra storia spiegata qui.

Per non parlare dell’appoggio iniziale alle primavere arabe contro tutti i regimi laici del nord Africa (molti dei quali alleati) che rappresentavano comunque, nonostante la corruzione e l’autoritarismo, un argine al dilagare dell’estremismo islamico. Tunisia, Egitto, Libia, Sudan e la deriva irachena, la guerra civile in Siria, tutti atti  sobillanti una spregiudicata destabilizzazione dell’intera area per favorire l’insorgere dell’integralismo sunnita dal nord Africa al Medio Oriente, quella mezzaluna oggi attraversata dall’ondata islamista che ha raggiunto i confini della Turchia.(*)

In spicciola sostanza, per creare disordine e casino, autogenerando un nemico che impegnasse le democrazie in una guerra per la sopravvivenza dei propri valori laici e civili (ma quando mai), in funzione di un nuovo ordine globale che non si capisce cosa sia e dove voglia arrivare. Cose tra l’altro criticamente osservate negli stessi States da noti esponenti della destra libertaria americana come Ron Paul e filosofi come Tibor Machan, amputate tramite pretestuose accuse di complottismo .

Secondo l’accademico e consigliere presidenziale di Putin Sergey Glaziev, gli Stati Uniti “contano di superare la crisi e riavviare la crescita economica per mezzo di una guerra su vasta scala in Europa ed accendendo una serie di conflitti su tutto il pianeta . Essi preferiscono condurre le guerre non direttamente, bensì ricorrendo alla corruzione delle élite al potere, aizzando gli uni contro gli altri; le truppe Nato intervengono solo dopo che si è riusciti a indebolire a tal punto il nemico, che non è più in grado di opporre resistenza”.

Venuto meno il Patto di Varsavia, ossia l’esistenza di un nemico comune, il mondo è diventato qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto conosciuto tra il 1945 e il 1989, ed in questo nuovo scenario tutto torna in gioco. Le linee dell’amicizia e dell’inimicizia di ieri restano sì, ma appiccicate con la saliva. Tutto è un decifrare in divenire. Una condizione per molti versi simile a ciò che precedette il 1914, con gli Usa che, con tutte le dovute differenze del caso, si ritrovano in una posizione non diversa da quella della Gran Bretagna a ridosso della seconda guerra mondiale, ovvero la più potente forza politica militare presente a livello internazionale.

Obama e chi per lui, sono nella non facile posizione di dover compiere una serie di atti in una situazione di debolezza strutturale che limita gli States non poco. E’ come se, con la strategia del caos controllato, avessero deciso di adottare linee da guerra asimmetrica, che sono soliti utilizzare i gruppi guerriglieri contro gli stati coloniali ed oppressori.

L’insegnamento di Clausewitz sul rapporto tra politica e guerra secondo cui l’insieme dei fattori politici, economici, sociali e culturali che fanno da sfondo alla guerra devono essere costantemente tenuti a mente, diviene a questo punto assolutamente fondamentale e centrale per capire perché sia avvenuto questo capovolgimento di movimento e posizione.

Siamo davanti ad una frenata dell’economia globale contro la quale possiamo fare ben poco, anzi niente. L’unica cosa certa è che dopo sette anni di crisi ne abbiamo davanti altri quattro pericolosi. Nei Paesi europei il numero dei disoccupati è salito a oltre 26 milioni e non esiste un benché minimo segnale di controtendenza.. L’attuale situazione non risponde più ai criteri cui eravamo abituati dalla caduta del Muro di Berlino. Il concetto di “locomotiva economica”, ad esempio, non è più applicabile poiché oggi nessuna economia nazionale è in grado di trascinare le altre come ha fatto quella americana negli anni passati. La crisi fiscale ha depotenziato tutti gli organismi statuali. Le ondate migratorie non si arrestano e fanno aumentare le tensioni sociali tra i ceti medio bassi.

Tutto converge verso la necessità di una soluzione drastica, che dovrebbe voler dire guerra generalizzata come occasione di rigenerazione del ciclo economico, come è sempre accaduto escludendo questi ultimi 70 anni e passa ormai di tregua eccezionale.

Naturalmente a tutt’oggi uno scenario simile appare irrealizzabile e visionario. Prevalgono diffusi luoghi comuni del tipo “Eee seee, se scoppia la guerra possono usare la bomba atomica e quindi distruggono il mondo. Per questo non ci saranno più guerre”. Come se le operazioni militari riguardassero solo l’uso delle bombe atomiche. Quasi nessuna delle generazioni viventi ha avuto a che fare direttamente con esperienze di conflitti bellici. Le guerre alle quali abbiamo assistito in questi anni sono sempre state lontane, “immateriali”, distanti dalla vita reale e concreta delle popolazioni. Nessun “cittadino normale” ne era direttamente coinvolto. A combattere erano volontari, militari professionisti e specializzati in sperdute zone del mondo che non saremmo riusciti ad indicare nemmeno nella cartina geografica del Risiko. E si è sempre trattato di “operazioni umanitarie”, “operazioni di polizia”.

Lo strapotere tecnico/militare può non bastare se corroso da mille contraddizioni e problemi. Per questo motivo l’amministrazione Obama cerca di accedere ad un futuro prossimo procrastinando la sua leadership globale  tramite azzardi, spesso anche contradditori, e spregiudicate scommesse clandestine che innescano mutamenti rapidi e molto rischiosi su teatri mai realmente stabilizzati, come Medio-oriente e Africa. Per intervenire (vero problema) poi ad Est a frenare l’ascesa dei giganti asiatici che costituiscono una grave e diretta minaccia alla sua sicurezza.

E’ una questione di rimodulazione di rapporti di forza che tendono a mutare in conseguenza di trasformazioni diversificate, geografiche ed economiche in primis e delle resistenze che inevitabilmente si mettono in moto. ‘Il disordine internazionale di questi ultimi tempi è la conseguenza di queste scelte che sono pur sempre derivanti da trasformazioni storiche oggettive, attinenti alla riconfigurazione dei rapporti di forza tra potenze sulla scacchiera mondiale. I piani americani, per quanto generici e nebulosi, sono dettati dalla consapevolezza che i precedenti equilibri politici, sociali e, persino, culturali non servono più efficacemente la causa del loro imperio. In questo sforzo di chiarificazione del loro stesso destino  gli States saranno disposti a sacrificare partner e valori universali.’(1,2)

Tutto questo, legittimo e ‘naturale’, verrà fatto, è bene saperlo, a costo di forzature che portate fino alle estreme conseguenze potrebbero partorire scenari e processi aperti ad ogni tipo di evoluzione. Anche ad un vero e proprio conflitto mondiale.

Soundtrack1:’Nessuno fece nulla’, Csi

Soundtrack2:’Information of death’,Neon

Soundtrack3:’Un mondo nuovo’, Neffa

Soundtrack4:’Nightcall’,Kavinsky

Film1:’I figli degli uomini’ Alfonso Quaròn

Film2:’Ken Park’, Larry Clark e Edward Lachman

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